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Di venti in venti
posted on 2021-10-26 00:12

Sono ricorsi i vent’anni di iPod e naturalmente Bill Gates aveva ragione: non sarebbe durato.

Peccato che avesse ragione come quello che guarda dalla finestra la pioggia che cade e commenta prima o poi smetterà, trascurando che l’unica informazione rilevante di tutta la situazione è esattamente quando accadrà.

iPod è oggi un evento storico, un cambio di pagina poderoso che ha trasformato la parabola di Apple in modo decisivo e veramente cambiato le vite.

È apparsa su AnandTech la recensione dei nuovi M1 Pro e M1 Max. AnandTech è un sito serio, non un qualunque Gizmodo dove una tipa qualunque definisce le prestazioni di M1 Max ridicolous (in modo molto positivo, è come se fosse tipo pazzesco) senza averne titolo.

Per questo fa specie leggere affermazioni così:

La gamma di test di velocità fp2017 ha più carichi di lavoro che sono più legati alla memoria ed è qui che M1 Max è assolutamente assurdo. I carichi di lavoro che mettono il maggiore stress sulla memoria hanno tutti un vantaggio di prestazione moltiplicato diversi fattori rispetto al meglio che hanno da offrire Intel e AMD. Le differenze di prestazione sono semplicemente folli.

L’autore è un super esperto e si riferisce a test specifici. La recensione è articolata e in altri settori il vantaggio di M1 Max si riduce, o anche si annulla: non è il chip perfetto che chiude l’era dell’informatica, ma l’eccezionale iterazione di una serie appena cominciata anche se affonda le radici in processi di produzione avviati anni e anni fa.

Che AnandTech usi questi toni, tuttavia, fa pensare; pensare che, come iPod ha lasciato un segno indelebile sulla storia degli ultimi venti anni, M1 – pardon, Apple Silicon – sia un eccellente candidato a farlo per i prossimi venti.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Vecchi trucchi
posted on 2021-10-25 02:32

Jean-Louis Gassée ha perfettamente inquadrato la situazione all’indomani della presentazione dei nuovi processori M1 nel suo commentario su Monday Note.

La fazione Intel del nostro villaggio ha archiviato M1 Pro e Max come notevoli, ma non proprio una minaccia: “Certo, Apple è in vantaggio sui tempi per via del loro accesso alla tecnologia di fabbricazione di circuiti da cinque nanometri di Tmsc, ma una volta che Intel ci arriva, i chip x86 supereranno Apple Silicon, specialmente grazie al loro accesso alla vasta libreria di software per Windows”.

È tutto già successo. Il paragrafo successivo è gustosissimo, con i riferimenti alla reazione verso la presentazione del primo processore a 64 bit di Apple, anno 2013 (iPhone 5). Reazione identica. Il titolo del pezzo di Gassée era 64 bit. Niente, non ti servono. E li avremo entro sei mesi.

Gassée segnala un riassunto definitivo scritto da Steven Sinofsky nell’ambito di un articolo molto più lungo:

Si è tentati di guardare a M1 Pro/Max in termini di prestazioni, mentre prestazioni per watt PIÙ grafica integrata PIÙ memoria integrata PIÙ processori dedicati integrati significa innovazione in una direzione interamente differente. È solo l’inizio.

C’è molto di più su Monday Note ed è veramente tutto da leggere. Solo una nota per chi non conosca la figura di Sinofsky:

Prima di lasciare Microsoft dopo oltre due decenni, è stato President per l’area Windows. In questa carica, Sinofsky ha seguito da vicinissimo le vicissitudini dello sviluppo x86 di Intel e le sfide create dal supporto dei sistemi operativi. In altre parole, un punto di vista vantaggiosamente esclusivo dal quale valutare Apple Silicon.

Come dire: domani il cugggino parlerà entusiasta del chip Intel che immancabilmente arriverà tra sei mesi e batterà Apple Silicon. Basta tenere presente che sono trucchi di lunga data, un po’ logori. Un Sinofsky la sa ben più lunga.

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Breve triste storia editoriale
posted on 2021-10-23 00:56

Il progetto Sigil mette a disposizione un editor per lavorare sui testi che compongono un ebook e nel contempo lasciare inalterata la struttura dell’ebook stesso.

È facilissimo smontare un ebook per accedere ai file in esso contenuti ed editarli ed è ugualmente facile rimontare tutto al momento giusto. È anche dannatamente noioso. Se occorre fare test ripetuti per risolvere un bug o decifrare un comportamento strano del codice, diventa mortale. L’idea di Sigil è rendere possibile la modifica dei file e intanto lasciare integro l’ebook. Un uovo di Colombo.

Negli anni il progetto si è rinominato Sigil-Ebook. Sigil è cresciuto e continuamente migliorato e si è sdoppiato: da una sua costola è nato PageEdit, un editor visivo di documenti Xhtml o Opf, che è l’estensione di un file importante nella struttura degli ebook.

Solo che, prima, Sigil editava – volendo – in modo visivo. Si poteva lavorare sul testo, per dire, come si farebbe in un documento Pages, senza vedere il codice.

Ora non si fa più. L’editor è di testo puro e quindi, per toccare il testo, bisogna comunque stare in mezzo al codice. E allora uno, per lavorare con il codice, fa un copia e incolla in BBEdit, mille volte più potente e comodo. Se c’è un problema tecnico, Sigil resta molto comodo, ma si poteva fare anche prima. Se c’è un problema nel testo, o si sta facendo una revisione editoriale, la convenienza che c’era è del tutto svanita.

