Content from 2021-08

L’era spaziale che sarà
posted on 2021-08-31 01:56

Ho qualche amico nostalgico dei tempi eroici dell’informatica, di quando ogni giorno c’era un progresso e si viveva con l’entusiasmo di tutto quello che poteva stare per succedere, anche senza sapere che cosa sarebbe successo. Era un Paese delle meraviglie tecnologico, da abitare con entusiasmo e curiosità. Mentre oggi, è sempre la conclusione, non è più così. Soprattutto, tutto è già stato inventato.

Ho sempre combattuto questa visione delle cose, che prelude alla senilità (del pensiero, il corpo è un’altra cosa) e difatti esistono articoli come quelli di Frederic Filloux di Monday Note dedicate ai piani della cosiddetta Big Tech per espandersi nello spazio.

Filloux, per capirci, scrive su Monday Note in alternanza con Jean-Louis Gassée e non è esattamente uno che passi per caso.

Nel quarto articolo della serie Big Tech, i nuovi Space Invaders si parla di un settore tecnologico del tutto nuovo, anche se i servizi che si vogliono offrire sono sempre quelli e i grandi nomi dell’industria sono già noti a chiunque. Ma si parla in embrione della nuova era spaziale che si avvia a cominciare. La prima, Gagarin, Sputnik, Apollo, Armstrong, è stata l’equivalente degli anni cinquanta dell’informatica, con le schede perforate e le valvole termoioniche. La prossima, SpaceX e tutto il resto, equivarrà all’informatica dei primissimi anni settanta.

Vale a dire che inizieremo a vederne delle belle e anche la tecnologia digitale attraverserà passaggi piuttosto interessanti, per chi saprà vedere oltre la superficie dei banali contratti di cloud o di noleggio satelliti.

Le previsioni di Arthur Clarke e altri personaggi della fantascienza stanno per iniziare ad avversarsi, solo con qualche anno di ritardo e in forma più articolata. L’epoca delle meraviglie sta per tornare, solo un po’ di pazienza e – sempre – di curiosità.

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Il Mac della batteria
posted on 2021-08-30 23:30

Mi sarebbe piaciuto commemorare degnamente Charlie Watts con un suo collegamento al mondo Apple, solo che non avevo appigli per farlo mentre era vivo e neanche adesso ne ho trovati. I Rolling Stones si sono semmai fatti pagare una bella cifra da Microsoft per i diritti di utilizzo del brano Start Me Up.

Tuttavia Mario ha scritto una cosa illuminante sul mio canale Slack (gli inviti sono sempre aperti, basta una email) e gli ho chiesto il permesso di riprodurla:

Il suo modo di suonare era già “Apple” vent’anni prima del primo Macintosh. Toglieva tutto quello che non era essenziale e quello che rimaneva “just worked”. A differenza di tanti altri, suonava muovendo solo polsi e braccia (poco), evitando tutti i movimenti inutili. Il primo esempio che mi viene in mente è “Start me up”.

Mario ha anche aggiunto questo:

Da batterista dilettante, lo ammiravo molto. Avrebbe potuto fare il virtuoso, ma aveva capito che agli Stones i virtuosismi non servivano. E anche questa era una forma di virtuosismo.

Quando Mario dice dilettante intende so più di quello che voglio farti credere, ma capisco che qualcuno potrebbe nutrire dubbi sulla sua autorevolezza. Per questo invito alla lettura del ricordo di Watts offerto dal Guardian a cura di due batteristi molto noti, Stewart Copeland e Max Weinberg. Corroboreranno.

Ho cominciato a seguire la musica degli Stones dal concerto di Torino del 1982, mentre prima seguivo più che altro il loro clamore mediatico. Prima degli Stones si esibiva credo la J. Geils Band; ero un ragazzino ingenuo e rimasi impressionato dalla batteria del gruppo, che occupava un bilocale.

Finita la performance introduttiva, venne smontata la batteria e posizionata quella degli Stones. Tre tamburi, due piatti, pareva il set di uno che ha iniziato ieri a studiare.

E invece era il Mac della batteria a usarla, in modo magistrale. Dopo tanti anni Mario mi ha aiutato a capirlo e Charlie Watts resterà per sempre un riferimento.

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Permesso di scarico
posted on 2021-08-29 02:30

Rientrati a casa la sera dopo una cena da amici, Lidia ha chiesto posso giocare un po’ sulla TV?, che nel nostro caso significa usare tramite tv i giochi disponibili su Apple Arcade.

Abbiamo dato l’assenso e dopo pochi istanti Lidia ha chiesto Posso scaricare un gioco da Apple Arcade?

Il papà ha subito risposto certo; per mantenere una parvenza di autorità ha comunque visionato il gioco da scaricare, ma la verità è che con Apple Arcade il peggio che può accadere è suddiviso in due categorie:

  • giochi che richiedono un controller (non lo abbiamo);
  • giochi 12+ ancora un po’ troppo complessi oppure a rischio di contenuti più forti.

Tutte le altre perplessità le abbiamo eliminate, dietro pedaggio ad Apple di cinque euro al mese. Che sono tra i denari meglio spesi ultimamente; niente questioni di acquisti in-app, niente pubblicità, niente tracciamenti indebiti, niente catene di giochini fatti in serie che si promuovono l’un altro, niente.

