Content tagged Ars Technica

Giocare per dimenticare
posted on 2021-04-11 02:34

Ho avuto nella vita contatti sporadici e superficiali con discipline orientali come zen o yoga. Non ne ho mai fatto niente di serio. Eppure ho fato esperienza di varie situazioni di vita tipicamente occidentali che ben si prestavano a favorire l’insorgere di stadi della mente prossimi a quello della meditazione.

Da cestista, uno dei miei punti di forza NON erano i tiri liberi. La mia tecnica era approssimativa e non sono mai riuscito a sviluppare un automatismo durevole. La mia percentuale in carriera è giudicabile come appena sufficiente.

Eppure, quando i miei tiri liberi potevano decidere una partita, ho segnato quasi sempre. Invece che avvertire la pressione del momento, avevo imparato a liberare la mente e a isolarmi dal contesto. Direbbe l’autore di qualche libretto zen, a diventare tutt’uno con il pallone che entrava nel canestro.

Un’altra attività propedeutica erano i videogiochi da bar, specialmente quelli a tema spaziale, del tipo astronave che deve arrivare più avanti possibile evitando il fuoco nemico. Giocando concentrato, ero uno qualunque. Certe rare volte, riuscivo – come dire? – a rendere le mani indipendenti dalla parte razionale del pensiero. Giocavano loro. Con risultati radicalmente migliori.

Ma non sono mai arrivato a risultati come finire Super Mario Bros. in quattro minuti, cinquantaquattro secondi, novecentoquarantotto millesimi. Si legga l’articolo: è giocare una partita non perfetta, ma impiegando nove fotogrammi in più rispetto al limite fisico.

L’eccezionalità dell’impresa non sta nella coordinazione oculo-manuale, ma nella condizione mentale: è semplicemente impossibile raggiungere un risultato del genere attraverso la concentrazione.

Avrei dato qualsiasi cosa per poter leggere l’attività cerebrale di chi ha compiuto l’impresa, durante quei quasi cinque minuti di oblio supremo.

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Lingue rubate all’agricoltura
posted on 2021-03-28 03:25

Non volevo scriverlo questo post, ma sono già le tre passate (non capisco, pochi istanti fa neanche erano le due: come vola il tempo), primo; secondo, ho passato la soglia della sopportazione della gente che scrive, manifesta, lotta (soi disant) per riaprire le scuole.

L’obiettivo mi trova totalmente d’accordo, ma le modalità sono da decerebrati. Se fossi lasciato a me stesso finirei all’alba e probabilmente querelato; invece sono abbastanza fortunato da poter citare un articolo di Ars Technica appena uscito: «Le scuole sono sicure?» è la domanda sbagliata da porre (figuriamoci quando diventa una asserzione…).

Dovrebbe bastare il sottotitolo: Non esiste una risposta giusta sulla sicurezza delle scuole, solo una risposta giusta per ciascuna comunità.

John Timmer è americano e scrive degli Stati Uniti, ma è come se fosse un mio vicino di casa:

Le risposte alla domanda sono state scrutinate, analizzate e perfino politicizzate. In tutto questo si è persa la consapevolezza che si tratti di una domanda orribilmente sbagliata… perché non ha una risposta univoca.

Invece, qualsiasi risposta può applicarsi solo a comunità specifiche e, in molti casi, a scuole specifiche. Ed è anche soggetta a cambiamenti secondo l’evoluzione delle dinamiche della pandemia, comprese le nuove varianti del virus.

L’articolo ricorda, studi alla mano, che l’età scolare è quella soggetta al minor rischio di mortalità da coronavirus; puntualizza anche come, secondo altri studi di uguale autorevolezza, la chiusura delle scuole sia associata a una minore diffusione del virus nella comunità di riferimento della scuola.

Questo perché le scuole fanno parte di una comunità più ampia.

Riaprire le scuole non può essere un obiettivo; ci sono scuole che possono essere riaperte e scuole che, purtroppo, invece no. Dipende dal contesto.