PageEdit è il milionesimo editor di Html sulla piazza, niente di speciale. La sua funzione specifica è enigmatica, oppure sono particolarmente stanco e non colgo un’evidenza. Se nasce con l’idea di dare uno strumento a chi vuole creare file Xhtml prima di mettere insieme l’ebook che li contiene, ancora una volta, BBEdit se lo mangia a colazione.

Uno strumento con una funzione interessante, non la possiede più. Fine della storia.

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Quattro o cinque fa dieci
posted on 2021-10-22 00:37

Voto perfetto per la leggerezza con cui Dr. Drang affronta un problema che solo apparentemente sembra ozioso – quanti giovedì ci sono in un mese dato? – e, per quanto di portata ridotta, riesce a ispirare un lavoro non banale con i Comandi rapidi.

Poi fa anche invidia perché, come se niente fosse, nei suoi ultimi post inanella appunto Comandi rapidi, LaTeX, AppleScript, Python e pare quasi che lo faccia apposta.

(Il numero dei giovedì in un mese, per convenzione, corrisponde al numero di settimane in un mese e può avere una effettiva importanza in certe questioni amministrativo-burocratiche).

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Il treno dei desideri
posted on 2021-10-21 00:22

Sedici anni fa Steve Jobs annunciò il passaggio di Apple ai processori Intel, visto che l’architettura PowerPC non riusciva a tenere il passo con quella x86.

Un anno fa Tim Cook ha annunciato il passaggio di Apple ai processori Apple Silicon, dal momento che l’architettura x86 non tiene il passo con quella Arm.

Tre giorni fa l’amministratore delegato di Intel ha annunciato che spera di riuscire a costruire i chip Apple Silicon per conto di Apple.

Anche a questo scopo, Intel ha stanziato venti miliardi di dollari per costruire due fabbriche di semiconduttori negli Stati Uniti.

Quando saranno finite, è probabile che Apple sia già a M3.

Intel è l’azienda che declinò la proposta di Apple per produrre il processore di iPhone.

I treni decisivi passano poche volte nella vita e chissà se la stazione di Intel ne vedrà ancora.

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Il discontinuum spaziotemporale
posted on 2021-10-20 00:49

Qualcuno aveva già capito che il lavoro non richiede per forza, sempre, necessariamente la presenza simultanea in ufficio. La pandemia ha forzato anche i più riottosi ad accorgersi che la collaborazione e la produttività possono trovarsi distribuiti nello spazio, oltre i confini fisici.

Siccome la stessa cosa vale anche per i confini temporali, è ora di renderlo chiaro a quanta più gente possibile, anche se la pandemia questo non lo catalizza.

Un bell’articolo di TechCrunch, Il futuro del lavoro remoto è il testo, parla di Automattic, l’azienda che ha creato WordPress (maledetti) e che è priva di confini fisici: dà lavoro a millesettecento persone e non ha un ufficio.

Viene fuori che anche la loro comunicazione è pressoché interamente scritta e asincrona. La ridda di riunioni, meeting, videoconferenze tipica di molte situazioni italiane (non solo) semplicemente non esiste. Il giornalista chiede un appuntamento alla responsabile del marketing di WordPress.com e si stupisce che la sua agenda sia incredibilmente libera da meeting. Così risponde la per nulla sventurata:

È la cosa che penso non funzioni del normale lavoro di ufficio. L’agenda piena usava essere una specie di vanto e essere pieni di meeting significava essere importanti. Questo, qui, non è un paradigma.

Praticamente tutto il lavoro si svolge attraverso P2, una modifica di WordPress (maledetti):

Un post su P2 è più o meno un post su un blog, con discussioni in thread, la possibilità di seguire le risposte e un pulsante Like.

Lo strumento è relativo ovviamente, conta il concetto:

P2 non è il solo metodo per comunicare in Automattic; l’azienda usa anche software come Slack e Jira. Nondimeno, gli strumenti in gioco condividono il tema della asincronia: i tuoi colleghi sono sparsi per il mondo, dunque non attenderti una risposta immediata.

Eh, ma a volte serve per forza la riunione, il chiarimento, vedersi, altrimenti non si combina niente. Sempre la responsabile marketing:

Si può pensare che qui le cose si muovano più lente, ma in realtà non è così. Negli uffici c’è anche questa idea che si debba per forza essere in presenza. Le persone a volte aspettano a dire cose che arrivi il momento della riunione, quando avrebbero potuto inviare una email. Spesso mi ritrovo a svegliarmi e scoprire di dover recuperare su cose che stanno già accadendo in Europa, contro aspettare una settimana per avere la sala riunioni disponibile e poterne parlare.

Quanto potere va in fumo se si tolgono i vincoli di spazio e tempo. Funziona nelle aziende dove l’idea di documentare tutto e scrivere tutto, come si fa in Automattic, è improponibile causa analfabetismo funzionale e arretratezza. Più una realtà lavorativa è vitale, più è asincrona.

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La forza che viene da dentro
posted on 2021-10-19 00:41

Una presentazione durata neanche un’ora, aperta da Tim Cook in mezzo a un’area incolta di Apple Park: forse è finita la benzina? Una cosa fatta in fretta? Gli iPad Pro non sono venuti pronti in tempo?

In un altro stacco si vede benissimo la zona di Apple Park perfettamente ordinata. E nessuna inquadratura è lasciata al caso. L’ho vista come un invito a trascurare la forma e badare alla sostanza.