Sarà pure un walled garden ma appunto, quando hai non più di dieci anni/figlia complessivi, se per una volta vogliono fare da sole, lo possono fare in condizioni di tranquillità parentale. Usciremo dal giardino dorato ovviamente, ma a tempo debito. La nuova tv, a distanza di tempo dall’acquisto, mi piace sempre di più.

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Privacy e realtà: un attacco omologato e superficiale
posted on 2021-08-28 00:49

Ho illustrato ieri il contesto dentro il quale Edward Snowden ha duramente attaccato il sistema di Apple per salvare capra e cavoli, ossia salvaguardare la privacy delle persone e nel contempo individuare materiale fotografico abusivo di minori.

Lo riassumo rapidamente: Apple è nel mirino dei politici per non avere politiche di scansione becera del proprio cloud e, a causa di questo, effettuare una quantità risibile di segnalazioni alle autorità. Al tempo stesso non ha cifratura completa su iCloud, il che la espone ulteriormente alle richieste delle autorità. Quindi sta sviluppando un metodo per arrivare alla cifratura totale di iCloud e, nel contempo, dare comunque ai politici quello che vogliono e cioè un contributo percepibile all’individuazione di materiale abusivo di minori.

Snowden si inserisce qui, con un articolo intitolato La “i” che tutto vede: Apple ha appena dichiarato guerra alla tua privacy. Mi chiedo che cosa avrebbe scritto per commentare i metodi di sorveglianza Csam (Child Sexual Abuse Material) usati da Google o Microsoft o Facebook, che stanno a quello di Apple come un martello pneumatico sta a un cesello, ma da una ricerca abbastanza accurata non sono riuscito a trovare niente di altrettanto mirato e violento. Potrei semplicemente non averlo trovato. Intanto, mi resta l’impressione che il tema sia caldo unicamente perché se ne occupa Apple.

Potrebbe anche andare bene, se ci fosse un’analisi puntuale e precisa di che cosa succede. Andrebbe benissimo se una persona con la sua reputazione e il suo passato dicesse qualcosa di speciale, che aiuti a capire, faccia un passo avanti, proponga soluzioni cui nessuno ha pensato.

Invece il suo pezzo è costruito attorno a giochini verbali, opinioni precostituite, ipotetiche che lasciano il tempo che trovano e il dibattito sulla questione esattamente uguale a prima, solo con più amaro in bocca. C’è anche quella fastidiosa attitudine del tipo posso usare tecniche retoriche che il mio bersaglio non è legittimato a usare, irritanti perché inutili e vuote: criticare Apple che si sforza di parlare da un gradino che vorrebbe essere più in alto, da cui parlare in toni bassi e solenni va bene… a patto di scrivere un articolo non impostato su toni analoghi. Precisare che si rimane intenzionalmente lontani da toni tecnici e dettagli procedurali è OK… solo che poi non sei più legittimato a tenere una lezione sul significato di cifratura end-to-end.

Soprattutto, i dettagli tecnici, in questo caso, sono esattamente quelli che fanno la differenza. Toglierli di mezzo significa equiparare il sistema di Apple a quello degli altri. Potrebbe magari essere peggiore, ma di certo non è uguale. E allora i dettagli contano.

Anche perché, se non contano, finisci per scrivere cose come

Con il nuovo sistema, è il tuo telefono che cerca foto illegali per conto di Apple, prima ancora che le foto abbiano raggiunto i server iCloud, e – bla bla bla – se viene scoperto abbastanza “contenuto proibito”, parte una segnalazione alle autorità.

A voler giocare sui dettagli, 1) è indifferente quando parta la ricerca rispetto al lavoro dei server iCloud. È solo un espediente retorico per calcare la mano; 2) non parte affatto una segnalazione. Due inesattezze in tre righe? Sei Edward Snowden, mica il gelataio in piazza (onore e gloria ai gelatai, senza i quali non potrei esistere d’estate). Se devo essere convinto va bene, purché si usino precisione ed equilibrio.

Equilibrio usato invece per dare il colpo al cerchio e alla botte, per avere ragione da una parte e anche dalla parte opposta. Per avere sempre ragione. Senza scomodare Popper che oramai vien tirato in ballo anche per parlare del rigore della Salernitana, non puoi applicare metodi opposti e avere ragione sempre.

Di che cosa parlo? di frasi come

Apple intende imporre un nuovo e mai così intrusivo sistema di sorveglianza su molti degli oltre un miliardo di iPhone…

Insomma, farla franca è impossibile o quasi. Solo che poi:

Se sei un pedofilo professionista con una cantina piena di iPhone contaminati da Csam, Apple ti concede gentilmente di esentarti da queste scansioni semplicemente girando l’interruttore “Disabilita iCloud Photos”, un bypass che mostra come il sistema non sia mai stato progettato per proteggere i bambini, come vorrebbero farti credere, ma piuttosto il loro marchio. Fino a che tieni quella roba fuori dai loro server, e così tieni Apple fuori dai titoli sui giornali, Apple se ne disinteressa.

