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Passato di verdura
posted on 2021-09-25 02:11

Come fa giustamente notare John Gruber, se la proposta europea di standardizzazione dei connettori per computer da tasca fosse passata nel 2009, oggi saremmo a divertirci con un connettore a trenta pin o con quel microUsb che a guardarlo dentro sembra stato progettato da uno psicopatico.

Mentre non c’è il minimo dubbio che l’attuale USB-C prima o poi troverà un successore migliore. Per eliminare la spazzatura elettronica presente in forma di vecchi connettori sarebbe meglio finanziare la ricerca sulle forme migliori di carica wireless, che blindare il connettore e condannare mezzo miliardo di persone alla stasi tecnologica.

Al governo, come se fosse, dell’Europa sta gente ignorante e si sapeva. Ignoranti anche del passato. Le standardizzazioni o i tentativi di imporle nell’informatica non sono mancate, a partire dal mitico MSX che nacque per razionalizzare la giungla dei microcomputer. Nacque vecchio e ebbe rilevanza zero.

USB ha effettivamente unito il mondo… grazie ad Apple, che lo adottò da sola mentre il mercato viveva ancora di porte seriali e parallele. USB generò certo una montagna di rifiuti informatici, ma portò connettori migliori anche per consumi e ingombri. Senza l’innovazione di Intel, popolarizzata da Apple attraverso una scelta elitaria, saremmo a baloccarci con Rs-232 e compagnia come quaranta (quaranta) anni fa.

Il bello del retrocomputing è che eventi favolosi e bellissimi vivono per una settimana e poi chiudono, per lasciare il posto al presente e a chi progetta il futuro. Vivere nel retrocomputing per sempre sembra una di quelle profezie da santone che sembrano promettere il paradiso e poi rivelano l’inferno.

Solo negli organismi europei si possono trovare personaggi sufficientemente ottusi da imporre il passato per legge e farlo pure passare come difesa del verde.

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L’ora del dilettante
posted on 2021-09-23 00:36

Neanche lo voglio tradurre. Dovrei aprire un blog a parte e ripetere questo tweet sempre uguale ogni giorno per dieci anni.

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Prima inter sparses
posted on 2021-09-20 02:37

Google annuncia l’arrivo in autunno di computer da tasca Pixel equipaggiati con processore fatto in casa. Nel 2023 arriverebbero anche i primi Chromebook.

Amd, intanto, non sembra intenzionata a produrre chip Arm ma ritiene opportuno fare sapere che, alla bisogna, è pronta a farlo.

Intel intende produrre chip Arm per conto terzi, nel quadro di una strategia di rilancio per uscire dalla attuale crisi strategica.

La notizia di Microsoft che progetta chip Arm data a Natale scorso.

Apparentemente una intera industria è al lavoro per colmare il ritardo che ha scoperto di avere nei confronti di una aziendina spesso accusata di non fare più innovazione da quando se ne è andato il titolare.

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Chiuso per stereotipi
posted on 2021-09-19 00:28

Ricordo come fosse ieri le letture su Apple che con il system-on-chip M1 chiudeva la piattaforma Mac e fondamentalmente eliminava la libertà di ciascuno di decidere che software fare girare sulla propria macchina.

Poi ho visto che cosa ha fatto Alyssa Rosenzweig, sviluppatrice Linux.

Che Linux girasse su M1 era solo questione di tempo. Che questi Mac siano più chiusi dei precedenti è solo uno stereotipo che si è ascoltato decine di volte e finisce sempre per essere smentito.

Con un pizzico di cattiveria, penso anche a quelli per cui la libertà è dovuta. Con tutti i limiti dell’argomento, più si è capaci di esercitare la libertà, più si è liberi. La sola capacità di aspettare Rosenzweig è certo libertà, ma di un altro valore.

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Chi siamo, dove andiamo
posted on 2021-09-15 00:13

Sembra ieri e invece era il 2007 quando Steve Jobs annunciò il cambio della ragione sociale, da Apple Computer a Apple.

La cosa fece gran rumore. Avrebbe potuto farne molto di più, se non fosse stato che Jobs si esibì in uno dei suoi più formidabili campi di distorsione della realtà:

Mac, iPod, TV e iPhone. Solo uno di questi è un computer. Quindi cambiamo il nome.

Se avesse detto la verità, avrebbe suscitato un clamore superiore, ma forse Apple ne avrebbe risentito in modo anche ragguardevole. Perché erano tutti computer.

Jobs non poteva ammetterlo, perché tantissimi non avrebbero mai comprato un computer da tasca al posto di un telefono, mentre invece si sarebbero messi in fila per un telefono dotato di nuove possibilità.

E sapeva benissimo che ammetterlo sarebbe stato inutile, per un motivo: tempo qualche anno, a nessuno sarebbe più interessato alcunché di che cosa fossero quegli aggeggi in vendita con la mela sopra.

Eccoci al 2021. Apple distribuisce un aggiornamento di sicurezza straordinario, per chiudere la porta a un attacco piuttosto grave a cui è vulnerabile l’intera linea di prodotti (visto, che sono computer?).

Quando si parlava di computer, in un caso come questo fioccavano gli articoli divulgativi, le interviste, i disassemblaggi del malware da spiegare all’uomo della strada, cronistorie sulla sicurezza informatica, polemiche.

Oggi è rumore di fondo. Chi ci tiene aggiorna al volo, chi non ne sa aggiornerà quando glielo diranno i device, non succederà niente di drammatico.

Intanto Apple manda in onda uno show in diretta planetaria dedicato ai nuovi annunci di prodotto.

Invece di un amministratore delegato su un palco, abbiamo un maestro di cerimonia che dipana un filo rosso tra musicisti, illustratori, medici di pronto soccorso, rider, studenti, sportivi, uomini e donne della strada, cantanti, arrampicatori, ginecologi, trainer, videomaker, attori, allenatori, surfisti, impiegati e chissà quanti ne dimentico. L’umanità rappresentata mentre viene liberata di volta in volta grazie ad watch, iPhone, iPad (classico e mini), naturalmente iPhone 13 normale e Pro, tv+.

La tecnologia c’è e di eccellenza, ma sta immersa tra una serie TV e un trekking sulle colline, meditazioni in palestra e montaggi video, scogliere e quartieri urbani, maggioranze e minoranze, un caleidoscopio creato con dispendio immenso di mezzi e capacità.

Ci siamo arrivati. A nessuno interessa più la tecnologia in quanto tale, perché Jobs ha vinto, anzi, stravinto e il computer, da oggetto con cui interfacciarsi, è diventato oggetto della nostra vita, pervasivo come i rubinetti dell’acqua o le sedie o i pigiami.

L’amplificatore di intelligenza originale oggi svolge la stessa funzione per la salute, la forma fisica, la preparazione scolastica, le imcombenze d’ufficio, gli hobby e le aspirazioni, i rapporti umani e quelli da stampare per il capo, senza vincoli di distanza, difficoltà, peculiarità.

Il conglomerato Apple è un’impresa nell’impresa, impegnato nella sfida di trasformare in valore qualunque aspetto della vita quotidiana. La metafora della scrivania si è espansa all’universo conosciuto, almeno quello abitato.

Il computer, anche se nessuno più lo riconosce, è diventato l’ausilio prezioso che avrebbe già voluto essere dagli anni ottanta, che ci aiuta a definire chi siamo, che cosa vogliamo, dove andiamo, e anche a tradurre tutto questo in realtà.

La questione su quanto duri la batteria di watch o se iPad mini sia meglio con USB-C o Lightning, che una volta avrebbe appassionato intere mailing list, è risolta dall’esistenza stessa dell’oggetto, che si autolegittima.

Fu detto cambiare il mondo una persona alla volta. È questo. Psichedelico, rutilante, sopra le righe, sempre al limite della spacconata o del kitsch, sempre evitati con un cambio di scena che trasforma ogni sequenza in una celebrazione olistica con reminiscenze hippy della vita, delle persone, del talento di ciascuno.

Celebrazione interessata, non c’è dubbio, non per questo meno vera. Apple manda in scena il più grande spettacolo del mondo, dedicato allo spettacolo del mondo.

Chi siamo e dove andiamo dipende da noi, ma anche da tutti noi, e anche da loro, i cui droni hanno tributato un omaggio vitale e quasi selvaggio alla California, dove non è cominciato tutto, ma si è girato un angolo che ha cambiato la storia dell’umanità.

Non sappiamo di preciso quando arrivano gli watch Serie 7, ma viene voglia di svegliarsi domani e mettersi in gioco su qualcosa di immensamente sfidante, armati di tecnologia sottile, leggera, fidata, a volte imprevedibile e incostante, sempre in sviluppo, come vorremmo potesse sempre essere l’oggi.

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Buttato vietare
posted on 2021-09-07 01:09

Sono cambiate tante cose. L’azienda usa i Pc; si lavora in ufficio otto ore al giorno; devi usare il computer che ha deciso l’azienda. Tutti dogmi che si sono rivelati miti, grazie a aperture liberali come il Bring Your Own Device oppure a mazzate pandemiche che hanno smontato la presenza in ufficio obbligatoria e hanno sbriciolato i pezzi.

Dimostrazione pratica, lo spazio di lavoro domestico di Viktoria Leontieva, design systems topologist per Microsoft.

Leontieva lavora interamente da casa, su piattaforma interamente Apple; e la sua scrivania fa impressione per quanto è piccola e nel contempo funzionale.

Quando in azienda si usano frasi fatte a proposito dell’ambiente di lavoro, dell’opportunità di stare in ufficio, dell’uniformizzazione di hardware e software, ecco, mostri queste foto e tutto va in briciole.

Sto anche sperimentando di persona in queste ore quanto sia difficile fare passare questi concetti e fare aprire gli occhi a persone autoincaricatesi della difesa di un proprio orticello recintato dalla resistenza al cambiamento e seminato a pigrizia, paura, miopia.

Si può sempre vietare qualcosa nel tentativo di fermare il cambiamento dei tempi e delle convenienze. È tempo buttato, sono soldi sprecati.

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Preferisco una certezza
posted on 2021-09-06 01:18

Sono contento che Apple abbia deciso di prendere tempo addizionale per ripensare al suo sistema di individuazione di immagini abusive di minori. Insisto e ripeto: ad Apple (a chiunque) quello che tengo sul mio iPhone dovrebbe interessare zero, salvo ovviamente ordine di un giudice per motivi giustificati.

È che non abbiamo un sostitutivo: abbiamo una parentesi di incertezza di durata indefinita.

Di questo non sono per niente contento, poiché preferisco una certezza, anche sgradevole, all’incertezza.

Su qualunque altro argomento potrei essere contraddetto e ascolterei con attenzione; qui rimango irritato e nervoso perché c’è un contesto, nel quale la politica si aspetta da Apple certi risultati quantitativi nella caccia al detentore di foto proibite e in cui le altre società analizzano senza remore gli spazi cloud delle persone, ma anche senza dirlo troppo apertamente. In altre parole, Apple deve avere un qualche sistema di riconoscimento delle foto e deve trovare un numero accettabile di immagini,

Non fa piacere a nessuno l’analisi delle foto presenti su iPhone; nemmeno farebbe piacere, però, che Apple passasse al setaccio gli account iCloud alla ricerca di questa o quella categoria di foto.

Tra queste due alternative c’è un intervallo nel quale potrebbe cadere la soluzione Apple. Solo che non sappiamo a quale estremo sarà più vicina e neanche quando arriva. Dovendo Apple fare per forza qualcosa, è pacifico che qualche meccanismo ci sarà.

Spero ce lo svelino in fretta.

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Privacy e realtà: un attacco omologato e superficiale
posted on 2021-08-28 00:49

Ho illustrato ieri il contesto dentro il quale Edward Snowden ha duramente attaccato il sistema di Apple per salvare capra e cavoli, ossia salvaguardare la privacy delle persone e nel contempo individuare materiale fotografico abusivo di minori.

Lo riassumo rapidamente: Apple è nel mirino dei politici per non avere politiche di scansione becera del proprio cloud e, a causa di questo, effettuare una quantità risibile di segnalazioni alle autorità. Al tempo stesso non ha cifratura completa su iCloud, il che la espone ulteriormente alle richieste delle autorità. Quindi sta sviluppando un metodo per arrivare alla cifratura totale di iCloud e, nel contempo, dare comunque ai politici quello che vogliono e cioè un contributo percepibile all’individuazione di materiale abusivo di minori.

Snowden si inserisce qui, con un articolo intitolato La “i” che tutto vede: Apple ha appena dichiarato guerra alla tua privacy. Mi chiedo che cosa avrebbe scritto per commentare i metodi di sorveglianza Csam (Child Sexual Abuse Material) usati da Google o Microsoft o Facebook, che stanno a quello di Apple come un martello pneumatico sta a un cesello, ma da una ricerca abbastanza accurata non sono riuscito a trovare niente di altrettanto mirato e violento. Potrei semplicemente non averlo trovato. Intanto, mi resta l’impressione che il tema sia caldo unicamente perché se ne occupa Apple.