La sostanza è tutta nei nuovi system-on-chip, M1 Pro e M1 Max. Poi bisognava parlare anche di computer, perché un processore è utile solo quando lo si può dirigere. Così, dopo una spruzzata di musica, è stato tutto MacBook Pro.

Qualcuno è dispiaciuto, io per primo, perché è stata terminata la TouchBar. Mi sa che siamo in pochi. L’idea era tutt’altro che sciocca, ma non ha avuto seguito presso gli sviluppatori e pragmaticamente è stato riconosciuta la mancanza di trazione. In compenso tornano MagSafe (alla grandissima) e il vero successore del mitico MacBook Pro 17”, dato che il 16” Intel era percepibilmente una bellissima macchina ma anche un riempitivo nell’attesa.

Ed eccola terminata, l’attesa. Il salto dal primo M1 è importante e M1 Max arriva a triplicare i transistor, a quota cinquantacinque miliardi.

Sono processori destinati a disorientare i so-tutto e quelli che sono obiettivi e sopra le parti, quindi usano Windows. Appena ti azzardi a dire qualcosa sulle prestazioni, quelli consumano qualche decina di watt in meno; se per caso alzi un dito a proposito dei consumi, ti annichiliscono con le prestazioni.

Apple fa il pesce in barile e se la gode; si balocca con le performance per watt, una nozione incomprensibile a qualsiasi uomo della strada, e intanto rende chiaro che queste macchine trinciano qualsiasi PC portatile mainstream. Il prezzo? Non ci sono particolari novità rispetto al solito e, comunque, il punto è che a parità di prezzo non si trova oggi una macchina concorrente in grado di offrire insieme le stesse prestazioni e gli stessi consumi.

M1 è stato una sorpresa, ma Pro e Max sono due mazzate.

Dopo anni che si lamentava l’abbandono dei pro da parte di Apple, è difficile pensare a un portatile diverso dai MacBook Pro visti ieri per un videomaker o un modellatore 3D in cerca di portatilità.

Il Mac poi era trascurato, eh? Apple pensava solo a iPhone. L’attenzione ai servizi? Ormai è una macchina per fare soldi, non c’è più innovazione.

Sono curioso di vedere con che altro hardware verranno confrontati, e con che coraggio.

Ora si può procedere con le battute sugli HomePod mini colorati o sul rene da vendere per avere un MacBook Pro (conosco gente che è arrivata al dodicesimo). Intanto, lì dentro, ci sono ricerca, tecnologia ed eccellenza che nessun altro è riuscito a portare a questo livello. Mentre, con la mano sinistra, elaborano il nuovo profilo di utenza di Apple Music.

Tanto di cappello alla sostanza e della forma chissenefrega. Per Apple Park la tecnologia più avanzata che può servire è al più il tagliaerba.

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La terza dimensione
posted on 2021-10-18 01:47

Il sostegno di Apple al progetto Blender è proprio una bella notizia. Vuol dire che il miglior modellatore 3D open source sulla piazza sarà cittadino di prima classe su macOS.

Vuole inoltre mostrare che persino una multinazionale multimiliardaria può sostenere in modo trasparente il software libero; certamente Apple chiederà cose alla comunità di sviluppo di Blender, ma pagherà in abbondanza per il disturbo e i miglioramenti al programma finiranno anche dentro le versioni per Linux e altri sistemi operativi.

Una condotta diversa dal fagocitare le comunità e condizionarne lo sviluppo nel proprio interesse indipendentemente da che cosa serva agli utenti finali o alle comunità stesse.

Gli sviluppatori sono la terza dimensione dell’informatica commerciale, il terzo vertice del triangolo; l’equilibrio tra i loro interessi, quelli della società e quelli degli utenti finali dovrebbe essere la norma invece che l’eccezione.

Di eccezioni come questa c’è comunque da essere molto soddisfatti.

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Un lunedì da lezioni
posted on 2021-10-17 00:32

Comincia così un lungo thread Twitter di Steven Sinofsky:

Un evento Apple di lunedì! (Non) per coincidenza la prossima settimana ricorre anche il trentesimo anniversario del lancio dei PowerBook al Comdex di Las Vegas […] PowerBook ridefinì i portatili. […] Che storia di innovazione.

Il thread termina in questo modo:

L’innovazione in M1++ e macOS è profonda e un cambio di passo nel computing. Lunedì sarà una cosa da pazzi. Da guardare con attenzione.

In mezzo, un paio di dozzine di tweet affascinanti, una lezione di storia conosciuta e rivelazioni sull’evoluzione dei portatili negli ultimi trent’anni, perfetta per ingannare il tempo fino alla partenza del keynote di domani.

In questo periodo i portatili non sono la mia tazza di tè. Ma per un mucchio di persone lo sono e in modo importante. D’altronde, per me lo sono stati per molti anni; poi c’è stato un cambiamento sia nell’offerta sia nel mio modo di guardare al computing. Così ho cambiato idea; non è detto che non la cambi ancora, anzi. Ho avuto un PowerBook 100, il primo della serie, e sono arrivato al 17” con processore Core 2 Duo, senza mai pentirmi neanche per un minuto.

I nuovi MacBook con il successore di M1 avranno diverse cose da insegnare al mercato.

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Spostare una virgola
posted on 2021-10-16 03:45

Che godimento, se il sito di LoveFrom, restasse com’è per sempre!