Questo argomentare è problematico. Mostra che Snowden conosce perfettamente il contesto che c’è dietro, ma lo ignora intenzionalmente. Peggio di questo, si fa passare il sistema per sorveglianza totale e ineludibile… che eludere è facilissimo, per i criminali. Se invece uno è una persona normale, no, l’interruttore non lo può girare. Snowden vuole avere ragione nel dire che è sorveglianza diffusa e capillare, e vuole avere ragione nel dire che è facile uscirne. Che sorveglianza è, allora? Come si può avere contemporaneamente ragione su tutto e sulla sua negazione?

In cauda venenum. Snowden si premura di fare sapere che il sistema è gravemente fallato. Peccato che si limiti a dare un paio di link e che il dibattito resti assolutamente dove si trovava prima. E che le obiezioni siano note ad Apple, e che il sistema ne tenga conto. Non è questo il momento di entrare nei dettagli; comunque c’è gente che si affanna a scrivere software per elaborare falsi positivi oppure immagini diverse con lo stesso hashing percettivo. Peccato che, per come ha congegnato le cose Apple, per condurre un attacco realmente pericoloso ci voglia molto di più. E nessuno, neanche Snowden, sappia se sia possibile condurlo nella pratica.

Ma naturalmente, sostiene Snowden, Apple crea un precedente che certamente porterà ad abusi del sistema da parte di governi male intenzionati.

Che cosa accadrà se, tra pochi anni al massimo, passa una legge che proibisce la disabilitazione di iCloud Photos, costringendo Apple a scandire foto che non sono copiate su iCloud?

A parte che si tratta di una situazione inconcepibile, se fosse proibito disabilitare iCloud Photos, tutte le foto finirebbero su iCloud. Così Apple scandirebbe le foto nel cloud… esattamente come oggi fanno Facebook, Microsoft, Google, TikTok, Amazon, chiunque. Apple avrebbe speso tempo e denaro per nulla. Ma questo significa anche che il sistema proposto da Apple, almeno sulla carta, è migliore della becera scansione del cloud.

Che accade quando un partito indiano domanda che vengano cercati meme associati a movimenti separatisti?

Succedesse, sugli iPhone comparirebbe un database di riferimento diverso dall’attuale. Se ne accorgerebbe il mondo in un quarto d’ora (su tutti gli iPhone del mondo viene installato lo stesso iOS e non esistono versioni personalizzate); la reputazione di Apple colerebbe a picco. Un suicidio commerciale in piena regola. A parte il fatto che, se per assurdo succedesse, Apple potrebbe sostenere ad libitum che nessun iPhone contiene quel materiale, perché nulla viene comunicato direttamente alle autorità.

Quanto tempo rimane prima che l’iPhone nella tua tasca inizi silenziosamente a compilare rapporti sul possesso di materiale politico “estremista” o sulla tua presenza in una manifestazione non autorizzata? O sulla presenza nel tuo iPhone di un video che contiene, o forse-contiene-forse-no, l’immagine sfocata di un passante che secondo un algoritmo somiglia a una “persona di interesse”?

Domande inquietanti. Che hanno nulla a che vedere con la situazione attuale, perché la loro traduzione in software è fantascienza. Il sistema annunciato da Apple non ha alcuna possibilità di eseguire alcuno di questi compiti. Se un domani lo fosse, sarebbe qualcosa di completamente diverso da quello che è stato annunciato. Vale a dire che questa preoccupazione è indipendente dall’annuncio di Apple.

Su queste premesse – che, con tutto il rispetto, la stima e la comprensione per quello che ha passato Snowden, sono giornalismo di seconda fascia e qualità scarsa – si avvia a nascere, conclude Snowden stesso,

una i che tutto vede, sotto il cui sguardo ogni iPhone cercherà da solo qualunque cosa Apple voglia o le venga ordinato di volere.

Un mondo in cui, semplicemente, non si venderebbe un iPhone che è uno.

O può darsi che mi confonda… o che io semplicemente pensi differente.

Ecco, io di differente dal dissenso che ho già letto sulla materia, non ho visto una riga.

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Privacy e realtà: un triplo salto mortale carpiato con avvitamento
posted on 2021-08-27 00:49

Prima di spiegare perché Edward Snowden ha attaccato in modo ingiusto e disonesto Apple rispetto al suo programma di individuazione di contenuti pedopornografici su iPhone, è necessario contestualizzare.

C’è un articolo di Mit Technology Review che chiarisce la situazione.

Le autorità di tutto il mondo fanno grande pressione sulle società di Big Tech perché lascino porte aperte dove c’è intenzione di cifrare comunicazioni e file e perché siano parte attiva per segnalare crimini perpetrati (anche) utilizzando sistemi di comunicazione digitale. In questo, la diffusione e la detenzione di materiale pedopornografico ha una fortissima priorità. Ecco che cosa può scrivere nel 2021 un senatore degli Stati Uniti:

L’esortazione al Congresso riguarda una proposta di legge molto controversa, che aumenta i poteri delle forze dell’ordine nel monitoraggio delle conversazioni online alla ricerca di tracce di abuso di minori.

Apple non si muove in a vacuum, come scriverebbero negli States, nel vuoto; c’è pressione da parte di autorità e governi. Ho già scritto che vorrei Apple disinteressata a quello che la gente memorizza sui propri apparecchi; questo, oggi, non è possibile. A meno che Apple chiuda o ridimensioni catastroficamente le proprie attività, per esempio smettendo di vendere computer, o eliminando iCloud.