Non intendo dire che le scuole non possano riaprire in modo da minimizzare il rischio per gli studenti. Ma capire quando sia il caso di farlo, e assicurare che la sicurezza venga mantenuta, deve essere effettuato a livello di comunità. E ciascuna comunità può anche avere definizioni differenti di quale livello di rischio sia accettabile per la sicurezza.

Questo spiega perché dovremmo ascoltare di più le persone che parlano di come valutare il rischio… e molto meno chiunque creda che la domanda abbia una risposta binaria, semplice.

Ecco. Le persone che agitano la lingua per la riapertura indiscriminata delle scuole sono come quelle che vogliono la chiusura indiscriminata: gente che rende davvero un cattivo servizio alla scuola dove ha studiato, evidentemente imparando cose diverse dal fare funzionare il cervello.

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Detenuti e tiranni
posted on 2021-03-12 00:26

C’è un seguito alla vicenda dell’attacco informatico che ha fatto strage di server negli Stati Uniti e nel mondo (sessantamila solo quelli ufficiali e chissà quanti ancora) grazie a falle storiche presenti in Microsoft Exchange e chiuse in emergenza solo pochi giorni fa.

Come succede di regola nella cibersicurezza, ora che il problema è stato arginato, un ricercatore ha pubblicato su GitHub una proof of concept dell’attacco: un esempio funzionante ma innocuo (per esempio, che lavora su un server configurato apposta per lasciarsi colpire e mostrare gli effetti dell’attacco stesso).

GitHub ha rimosso il codice.

La cosa ha fatto scalpore perché è inusuale; le proof of concept sono strumenti a disposizione dei ricercatori. I pirati che volevano usare l’exploit, come viene chiamato il software capace di portare a segno un attacco informatico, lo hanno già fatto e certamente hanno bisogno di conoscenze complessive ben superiori a quella del codice in sé.

Il problema è che l’attacco è stato devastante per i server Microsoft Exchange, non altri; e che GitHub è proprietà di Microsoft. È da escludere che la seconda abbia ordinato alla prima di censurare, mentre invece lo zelo spontaneo per compiacere il padrone è considerabile.

Uno dirà che GitHub, in quanto casa di innumerevoli sviluppatori e progetti di software libero, non possa piegarsi troppo ai voleri di Microsoft; se delude la comunità, è l’argomento standard, la comunità se ne va.

Il problema è che la comunità inizia a essere una comunità Microsoft, di gente che programma con l’ambiente Microsoft, pubblica il software in un repository di proprietà Microsoft, accende istanze di cloud Microsoft eccetera.

Infatti sono sorte voci in difesa del provvedimento; una delle motivazioni è che ci sono ancora cinquantamila server non aggiornati, vulnerabili all’attacco.

Il problema dunque non è più avere server non aggiornati, ma fare sì che possano restarlo senza conseguenze.

Questa cultura è tossica e difatti ancora a livello planetario non siamo riusciti a estirpare completamente Internet Explorer 6, come del resto vale per Flash.

I portatori di questa cultura detengono il software (lo fanno loro); detengono lo spazio di pubblicazione del software indipendente; detengono le menti di chi è stato assimilato e asseconda questa strategia.

La filosofia open source è abituata alla figura del benevolent dictator, il plenipotenziario che ha l’ultima parola sullo sviluppo del software. Questa dittatura è tuttavia molto più subdola e mira a sterilizzare l’open source, che deve diventare un parco giochi innocuo per gli interessi di Microsoft, pronto a sterzare dove serve quando serve grazie al controllo di tutti gli strumenti e di una comunità assuefatta a pensare a Microsoft tutte le volte che si parla di software libero.

Una comunità di detenuti allevata da un tiranno amorevole, morbido, simpatico, che ama tanto Linux, vende strumenti tanto comodi. E fa sparire il codice scomodo all’occorrenza.

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