Al posto dei chi siamo (abbinati ai chi se ne frega), degli scopri i nostri servizi (nel senso dei sanitari?), dei WordPress con il plugin bello ma che costi poco. Sembra una guasconata la pagina messa in piedi da Jonathan Ive e compagnia e invece quella virgola sposta una montagna di cose.

Pensa un po’ che non hanno scritto il testo per il motore di ricerca e non hanno cercato l’engagement attraverso la reach della community targettizzata con le call to action per generare le lead e spedire le DEM.

Certo, se lo possono permettere. Ma senza quella virgola sarebbero stati solo patetici. Con la virgola ti aprono un mondo e ancora neanche hai letto il messaggio (chiedo scusa, il body).

La virgola se la possono permettere tutti. È pensarla in un contesto, che è di pochi.

Grazie per un breve momento di luminosa lontananza dalla mediocrità a basso impatto intellettuale merito del cugggino che ha studiato il piaccapì al corso estivo.

Stay hungry, stay foolish resterà nella storia. Ma un posticino per love & fury nel cuore ce l’ho.

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Impara l’arte
posted on 2021-10-15 01:28

Dopo vari esperimenti condotti con iMovie, mChapters e soprattutto ffmpeg, che è straordinario ancorché esoterico, ho capito il necessario su come aggiungere capitoli a un video.

Peccato che YouTube non li importi e non li riconosca, a favore del suo metodo che a questo punto vedo necessario applicare ex post al posto delle soluzioni più eleganti che immaginavo fossero possibili.

Metto l’arte da parte. Però è stato un bel viaggio.

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La settima onda
posted on 2021-10-14 00:31

Sono in procinto di dotarmi di un watch Series 7 e ho letto con doppia attenzione la recensione di John Gruber su Daring Fireball.

Mi è piaciuta perché ha toccato corde cui sono più sensibile. La cura per i dettagli, la differenza che può fare un millimetro nel case di un orologio, l’evoluzione dello schermo dal primo modello a oggi, le particolarità del bordo convesso della Series 7.

Mi è piaciuta questa considerazione:

watch è un orologio cui capita di essere un computer, non un computer cui capita di stare sul polso. Se valuti la decisione di aggiornarti come faresti con un computer o persino un telefono, stai mancando il punto.

In verità ho sempre chiamato watch computer da polso. Però questa considerazione di Gruber è indirizzata a chi abbia già un watch e stia misurando l’opportunità di cambiare. Il suo giudizio è che vale la pena di farlo solo se piace il suo aspetto. Cioè, il criterio usato da chiunque cerchi un nuovo orologio.

Io arrivo da una prima generazione e per me il salto sarà comunque enorme in fatto di prestazioni e possibilità. Continuo a pensarlo come un computer. E d’altronde lo cambio dopo sette anni, proprio come farei con un computer.

Quest’altra considerazione, che è anche la conclusione, mi è piaciuta moltissimo:

Sette generazioni dopo, sembra chiaro che Apple abbia perseguito fin dall’inizio un ideale platonico di watch, in termini di forma, dimensioni e schermo. Series 4 ha costituito un progresso importante, con cambiamenti di rilievo che hanno molto avvicinato watch a questo ideale. Series 7 è un progresso minore, non maggiore, ma questo si deve alla riprogettazione di Series 4, che ha portato watch così vicino a ciò che da subito era stato concepito per essere. Forse un giorno Apple produrrà un watch del tutto reimmaginato; un nuovo ideale. Forse no. watch ha sempre saputo che cosa voleva essere e Series 7 gli si avvicina più che mai.

Vado convinto. Love is the seventh wave.

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Un aggiornamento da incorniciare
posted on 2021-10-13 00:34

Federico Viticci ha pubblicato e reso liberamente disponibile Apple Frames 2.0, la testimonianza più evidente del potenziale insito nello scripting e nell’automazione.

Chi segua il suo sito MacStories sa che le schermate di sistema operativo e programmi vengono pubblicate nella cornice del prodotto: che io sappia, nessun altro lo fa. Tutti noi comuni mortali acquisiamo una schermata e pubblichiamo la schermata.

Lui no. Se la schermata arriva da un iPhone X, la vediamo dentro il telaio di un iPhone X, come se fosse stata fotografata la macchina mentre mostra la schermata.

Chi ha per le mani un grafico, provi a chiedergli quanto vuole per fare lo stesso lavoro. L’articolo di MacStories contiene ventotto schermate.

E per farlo più volte? Viticci ha creato un automatismo con i Comandi rapidi di iOS/iPadOS/macOS/watchOS. Questa versione 2.0 aggiorna le cornici disponibili, è più veloce, pesa meno e riconosce più lingue.

Non c’è che scaricarla. Su iPhone ho scoperto una cosa interessante: per poter installare Comandi rapidi provenienti da fonti non certificate, bisogna avere azionato almeno una volta un Comando rapido. Altrimenti il sistema inibisce l’accesso all’interruttore della preferenza.

Poi, la prossima volta che qualche frescone chiederà che cosa fa un Mac che non possa fare un PC, o rimarcherà che Android costa meno, ecco che cosa fargli vedere. Funziona su tutte le piattaforme di Apple con la sola eccezione di Apple TV (sì, compreso watch). Richiederebbe un lavoro di programmazione importante se non ci fossero i Comandi rapidi. Risolve un problema reale e, nel farlo, aumenta il valore dell’offerta di MacStories.

Chiedergli, al frescone, di fare la stessa cosa con Visual Basic, o con Android se è per quello, con i soli strumenti di sistema.