Soprattutto, Apple si trova in una posizione doppiamente difficile. Nell’articolo di Mit Technology Review si accenna ai problemi di WhatsApp con i contenuti illegali (WhatsApp applica alla propria messaggistica cifratura end-to-end e in condizioni ordinarie non è in grado di spiare nei messaggi):

WhatsApp contiene funzioni di reportistica che permettono a qualsiasi utente di segnalare contenuti abusivi. Per quanto le capacità del sistema non siano affatto perfette, l’anno scorso WhatsApp ha segnalato a NCMEC oltre quattrocentomila casi.

(Ncmec è l’associazione americana di riferimento per le iniziative contro l’abuso e lo sfruttamento dei minori).

Quante segnalazioni di materiale abusivo di minori sono arrivate a Ncmec nel 2020? Ce lo ricorda iMore:

oltre 21 milioni da provider Internet. Venti milioni da Facebook, compresi Instagram e WhatsApp. Più di 546 mila da Google, oltre 144 mila da Snapchat, 96 mila da Microsoft, 65 mila da Twitter, 31 mila da Imagr, 22 mila da TikTok, 20 mila da Dropbox.

Da Apple? 265. Non 265 mila. Duecentosessantacinque.

Come si crede che Google possa mettere insieme oltre mezzo milione di segnalazioni? o Microsoft quasi centomila? O Facebook venti milioni? Hanno meccanismi di scansione dei rispettivi cloud e server, checché ne pensino i paladini della privacy.

E Apple? Come fa ad avere così poche segnalazioni? Ma prima di tutto, come fa ad averne, di segnalazioni?

Dal 2019 applica sistemi di identificazione delle foto abusive al traffico su iCloud Mail. Non su iCloud nel suo insieme; su iCloud Mail. La differenza è fondamentale perché, salvo eccezioni costituite da servizi relativamente piccoli oppure costosi, la posta elettronica viaggia universalmente in chiaro. Quella di tutti, non quella di iCloud. Se metto una foto in posta elettronica e spedisco il messaggio, chiunque sia in ascolto delle mie comunicazioni può vedere la foto. Chiunque.

Si capisce che l’email non sia un sistema ideale per fare viaggiare foto proibite. Quindi ne viaggiano poche. In chiaro; se cifro le foto prima di spedirle, rimangono inaccessibili a chiunque. Se criminali appena esperiti vogliono trasmettere foto proibite per email, le trasmettono cifrate. Oppure usano altri sistemi.

Mettiamoci nei panni del politico che vuole le Big Tech attive sulla lotta contro i materiali abusivi dei minori. Apple lavora diecimila volte meno di Facebook. Duemila volte meno di Google. quattrocento volte meno di Microsoft.

Il politico pensa che Apple non sta facendo la sua parte.

Non per niente, a un dirigente di Apple è scappato detto – in una conversazione privata divenuta atto giudiziario – che iCloud è oggi, involontariamente, la migliore piattaforma per detenere materiale abusivo di minori. Oppure, se vogliamo capovolgere la rappresentazione, quella che meglio protegge i dati dell’utente, persino quando questo sia un criminale.

Ora si dovrebbe avere capito perché si trova in una situazione di doppia difficoltà. Viene pressata dai politici, come tutte le altre, solo che non produce risultati.

Apple lo sa bene ed è per questo che la difficoltà è tripla. Perché ancora non dispone di una cifratura inviolabile su iCloud. Gli iPhone fisici non sono inviolabili (niente è inviolabile in assoluto), ma sono molto ben protetti. Servizi come iMessage sono analogamente molto ben protetti. Invece ci sono strati di iCloud che sono accessibili nel caso le autorità chiedano un mandato. La grandissima parte dei dati forniti alle autorità da Apple, sotto mandato, viene ottenuta bypassando gli apparecchi e accedendo a uno strato di iCloud non cifrato o di cui Apple possiede le chiavi.

Questo è dunque il triplo salto mortale: pressioni politiche, risultati pessimi, cifratura incompleta.

Che cosa cerca di fare Apple? È abbastanza chiaro ora: rispondere efficacemente alle pressioni politiche e mettere in opera un sistema che le consenta di arrivare alla cifratura completa di iCloud ma avere comunque risultati da presentare. Il tutto – carpiato con avvitamento – rispettando in modo ragionevole la privacy di chi usa i suoi apparecchi. Dettaglio (dettaglio?) trascurato con disinvoltura da tutti gli altri soggetti.

Può non piacere; a me non piace. Però il piano di partenza è questo, non l’utopia da cui parte Snowden come se tutto quanto sopra non esistesse. Domani spiego perché la critica di Snowden è davvero molto sotto quello che ci si aspetterebbe da uno con la sua reputazione. A partire dal fatto che a volere mettere le mani sulle foto abusive sono i governi, non Apple.

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Lavoretti di ipertesto
posted on 2021-08-26 01:14

La scuola dell’obbligo dovrebbe introdurre alle regole e agli standard di creazione di ipertesto.

La cosa difficile, dopo avere teorizzato, è sempre scendere nel pratico. Non ho il polso di una classe né la sensibilità di chi insegna da anni, quindi è possibile che ecceda in qualche direzione e presenti lavori troppo complicati, troppo semplici, inadatti per insegnare veramente eccetera.