Potrebbe anche andare bene, se ci fosse un’analisi puntuale e precisa di che cosa succede. Andrebbe benissimo se una persona con la sua reputazione e il suo passato dicesse qualcosa di speciale, che aiuti a capire, faccia un passo avanti, proponga soluzioni cui nessuno ha pensato.

Invece il suo pezzo è costruito attorno a giochini verbali, opinioni precostituite, ipotetiche che lasciano il tempo che trovano e il dibattito sulla questione esattamente uguale a prima, solo con più amaro in bocca. C’è anche quella fastidiosa attitudine del tipo posso usare tecniche retoriche che il mio bersaglio non è legittimato a usare, irritanti perché inutili e vuote: criticare Apple che si sforza di parlare da un gradino che vorrebbe essere più in alto, da cui parlare in toni bassi e solenni va bene… a patto di scrivere un articolo non impostato su toni analoghi. Precisare che si rimane intenzionalmente lontani da toni tecnici e dettagli procedurali è OK… solo che poi non sei più legittimato a tenere una lezione sul significato di cifratura end-to-end.

Soprattutto, i dettagli tecnici, in questo caso, sono esattamente quelli che fanno la differenza. Toglierli di mezzo significa equiparare il sistema di Apple a quello degli altri. Potrebbe magari essere peggiore, ma di certo non è uguale. E allora i dettagli contano.

Anche perché, se non contano, finisci per scrivere cose come

Con il nuovo sistema, è il tuo telefono che cerca foto illegali per conto di Apple, prima ancora che le foto abbiano raggiunto i server iCloud, e – bla bla bla – se viene scoperto abbastanza “contenuto proibito”, parte una segnalazione alle autorità.

A voler giocare sui dettagli, 1) è indifferente quando parta la ricerca rispetto al lavoro dei server iCloud. È solo un espediente retorico per calcare la mano; 2) non parte affatto una segnalazione. Due inesattezze in tre righe? Sei Edward Snowden, mica il gelataio in piazza (onore e gloria ai gelatai, senza i quali non potrei esistere d’estate). Se devo essere convinto va bene, purché si usino precisione ed equilibrio.

Equilibrio usato invece per dare il colpo al cerchio e alla botte, per avere ragione da una parte e anche dalla parte opposta. Per avere sempre ragione. Senza scomodare Popper che oramai vien tirato in ballo anche per parlare del rigore della Salernitana, non puoi applicare metodi opposti e avere ragione sempre.

Di che cosa parlo? di frasi come

Apple intende imporre un nuovo e mai così intrusivo sistema di sorveglianza su molti degli oltre un miliardo di iPhone…

Insomma, farla franca è impossibile o quasi. Solo che poi:

Se sei un pedofilo professionista con una cantina piena di iPhone contaminati da Csam, Apple ti concede gentilmente di esentarti da queste scansioni semplicemente girando l’interruttore “Disabilita iCloud Photos”, un bypass che mostra come il sistema non sia mai stato progettato per proteggere i bambini, come vorrebbero farti credere, ma piuttosto il loro marchio. Fino a che tieni quella roba fuori dai loro server, e così tieni Apple fuori dai titoli sui giornali, Apple se ne disinteressa.

Questo argomentare è problematico. Mostra che Snowden conosce perfettamente il contesto che c’è dietro, ma lo ignora intenzionalmente. Peggio di questo, si fa passare il sistema per sorveglianza totale e ineludibile… che eludere è facilissimo, per i criminali. Se invece uno è una persona normale, no, l’interruttore non lo può girare. Snowden vuole avere ragione nel dire che è sorveglianza diffusa e capillare, e vuole avere ragione nel dire che è facile uscirne. Che sorveglianza è, allora? Come si può avere contemporaneamente ragione su tutto e sulla sua negazione?

In cauda venenum. Snowden si premura di fare sapere che il sistema è gravemente fallato. Peccato che si limiti a dare un paio di link e che il dibattito resti assolutamente dove si trovava prima. E che le obiezioni siano note ad Apple, e che il sistema ne tenga conto. Non è questo il momento di entrare nei dettagli; comunque c’è gente che si affanna a scrivere software per elaborare falsi positivi oppure immagini diverse con lo stesso hashing percettivo. Peccato che, per come ha congegnato le cose Apple, per condurre un attacco realmente pericoloso ci voglia molto di più. E nessuno, neanche Snowden, sappia se sia possibile condurlo nella pratica.

Ma naturalmente, sostiene Snowden, Apple crea un precedente che certamente porterà ad abusi del sistema da parte di governi male intenzionati.

Che cosa accadrà se, tra pochi anni al massimo, passa una legge che proibisce la disabilitazione di iCloud Photos, costringendo Apple a scandire foto che non sono copiate su iCloud?

A parte che si tratta di una situazione inconcepibile, se fosse proibito disabilitare iCloud Photos, tutte le foto finirebbero su iCloud. Così Apple scandirebbe le foto nel cloud… esattamente come oggi fanno Facebook, Microsoft, Google, TikTok, Amazon, chiunque. Apple avrebbe speso tempo e denaro per nulla. Ma questo significa anche che il sistema proposto da Apple, almeno sulla carta, è migliore della becera scansione del cloud.

Che accade quando un partito indiano domanda che vengano cercati meme associati a movimenti separatisti?

Succedesse, sugli iPhone comparirebbe un database di riferimento diverso dall’attuale. Se ne accorgerebbe il mondo in un quarto d’ora (su tutti gli iPhone del mondo viene installato lo stesso iOS e non esistono versioni personalizzate); la reputazione di Apple colerebbe a picco. Un suicidio commerciale in piena regola. A parte il fatto che, se per assurdo succedesse, Apple potrebbe sostenere ad libitum che nessun iPhone contiene quel materiale, perché nulla viene comunicato direttamente alle autorità.

Quanto tempo rimane prima che l’iPhone nella tua tasca inizi silenziosamente a compilare rapporti sul possesso di materiale politico “estremista” o sulla tua presenza in una manifestazione non autorizzata? O sulla presenza nel tuo iPhone di un video che contiene, o forse-contiene-forse-no, l’immagine sfocata di un passante che secondo un algoritmo somiglia a una “persona di interesse”?

Domande inquietanti. Che hanno nulla a che vedere con la situazione attuale, perché la loro traduzione in software è fantascienza. Il sistema annunciato da Apple non ha alcuna possibilità di eseguire alcuno di questi compiti. Se un domani lo fosse, sarebbe qualcosa di completamente diverso da quello che è stato annunciato. Vale a dire che questa preoccupazione è indipendente dall’annuncio di Apple.

Su queste premesse – che, con tutto il rispetto, la stima e la comprensione per quello che ha passato Snowden, sono giornalismo di seconda fascia e qualità scarsa – si avvia a nascere, conclude Snowden stesso,

una i che tutto vede, sotto il cui sguardo ogni iPhone cercherà da solo qualunque cosa Apple voglia o le venga ordinato di volere.

Un mondo in cui, semplicemente, non si venderebbe un iPhone che è uno.

O può darsi che mi confonda… o che io semplicemente pensi differente.

Ecco, io di differente dal dissenso che ho già letto sulla materia, non ho visto una riga.

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Privacy e realtà: un triplo salto mortale carpiato con avvitamento
posted on 2021-08-27 00:49

Prima di spiegare perché Edward Snowden ha attaccato in modo ingiusto e disonesto Apple rispetto al suo programma di individuazione di contenuti pedopornografici su iPhone, è necessario contestualizzare.

C’è un articolo di Mit Technology Review che chiarisce la situazione.

Le autorità di tutto il mondo fanno grande pressione sulle società di Big Tech perché lascino porte aperte dove c’è intenzione di cifrare comunicazioni e file e perché siano parte attiva per segnalare crimini perpetrati (anche) utilizzando sistemi di comunicazione digitale. In questo, la diffusione e la detenzione di materiale pedopornografico ha una fortissima priorità. Ecco che cosa può scrivere nel 2021 un senatore degli Stati Uniti:

L’esortazione al Congresso riguarda una proposta di legge molto controversa, che aumenta i poteri delle forze dell’ordine nel monitoraggio delle conversazioni online alla ricerca di tracce di abuso di minori.

Apple non si muove in a vacuum, come scriverebbero negli States, nel vuoto; c’è pressione da parte di autorità e governi. Ho già scritto che vorrei Apple disinteressata a quello che la gente memorizza sui propri apparecchi; questo, oggi, non è possibile. A meno che Apple chiuda o ridimensioni catastroficamente le proprie attività, per esempio smettendo di vendere computer, o eliminando iCloud.

Soprattutto, Apple si trova in una posizione doppiamente difficile. Nell’articolo di Mit Technology Review si accenna ai problemi di WhatsApp con i contenuti illegali (WhatsApp applica alla propria messaggistica cifratura end-to-end e in condizioni ordinarie non è in grado di spiare nei messaggi):

WhatsApp contiene funzioni di reportistica che permettono a qualsiasi utente di segnalare contenuti abusivi. Per quanto le capacità del sistema non siano affatto perfette, l’anno scorso WhatsApp ha segnalato a NCMEC oltre quattrocentomila casi.

(Ncmec è l’associazione americana di riferimento per le iniziative contro l’abuso e lo sfruttamento dei minori).

Quante segnalazioni di materiale abusivo di minori sono arrivate a Ncmec nel 2020? Ce lo ricorda iMore:

oltre 21 milioni da provider Internet. Venti milioni da Facebook, compresi Instagram e WhatsApp. Più di 546 mila da Google, oltre 144 mila da Snapchat, 96 mila da Microsoft, 65 mila da Twitter, 31 mila da Imagr, 22 mila da TikTok, 20 mila da Dropbox.

Da Apple? 265. Non 265 mila. Duecentosessantacinque.

Come si crede che Google possa mettere insieme oltre mezzo milione di segnalazioni? o Microsoft quasi centomila? O Facebook venti milioni? Hanno meccanismi di scansione dei rispettivi cloud e server, checché ne pensino i paladini della privacy.

E Apple? Come fa ad avere così poche segnalazioni? Ma prima di tutto, come fa ad averne, di segnalazioni?

Dal 2019 applica sistemi di identificazione delle foto abusive al traffico su iCloud Mail. Non su iCloud nel suo insieme; su iCloud Mail. La differenza è fondamentale perché, salvo eccezioni costituite da servizi relativamente piccoli oppure costosi, la posta elettronica viaggia universalmente in chiaro. Quella di tutti, non quella di iCloud. Se metto una foto in posta elettronica e spedisco il messaggio, chiunque sia in ascolto delle mie comunicazioni può vedere la foto. Chiunque.

Si capisce che l’email non sia un sistema ideale per fare viaggiare foto proibite. Quindi ne viaggiano poche. In chiaro; se cifro le foto prima di spedirle, rimangono inaccessibili a chiunque. Se criminali appena esperiti vogliono trasmettere foto proibite per email, le trasmettono cifrate. Oppure usano altri sistemi.

Mettiamoci nei panni del politico che vuole le Big Tech attive sulla lotta contro i materiali abusivi dei minori. Apple lavora diecimila volte meno di Facebook. Duemila volte meno di Google. quattrocento volte meno di Microsoft.

Il politico pensa che Apple non sta facendo la sua parte.

Non per niente, a un dirigente di Apple è scappato detto – in una conversazione privata divenuta atto giudiziario – che iCloud è oggi, involontariamente, la migliore piattaforma per detenere materiale abusivo di minori. Oppure, se vogliamo capovolgere la rappresentazione, quella che meglio protegge i dati dell’utente, persino quando questo sia un criminale.

Ora si dovrebbe avere capito perché si trova in una situazione di doppia difficoltà. Viene pressata dai politici, come tutte le altre, solo che non produce risultati.

Apple lo sa bene ed è per questo che la difficoltà è tripla. Perché ancora non dispone di una cifratura inviolabile su iCloud. Gli iPhone fisici non sono inviolabili (niente è inviolabile in assoluto), ma sono molto ben protetti. Servizi come iMessage sono analogamente molto ben protetti. Invece ci sono strati di iCloud che sono accessibili nel caso le autorità chiedano un mandato. La grandissima parte dei dati forniti alle autorità da Apple, sotto mandato, viene ottenuta bypassando gli apparecchi e accedendo a uno strato di iCloud non cifrato o di cui Apple possiede le chiavi.

Questo è dunque il triplo salto mortale: pressioni politiche, risultati pessimi, cifratura incompleta.

Che cosa cerca di fare Apple? È abbastanza chiaro ora: rispondere efficacemente alle pressioni politiche e mettere in opera un sistema che le consenta di arrivare alla cifratura completa di iCloud ma avere comunque risultati da presentare. Il tutto – carpiato con avvitamento – rispettando in modo ragionevole la privacy di chi usa i suoi apparecchi. Dettaglio (dettaglio?) trascurato con disinvoltura da tutti gli altri soggetti.

Può non piacere; a me non piace. Però il piano di partenza è questo, non l’utopia da cui parte Snowden come se tutto quanto sopra non esistesse. Domani spiego perché la critica di Snowden è davvero molto sotto quello che ci si aspetterebbe da uno con la sua reputazione. A partire dal fatto che a volere mettere le mani sulle foto abusive sono i governi, non Apple.