Se un esempio come questo non basta a fare venire la voglia di automatizzare, penso che niente ci riuscirebbe. Ed è un peccato, per chi si priva di un pezzo di autoformazione non banale.

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Da zero a cento
posted on 2021-10-12 00:16

Proprio l’altro giorno, su stimolo di Edoardo, inserivo qui un vecchio articolo scritto molti anni fa per Macworld Italia, con riferimenti all’epoca in cui Apple chiudeva l’anno fiscale 1997 con un miliardo di dollari in perdite su sette miliardi di ricavi.

Stava tornando Steve Jobs e le cose cambiarono piega nel giro di pochi mesi.

Oggi leggo che Apple potrebbe chiudere l’anno fiscale 2021 con un attivo di cento miliardi di dollari.

Di fronte a una notizia come questa possono aprirsi numerosi fronti di discussione, di cui uno solo mi interessa: comunque vada, abbiamo vissuto un momento storico irripetibile.

Ieri pomeriggio mi occupavo di un libro che spiega come guadagnare un milione di follower sui social media nel giro di un mese. Fa impressione, sì. Convincere un miliardo e mezzo di persone della bontà del tuo prodotto, che si trova fuori dalla corrente e va scelto perché nessuno te lo fa trovare scontato sul tavolo, è davvero tutta un’altra impresa.

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La quarta virtù
posted on 2021-10-11 00:28

Che leggerezza, che letizia vedere Dr. Drang mettere insieme un pezzo di Python e un pezzo di AppleScript per risolvere una faccenda di web scraping inerente il recente voto in California. Dove, racconta,

il problema maggiore era raccogliere i risultati del voto pubblicati dall’ufficio della Segreteria di stato californiana. […] Che non ha pubblicato alcuna tabella singola dei voti organizzati per contea, ma cinquantotto pagine web indipendenti, appunto una per contea.

La sfida diventa allora automatizzare il processo per evitare errori indotti dalla noia, cosa che potrebbe accadere a chi si ritrovasse a riunire a mano i risultati provenienti da cinquantotto pagine differenti.

Passando da Numbers, BBEdit e MultiMarkdown, arriva alla tabella riassuntiva. Il suo metodo ha un pregio particolare per la situazione: in una elezione, è facile che uno o più dati parziali cambino nel tempo. Avere un automatismo permette di rifare i calcoli ogni volta che sia necessario.

Il creatore del linguaggio Perl, Larry Wall, definì le Tre virtù del programmatore come pigrizia, impazienza e hubris (la qualità che ti fa scrivere – e manutenere – programmi di cui nessuno vorrà parlare male).

Grazie a Dr. Drang, conosciamo una quarta virtù: l’insofferenza per la noia.

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La Tiobe di Babele
posted on 2021-10-10 02:30

Di solito il fine settimana è avaro di notizie interessanti, ma fa eccezione Python al primo posto nella classifica dei linguaggi più usati secondo Tiobe, che è la fonte tradizionalmente più seguita in tema.

Il primo posto era da decenni, senza esagerare, una faccenda a due tra C e Java e questa variazione è davvero epocale.

Noto distrattamente che Swift è diciassettesimo e Lisp trentanovesimo, niente di particolarmente inconsueto. C’è anche Scheme quarantreesimo, che un po’ sarebbe da contare come Lisp, anche se cambierebbe assai poco.

Impressiona che i primi tre linguaggi riscuotano ciascuno poco più del dieci percento dell’utilizzo; poi si va in cifra singola e basta pochissimo per entrare in una serie interminabile di zero virgola.

Segno che ci sono linguaggi più seguiti e di tendenza di altri, oppure più consolidati, ma esiste la possibilità di scegliere un linguaggio di programmazione da fare proprio in mezzo a un ventaglio di opzioni molto ampio, che è molto positivo.

Vuol dire anche che bisogna farsi pochi scrupoli e avere zero paura di sbagliare: scartato un linguaggio, ne esistono decine di altri. Pensare di poterli valutare tutti in anticipo è illusorio ed è meglio andare dove porta il cuore che perdersi in valutazioni del tutto teoriche.

Era molto che non invitavo alla scoperta della programmazione. D’altronde è stato un sabato rilassato e mi sarei concesso volentieri un picnic, oppure un qualche problemino da risolvere appunto con del software.

Il sabato è stato denso, per quanto rilassato, e nulla si è potuto. Però avrei preso volentieri in mano Swift Playgrounds o Lisp per chiudere l’oramai annosa questione dei commenti qui sotto. Il momento si avvicina.

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Cose che cambiano veloci
posted on 2021-10-09 01:25

Neanche un mese stavamo a I progressi delle CPU Apple si arrestano e il futuro appare grigio per l’impatto che inizia a farsi sentire dell’esodo di ingegneri verso Nuvia e Rivos. A Milano direbbero ciumbia, roba forte, con spiegazione-shock:

Riteniamo che Apple abbia dovuto ritardare lo sviluppo del nucleo della CPU di prossima generazione per via del ricambio di personale che ha dovuto affrontare.

Oggi possiamo leggere la recensione del chip A15 presente negli iPhone 13, curata come sempre in modo esemplare da AnandTech: il titolo sintetizza più veloce e più efficiente.

AnandTech fa riferimento allo stesso stato di cose ma scrive in modo leggermente diverso:

Naturalmente, qui il tono trasmette una immagine piuttosto conservativa dei miglioramenti della CPU A15 che, al momento di esaminare prestazioni ed efficienza, sono tutt’altro.