Consapevole che niente è meglio di essere corretti e aiutati a imparare, ci provo lo stesso, in modo disordinato e sequenziale. Penso che sarebbe più corretto inquadrare tutto in una matrice, con le materie canoniche su un asse e la difficoltà del lavoro (quindi anche la fascia di età) sull’altro asse, però ci vuole tempo che mi prenderò più avanti.

Ciò che va fatto è esporre lavori possibili da eseguire in classe, di difficoltà adeguata alla materia tirata in ballo e all’età degli studenti, per tutte le materie.

Per esempio, cose facili, una prima media potrebbe studiare per italiano il funzionamento dell’ipertesto attraverso l’analisi e la mappatura di una avventura testuale come Avventura nel castello (giocabile nel browser, anche di un telefono); la stessa cosa, se si usasse Zork, potrebbe avvenire per inglese (anche qui, forse con un po’ troppa pubblicità, è comunque possibile giocare online). In terza media l’attività potrebbe diventare progettare l’ipertesto di una avventura originale.

Vorrei tirare fuori nei prossimi giorni circa due dozzine di esempi. Chi vorrà fornire feedback di qualsiasi tipo sarà ovviamente benemerito.

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Tre anni di risparmi
posted on 2021-08-25 23:49

Apple ha commissionato a Forrester uno studio sull’impatto dell’adozione di Mac M1 in azienda.

Immagino che fosse difficile ne uscissero risultati sfavorevoli per Apple. Tuttavia il metodo scientifico ci dice di analizzare, valutare e tenere per buono quello che regge all’analisi, in attesa di eventuali numeri più precisi o studi più accurati.

Lo studio è snello e semplice da leggere, va letto.

Un dato solo: in tre anni un Mac M1 fa risparmiare 843 dollari di minori costi.

Nel dato sono compresi i risparmi dati dal minor ricorso al supporto o dalla maggiore sicurezza, nonché gli incrementi di produttività di chi lavora con Mac.

Come dire che un’azienda sorda a prendere in considerazione (e valutare attentamente, ci mancherebbe) l’opzione Mac si autocondanna a spendere di più e produrre di meno.

C’è ben poco di altro da dire, il report va letto e passato alle persone illuminate che occasionalmente siedono sulle poltrone aziendali dove si decidono gli acquisti.

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Realtà alterata
posted on 2021-08-24 11:24

Si parte da Apple che minaccia la libertà e la riservatezza delle persone per la sua intenzione di inserire strumenti di verifica della presenza di foto valutate come pedopornografiche, tanto che vengono pubblicate lettere aperte firmate da liste chilometriche di associazioni per chiedere ad Apple di abbandonare i propri piani.

Si arriva a dichiarazioni filtrate dal processo Apple-Samsung, dove un dirigente di Apple parla di iCloud come la piattaforma più grande per distribuire materiale sessualmente abusivo per i minori.

La realtà non corrisponde mai perfettamente alla sua rappresentazione ed è necessario sempre un passo di analisi successivo. Senza approfondire quello che si è visto, letto, ascoltato, notato nei commenti, si può solo perpetuare una immagine alterata della realtà.

Oltretutto è in atto un’offensiva contro i linguaggi di comunicazione, per agganciarli a priori a una rappresentazione distorta della realtà, corrispondente a questo o a quello scopo ideologico, politico, moralistico eccetera.

Ieri leggevo del tentativo di sostituire allattamento al seno con allattamento al petto, perché evidentemente parlare di seno non è abbastanza inclusivo, qualsiasi cosa debba significare inclusivo.

Viva la realtà aumentata, viva la realtà virtuale, ma la realtà alterata no. Va combattuta costantemente e l’unico modo vero per farlo è ampliare la propria conoscenza.

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Alla fine l’ufficio
posted on 2021-08-23 02:04

Apple ha rinviato a gennaio il ritorno in ufficio dei dipendenti. I quali, una volta tornati, potranno comunque lavorare da altrove il mercoledì e il venerdì di ogni settimana.

Apple è anche l’azienda probabilmente più legata alla modalità di lavoro in ufficio. Eppure, tra varianti e convenienze, a gennaio saranno quasi due anni che i suoi dipendenti hanno facoltà di lavorare da remoto. E i conti non sono andati così male.

Gli uffici saranno sempre con noi, ma l’epoca dell’ufficio come luogo canonico per lavorare è tramontata per sempre. Se qualcuno insiste per averti in ufficio cinque giorni a settimana, ha un problema. Anche più di uno.

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Non guardarti indietro
posted on 2021-08-22 01:29

Ho letto che – per la seconda volta in tempi recenti – Samsung è diventata la maggiore produttrice mondiale di semiconduttori, davanti a Intel che storicamente ha sempre occupato questo ruolo.

Ho pensato a gente che leggo ogni tanto, nei contesti più vari, sempre nella stessa situazione: gli è cambiato qualcosa nella configurazione di lavoro, dalla ditta al software allo scanner, e chiede come continuare a fare una certa cosa che faceva prima nel modo in cui la faceva prima.

Con tutti i distinguo del caso, la domanda giusta da porsi è sempre un’altra: che cosa posso imparare di nuovo da questa esperienza?

Nel secolo scorso Intel faceva parte dello standard di mercato, avrebbe dominato l’universo, non era in discussione.