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Tre anni di risparmi
posted on 2021-08-25 23:49

Apple ha commissionato a Forrester uno studio sull’impatto dell’adozione di Mac M1 in azienda.

Immagino che fosse difficile ne uscissero risultati sfavorevoli per Apple. Tuttavia il metodo scientifico ci dice di analizzare, valutare e tenere per buono quello che regge all’analisi, in attesa di eventuali numeri più precisi o studi più accurati.

Lo studio è snello e semplice da leggere, va letto.

Un dato solo: in tre anni un Mac M1 fa risparmiare 843 dollari di minori costi.

Nel dato sono compresi i risparmi dati dal minor ricorso al supporto o dalla maggiore sicurezza, nonché gli incrementi di produttività di chi lavora con Mac.

Come dire che un’azienda sorda a prendere in considerazione (e valutare attentamente, ci mancherebbe) l’opzione Mac si autocondanna a spendere di più e produrre di meno.

C’è ben poco di altro da dire, il report va letto e passato alle persone illuminate che occasionalmente siedono sulle poltrone aziendali dove si decidono gli acquisti.

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Realtà alterata
posted on 2021-08-24 11:24

Si parte da Apple che minaccia la libertà e la riservatezza delle persone per la sua intenzione di inserire strumenti di verifica della presenza di foto valutate come pedopornografiche, tanto che vengono pubblicate lettere aperte firmate da liste chilometriche di associazioni per chiedere ad Apple di abbandonare i propri piani.

Si arriva a dichiarazioni filtrate dal processo Apple-Samsung, dove un dirigente di Apple parla di iCloud come la piattaforma più grande per distribuire materiale sessualmente abusivo per i minori.

La realtà non corrisponde mai perfettamente alla sua rappresentazione ed è necessario sempre un passo di analisi successivo. Senza approfondire quello che si è visto, letto, ascoltato, notato nei commenti, si può solo perpetuare una immagine alterata della realtà.

Oltretutto è in atto un’offensiva contro i linguaggi di comunicazione, per agganciarli a priori a una rappresentazione distorta della realtà, corrispondente a questo o a quello scopo ideologico, politico, moralistico eccetera.

Ieri leggevo del tentativo di sostituire allattamento al seno con allattamento al petto, perché evidentemente parlare di seno non è abbastanza inclusivo, qualsiasi cosa debba significare inclusivo.

Viva la realtà aumentata, viva la realtà virtuale, ma la realtà alterata no. Va combattuta costantemente e l’unico modo vero per farlo è ampliare la propria conoscenza.

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Alla fine l’ufficio
posted on 2021-08-23 02:04

Apple ha rinviato a gennaio il ritorno in ufficio dei dipendenti. I quali, una volta tornati, potranno comunque lavorare da altrove il mercoledì e il venerdì di ogni settimana.

Apple è anche l’azienda probabilmente più legata alla modalità di lavoro in ufficio. Eppure, tra varianti e convenienze, a gennaio saranno quasi due anni che i suoi dipendenti hanno facoltà di lavorare da remoto. E i conti non sono andati così male.

Gli uffici saranno sempre con noi, ma l’epoca dell’ufficio come luogo canonico per lavorare è tramontata per sempre. Se qualcuno insiste per averti in ufficio cinque giorni a settimana, ha un problema. Anche più di uno.

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A proposito di schoolware
posted on 2021-08-15 02:45

Nel teorizzare il mio curricolo di skill digitali per il primo e il secondo ciclo della scuola primaria sono partito come un rullo compressore a parlare di ipertesto, solo che prima occorre qualche generalizzazione riguardante il software.

Più avanti spiegherò anche perché è opportuno lavorare, specie inizialmente, in assenza di software, a patto che il software arrivi, in quanto esiste una differenza tra fondamenta e anacronismi.

Però ora illustro le caratteristiche generali che dovrebbe avere idealmente il software nella scuola:

  • dovrebbe essere software libero ovunque possibile. Per chi crede ai principî, public money, public software: il denaro speso nella scuola è di tutti ed è brutto spenderlo su software proprietario.
  • dovrebbe essere software universale, disponibile su ogni e qualsiasi piattaforma. PC, Mac, Unix, Linux, Chromebook, iOS, Android, iPadOS come minimo. L’ipotesi di lavoro è che sia possibile, nei limiti del ragionevole, applicarsi con qualunque hardware, anche l’ultimo degli smartphone portato in classe da un ragazzo meno abbiente oppure il computer più vecchio presente nel vecchio laboratorio di informatica (che dovrebbe lasciare il passo all’applicazione trasversale dell’informatica stessa nelle materie tradizionali).
  • il requisito precedente è spesso utopico. Probabilmente le scelte andranno verso software basato su Java oppure webapp accessibili da browser, che creano meno problemi di compatibilità interpiattaforma. Su iOS e iPadOS vale solo la seconda ipotesi.
  • Per questo motivo, invece che ragionare per applicazioni sarebbe opportuno ragionare per formati e lavorare su quelli raggiungibili da tutti gli apparecchi a disposizione, o dal maggior numero di essi, importa poco con che strumento software. L’obiettivo non è insegnare lo strumento, ma padroneggiare il lavoro sul formato. Più il formato è elementare, più facilmente ci si lavorerà su qualunque apparecchio.

Ragionare per formato aggira inoltre il tentativo delle società Big Tech di intrappolare le scuole in una bolla tecnologica proprietaria e permette agli studenti di scoprire la varietà degli strumenti a disposizione, insospettabile per persone non addentro e che invece rappresenta un valore immenso. Per specializzarsi su (o chiudersi in) applicazioni o piattaforme specifiche gli studenti avranno tutto il tempo che vogliono durante gli studi superiori.

Il discorso cloud è complicato. Naturalmente una Google o una Microsoft hanno un grande interesse a vendere alle scuole cloud arredato con applicazioni e da qui nascono molti mali (nonché a volte scelte dettate da interesse privato).

L’Italia avrebbe invece interesse a valorizzare nel modo migliore il denaro destinato all’istruzione di base. Purtroppo il discorso si fa politico e lo si amministra in modi che tengono conto di tutto tranne l’interesse di chi studia.

In un mondo distopico, ciascuna scuola ha le competenze (molto prima delle risorse necessarie, che sarebbero minime) per allestire il proprio cloud privato, perfino tenendolo fuori da Internet per risparmiare denaro e lavorare in sicurezza.

In un mondo utopico, il Ministero dell’Istruzione attrezzerebbe un proprio cloud a disposizione delle scuole.

In un mondo ideale, sempre il Ministero finanzierebbe la libera iniziativa delle scuole nell’acquisto dello spazio cloud necessario a ciascuna, con precedenza a fornitori europei e prezzi calmierati.

In un mondo possibile, le scuole farebbero quello che vogliono, purché il risultato sia avere a disposizione un cloud puro, da popolare con strumenti aventi le caratteristiche di cui sopra.

In un altro mondo possibile, il Ministero (eh, quante cose NON fa!) acquista a buon prezzo spazio cloud da tutti, Amazon, Google, Microsoft eccetera, e poi dà alle scuole lo spazio che occorre.

Nel mondo che abbiamo, le scuole sono ostaggio dei cloud arredati e questo crea inevitabilmente sovrapposizioni tra il software che intendiamo usare per gli studenti e quello proprietario e pagato già dentro il cloud. Qui serve una prese di coscienza delle dirigenze e chi la attuerà porterà un gran beneficio ai propri studenti. Certo bisogna impegnarsi, ma la strada più larga è quella meno vantaggiosa già dai tempi del Vangelo.

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Non c’è niente da vedere
posted on 2021-08-10 00:49

Non intendo perdere di vista la questione del curricolo informatico per la scuola primaria, solo che sui social è partito il tritacarne relativo alla prossima protezione allargata dei bambini che arriva su macOS, iOS, iPadOS, iCloud.

A scanso di equivoci, ribadisco la mia posizione primaria: ad Apple dovrebbe importare zero di che contenuti tiene la gente sui propri apparecchi.

Secondariamente, il tema è scivoloso, ambiguo, rischioso, delicato, per molti versi inesplorato soprattutto tecnicamente, controverso, polarizzante eccetera.

Bisogna essere preparati e comprendere molto bene la questione, altrimenti si alza il polverone, che non fa bene né a chi fosse d’accordo con il metodo né a chi lo disapprovasse.

Non sto parlando dei leoni da tastiera, dei fessi, dei disadattati da social; vedo grandi firme, persone serie e preparate, normalmente competenti, che prendono svarioni – in questo contesto – gravi.

Sembra anche che chiunque abbia una posizione radicata sulla materia, quale che sia, approfitti della questione per interpretare l’annuncio di Apple esattamente nello spirito della sua posizione, non importa che cosa ci sia scritto davvero.

Per il team di comunicazione di Apple sarà una bella prova, perché al momento le persone non hanno proprio capito o hanno frainteso o – peggio – vogliono capire solo quello che gli fa comodo. Se continua così, resteranno cicatrici sgradevoli.

Come consiglio a chi non è precipuamente interessato: stare alla larga dalle discussioni. In questo momento sono altamente tossiche. Come consiglio a chi fosse precipuamente interessato: leggere, rileggere, assicurarsi di possedere la materia. Ti trovi davanti anche persone assennate e competenti, normalmente, che non lo hanno fatto e sproloquiano.

Domani si riparte con il curricolo.

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Grandi e piccine
posted on 2021-08-07 01:50

Ho iniziato a leggere tutta la documentazione tecnica legata all’annuncio della protezione allargata dei bambini annunciata da Apple. Una faticaccia, ma voglio capire molto bene ogni piega dell’annuncio.

Al momento capisco che sono stati fatti tutti gli sforzi possibili per tutelare la privacy. Molti dei commenti in merito all’annuncio sono inesatti quando non inventati di sana pianta: umani di Apple intervengono (e possono intervenire) solo e unicamente in casi di gravità clamorosa, che eccedono una soglia di tolleranza sotto la quale tutto resta invisibile come è giusto che sia. Il lavoro di identificazione dei contenuti pericolosi per i bambini viene svolto in locale da software di apprendimento meccanizzato. Il confronto con il materiale fotografico presente su iCloud – la funzione agisce solo se è attivo il servizio iCloud Photos – avviene attraverso hash che oscurano totalmente la sostanza del materiale. Eccetera.

Le nuove funzioni di protezione inizialmente avranno seguito solo negli Stati Uniti e verrà valutata con attenzione ogni espansione internazionale, per non dare a sistemi repressivi l’occasione di abusarne. Eccetera.

A parole funziona tutto e Apple, che lo scrive, si rende conto della grande ambizione dietro un programma con questi obiettivi, quindi del potenziale di rischio che presenta se male attuato.

Grande ambizione di Apple. Mia piccola, piccolissima obiezione: ad Apple dovrebbe importare zero di che contenuti tiene la gente sui propri apparecchi.

Tutto il resto arriva dopo. I reati, fuori dalla fantascienza di Minority Report, si perseguono dopo che sono stati commessi e nelle nostre case non avvengono perquisizioni periodiche per verificare che riviste leggiamo o che cosa mostra il calendario appeso al muro.

Apple dovrebbe essere totalmente indifferente a quello che tengo e scambio attraverso il mio iPhone. Dovrebbe inoltre difendere con le unghie e con i denti la mia possibilità di essere l’unico a sapere che cosa tengo e che cosa scambio. Tutto il resto percorre la proverbiale strada lastricata di buone intenzioni, che porta sai bene dove.

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Per i miracoli
posted on 2021-08-04 01:52

L’Italia ha vinto il concorso canoro Eurovision, i campionati europei di calcio, l’oro maschile sui cento metri piani olimpici e quello del salto in alto sempre maschile, ambedue per la prima volta nella storia.

Un vento di euforia spazza la nazione.

Eppure tutto deve essere messo in prospettiva e in secondo piano, se si pensa che l’Italia è il prossimo Paese ad avere nella beta di iOS 15 le nuove Mappe.

Sembra la battuta su possibile, impossibile e miracoli, tradotta in pratica. (Gli esempi di Mappe presenti sul sito di Justin O’Beirne fanno benissimo sperare). Se va avanti così finisce che passano persino le riforme.

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La grande corsa all’innovazione
posted on 2021-08-03 00:40

Leggo che quest’anno Google abbandonerà Qualcomm e costruirà i propri processori per computer da tasca.

Ho la sensazione che venga già fatto, da un’altra società, da qualche anno, con discreti risultati, ma non riesco a focalizzarne il nome, magari poi mi viene in mente.

Può anche darsi che proprio i risultati ottenuti da questa società con i suoi processori fatti in casa sia la ragione del cambio di rotta di Google. Che dice anche molto sulla competitività dei processori usati attualmente, forse non proprio ottimale.

Il che parla chiaro anche sulle prestazioni di quello che viene venduto oggi con questi processori.

Da cui si deriva chi stia facendo effettivamente innovazione invece di andare al traino. Se solo mi venisse in mente il nome…

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C’ero anch’io
posted on 2021-07-31 00:34

Non capita tutti i giorni che Luca Maestri, Chief Financial Officer di Apple, parli agli analisti di un caso di successo di Apple in azienda avente per protagonista una società italiana.