E poi:

In confronto alla concorrenza, A15 non è il cinquanta percento più veloce come dichiara Apple, ma piuttosto più veloce del sessantadue percento.

Si parla anche di giochi:

A15 continua a cementare il dominio di Apple nel gaming mobile.

Il che fa pensare anche alla grafica:

I miglioramenti nelle prestazioni di picco della GPU vanno fuori scala, grazie a una combinazione di unità più grande, nuova architettura e cache di sistema maggiorata, che giova sia alle prestazioni che all’efficienza.

In un mese cambiano un sacco di cose. Velocissime.

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Morire di abitudine
posted on 2021-10-08 01:16

Dopo lo studio commissionato da Apple a Forrester sull’adozione dei Mac M1 in azienda eccone un altro, sponsorizzato da Kandji, che è sostanzialmente concorrente di Jamf e vende soluzioni per facilitare la gestione nelle aziende di grandi quantità di Mac.

Lo studio mostra a suon di numeri che le persone al lavoro preferiscono scegliere che computer usare, che molto spesso hanno più piacere nell’usare un Mac, il quale ha un costo totale di proprietà inferiore a quello dei PC e in definitiva è più conveniente, oltre a essere più produttivo e a favorire il buonumore della forza lavoro.

Come potrebbe essere diversamente? L’oste scrive che il suo vino è buonissimo.

Intanto però che ci si accapiglia sul dito, osserviamo la luna. C’è un mercato, nel quale operano almeno due soggetti: concorrenza. Quindi è un mercato vero, dove è possibile crescere, avere successo e anche essere sfidati da un prodotto alternativo, che difficilmente verrebbe sviluppato in assenza di possibilità di emergere.

Mac in azienda non è una faccenda di pochi lunatici (o di quell’azienducola che porta a casa duecento miliardi l’anno), ma una realtà concreta, numerosa e in crescita.

Giusto per ricordarlo alle persone con cui chiacchieravo oggi, Windows è lo standard.

Semmai, l’abitudine. E fare sempre la stessa cosa, per la ragione che si è sempre fatta quella cosa, in un mondo come quello tecnologico, oltre a essere controproducente lo trovo persino di una noia mortale.

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Fin da piccoli
posted on 2021-10-07 01:17

Il progetto di curriculum digitale per elementari e medie prosegue sia pure in sordina e mi sarà utile in prospettiva questa pubblicazione di risorse per il coding e il design di app nella scuola elementare, da parte di Apple.

C’è molto, tra l’ovvio Swift Playgrounds e le meno ovvie migliorie a Schoolwork, passando per la guida Everyone Can Code Early Learners.

Ma tutto quello che serve è contenuto all’inizio della dichiarazione di Susan Prescott, vice president per Education and Enterprise Marketing:

Coding e progetto di app costituiscono alfabetizzazione essenziale.

A un quarantenne di oggi potrà sembrare assurdo che nella scuola debbano entrare coding e app design, almeno al pari delle materie da sempre neglette come musica e attività fisica.

Un quattrenne domani ci ringrazierà, perché gli farà un gran comodo e segnerà un divario forse incolmabile in qualità della vita e aspettativa di futuro rispetto a quanti non avranno avuto la stessa possibilità.

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Io speriamo che ci ripensi
posted on 2021-10-06 02:50

Fabio ha di nuovo scelto una data significativa e malinconica per annunciare l’abbandono del suo profilo Twitter e io spero che ci ripensi.

7Bit era in origine anche un sito. Doveva essere anche una carriera personale, che però non decollò secondo le aspettative di Fabio e ha cessato le pubblicazioni proprio con la morte di Steve Jobs, dieci anni fa.

Aspettative alte. Nel suo coprire il mondo Apple, Fabio non è mai stato accondiscendente né ha edulcorato il racconto delle cose. La sua narrazione era sempre entusiasta, a volte distaccata ma mai fredda, e comunque sincera.

Ha sempre denunciato, Fabio, un certo atteggiamento di Apple verso la stampa di settore e un ambiente dove vedeva favoritismi eccessivi, figli e figliastri, ipocrisie e ingiustizie. Come sempre ne ha parlato senza peli sulla lingua e certamente questo non ha aumentato la sua lista di amicizie, in Apple prima che fuori.

Ma lui è fatto così. Ci siamo frequentati poco e ho l’impressione che non abbia mai amato il proscenio e, per quanto desiderasse avere un giusto successo con 7Bit, non cercasse le luci della ribalta, piuttosto un’attenzione maggiore dal pubblico e da Apple.

Ignoro se ci siano ragioni più profonde per la sua decisione, oltre alla delusione personale. Spero di no e che tutto stia andando nel migliore dei modi. Le allusioni alla salute nella sua comunicazione dicono e non dicono; io conto che sia un non-issue e che tutto vada per il meglio.

In ogni caso, è una perdita. 7Bit somiglia nella sua parabola a MacJournals e si unisce a un gruppo di voci che dovrebbero restare vitali e presenti nelle timeline di tutti, in nome del bene comune. Per competenza, passione, umanità, profondità.

La mia forza contrattuale nei confronti di Fabio è sotto lo zero e non ho alcuna influenza sulle sue decisioni. Confido che prosegua a dispensarci analisi, approfondimenti, scoop, critiche, battute, tutto quello che abbiamo potuto leggere in questi anni e che davvero vorremmo continuare a vedere.