È cambiato persino il ruolo di Intel. Se usiamo computer siamo discepoli, adepti, coltivatori, vittime, suocere, quello che si vuole, del cambiamento. Il nostro destino è il cambiamento, il nostro interesse – a volte sfuocato – sta nel cambiamento, la nostra attitudine è il cambiamento.

L’essere umano insegue e sogna la stabilità. Se è davanti a un computer, tuttavia, ha da pensare in termini di cambiamento. Altrimenti, tanto vale che vada a fare jogging correndo all’indietro.

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Elogio della follia
posted on 2021-08-21 01:55

Un modo possibile per uscire dalla follia di Office 365: scegliere LibreOffice assieme a un partner che lo integri in azienda.

Non è gratis, ma i dati restano dell’azienda, se ne occupa una app realmente conforme agli standard – i formati legacy di Microsoft, quelli senza la X per capirci, sono deprecati dal 2008 per l’Organizzazione internazionale degli standard (ISO) – e il livello tecnologico è di prim’ordine.

Chi voglia fare prove può scaricare LibreOffice 7.2 appena uscito e pagarlo nulla.

Chi non si fidi, faccia due chiacchiere con qualcuno di LibreItalia, a partire da Italo per il quale metto la mano sul fuoco.

C’è chi giudicherebbe follia anche passare a LibreOffice. Sono d’accordo; è follia sana, che cambia il mondo, migliora le cose, porta colore, freschezza, novità e progresso. L’altra è la follia del grigiume, della paura, della serializzazione delle persone. È benefica solo in virtù della possibilità di vedere quanto sia sana l’alternativa.

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Ok, il prezzo è obbligato
posted on 2021-08-20 10:40

Bella coincidenza che io scriva di EtherPad come mezzo per collaborare online sul testo, Html come standard nelle scuole, ipertesto organizzato per essere imparato fino alla terza media e, nel contempo, Microsoft alzi i prezzi di Office 365 per le aziende.

Uno dice, beh, Microsoft è libera di fare ciò che vuole e i clienti pure.

Probabile che sia così. Non ho il dato sottomano, ma l’ho letto l’altroieri: la quota di mercato di Office online sarebbe dell’ottantasette percento. Quasi tutto il resto è di Google, quasi tutto di utenze non paganti. Di libertà ne vedo poca. Semplifica Paolo Attivissimo:

Si esprime così Steven Sinofsky, che di Microsoft se ne è inteso parecchio, dall’interno e molto in alto:

[Rispetto al software in scatola di una volta, ora che lo si vende in cloud] un utente privato avrebbe potuto spendere per Office centocinquanta dollari ogni quattro anni. Un’azienda che pagasse centocinquanta dollari l’anno ora ne paga quattrocentocinquanta (e non può fermarsi).

Non capisco veramente la ragione per cui un’azienda sottostia a questa situazione senza il coraggio di voltare pagina e prendere in mano seriamente i propri dati. Certo, c’è l’ignoranza. Certo, l’ottusità. Certo, l’interesse privato di qualcuno. Ma non possono essere (quasi) tutte così.

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Il transmogrificatore
posted on 2021-08-19 01:49

Al momento di insegnare a maneggiare testo e ipertesto con strumenti digitali, la scuola dovrebbe fare lavorare gli studenti con il testo puro e presentare loro le nozioni fondamentali sugli strumenti di marcatura. Il formato standard dei documenti scolastici dovrebbe essere HTML o al limite testo puro trattato con Markdown.

Per tutto il resto c’è Pandoc. È un sistema di conversione tra formati semplice da installare (ci sono riuscito anch’io), aperto alla personalizzazione, in continuo progresso. È software libero, installabile ovunque, che richiede potenza di elaborazione minima.

Da Pandoc escono, solo come esempio, file PDF oppure Word a partire da testo puro o testo marcato, in modo standard (Html) o pratico (Markdown). O viceversa, o altre combinazioni ancora. L’inglese ha una parola stupenda, transmogrification, per spiegare con spirito quello che fa Pandoc.

Consiglio la lettura dell’elenco di tutte le conversioni possibili, sulla pagina nome del suo sito. Forniranno anche un indizio prezioso per tutto il resto del lavoro sul nostro curricolo digitale per elementari e medie: il testo puro, con aggiunta di marcatura, serve a produrre molto più che documenti testuali.

La maggior parte delle persone non lo sa. Risparmierebbe tempo, soldi, fatica, sforzi di comprensione. Potrebbe lavorare con profitto maggiore su computer meno costosi. Dovrebbe impararlo a scuola e senza aspettare l’università, o rischierebbe nella vita di farsi dominare dagli strumenti, invece del viceversa.

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Collaborare come mai prima
posted on 2021-08-18 01:40

Se una scuola decidesse davvero di ragionare in modo moderno sull’insegnamento interdisciplinare degli skill digitali e chiedesse a me che conta di più in assoluto al momento di decidere il software da usare, risponderei le funzioni di collaborazione.

Questo perché il software mainstream odierno fa molto poco oltre al portare in digitale modi di lavorare che erano presenti anche prima dei computer. Chi mi ha rimproverato di pensare troppo presto ai computer nella scuola, dove si è dimostrato nel tempo più producente disegnare a mano più che usare il CAD o imparare a fare i conti prima di affidarsi alla calcolatrice, ha ragione da vendere.