Capita anche meno spesso che il sottoscritto faccia parte del progetto.

Stavolta è capitato.

Non aggiungo altro per discrezione. La presentazione dei risultati finanziari agli analisti è disponibile pubblicamente a chi avesse tempo da perdere per cercare dettagli.

Festeggio orgoglioso con il ritorno a un monitor 4k dopo due mesi di metà HD, un tiramisù non previsto, una to do list da paura e un weekend che eccezionalmente lascerò libero dal lavoro.

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Programmazioni scolastiche
posted on 2021-07-29 00:58

È già iniziato il balletto sulla ripresa della scuola a settembre, con preoccupazioni fondamentali come aprire necessariamente in presenza e vaccinare il corpo docente.

Mi dico: da marzo 2020 a settembre 2021, passato un anno e mezzo, la scuola si sarà certamente organizzata per lavorare in presenza e in sicurezza, sempre e comunque. Abbiamo un ministro che si occupa apposta della scuola, certamente ha predisposto al meglio ogni cosa.

Anche rispetto alle vaccinazioni, noto che da tempo sono aperte le prenotazioni per qualsiasi fascia di (maggiore) età. Sicuramente i professori si sono prenotati per tempo e si sono vaccinati o si accingono a farlo. In Lombardia, perfino a prenotare una prima dose ieri si trova posto per fine agosto e già mezza vaccinazione inizia a fare la differenza. Abbiamo un ministro anche qui e male che vada si organizzeranno eventi speciali di vaccino apposta per i docenti; dopotutto, a marzo si prometteva che tutti gli italiani sarebbero stati vaccinati entro fine estate e a giugno, comunque della promessa era rimasta almeno la prima dose. Fine estate è il 23 settembre; avere il cento percento dei docenti con la prima dose entro quella data, per la scuola italiana dove è in pieno svolgimento il valzer delle cattedre, sembra un progresso clamoroso.

Insomma, tutto va per il meglio.

Dall’Australia, invece, arrivano aggiornamenti critici riguardanti lo Stato del Queensland, dove irresponsabilmente – più che pensare ai temi strategici come i nostri – cresce nei college l’adozione del linguaggio Swift di Apple per insegnare coding, introdurre allo sviluppo delle app, preparare neanche tanto al futuro (che poi sarebbe presente) quanto al pensiero computazionale e alla logica.

A questi australiani il sangue è proprio andato alla testa e per forza, stando loro tutto il giorno a testa in giù: non vorranno mica preparare seriamente gli studenti al mondo del lavoro e dare loro un’istruzione adeguata alla realtà corrente. Con tutte le quisquilie di cui la scuola può occuparsi in sicurezza (di perdere tempo e farne perdere), occuparsi di questioni concrete e con ricadute effettive è davvero un affronto.

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L’appuntamento tanto atteso
posted on 2021-07-28 00:56

Il dito è il trimestre finanziario di Apple, impressionante anche per un metro ottimista. Il migliore trimestre primaverile di sempre, per distacco abissale, e vabbè, sono cose già lette. Questa, meno:

I primi tre trimestri del 2021 hanno reso più dei quattro trimestri del 2020.

(Si possono raccontare altre cose simpatiche su questi risultati, tipo che il trimestre primaverile – il peggiore nella tradizione Apple – ha battuto il trimestre natalizio 2017, che è tradizionalmente il migliore. Andiamo avanti, che si fa tardi).

La luna è quest’altra:

I profitti degli ultimi tre trimestri sono stati superiori a quello dell’ultimo trimestre non pandemico.

Significa che Apple sfrutta cinicamente il virus per fare soldi alle spalle delle persone?

No. Significa che c’era una debolezza negli strumenti usati per lavorare, imparare, divertirsi. La pandemia, semplicemente, l’ha rivelata.

Forse si tratta di una situazione strettamente legata alla pandemia, che poi finirà?

No. Il trend cesserà quando le persone saranno finalmente equipaggiate come avrebbero sempre dovuto essere, non quando finirà la pandemia. Anche perché sono ancora in vigore misure restrittive in tantissime nazioni del mondo, ma il blocco totale monolitico di durata indefinita oramai è una cosa del passato. Praticamente chiunque ha avuto modo di rifare almeno un salto in ufficio e magari continuare a lavorare da casa, ma per decisione invece che per necessità. Secondariamente, chi doveva aggiornare l’equipaggiamento per stare dietro a nuovi requisiti lo ha già fatto da un pezzo, mentre invece la crescita continua. Per non parlare del numero di vaccinati, che nelle nazioni evolute inizia a raggiungere livelli importanti. La pandemia di oggi non è quella del marzo 2020.

Ma quindi è solo una questione di lavoro?

No. I servizi, tra cui Apple Fitness o Apple Arcade, sono cresciuti ancora più dell’hardware, a livelli record. C’è proprio un altro modo di interpretare il computing nella vita oltre che nel lavoro e, di nuovo, il virus c’entra relativamente e sempre meno.

Tante parole dei consulenti su data transformation, digital transformation. Apple, semplicemente è puntuale all’appuntamento storico con il digitale che finalmente, quarant’anni dopo, comincia a mantenere le sue promesse di trasformazione positiva della società, del lavoro, della vita. E fornisce attrezzature adeguate al momento.

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Un undici quasi perfetto
posted on 2021-07-27 02:17

Apple ha pubblicato un elenco di undici buone ragioni per l’adozione di Mac da parte delle aziende.

Non dovrebbe neanche essere necessario e per questo non cambierà più di tanto le cose. Spiegare a un fanatico ottuso che un Mac ti fa risparmiare ottocentoquarantatré dollari rispetto a un Pc, oppure che un’aziendina come Salesforce adotta Mac su larga scala, funziona poco come ogni argomento razionale. Se poi il fanatico ottuso decide gli acquisti della società, non c’è neanche da pensarci.

Tuttavia il lavoro di questi ultimi anni centra il bersaglio da più angolazioni ed è giusto valorizzarlo. Oggi un Mac M1 con le app giuste è una macchina di potenzialità notevoli.

Solo una cosa non mi piace: far notare che Excel su un Mac M1 va veloce il doppio che su Intel.

Da utopista sognatore mi piacerebbe ritrovarmi con una combinazione di hardware e software tale da poter promettere velocità 2x grazie a M1 e 4x grazie a qualcosa che prenda il posto di Excel e lavori meglio. Un M1 software se Excel fosse un Intel, insomma.

Dopo di che, sarebbe perfetto.

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Cattivi a percentuale
posted on 2021-07-14 01:12

Apple è cattiva, monopolista e avida perché chiede il quindici percento dei proventi delle app in vendita su App Store che fatturano meno di un milione di dollari.

Da ottobre, Google chiederà a chi pubblica giochi su Stadia una percentuale del quindici percento, fino ai tre milioni di fatturato.

In questi mesi, ne deduco, Google deve essere qualcosa di persino innominabile, visto che la percentuale richiesta agli sviluppatori su Stadia è superiore.

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Se non sono ottusi
posted on 2021-06-24 01:06

L’Unione Europea procede, con annunci a orologeria, nell’investigare Apple per come ha strutturato App Store su iOS e se ci sia danno per la concorrenza.

Margrethe Vestager, Executive Vice-President della Commissione Europea, è riuscita a dichiarare che

Sembra che Apple abbia ottenuto un ruolo di “guardiana” rispetto alla distribuzione di app e contenuto agli utenti dei suoi diffusi apparecchi.

Ottenuto. Si capisce tutto qui, perché si vede il linguaggio della politica. Meglio, è il linguaggio di chi descrive una operazione di appropriazione, non si sa quanto indebita. Come avrà fatto Apple a diventare guardiana? Avrà promesso favori in cambio di una nomina? Corrotto una qualche autorità? Mercanteggiato in una commissione parlamentare? Negoziato una poltrona in cambio di un’altra poltrona? Ottenuto vuol dire che qualcuno lo ha dato e Apple lo ha ricevuto.

L’idea che Apple possa avere creato dal nulla una piattaforma prima inesistente, e che abbia scelto di curarla come potrebbe succedere per una biblioteca o collezione artistica, non può pervenire in alcun modo alle sinapsi di una politicante ottusa.

Questo nulla toglie alle problematiche che riguardano App Store, il trattamento di sviluppatori, il migliogramento della sicurezza e della affidabilità eccetera. Naturalmente App Store non è perfetto.

Ma Vestager e i suoi burocrati non investigano, in realtà; cercano di figurarsi quello che per loro è un ignoto, una forma culturale aliena, qualcosa che non sono in grado di capire, anticipare, raccontare; quindi controllare.

Quello che non possono controllare, cercano di neutralizzarlo. Se almeno facessero così solo con Apple, invece che su tutto il loro difettoso scibile, a spese di quattrocento milioni di cittadini costretti a farsi governare dall’ottusità.

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Un posto migliore
posted on 2021-06-22 12:44

Faccio eccezione alle mie regole di condivisione di contenuti e rendo omaggio a IlTofa che lo ha appena rilanciato. Un articolo semiserio, ma proprio per questo da prendere con attenzione, sulla costruzione di un metaverso da parte di Apple. Costruzione che sarebbe in corso davanti ai nostri occhi a partire da Wwdc 2019 e che culminerebbe in un substrato di realtà aumentata sovrapposto (affiancato? innestato? apparentato? abbinato? accoppiato?) alla nostra realtà consueta.

La costruzione si comporrebbe di quattro livelli – esperienza, il metaverso in quanto tale, applicazioni, piattaforma – e il pensiero dell’autore svolge un bel lavoro tra il creativo e l’analitico, a definire Shazam GPS per l’audio e incasellare le novità di quest’anno, da SharePlay a Spatial Audio generalizzato, fino a Universal Control che sembra un sistema per pilotare un iPad dal mouse da iPhone e invece è il prodromo di una soluzione globale di pilotaggio di un insieme iPhone/watch⁄futuri occhiali Apple eccetera.

Guardare sempre con il classico grano di sale a queste teorizzazioni, perché a un certo livello è più facile crearne di quanto possa apparire. È con noi da sempre la Pixar Theory, secondo la quale tutti i film Pixar si svolgono nello stesso universo.

Al tempo stesso, pensare che il Mac dei prossimi anni trenta potrebbe essere un substrato di realtà virtuale, beh, un pezzettino di innovazione la contempla, no?

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Realtà distanziata
posted on 2021-06-18 13:53

Ogni tanto fa bene alzare lo sguardo e puntare verso l’orizzonte. Articoli come Apple sta già costruendo un futuro di realtà aumentata, su The Motley Fool, fanno vagare la mente sul lungo periodo, che è una cosa buona.

In questi ultimi trimestri è diventato chiaro come Apple stia costruendo davanti ai nostri occhi le fondamenta della propria strategia di realtà aumentata. I Lidar presenti negli iPhone e iPad di oggi aumentano la precisione e la fedeltà della realtà aumentata sugli apparecchi e Apple sta già creando un ecosistema di app e strumenti per gli sviluppatori.

A leggerne così sembra una cosa grossa, molto grossa, che impatterà significativamente. Sono molto scettico sulla seconda parte e non credo che ci sarà tutto questo impatto. Concordo maggiormente sul fatto che sia una cosa grossa, solamente non destinata a spostare equilibri.

Devo tuttavia stare all’erta: se Asymco è d’accordo su una proiezione a lunga scadenza, quella proiezione merita doppia considerazione. E Asymco ha detto Yup.

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L’elefante nascosto
posted on 2021-06-13 17:34

Una copertura davvero controcorrente di almeno un aspetto di WWDC? Il problema della documentazione, molto ben trattato da The Eclectic Light Company, per il cui autore rappresenta L’elefante a WWDC.

Non si parla della documentazione per l’utente finale, del mitico manuale, ma proprio di quella per gli sviluppatori. Apple sta realizzando un nuovo sistema per produrre documentazione, denominato DocC, che però sarà un contenitore e poco farà per risolvere il problema della carenza di buone descrizioni del funzionamento interno del software Apple.

Non è stato sempre così, anche senza risalire agli altrettanto mitici sei volumi di Inside Macintosh. Oggi lo sviluppo continuo, il moltiplicarsi dei sistemi e la complessità delle problematiche in gioco hanno reso sempre più complicato il lavoro di chi deve documentare e, si coglie, messo in evidenza il problema di una certa carenza di competenze, al contrario di quelle ingegneristiche e di sviluppo.

DocC è comunque una prima risposta al problema, di cui evidentemente Apple ha consapevolezza. Chiaro che, per conservare un primato nell’esperienza utente, non basti avere il miglior software possibile e che serva pure mettere gli sviluppatori indipendenti all’altezza di scrivere software superiore.

L’articolo cita brevemente anche esperienze indipendenti di documentazione, come il mitico (terza volta) pondini.org, oggi non più attivo, che illustrava ogni e qualunque aspetto di Time Machine.

Apple ha due problemi oggi, chiosa il post: bug e documentazione. Significativo è già che vengano esposti alla pari, anche se uno parrebbe più immediato e urgente dell’altro. Non è affatto così.