Perché di gente che si dice controcorrente e fuori dal coro ne abbiamo a montagne ed è il peggiore dei cori. Fabio non si è mai dato arie ed era, ed è veramente una voce alternativa, non allineata, un contraddittorio indispensabile proprio perché senza sconti.

Io speriamo che ci ripensi.

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Cinque ottobre
posted on 2021-10-05 00:28

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Cuore di Mela forever
posted on 2021-10-04 17:15

Sabino è stato troppo gentile a riscoprire Cuore di Mela e trovarlo per tanti versi ancora fresco e utile.

Non lo riprendo per caldeggiare l’acquisto (non lo linko, chi avesse voglia lo troverà); il libro fa benissimo il suo lavoro e ancora oggi porta ogni anno numerosi centesimi di euro nelle tasche di Luca MisterAkko Accomazzi e nelle mie.

Solo per dire che ci avevamo visto anche abbastanza lungo sul tipo di direzione da dare alla divulgazione informatica in questi anni non più pionieri. E, per quanto cambi tutto in continuazione a frequenza impressionante, certi fondamentali (e certe burocrazie) restano immobili e immortali.

Cuore di Mela cartaceo non è in vendita; era nato per omaggiare degnamente le persone così gentili e generose da supportarci nel lavoro di creazione e scrittura. Ne abbiamo tirate un discreto numero, ma restano come rarità e come omaggio.

Le copie elettroniche rimangono e sarebbe bello riuscire a produrre una edizione aggiornata. Ci sarebbe molto da aggiungere, qualcosa da cambiare, di sicuro non mancherebbero nuovi punti di interesse da trattare. Certamente farò del mio meglio per sistemare quantomeno i refusi, a fronte di una lista degli errori. Di fronte a una lista di proposte non prometto niente; ugualmente, nulla è impossibile dato che abbia tempo sufficiente.

Sul gioco proposto da Sabino a fine post, non posso pronunciarmi ovviamente prima che arrivino tutte le risposte e l’interesse che si merita.

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Il filesystem di Asimov
posted on 2021-10-03 16:27

Nel mio gruppo Slack (dove è possibile entrare facendone richiesta) si è discusso per merito di MailMasterC del perché i giovani d’oggi non siano familiari con le opzioni di file, cartelle e alberi gerarchici mentre ai miei tempi, signora mia, le informazioni si organizzavano come si deve, con tutte le sottocartelle e le alberature che servivano.

Il tema è meno dopolavoristico di come appare e crea questioni significative, per esempio, in ambito didattico. È anche facile immaginare come conti in ambiti più evidenti come aziende di informatica o aziende tout court, nelle quali sapere dove stanno i file cruciali è spesso faccenda impellente.

Da tempo ho personalmente rinunciato all’organizzazione di file e cartelle e ho dato preferenza a un approccio più disordinato, basato su tag, ricerca e – quando occorre – smart folder che si popolano da sole.

Si è parlato anche di come il lavoro per app, affermato da filosofie come quella di iOS e iPadOS, incoraggi a perdere di vista la strutturazione dello spazio di lavoro, nel momento in cui apri la app e si aprono i file su cui sei al lavoro.

Ho faticato a contribuire alla discussione mentre era viva e provo a dare un parere oggi, meno puntuale e più buttato avanti dove ancora facciamo fatica a vedere.

Ed è questo: manca un filesystem universale. Qualcosa che uno scrittore di fantascienza come Asimov potrebbe avere concepito se fosse nato venti anni dopo e avesse avuto più familiarità con la rete.

Quando il numero di utenti, di app, di file cresce spropositatamente, come al tempo attuale, la strutturazione gerarchica perde di significato.

Ma i miei file… appunto, sono i tuoi Quando eravamo pochi, con pochi programmi e pochi documenti (in senso relativo: oggi migliaia di documenti sono pochi), era facile e opportuno che ognuno tenesse ordinato il proprio giardino, per così dire. E i giardini restavano a distanza; tra essi si svolgeva un traffico discreto ed esterno di messaggi di posta, floppy disk o Cd-Rom.

Se oggi guardo il mio giardino, il numero di aiuole si è moltiplicato. Senza contare la famiglia e meno che mai la famiglia allargata, ho non meno di tre computer usati in continuazione, che si sincronizzano, si passano cose, si sovrappongono in parte. un file può essere creato su iPhone, passare da iPad, finire su Mac.

Le aiuole virtuali le vogliamo contare? iCloud Drive, Dropbox e poi tutto il resto. Quei file stanno sul mio computer, sui miei computer, o altrove, o tutto insieme? o ancora qualcosa di diverso? Il mio giardinetto somiglia a una giungla più che una aiuola ben organizzata.

E poi arrivano gli altri, quelli che un tempo potevano al massimo bussare con un floppy o una email. Devo tenere conto di file che esistono solo su Miro, Canva, Prezi, Google Documenti per fare solo pochi nomi. File di cui posso tenere localmente al massimo un backup, perché sono giardini condivisi, dove in più di una persona lavoriamo sulla stessa aiuola.

In situazioni come GitHub, capita che il file stia sì in locale, ma che io debba costantemente preoccuparmi di aggiornarlo con il lavoro degli altri che stanno altrove, con una copia su ciascun locale loro, e che tocchi anche a me proiettare aggiornamenti verso la comunità. Dove si trovi il file dentro il mio computer è una cosa profondamente secondaria rispetto alle attività che mi richiede. E se domani mi venisse l’uzzolo di cambiargli posto nel computer, o di cambiargli nome, o di mettere quella cartella dentro una nuova cartella, dovrei stare molto bene attento a non fare disastri.