Ma come faceva a collaborare?

Come nasceva nel mondo analogico uno scritto a dieci mani?

Qualunque fosse il modo e posto che ve ne fosse uno, le possibilità di collaborare simultaneamente attraverso computer e rete sono immensamente superiori sotto qualsiasi metrica, tempo, efficacia, precisione, tutto.

Non c’è confronto tra collaborazione digitale e collaborazione analogica.

Le prossime generazioni opereranno in un mondo ancora più digitalizzato dell’attuale. La collaborazione presenta vantaggi decisivi in numerose attività. Ne segue che una scuola coscienziosa deve trasmettere agli studenti le nozioni che servono per collaborare al meglio. Nozioni che, meglio chiarire, sono in gran parte non tecniche e attengono al lavoro in team.

Parlando di testo (siamo ancora a ragionare su come iniziare a insegnare a scrivere in digitale e comprendere l’ipertesto), i word processor nazionalpopolari comprendono tutti funzioni di collaborazione. Peccato che siano tutte un afterthought, un’aggiunta a posteriori, e che si veda, con la possibile eccezione dei Google Docs.

Perché allora non scegliere un sistema libero, nato per la collaborazione, semplice a sufficienza per dare zero problemi di accessibilità e supporto?

Ne esistono diversi. A me piace particolarmente Etherpad. Lavora perfettamente in tempo reale, chiede pochissime risorse, permette di sapere chi sta scrivendo che cosa, può essere provato senza impegno sui molteplici server pubblici che lo mettono a disposizione in mille varianti ed è facile da installare e da amministrare, volendolo, su un server locale, dove può essere utilizzato in una rete circoscritta (per esempio quella di una scuola) anche fuori da Internet. Costo, quello del software libero.

Una azienda astuta adotterebbe Etherpad con risparmi clamorosi rispetto a qualsiasi altra alternativa commerciale. Una scuola lungimirante, pure. Avrebbe l’ulteriore vantaggio di introdurre gli studenti alla collaborazione nella maniera più semplice ed efficace.

Ma gli altri formati? Se ci vogliono Pdf? E che dire di quelli che chiedono per forza Word altrimenti non sono capaci? (Un bel biglietto da visita per i sostenitori di Office, eh).

Prossima volta.

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Ci vuole un server
posted on 2021-08-17 01:41

Provo a dare qualche suggerimento concreto per una scuola lungimirante, tanto da insegnare a scrivere anche in versione digitale, trattando testo puro e arrivando in un secondo momento a generare HTML per dare tipografia ai contenuti.

L’ideale è avere requisiti talmente bassi da essere soddisfatti a costo zero su qualsiasi piattaforma. Di editor di testo elementari se ne trovano a manciate e ognuno ha il suo preferito. Nel lungo periodo sarebbe preferibile una scelta che consenta un minimo grado di automazione per l’inserimento di tag HTML, ma si fa sempre in tempo a cambiare programma più avanti se si crea questa situazione. Aggiungo che numerosi editor di testo validissimi sono open source e lecitamente scaricabili senza pagare.

Il lato etico del supportare materialmente il buon software libero, anche se non viene chiesto esplicitamente denaro per usarlo, è una questione importante. Se una scuola destinasse a supporto del software libero quello che pagherebbe altrimenti per un mese di Office 365, farebbe qualcosa di molto buono. E dal mese successivo non pagherebbe più. Immagino che il quadro legale sia tipicamente italiano e complichi la vita agli onesti; spero si limiti a questo anziché rendere l’operazione impossibile.

In qualche caso il software potrebbe essere proprietario, se lascia liberi di fare le cose bene. Su Mac, per esempio, BBEdit è scaricabile con licenza dimostrativa, che dopo trenta giorni consente l’uso ma disattiva le funzioni più specialistiche. Quello che rimane e rimane gratis per sempre è un ottimo editor di testo. Comprare magari licenze per i docenti e lasciare lavorare i ragazzi con la versione gratuita potrebbe essere un compromesso decente.

Sul fronte open source si deve fare un discorso diverso. Fermo restando che qualsiasi progetto ha piacere nel ricevere denaro, ci sono tanti modi per procurare beneficio tangibile attraverso attività a costo quasi zero. Anche il solo menzionare il software sul sito della scuola e promuoverlo verso i genitori è moltissimo; poi è possibile impegnarsi a qualsiasi livello di profondità su software e contenuti, per migliorare una versione italiana, contribuire alla manualistica o anche, dove esistono risorse, di dare una mano a livello di codice. Qui non c’è una soglia minima da rispettare; qualsiasi attività diversa dall’indifferenza è preziosa.

C’è anche da chiedersi, per come deve essere organizzata una scuola, se sia meglio concentrarsi sulle scelte software locali oppure ignorarle e puntare tutto sull’uso via webapp. Ne parlo al prossimo giro.

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Fondamenta e anacronismi
posted on 2021-08-16 00:00

Ho ricevuto diverse obiezioni alla mia proposta di curricolo digitale per i due cicli della scuola primaria, che ruotano attorno a un argomento: l’opportunità di esporre bambini e ragazzi al computer in modalità che potrebbero essere troppo sofisticate per loro oppure arrivare troppo presto, o entrambe le cose.