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Scontri culturali
posted on 2021-06-05 13:00

Non si fa in tempo a scrivere un pezzo sull’approccio di Apple al lavoro intelligente che diviene pubblica una lettera scritta da un gruppo di dipendenti per chiedere più flessibilità rispetto alla scelta di lavorare in presenza oppure in remoto.

John Gruber ha espresso chiaramente il punto di vista culturale di Apple: la società ha un approccio che dà molto valore al gruppo di lavoro e preferisce di molto l’ambiente dell’ufficio.

Gruber aggiunge alcune valutazioni personali che hanno diritto a fare parte del dibattito: in sintesi, Apple è diventata così grande che per forza di cose ospita anche persone poco adatte, o inadeguate, alla filosofia aziendale.

Sembra una schermaglia banale e invece va seguita, perché è rappresentativa di una tendenza che in autunno diventerà in alcune aziende una miscela esplosiva. Inoltre costituisce l’inizio di un cambiamento culturale profondo nel considerare l’attività lavorativa.

Per il momento aggiungo solo un paio di nozioni, anch’esse di diritto parte importante della discussione.

La prima: la buona organizzazione vince su tutto. Apple per prima ha dimostrato di poter sviluppare, creare e vendere a pieno ritmo anche a Apple Park deserto e tutti a lavorare da casa. È iniziata la transizione a M1 (e hai detto niente), sono usciti regolarmente nuovi modelli di tutto, i numeri hanno regolarmente superato le previsioni. La produttività di un’azienda dipende dalla sua organizzazione, non da dove si lavora.

(Ciononostante, Apple ha ragioni per volere la gente in ufficio tre giorni a settimana. Ma questo non riguarda la capacità dell’azienda di funzionare al meglio).

La seconda: la lettera dei dipendenti ha avuto origine su un canale Slack interno ad Apple. Ci sono strumenti per la conversazione e la collaborazione che vanno bene per aziende di decine di migliaia di dipendenti con fatturati di centinaia di miliardi.

Ha ragione Gruber nel dire che nella Apple di una volta, un canale Slack non sarebbe mai esistito. I tempi, nondimeno, cambiano.

La cultura dell’ufficio contro la cultura del lavoro intelligente (non in Apple, ovunque). È nell’interesse di tutti trovare una composizione armoniosa. Si annunciano tempi interessanti.

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La forza irresistibile
posted on 2021-06-04 02:09

Da settembre, i dipendenti Apple lavoreranno in ufficio lunedì, martedì e giovedì, mentre avranno l’opzione di lavorare in remoto il mercoledì e il venerdì.

Ad alcuni reparti specifici saranno chiesti quattro o cinque giorni a settimana in presenza; in compenso, tutti potranno fare domanda per avere fino a quindici giorni supplementari l’anno di lavoro in remoto, che saranno concessi o meno dai responsabili di reparto.

Nel 2022 verrà effettuata una valutazione dei risultati, che potrebbe portare a una nuova riformulazione degli orari di lavoro.

È una vera prova di forza di Apple, non con i dipendenti ma con la propria significatività; si moltiplicano negli Stati Uniti – ma arriverà l’onda anche qui – i casi di aziende ansiose di riavere le persone negli uffici, mentre le persone stesse non sono altrettanto trepidanti, con alcuni che addirittura si licenziano se trovano la richiesta ingiustificata o eccessiva.

Ci sono mille distinguo da fare perché le situazioni, ovviamente, sono molto diverse tra loro; certo è che, se certe aziende possono porsi come oggetti inamovibili nel rivolere le persone in ufficio, queste ultime potrebbero rivelarsi una forza irresistibile. Negli Stati Uniti non è infrequente che un pendolare convertito al remote working risparmi cinquemila dollari l’anno.

Stai a vedere che, magari suo malgrado, Apple si ritrova a fare innovazione anche in questo campo.

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Il vitello dai piedi di bambù
posted on 2021-05-24 00:42

Fabio Massimo Biecher ha chiesto su LinkedIn all’amico Akko e a me una disamina laica del recente articolo del New York Times dedicato ai compromessi e alle contraddizioni sulla privacy che contraddistinguono il rapporto di Apple con la Cina.

Un disclaimer doveroso: una volta sulle mailing list, ora sui social, vengo accusato circa una volta a bimestre di essere un agente al soldo di Apple e guadagnare dalla mia attività di blogger. Si sappia, lo avevo già detto, che anni fa ho acquistato una azione di Apple. L’investimento ha avuto un successo poderoso e, per esempio, lo scorso trimestre mi ha fruttato quarantatré centesimi. Per via di una scommessa ho comprato una seconda azione. Nel 2021 potrei pertanto intascare da Apple qualcosa come due o persino tre euro. Si capisce come potrei scrivere qualsiasi cosa, pur di accumulare denaro.

Prima di tornare in argomento, faccio notare che Akko ha già composto una risposta da tesi di laurea e in ambito fattuale è rimasto assai poco da dire. La sua conclusione è largamente condivisibile:

alla fin fine Apple non ne esce affatto bene, ma da dove sto seduto io non si vede come chiunque avrebbe potuto far meglio di Tim Cook a questo giro.

Si fa molto moralismo di maniera, ma non si sentono molte strategie alternative così migliori di quella attuale di Apple.

Quello che ho da aggiungere è in parte mutuato dal commento di John Gruber su Daring Fireball, di cui mi piace riportare una frase su un aspetto della questione che trovo sottovalutato.

Perfino alla luce dei molteplici e significativi compromessi accettati da Apple per rispettare la legge cinese, appare del tutto possibile che usare apparecchi Apple e iCloud sia una delle cose più private che chiunque, piramide di governo cinese a parte, possa fare in Cina.

Stiamo a parlare delle (non) alternative di Apple; e quelle delle persone? Il New York Times ha descritto anche la rete di sorveglianza che copre le città cinesi.

Una delle più grandi reti spionistiche al mondo prende di mira le persone ordinarie e nessuno la può fermare.

Il governo cinese non ha bisogno dei dati di iCloud; ha mille modi più pervasivi e invasivi di ottenere informazioni molto più compromettenti e decisive. Semplicemente, si adopera perché Apple si conformi o comunque non goda di troppa indipendenza sulla privacy degli utenti. Tim Cook non può essere messo a fare lo zerbino, neanche dai cinesi; troppi posti di lavoro, troppa economia che gira, troppa tecnologia avanzata. Xi non può neanche tollerare che Cook si prenda libertà non concesse a terzi.

Apple, è vero, scende a compromessi con il governo cinese. Ma non è compromessa con il governo cinese, come invece altri. Un iPhone può consentire una parvenza di privacy, dove l’alternativa è l’assenza. Un ritiro di Apple dal mercato cinese farebbe contenti tanti farisei della privacy e darebbe la stretta definitiva a milioni di persone già sotto strangolamento costante quotidiano, e certo non per farsi propinare pubblicità più personalizzata.

Mi accodo inoltre a quanto ha già scritto chiunque altro per fare notare che il manicheismo, tutto bianco o tutto nero, funziona male se bisogna spiegare interazioni e situazioni che implicano conseguenze per miliardi di persone e miliardi di dollari. Apple è una squadra molto vincente in questo momento e le squadre che dominano sono molto amate, e molto odiate. L’idea che, per parafrasare Elio, Apple abbia in effetti piedi di pane ricoperti da un sottile strato di cobalto, è irresistibile per i rosiconi, i vorrei ma non posso, quelli che dicono neolibberismo con due b, gli infastiditi dalla necessità di usare l’intelligenza prima di provare a dire cose intelligenti, per tutto questo popolino che vive strisciando nella polvere e si vendica con la gioia di vedere cadere nella polvere qualcun altro.

Se si sale appena di un gradino, si capisce che il mondo è complicato e le reti sono intricate. Apple deve poter contare sulla produttività unica al mondo delle fabbriche cinesi, per poter continuare a crescere con i numeri attuali. Le fabbriche cinesi le ho viste di persona, venti e passa anni fa, come giornalista, in occasione del ventennale della fondazione di Acer.

Notato niente? Acer è taiwanese. Nei discorsi ufficiali, la Cina considera Taiwan parte del proprio territorio, che si riprenderà con le buone o con le cattive. Il governo taiwanese, nelle manifestazioni più gentili dei cinesi, è illegittimo.

Eppure già negli anni novanta Taiwan apriva fabbriche in Cina, con il pieno favore delle autorità. In quelle fabbriche, già allora, veniva prodotta tutta la tecnologia informatica occidentale. Ho visto pile di portatili HP pronte per la spedizione oltreoceano. Sì, pile di computer HP, prodotte nelle fabbriche Acer. E pile di PowerBook Apple accanto a quelle di portatili HP. Tutti uguali perché prodotti nelle stesse fabbriche? No, tutti diversi, perché prodotti con disciplinari differenti. La differenza non la faceva la catena di montaggio ma la precisione, le tolleranze, la qualità (e il costo) del personale al lavoro, la qualità delle materie prime, la meticolosità (o meno) del controllo finale.

Ma divago. Voglio dire che il mondo aveva le sfumature di grigio già allora e i cretini sputavano sentenze già allora. Taiwan dava vitto, alloggio, istruzione, formazione professionale e stipendio a persone i cui figli o nipoti, in uniforme dell’Esercito Popolare di Liberazione, domani andranno a “liberare” in un modo o nell’altro Taiwan stessa.

L’impegno che Apple può mettere nella privacy a Nanchino è diverso da quello che può mettere a Cupertino. Contraddizione? Realtà delle cose. I nuovi, straordinari system-on-chip M1 sono fabbricati da Tsmc. Tsmc è taiwanese. Tsmc ha aperto fabbriche in Cina, esattamente come accadeva venticinque anni fa, a casa del lupo cattivo che aspetta solo di poterla mangiare. Il mondo è in scala di grigio. Apple non è il vitello dai piedi di balsa, semmai di bambù ed è il caso di seguire la vicenda con attenzione; non come tanti vitelli dai piedi tonnati che vogliono solo un’occasione per parlarne male, anche se a sproposito.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Ville e villani
posted on 2021-05-06 00:31

Presumo che con l’allentarsi delle restrizioni agli spostamenti riprenderemo le visite di famiglia alle ville curate dal Fondo Ambiente Italiano (Fai). Sono luoghi culturalmente e paesaggisticamente interessanti, dove spesso vengono organizzate attività anche per bambini e ragazzi e comunque intrattenimento oltre il puro godimento della località.

L’ingresso è a pagamento – ridotto se si ha la tessera – e ci sono ovviamente regola da rispettare. Se all’interno delle ville avvengono vendite o spettacoli a pagamento aggiuntivo, la loro presenza è stata naturalmente concordata con chi amministra la villa per conto del Fai.

Non è previsto, e non succede, che un visitatore entri e si metta a vendere del suo senza avere un permesso; men che meno capita di vedere proposti bene e servizi in concorrenza a quanto effettuato dal Fai.

Ci sono altre ville come quelle del Fai, ma certamente non a ogni angolo di strada; se il Fai chiude una villa o – come in questo periodo – limita gli ingressi e richiede prenotazione obbligatoria nei weekend, l’unico comportamento possibile è accettare la decisione e, se proprio, cercarsi qualcos’altro. Qualunque atto contrario alle regole del Fai sarebbe un ingiustificabile atto di villania.

Con tutto questo, non ho sentito né letto del Fai come un monopolista chiuso, così come invece leggo e sento di Apple mentre in tribunale si ascoltano i suoi avvocati contrapposti a quelli di Epic.

Mentre il walled garden del Fondo Ambiente Italiano è considerato luogo curato, protetto, sicuro e di garanzia per il rispetto dell’ambiente, quello di App Store dovrebbe passare come un monopolio irrispettoso dei diritti degli sviluppatori e specialmente di chi vorrebbe stare su iPhone senza dover attenersi alle regole di Apple. Neanche iPhone lo avessero inventato a Cupertino.

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Aziende planetarie al posto di stati nazionali
posted on 2021-05-03 00:57

Letto il post di Gianni Catalfamo sulle CorpoNazioni, come le ha definite? Queste sono le mie osservazioni a contorno, che dietro sua richiesta – generale – aggiungerò come commento sul suo blog dopo avere pubblicato qui.

Ci sarebbe spazio per dire e fare molto di più e molto meglio, solo che non c’è il tempo e chiedo pazienza, oltre che naturalmente domande e commenti.

§§§

L’azienda-nazione (d’ora in poi azienda) tende alla verticalità, a fornire principalmente un servizio, là dove lo stato-nazione (d’ora in poi stato) tende alla trasversalità, ovvero a occuparsi di tutto.

Gli stati adottano forme di interscambio di merci e servizi; le aziende tendono semplicemente a lavorare in parallelo, ciascuna sul proprio binario.

La vera differenza è nella cittadinanza, trasversale. Il cittadino aziendale, ipersemplifico, usa hardware Apple, software Microsoft, consegne Amazon, informazioni Google, socialità Facebook. Ci sono certo aree marginali di sovrapposizione e di concorrenza, che lasciano inalterato il quadro di insieme.