Dove sta un file che ho creato con Canva, a cui devono accedere colleghi? Sta su Canva. Nella mia perfetta struttura di cartelle e sottocartelle potrei mettere al massimo un segnalibro per lanciare Safari e caricare il giusto Url.

Insomma, non c’è niente di male nelle organizzazioni personali del filesystem. Solo che funzionano meglio con pochi file, con pochi scambi di file, con pochi tipi di file eccetera. Più tutte queste quantità crescono e si diversificano, più il concetto entra in crisi, più arriva la tentazione di saltare a pié pari la cosa. C’è gente oggi che lavora, nel senso pieno e professionale, e non ha mai visto un Mac, o un PC se per quello. Se non ha lo stimolo a crearsi una struttura perfettamente ordinata di sottocartelle, lo capisco.

Diverso sarebbe se operassimo in un fantascientifico filesystem universale, un OpenZFS del Tremila per capirci. Dove il mio giardino è una piccola parte del grande giardino globale. Dove, ovviamente con i permessi e le sicurezze opportune, passare un file a un amico significherebbe aprire la mia cartella e passarlo nella sua. Senza app di trasmissione, con protocolli trasparenti, la fine dell’idea stessa di download o upload, quando un file semplicemente si sposta da una parte all’altra del filesystem come oggi faremmo noi su Mac, solo che l’altra parte del filesystem può trovarsi in Terra del Fuoco. E tutto, tutto, dal file sul mio disco rigido a quello che ho appena creato su Miro, stesse nella stessa struttura di file e cartelle.

Allora le cartelle, i percorsi, gli alberi, avrebbero (di nuovo) un senso.

Ora come ora, ho appena ricevuto una foto dalla famiglia. È arrivata con Messaggi e ho fatto clic su Salva. Se apro Foto la vedo come più recente, mentre silenziosamente la foto si propaga su iPhone e iPad Pro.

Dove sta? Non lo so. Non ne ho la minima idea. Quello che mi interessa è vederla subito.

Non è un caso che su Mac possa trovare software come Obsidian, una potente base di conoscenza assisa su una cartella locale di file scritti in Markdown. La cartella qui esiste solo per dargli un confine e poi ci pensa lui.

In attesa del genio che ci porterà il filesystem universale e che probabilmente sta ancora succhiando il biberon in qualche sobborgo del villaggio globale.

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La recensione è una severa maestra
posted on 2021-10-02 15:37

Riga più riga meno, sono finalmente arrivato in fondo alla recensione di iOS e iPadOS versione 15 scritta da Federico Viticci su MacStories.

E ho compreso quanto mi manchi per usare a imparare iPad (o iPhone, per quello) a un livello veramente competitivo.

Le ventitré paginate di recensione (Ok, una di credits, una introduttiva…) trattano tutti gli aspetti rilevanti dell’aggiornamento, Focus, Promemoria, Comandi Rapidi, estensioni di Safari, widget, schermata home e quant’altro. Mi rendo conto che, pur lavorando metà del tempo con iPad, in pratica lo uso come o quasi come il suo primo fratello maggiore del 2010.

Questo è grave, perché significa lavorare come lavorano tutti; per fare un passo avanti è necessario riuscire a lavorare come non tutti. Viticci riesce a lavorare su iPad come nessun altro e, guarda caso, è un’autorità mondiale la cui conoscenza di questo argomento è sufficiente a garantire reddito per sé e per una piccola azienda, quella che ruota attorno a MacStories.

Certo serve il tempo per leggere ventitré pagine e poi per approfondire le cose più promettenti, che servono, che potrebbero servire.

Come mi sfotteva amichevolmente kOoLiNuS giorni fa, poi rischi di passare una giornata per non automatizzare una cosa che ti avrebbe chiesto cinque minuti a mano, o automatizzarla così male da rendere controproducente l’automatismo. Eppure la vista a breve mostra – giustamente – la difficoltà a trovare il tempo necessario per fare quelle cose in modo più producente, mentre fatichiamo a guardare in là a distanza sufficiente per vedere il beneficio.

Alla fine il lavoro è sempre questione di risolvere un problema per conto di una comunità. Più la soluzione è geniale, più diventi bravo e più la tua comunità ne beneficia.

Sotto con i widget e grazie a Robert Heinlin per l’ispirazione.

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La carica dei 705
posted on 2021-10-01 13:04

Ci vorrebbe l’aiuto dei parlamentari europei.

È infatti stato annunciato un nuovo branding della cavetteria Usb-C, allo scopo di chiarire ed evitare confusione.

Ansiosi come sono di imporre all’Europa lo standard Usb-C e obbligare i costruttori a impiccarcisi, ci spiegheranno bene che cavi vogliono esattamente, quali di questi vanno bene, se vanno sostituiti da un cavo solo e se sì di che tipo, vai avanti tu che mi viene da ridere.

La domanda cruciale, soprattutto, è quale sarà il prossimo cavo Usb-C. Se andrà bene per lo standard, se dovrebbe sostituire quelli esistenti o aggiungersi, se, se.

Sempre posto che, si inventasse domani una forma di connessione più avanzata ed efficace, l’Europa dovrebbe rinunciarvi, in nome dello standard.

Aspettiamo i settecentocinque a Bruxelles, che ci illuminino su che cosa dovrebbe dare la carica, per tacer del resto, ai nostri device.

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