Il cittadino aziendale possiede non uno ma numerosi passaporti, o account, e utilizza l’uno o l’altro secondo convenienza per fruire dei servizi desiderati.

Non si resti sorpresi: si rilegga la Dichiarazione di indipendenza del ciberspazio, pubblicata da John Perry Barlow nel 1996.

[rivolto ai governi delle nazioni industrializzate] I vostri concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non si applicano a noi [cittadini del ciberspazio]. Si basano tutti sulla materia e qui di materia non ce n’è.

Rileggere Perry Barlow un quarto di secolo dopo è capire che da subito lui aveva intuito l’incapacità strutturale da parte della politica e dei governi di affrontare la novità.

In questi venticinque anni il vuoto conseguente è stato colmato dalle aziende, non tanto per particolare genio o intuizione (Bill Gates aveva snobbato la nascente Internet, prima di capovolgere idea e strategia) quanto per la loro naturale inclinazione a crescere e generare profitto.

Le aziende hanno trovato nuovi settori di fornitura ai cittadini, che gli stati non potevano intrinsecamente comprendere e nei quali quindi non operavano, e hanno iniziato a fornire servizi su scala planetaria. Questa nuova dimensione ha portato le aziende più grandi ed efficienti ad acquisire la medesima scala. Il fatturato di Apple ha lo stesso ordine di grandezza di tanti prodotti interni lordi di nazioni ragionevolmente moderne e sviluppate.

È abbastanza noto che Internet favorisca la disintermediazione, come ha scoperto per esempio e amaramente l’editoria. Le aziende su scala planetaria, semplicemente, disintermediano lo stato.

Questa disintermediazione ha successo perché rimuove vari livelli di frizione introdotti artificiosamente dagli stati.

Si può giocare all’infinito alle differenze e similitudini, ma le due cose che più contano sono queste:

  • la tassazione di uno stato è slegata dalla sua fornitura di servizi, è indifferente alla soddisfazione del cittadino e serve ad alimentare la sopravvivenza dell’apparato statale stesso, mentre nell’azienda la soddisfazione del cliente-cittadino è fondamentale e c’è una corrispondenza diretta tra contributo finanziario e servizio fornito, senza il livello intermedio della burocrazia;
  • l’azienda lavora per offrire servizi capaci di agevolare e facilitare la vita del cittadino, nonché aumentare la sua capacità di sostenersi economicamente. Lo stato è indifferente alla crescita del reddito del cittadino, a parte la richiesta di una tassazione proporzionata.

Le aree di servizio dove non sono apparse aziende planetarie in sostituzione degli stati sono quelle dove, semplicemente, la presenza attuale degli stati è più radicata e monopolista. Nessuno stato consentirebbe, oggi, a un’azienda di proporre servizi alternativi in tema di istruzione, difesa, salute, per dire i principali.

Tuttavia la direzione è chiara e alcuni vecchi capisaldi, per esempio il servizio postale rispetto ad Amazon e alla posta elettronica, sono già saltati.

Se la direzione è chiara, non altrettanto è la previsione dell’assetto futuro che potrebbe prendere la situazione. È indubbio che Internet provochi la disintermediazione dello stato. Altrettanto indubbiamente, nel lunghissimo termine gli stati nazionali sono destinati a scomparire, sostituiti da forniture di servizi a livello planetario (forniture che potrebbero essere gestite da aziende come le vediamo oggi o da strutture interamente nuove). Tuttavia esistono regimi autoritari disposti a minare il funzionamento generale di Internet pur di conservare il loro potere. Anche i regimi democratici iniziano a intraprendere azioni tese a limitare e sminuire la portata dei servizi offerti dalle aziende planetarie. Che cosa succederà nel medio e lungo termine, quindi, è un’incognita sottoposta a molte variabili. Dalla persecuzione fiscale alla nazionalizzazione alla messa fuorilegge dell’azienda, le tattiche a disposizione di uno stato che voglia opporsi alle aziende planetarie sono numerose e potenti.

L’anno appena passato ha aperto comunque una finestra importante sulla concretezza della transizione, che prima della pandemia era oggetto di analisi – ho scritto diversi pezzi in proposito negli ultimi anni – ma rimaneva largamente un fenomeno teorizzato o anticipato con logica un po’ da fantascienza.

Come siano andate le cose lo sappiamo. Alle persone servivano improvvisamente strumenti per lavorare, imparare e comunicare a distanza, informazioni costanti, consegne a domicilio. Tutto questo è stato fornito dalle aziende, non dallo stato. Gli stessi vaccini sono nati per iniziativa privata e forniti su scala planetaria dalle aziende che li hanno messi a punto. Per quanto non abbiano avuto particolare successo, le app di ausilio alle strategie di tracciamento dei contagi si sono basate su un framework offerto su scala planetaria da Apple e Google, implementato su apparecchi iOS e Android.

Fuori dal campo sanitario, la ripresa dei programmi spaziali e la colonizzazione futura di Luna e perfino Marte mostrano la fine del monopolio delle aziende spaziali di stato. SpaceX e Blue Origin erano impensabili ai tempi di un programma Apollo; oggi testimoniano addirittura una concorrenza in atto.

È stata una dimostrazione plastica della validità del principio di sussidiarietà: lo stato ha ragione di esistere nei settori dove manca una iniziativa non statale che, dove sussiste, è in generale più efficiente ed efficace e, dove non lo è, viene spinta a diventarlo, pena essere rimpiazzata dall’iniziativa di una azienda planetaria.

Nessuno stato può raggiungere a livello trasversale l’efficacia e l’efficienza, nonché la salute economica, di una azienda planetaria specialista in un settore. Si può discutere all’infinito di teoria, ma questo è un fatto concreto innegabile che provoca l’evoluzione attuale e potrà essere contrastato anche pesantemente, ma mai contraddetto.

Non credo che le mie figlie vedranno la fine degli stati nazionali, ma l’inizio del loro sfaldarsi sì; queste sono le avvisaglie. Neanche i miei eventuali nipoti lo vedranno, immagino. Spero che invece i miei pronipoti cresceranno ben preparati a questa eventualità.

§§§

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Fuori sintonia
posted on 2021-04-29 01:17

Si scriveva pochi giorni fa della newsletter informativa che invitava i lettori a restare sintonizzati in attesa dei risultati finanziari di Apple, che ha performato in modo mediocre come crescita negli ultimi anni.

Premesso che il trimestre invernale Apple è normalmente il penultimo dell’anno per risultati, la crescita del fatturato anno su anno è stata del 54 percento; il terzo migliore di sempre, il primo di sempre per il periodo gennaio-marzo.

Il fatturato dei Mac – purtroppo non ci sono più le unità vendute – è cresciuto del settanta percento, quello di iPad del settantanove percento, iPhone sopra il sessanta percento. Apple mai ha guadagnato tanto come in questo trimestre, e in quello scorso.

Numeri da paura, molto sopra la media del settore.

Non si sono mai venduti così tanti Mac, per una quota di fatturato che sfiora i nove miliardi. Anche iPad è in serie positiva con crescita forte e sostenuta da diversi trimestri.

Dica ora il candidato se, avendo due macchine da soldi come queste, a una qualunque persona di buonsenso potrebbe mai venire in mente di fonderli in una linea di prodotto unica, o di unificare il sistema operativo.

Eppure se ne parla in continuazione. Da parte di gente certamente poco sintonizzata non tanto con la realtà, ma neanche con il realismo.

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Uno vale molti
posted on 2021-04-26 00:37

Se si segue Apple, è perché è interessante e raramente scontata. A volte ti costringe a cambiare un pensiero abitudinario. A volte prende una nozione canonica e la ribalta.

Pensiamo per esempio al dibattito Bello iMac, peccato che alla fine abbia lo stesso processore di un MacBook Air. È una considerazione che viene dal modo classico di pensare il rapporto tra processore e potenza, quindi valore, del computer.

Per fortuna ci sono testate come ExtremeTech, impossibili da etichettare come sbilanciate a favore di Apple, che spiegano le cose a chi preferisce tenere in esercizio le sinapsi invece che calcificare il pensiero.

Spiega ExtremeTech che, con il system-on-chip M1 di Apple, il modo tradizionale di pensare al ruolo dei processori ha smesso di funzionare. Ci vuole un modo nuovo. Il suo pezzo ha come titolo Il posizionamento di M1 ridicolizza l’intero modello di business di x86, l’architettura Intel protagonista degli ultimi trent’anni e più. Non è un sito acchiappaclic. Se titola così forte, ci sono ragioni.

Secondo Apple, M1 è la Cpu giusta per un computer da 699 dollari, un computer da 999 dollari e un computer da 1.699 dollari. È il chip giusto per avere la massima autonomia con la batteria e la Cpu giusta per avere prestazioni ottimali. Vuoi le prestazioni straordinarie di un iMac M1 ma non puoi permetterti (o non ti interessa) uno schermo costoso? Compri nu Mac mini da 699 dollari, che ha la stessa Cpu. Il posizionamento di M1 è quello di una Cpu economica al punto di poter essere venduta a 699 dollari, potente a sufficienza per costarne 1.699, ed efficiente il giusto per una tavoletta e un paio di portatili di prezzo intermedio.

Qui è dove la gente abituata a pensare per riflesso incondizionato si perde. Se costa poco, deve avere un chip da poco… se costa tanto, vuol dire che c’è un chip superiore. Pensano che avere lo stesso processore su più modelli diversi sia un’offerta al ribasso. È l’opposto: è una condizione di superiorità tecnologica netta. Prosegue ExtremeTech:

Nessuna Cpu x86 è venduta o posizionata in questo modo, per tre ragioni. La prima: gli acquirenti di PC si aspettano generalmente di avere famiglie di prodotto con sistemi di fascia superiore che offrono Cpu più veloci. La seconda: Intel e Amd beneficiano di una narrazione vecchia decenni, che mette la Cpu al centro dell’esperienza di utilizzo, e progettano e vendono i loro sistemi di conseguenza, anche se la narrazione è in qualche modo meno vera di quanto fosse in epoche precedenti. Terza: nessuna Cpu x86 sembra in grado di uguagliare contemporaneamente i consumi e le prestazioni di M1.

M1 è talmente superiore nel complesso (questo è il punto importante: non solo il consumo o le prestazioni, ma entrambi, insieme) che, all’interno della stessa generazione di prodotti, la scelta del chip è irrilevante.

Questo sconvolge sistemi e abitudini di pensiero vecchie una generazione (umana). E arriveranno parenti di M1 a sancire la stessa superiorità anche sulle line di prodotto più alte. Oggi i Mac di base (e iPad Pro) montano un processore che, semplicemente, può essere forse sconfitto in una partita, ma vince per forza ogni serie di playoff. E hai voglia a dire che sì, c’è il PC che fa le stesse cose e costa meno. Non costa meno se le fa, e se costa meno non le fa. A partire dal processore.

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Prepararsi al meglio
posted on 2021-04-25 00:43

A giorni Apple comunicherà i risultati trimestrali. Philip Elmer-DeWitt ha pubblicato un brano della newsletter The Briefing, inviata periodicamente agli abbonati di The Information:

È facile trascurare la realtà dell’andamento finanziario di Apple in mezzo allo sbavare dei fanboy su iPhone viola e iMac colorati, ma l’azienda più valutata del mondo ha performato in modo mediocre come crescita negli ultimi anni.

Il commento di Elmer-DeWitt:

Gli odiatori devono per forza odiare, ma l’autore del pezzo deve veramente contorcersi come un pretzel per sostenere che dopo i guadagni dell’ottanta per cento nel 2020 e i risultati record del primo trimestre 2021, gli investitori dovrebbero “restare sintonizzati” in attesa di qualche genere di disappunto in arrivo mercoledì.

È stupendo che centinaia di milioni di acquirenti di iPhone, iMac, iPad e tutto il resto siano fanboy che sbavano, in un contesto di analisi finanziaria che dovrebbe coinvolgere la quintessenza della competenza.

Sarà un buon trimestre.

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La fiera delle vacuità
posted on 2021-04-23 23:56

Seguire Apple è affascinante. Purtroppo capita di seguire anche i commentatori, dilettanti e finti professionisti (professionisti nel senso sano della parola ne vedo pochi).

All’indomani dell’ultimo evento Apple, leggo e sento cose come queste. Niente link, già mi vergogno di avere letto, non voglio responsabilità.

  • Ho un iMac 27” e sono un po’ deluso perché iMac 21” ora è diventato iMac 23”5 e mi aspettavo uno schermo più grande (per logica mi aspetterei l’arrivo di un prossimo iMac 27”, magari con schermo 29”, più che vedere il 21” diventare un 27”, ma forse sono io che sragiono).

  • Siccome hanno lo stesso processore, iMac è praticamente come un MacBook Pro (avevano lo stesso processore anche sotto Intel…).

  • M1 su iPad Pro è inutile finché non esce iPadOS 15 (davvero, non sono proprio andato ad approfondire il perché).

  • Apple si è inventata la sostenibilità ambientale perché è di tendenza (che può essere vero e il tema come viene trattato dalle grandi aziende mi lascia sempre poco convinto, compresa Apple; in ogni caso, il primo rapporto di sostenibilità ambientale pubblicato a Cupertino è datato 2008).

  • Apple ha tenuto per mesi la transizione M1 nella riservatezza (a me risultano un annuncio di Apple Silicon a giugno 2020, all'inizio di una presentazione web vista da milioni di spettatori, che inaugurava Wwdc, cioè una settimana di video e documentazione per sviluppatori, con disponibilità immediata di un Developer Transition Kit basato su Mac mini e battesimo ufficiale di Apple Silicon in forma di M1 il 10 novembre 2020), con disponibilità contestuale del primo MacBook Pro con chip Arm.

So bene che i social media sono palestre per l’ego e, come nella vita, è più profittevole frequentare i culturisti che scolpiscono il proprio corpo, prima di quelli che lo gonfiano.

Leggere un giudizio vuoto su un evento Apple è fonte di grande divertimento per tanti e guai a toglierglielo; ricordiamoci che approfondire il vuoto porta solo a scoprire altro vuoto.

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Gli estremi non si toccano
posted on 2021-04-21 01:03

Prima di tutto: più si affina la ricetta, più amo il format online degli eventi Apple. Riescono a evitare manierismi, dare freschezza e ritmo, contestualizzare, giocare anche attorno al già eventualmente visto, alternare serietà a trovate surreali e però mai eccessive. Il filmato di promozone di AirTag è carino; la parodia di Mission Impossible che fa infilare il chip M1 dentro iPad Pro all’agente segreto Tim Cook, dopo il furto con destrezza da MacBook Pro, riesce a essere persino leggera nonostante il profluvio di effetti speciali. Applauso. Senza parlare della copertura dei prodotti, essenziale e studiatissima. C’è gente molto brava dietro queste produzioni e onestamente credo che preferirei un altro evento online a una seduta nello Steve Jobs Theater.

Dei prodotti non saprei parlare. Mi viene da parlare del complesso e questa è già una recensione. Questa organizzazione fattura duecentosettantaquattro miliardi in un anno e riesce ad andare contro il consenso comune, i pareri degli esperti, l’ovvio.

Quanti articoli ho letto sulla inevitabilità di fusione tra macOS e iPadOS (ieri iOS)? Numerosi. Quanti articoli ho letto sull’arrivo di M1 su iPad Pro? Zero. Che cosa ha fatto Apple? Ecco. Invece di unificare il sistema operativo, unifica la piattaforma hardware. Significa economie di scala folli e intanto prestazioni di eccellenza. Il massimo con il minimo.

Quando è uscito Pro Display Xdr, sembrava che la parte importante fosse lo stand da novecentonovantanove dollari, buono per le battute e gli sfottó. Chi ha annunciato l’arrivo di quel calibro di schermo su iPad Pro? Nessuno. (Breaking: lo schermo di iPad Pro, come specifiche, è migliore).

Quanti hanno sbeffeggiato watch alla sua uscita? Oggi è una componente notevole del bilancio aziendale. Ora già girano i meme parodistici su AirTag. Vedremo. Bluetooth, accelerometro, chip U1 (quello degli AirPods) e non ricordo che cosa ancora. Il rapporto tra tecnologia e volume dell’oggetto è mostruoso. E la batteria si cambia in un attimo…

A quanta gente ho sentito dire che a Mac manca lo schermo touch. Non capiscono che ce l’ha iPad. Il percorso diventa chiaro ed evidente oggi così come era stato chiaramente tracciato in anticipo. Messi vicino, con una tastiera addosso a iPad, che differenza c’è tra lui e MacBook Pro? Il touch. Lo schermo. Il sistema operativo. Apple Pencil. Due linee di prodotto che si completano e supportano a vicenda, ampiamente diversificate per persone con esigenze ampiamente diverse. E dietro la catena di produzione è per molti versi unica. Un capolavoro di design industriale.

Capolavoro. Design. Può esserci un dubbio qualunque sulla paternità dei nuovi iMac colorati, quasi metafisici in quello spessore che vorrebbe essere zero, scomparire, come è stato anche detto durante la presentazione? Se ne è andato, ma questo iMac è firmato Jonathan Ive da capo a piedi. Steve Jobs avrebbe amato follemente questo iMac.

Da Steve Jobs a Tim Cook. A parte guardarlo sessantenne e in gran forma sulle stradine di Apple Park in t-shirt nera, da dieci anni timona – dicono – senza genio, senza colpi d’ala, tutta organizzazione e politica interna per tenere l’ambiente tranquillo e escludere le teste calde.

Fosse anche vero, fosse Cook il vigile urbano di Cupertino, dirige il traffico più imponente del mondo. E continuano a uscire prodotti nuovi nonostante Apple Park ospiti al momento quattro gatti e quasi tutti lavorino da casa. Giusto perché il lavoro remoto non è produttivo come quello dell’ufficio.

Al termine di un evento come questo mi dispiace solo di essere già a posto lato hardware. Mi piace, molto, seguire questa traiettoria di progresso tecnologico al servizio dell’individuo. Arrivo alla fine e mi ritrovo stupito da tanti dettagli, piccole e grandi sorprese, particolari inaspettati. Il colosso della tecnologia che vince grazie all’essere bastian contraria rispetto al senso comune, esattamente come quando inalberava la bandiera dei pirati su un anonimo edificio di Bandley Drive. La chiacchiera va da una parte, Apple dalla parte opposta. E non si incontrano mai.

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LG, il prezzo è giusto
posted on 2021-04-06 00:40

LG è uscita dal business dei computer da tasca insegnandoci diverse lezioni.

La prima sembra ovvia, ma palesemente va ricordata: è poco saggio investire denaro su prodotti di aziende che lavorano in perdita. LG è un colosso globale in salute, eppure la sua divisione mobile era in rosso da più di cinque anni in misura disastrosa, con fatturati da quattro-cinque miliardi di dollari e margine negativo di settecento-ottocento milioni (750 milioni nel 2020, 850 nel 2019). Una situazione che difficilmente può durare a lungo.

La seconda lezione è quella sul valore delle trovate tecnologiche fini a se stesse.

Essere disposti a provare cose nuove, anche se non funzionano, vuol dire fare esperimenti con il portafogli dei clienti paganti. LG sarebbe stata la prima a introdurre fotocamere ultrawide; ha proposto design ricurvi e flessibili, schermi rotanti, modelli arrotolabili. Mancano solo le alabarde spaziali.

Il lettore di bocca buona si stupisce, pensa innovazione! e si chiede perché queste cose non le faccia Apple. In generale, se Apple non le fa, è perché non sono ancora pronte, o non piacciono alla gente che dovrebbe comprarle. Qui si preferisce una azienda che si faccia gli esperimenti nella propria stanzetta, in senso figurato, e proponga unicamente cose che funzionano e possono davvero essere utili, dopo avere scartato le idee simpatiche ma impraticabili.

Terza lezione: secondo una narrativa molto diffusa, gli smartphone costano cifre esagerate e, in particolare, gli iPhone più di tutti. La realtà è diversa: per produrre oggetti tecnologicamente evoluti come quelli attuali in termini di miniaturizzazione, autonomia, potenza, e farlo su un percorso di miglioramento costante negli anni, molto probabilmente i prezzi che ne conseguono sono necessari. Si può obiettare magari sull’entità dei margini di profitto; la base dei costi, tuttavia, è una dura evidenza per le aziende non preparate. Nel mercato attuale fanno soldi Apple, Samsung e poi rimangono le briciole.

L’ultima lezione.

Il prodotto è un pretesto. Nel 2021 si compra un ecosistema, di cui lo hardware è semplicemente l’aggancio materiale, come già scrivevo a proposito delle stampanti. LG poteva avere gli schermi delle meraviglie, ma il suo ecosistema tende a zero. Non stupisce che i profitti seguissero la stessa traiettoria.

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Bovi d’aprile
posted on 2021-04-01 00:57

Suppongo che voglia essere uno scherzo.

L’idea è che uno pensi che sia vero, scopra che non lo è e ci si facciano grasse risate sopra: gli scherzi funzionano all’incirca così.

A parte l’idea insinuata sotto sotto che telemetria significhi per forza minaccia alla privacy, un pochino forzata, un altro messaggio che passa con lo scherzone è che iOS e Android siano in fin dei conti equivalenti.

Poi lo scherzo finisce, quando si apre Ars Technica e si legge Uno studio sostiene che Android invii a Google venti volte più dati di quanti ne invii iOS ad Apple.

Ma più che ai pesci, per la profondità dell’analisi, viene da pensare ai ruminanti, semplicemente alle prese con balle di news più che trifogli nel prato.

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Non tutto il male
posted on 2021-03-31 00:51

La prossima edizione di Wwdc sarà ancora interamente online oltre che auspicabilmente piena di spunti interessanti. Le nuove versioni dei sistemi operativi, onestamente, sono eventi meno significativi che non un tempo, quando le versioni principali erano meno frequenti e i sistemi stessi meno maturi. macOS esiste da vent’anni, iPadOS da undici; tutti ci auguriamo migliorie, bug fix e sorprese grandi e piccole, ma difficilmente qualsiasi nuova possibilità del software a bordo di iPhone o Mac scuoterà il mondo.

La transizione dei processori Mac a Arm attende nuove macchine e nuovi system-on-chip. Sarebbe una delusione per tutti se venissero tradite le aspettative e quindi si può legittimamente sospettare che Apple avrà fatto di tutto e di più per non tradirle.

Poi c’è watch, poi c’è tv, poi c’è il fatto che tutti i memoji sulla grafica dell’annuncio hanno gli occhiali e questo scatena le fantasie di chi aspetta one more thing in tema di realtà aumentata, insomma, c’è qualcosa di stimolante veramente per ognuno, fino alla Swift Student Challenge per i giovanissimi.

La notizia principale, non me ne vogliano i commentatori dei siti acchiappaclic, è però oggi il format online. Tutti si spera di tornare presto a una normalità che non potrà essere esattamente come prima e che, però, potrebbe essere ragionevole, mentre ora non lo è.

Wwdc era però un evento esclusivo, accessibile a poche migliaia di sorteggiati disposti a scodellare dall’Italia tre o quattromila euro di iscrizione, aereo, vitto e alloggio, autonoleggio, varie ed eventuali.

Questa Wwdc rimane un evento esclusivo per i contenuti (Apple ha anche rimesso mano di recente alla app Developer, non per coincidenza); tuttavia, come l’anno scorso, è aperta veramente a chiunque disponga di connessione decente e tempo da investire.

Milioni di partecipanti invece di migliaia. Nei dolori e nei problemi a volte inenarrabili che il virus continua a lasciare in giro, corresponsabili governanti inetti e cittadini sconsiderati, questo effetto collaterale è una piccolissima eppure concreta buona notizia.

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Senti questa
posted on 2021-03-21 02:17

Nuova funzione di Twitter che debutta solo su iOS prima di diffondersi nel resto del mondo:

Superiorità nelle interfacce di programmazione, nell’affidabilità, nell’autorevolezza. Inferiorità nella diffusione e interessa nulla a nessuno. iOS, quattordici anni più tardi, è sempre avanti tecnologicamente. Inoltre la windowsvizzazione del mercato (Android al novantacinque percento e iOS le briciole) predetta da infiniti commentatori non solo non è avvenuta; iOS continua a pagare di più gli sviluppatori e a conservare una diffusione del tutto sana e soddisfacente per chi lo produce.

Così per entrare in primavera con qualcosa di rasserenante, nel nostro piccolo.

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Servizi di sicurezza
posted on 2021-03-14 02:02

A metà weekend, per un complesso di ragioni, mi trovo completamente solidale con chi chiede ad Apple, in nome dell’impegno sulla privacy, una edizione di Mail che liberi dai pixel-spia e pure un servizio di VPN per la navigazione più riservata.

Capisco perfettamente la pubblicità su Internet e quella fatta bene è perfino utile. Però deve vigere un accordo esplicito tra consumatore e inserzionista: ti concedo uno spazio ben preciso e tu lo rispetti.

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L’estinzione dei terzisti
posted on 2021-03-04 01:03

Lo scorso anno Apple ha annunciato la transizione di Mac ai processori Arm e a tutti è apparso evidente lo spessore dell’operazione, piena di complicazioni, rischi e azzardi, con decine di miliardi di dollari sul tavolo.

Ma è niente in confronto a quello che sta succedendo con iOS 14.5, che fa chiedere alle app il permesso di tracciare chi hanno davanti anche quando lasciano il sito in cui si trovano.

A seguito dell’iniziativa di Apple, qualcosa che mai sarebbe neanche minimamente successo senza iOS 14.5, Google ha annunciato che metterà gradualmente fine al tracciamento della navigazione sui siti terzi.

Ci sono anche qui decine di miliardi di dollari sul tavolo, solo che se li giocano tutti: Google, Facebook, Microsoft, centinaia di agenzie trafficanti di contatti e dati di privacy.

Non tutti ci credono; John Gruber, per esempio, è scettico e pensa che Google giochi con le parole per fare rientrare dalla finestra quello che esce dalla porta.

Tuttavia è già clamoroso che Google dirami un annuncio del genere.

Google ama la privacy come Microsoft l’open source. La tutela quando ha esaurito qualsiasi altro sistema per farne a meno.

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L’appetito vien tutelando
posted on 2021-02-26 01:56

E se Apple, lanciata nel posizionamento come azienda che mette al primo posto la privacy degli utilizzatori, andasse oltre il blocco dei tracciamenti disonesti su Safari, per fornire un’edizione di Mail capace di bloccare i pixel di tracciamento e anche una Vpn per compiere in pace le operazioni che vogliamo restino confidenziali?

Sono due proposte di John Gruber, che mi trovano del tutto consenziente. Personalmente mi sforzo di inviare email solo Ascii, una cosa sempre più difficile per design. Mai come riceverne, comunque.

Se ci teniamo alla privacy, andiamo fino in fondo. Questo non ci impedirà di concedere dati personali a destra e a manca, se pensiamo valga la pena farlo. In compenso, nessuno potrà farlo di nascosto e senza il nostro permesso esplicito e informato. Dovrebbe funzionare così.

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La seconda Olanda
posted on 2021-02-23 00:19

Gli analisti si aspettano che Apple nel 2020 abbia fatturato nell’intorno dei 333 miliardi di dollari (che per qualcuno sono troppo pochi).

Sono numeri vertiginosi. Quando Steve Jobs ritornò come interim Ceo in Apple un quarto di secolo fa, mise a punto un piano che avrebbe consentito la sopravvivenza dell’azienda a patto che fatturasse sei miliardi di dollari l’anno, l’1,8 percento della cifra di oggi.

Ora Horace Dediu di Asymco prevede in un tweet che il valore delle transazioni dell’ecosistema Apple raggiungerà il trilione (all’americana, mille miliardi) entro il 2024.

È cosa ben diversa dal fatturato, ma fa ugualmente impressione. È circa dire che il prodotto interno lordo della nazione-Apple pareggerà quello olandese.

Scrivendola Dediu, prendo la cosa sul serio; fosse chiunque altro la definirei una sparata.

Citare l’Olanda è interessante perché è una nazione che ha costruito la propria ricchezza sui commerci e su collegamenti con ogni luogo nel mondo. Una specie di startup del Rinascimento basata sull’Internet delle navi.

È ancora molto presto per parlarne seriamente, ma le organizzazioni come Apple sono la prima avvisaglia di quello che sostituirà gli stati-nazione nei decenni a venire. Chiaramente la solidità economica è uno dei primi parametri da considerare. Un altro è una influenza a livello planetario.

Come Apple sceglierà di esercitare la propria influenza, e che tipo di relazione gli stati-nazione decideranno di stabilire o meno con Apple, sono due macrotemi che è già tempo di iniziare a sviscerare.

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L’antenato illustre
posted on 2021-02-05 01:24

I Mac M1 hanno già fatto il botto e ne faranno presto altri. È utile ricordare che la tecnologia sottostante è la stessa del 1993, quando uscì Newton MessagePad.

Su Twitter è apparso un bel racconto di un entusiasta che affrontò un viaggio della speranza pur di avere una delle primissime unità in vendita. C’era affollamento, ma sicuramente non le code che poi abbiamo visto con iPhone.

L’esperienza di Newton è stata incredibile e una delle mie migliori decisioni rimane la vendita del PowerBook Duo per usare come portatile un MessagePad 2100 appena uscito di produzione. Durò molti anni, l’ho in casa, si accende e la batteria ancora regge.

Su Apple si è scritto tutto? No, mancherebbe una storia seria e documentata dei reimpieghi della tecnologia. Il riconoscimento della scrittura a mano che sta arrivando sugli iPad è pronipote del riconoscimento usato su Newton. I processori sono Arm oggi come erano Arm ieri.

Probabilmente l’entusiasmo di quegli anni fu diverso. Oggi entusiasmarsi richiede più ragionamento, più saldezza mentale, nel momento in cui tutti parlano di tutto e la realtà viene masticata infinite volte al secondo da miliardi di persone annoiate e quasi sempre fuori luogo.

Però esiste, è solo più difficile che traspaia. Provare un M1 in un Apple Store può dare brividi analoghi a quelli di spacchettare un MessagePad 2100 e scoprire un sistema operativo diverso da tutti gli altri.

La tecnologia dentro quell’oggetto troppo avanti per i suoi tempi anima oggi una comunità quattro ordini di grandezza superiore. Ventisette anni fa. Complimenti, antenato MessagePad.

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Guardia di porta
posted on 2021-01-30 00:43

Gli esperti di sicurezza del Project Zero che fa capo a Google hanno scoperto che iMessage gode di un nuovo e ingegnoso meccanismo di sicurezza, detto BlastDoor.

Ingegnoso ingegneristicamente e lo si vede avventurandosi nella lettura del post di Project Zero, che definire per tecnici è eufemistico. Fortunatamente la spiegazione per le persone normali è molto semplice: ora, quando arriva un messaggio via iMessage, il suo contenuto viene analizzato in una sandbox prima di venire messo a disposizione del destinatario.

Una sandbox (la vasca di sabbia per i bambini ai giardinetti) è un’area di memoria pressoché priva di contatti con il resto del sistema. Se per cattiva sorte fosse arrivato un attacco informatico camuffato da allegato, per esempio, il suo tentativo di prendere il controllo del Mac o di rubare si scontrerebbe contro l’impossibilità di uscire dalla sandbox.

La questione è tutt’altro che banale; in passato si sono verificati attacchi all’integrità dei Mac proprio via iMessage. Il sistema utilizzato suscita grande approvazione da parte degli esperti, perché non si limita a sistemare un bug e magari lasciarne aperto un altro; è un miglioramento infrastrutturale che toglie di mezzo una categoria intera di pericoli potenziali per i nostri dati.

Questa è la conclusione dell’analisi di Project Zero che, ricordo, è la concorrenza:

Complessivamente, questi cambiamenti sono probabilmente molto vicini al massimo che poteva essere fatto nel rispetto dei vincoli di retrocompatibilità, e dovrebbero avere un impatto significativo sulla sicurezza di iMessage e dell’intera piattaforma. È una gran cosa vedere Apple allocare risorse per questo genere di rivisitazioni del codice allo scopo di migliorare la sicurezza per gli utenti finali.

Da iOS 14 e macOS 11 (Big Sur) in avanti, iMessage è non solo ragionevolmente cifrato, ma anche sicuro. Per chi collega la citazione, Mastro di chiavi è finalmente stato raggiunto da Guardia di porta.

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Sembra facile
posted on 2021-01-29 02:09

Quando uscirà la versione di iOS che obbliga le app a chiedere il consenso per il tracciamento a fini pubblicitari da parte di chi le usa, Google non mostrerà la richiesta di consenso.

Perché le sue app smetteranno di raccogliere quei dati e la richiesta non sarà necessaria.

Google sta avvisando partner e sviluppatori che la mossa di Apple potrebbe causare diminuzioni nel fatturato delle app.

Apple sta avvisando le persone che il tracciamento della navigazione a scopo pubblicitario diventerà una questione trasparente e che le app potranno tracciare solo chi dà esplicitamente il proprio consenso.

Tim Cook ha definito la privacy una delle questioni fondamentali di questo secolo.

Google non è contenta, chiaramente. Ma, rispetto alla reazione scomposta di Facebook, che è arrivata a assegnarsi il ruolo di portavoce dell’interesse delle piccole imprese, giganteggia.

Sembra così facile. Chi naviga ha diritto a sapere che uso viene fatto dei dati che lasciasse lungo la via. Eppure si pone come una svolta di cui si parlerà molto a lungo.

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Grandi decisioni
posted on 2021-01-28 00:24

Alla luce dei centoquattordici miliardi di fatturato Apple nel trimestre natalizio, adeguo la mia scala di investimento e pongo un interrogativo di lungo respiro.

Spenderesti prima 6,49 euro annuali per Tweetbot 6 iOS oppure tre euro definitivi per una raccolta di eleganti, raffinati ed evoluti sfondi scrivania dinamici, per Mac, iPhone e iPad, ispirati ai colori delle varie versioni di Mac OS X?

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Libertà di limite
posted on 2021-01-27 01:39

Matt Birchler commenta un anno di abbonamento al servizio di posta Hey e osserva qualcosa di interessante rispetto all’obbligo di usare la app propria del servizio:

[Niente app indipendenti, sei matto?] Può essere, ma in questo caso ritengo sia una questione di limite che diventa una forma di libertà. Quando usavo Gmail e Outlook come fondamento della mia infrastruttura di posta, avevo la mia scelta della app. Apple Mail, Spark, Outlook, Gmail, Airmail, Edison, Blue, Newton, Spike, Polymail… […] Spark veniva aggiornata e la usavo. Poi Outlook faceva qualcosa di nuovo e tornavo lì. Poi però aveva un bug e allora mi mettevo su Apple Mail, fino a quando mi annoiavo e tornavo a Spark e il cerchio si chiudeva per cominciare daccapo.

Era scelta? Assolutamente sì, ma era una cosa buona per la mia posta? Neanche un po’.

Se penso a quanti dibattiti attorno al tema che app di posta dovrei usare, ora mi rendo (più) conto di quanto fossero vacui.

Se penso alle molte volte in cui Apple ha limitato la scelta di opzioni in un computer o in un sistema operativo, capisco (meglio) la logica dietro la decisione.

Certo, a volte non funziona bene. Lo riconosce anche Birchler:

Se la app di Hey fosse tremenda avrei un problema serio, ma non solo sa il fatto suo; è la app di posta più affidabile che abbia mai usato e viene tenuta aggiornata e migliorata più velocemente della maggior parte delle altre.

Se la scelta è unica, ma ben pensata e ben realizzata, vale più libertà di chi vuole scegliere tra mille alternative di bassa qualità.

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De gustibus
posted on 2021-01-26 00:31

The Verge pubblica un articolo dedicato ai retroappassionati di Zune radunati su Reddit e riporta questo passaggio:

Microsoft ha trascorso gli anni Duemila qualche passo dietro Apple. L’azienda rivale era perennemente un po’ più avanti, elegante e raffinata rispetto all’endemica squadratura di casa Gates. Zune veniva spesso considerato l’esempio supremo di questa subalternità. Il prodotto era del tutto funzionale, certo, ma per ragioni che resta difficile descrivere – le decorazioni da videogame, il trackpad surdimensionato, l’ingombro sconcertante – era anche un milione di volte meno chic di iPod. (Lo stesso imperscrutabile problema contraddistingue Bing, Cortana, lo sfortunato Windows Phone eccetera). [Traduzione migliorata con il contributo di carolus]

Ragioni che resta difficile descrivere. Problema imperscrutabile. Come se Steve Jobs non fosse mai passato di qui. Eccolo:

Il solo problema di Microsoft è la semplice mancanza di gusto. Assolutamente non hanno gusto. Non in piccolo, ma in grande, nel senso che non pensano idee originali e non portano molta cultura dentro i loro prodotti.

La differenza tra una mentalità Microsoft e una mentalità Apple è che nella prima tutti i gusti sono giusti. Peggio ancora, sono equivalenti. Nella seconda esistono il gusto e la sua mancanza. Per ragioni che resta difficile articolare, l’informatica continua a prosperare nella mancanza di gusto; per fortuna, abbiamo un’eccezione.

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Lasciano o raddoppiano
posted on 2021-01-16 01:22

Horace Dediu ha aggiornato su Asymco la sua guida all’ingresso nell’industria automotive, perché i tempi cambiano. Si tratta di una industria nella quale, si vocifera da tempo, potrebbe un giorno entrare Apple.

Ingresso sul quale sono abbondati naturalmente i de profundis. Dopo i fiaschi clamorosi di Apple nel mondo della telefonia e dell’orologeria, viene naturale credere che il mercato automobilistico sia talmente consolidato e obsoleto da non offrire più sviluppi interessanti.

Invece, delle tante cose che stanno cambiando e anche radicalmente, c’è anche questa. Il mercato dell’automobile potrebbe prestare il fianco a rivolgimenti insospettabili. Ecco un estratto dal pezzo di Dediu.

Serve una prova più evidente? Tesla ha raddoppiato da sola il valore dell’intera industria automobilistica durante un anno di calo delle vendite.

Significa che dovremmo avere il doppio delle auto attuali, o che dovrebbero costare il doppio, o che dovrebbero fruttare due volte quello che fruttano oggi. E che dovrebbe accadere alla svelta. Non possiamo avere il doppio delle auto, dato che non avremmo dove parcheggiarle. Non possiamo raddoppiare il prezzo, a meno che si faccia lo stesso con la nostra ricchezza. Non possiamo raddoppiare i profitti, a meno di disabilitare meccanismi di concorrenza e cambiare il sistema di produzione.

Oppure potrebbe essere che metà del mercato (tutti gli altri costruttori) sia senza valore.

Sembra un azzardo. A meno di ricordare che un tempo, in una galassia molto lontana, c’era un gigante inattaccabile di nome Nokia.

(Intanto inizio a studiare come reinserire i commenti).

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