Sono d’accordissimo nell’evitare di tirare in ballo i computer quando non serve o prima del tempo. Con un quaderno a quadretti si possono fare miracoli per introdurre idee di coding e certamente qualsiasi ragazzo dovrebbe imparare a tirare righe dritte a mano, con l’ausilio di un righello, prima di affidarsi a qualsiasi programma di disegno.

A un certo punto, tuttavia, il computer deve arrivare, perché i fondamenti sono una cosa diversa dagli anacronismi.

Un giorno i dirigenti della società sportiva dove giocavo a basket mi proposero di occuparmi del minibasket. Accettai e la faccenda implicava vari passaggi burocratici, nonché la redazione di documenti con una macchina per scrivere. Non ne avevo mai vista una e imparai, un foglio dopo l’altro.

Quella conoscenza tornò molto utile anni dopo, durante il servizio militare. Ma il punto è un altro; durante le elementari e le medie, non avevo mai visto una macchina per scrivere.

Le mie figlie non hanno mai visto una macchina per scrivere in funzione (conserviamo con rispetto una Olivetti di design). Ma le tastiere sono oggetti di familiarità quotidiana, su cui hanno messo le mani (giocando) già prima della scuola materna.

Sarebbe così strano se la scuola dell’obbligo prevedesse, quando è il momento, ore di dattilografia? Non mi pare. Siamo tutti d’accordo sul fatto che per prima cosa ci sia da imparare a scrivere a mano. È un fondamento. Ma se tenessi le tastiere fuori dalla scuola, causerei un anacronismo. Sono cresciuto senza tastiere; ma i tempi sono molto cambiati e oggi si deve crescere tenendo conto del fatto che le tastiere ci sono.

Altro esempio: sempre le mie figlie si sono prestate come attrici per girare un video di pochi secondi, con gli auguri di Ferragosto per i nonni lontani. I loro genitori hanno in tasca un iPhone a testa; che in certe situazioni vengano girati video o scattate delle foto è una normalità assoluta. Girato il video, vogliono vedere come è venuto. Se parlando viene fuori il ricordo di una cosa fatta insieme, può capitare che ci sfogli l’archivio per guardare insieme le foto relative.

Sarebbe così strano se a scuola ci fosse un momento in cui si impara qualcosa di basilare sulla fotografia o sul video? Lo troverei normale. Con Lidia abbiamo giocato a creare un piccolo racconto animato girato a passo uno. iPhone sul treppiede davanti alla scena, spostiamo appena quello che vogliamo fare muovere, uno scatto. E ripetiamo. Abbiamo girato pochi secondi, in pochi minuti. Poi, giustamente, è terminato lo spazio di attenzione e siamo passati ad altro. Ma lei era in età prescolare. In quinta elementare, un progetto di video a passo uno è improponibile? E in terza media?

Di sicuro, prima, abbiamo scoperto le animazioni come successione veloce di fogli. Il fondamento. Ma se lasciamo che ai nostri dodicenni finisca in tasca un aggeggio capace di riprendere, senza insegnargli nulla su come usarlo bene, anacronismo.

Un’ultima cosa, di cui si riparlerà. Quando la primogenita vuole sapere che aspetto abbia la cetonia dorata, per prima cosa prende – da sola – dal suo scaffale il libro degli insetti. Lo sfoglia, trova la cetonia dorata, legge, guarda, fa domande.

Poi viene dal papà e chiede di cercare immagini della cetonia dorata. Insieme apriamo iPad e le chiediamo a Google Immagini. Guardiamo decine di foto, i video se ce ne sono, soddisfiamo ogni curiosità visiva soddisfabile sulla cetonia dorata.

Certo che si va per prima cosa a cercare sui libri. È un fondamento. Ma se poi non si familiarizza con un motore di ricerca, si cade nell’anacronismo. Lidia sa molto bene che si possono cercare foto su Internet. Insegnarle come si cerca, ovviamente al momento giusto, dovrebbe essere un dovere.

Ecco perché a un certo punto l’ipertesto, Html, gli editor di testo a scuola ci vogliono. Si può discutere, si deve, del quando. Non del se.

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A proposito di schoolware
posted on 2021-08-15 02:45

Nel teorizzare il mio curricolo di skill digitali per il primo e il secondo ciclo della scuola primaria sono partito come un rullo compressore a parlare di ipertesto, solo che prima occorre qualche generalizzazione riguardante il software.

Più avanti spiegherò anche perché è opportuno lavorare, specie inizialmente, in assenza di software, a patto che il software arrivi, in quanto esiste una differenza tra fondamenta e anacronismi.

Però ora illustro le caratteristiche generali che dovrebbe avere idealmente il software nella scuola:

  • dovrebbe essere software libero ovunque possibile. Per chi crede ai principî, public money, public software: il denaro speso nella scuola è di tutti ed è brutto spenderlo su software proprietario.
  • dovrebbe essere software universale, disponibile su ogni e qualsiasi piattaforma. PC, Mac, Unix, Linux, Chromebook, iOS, Android, iPadOS come minimo. L’ipotesi di lavoro è che sia possibile, nei limiti del ragionevole, applicarsi con qualunque hardware, anche l’ultimo degli smartphone portato in classe da un ragazzo meno abbiente oppure il computer più vecchio presente nel vecchio laboratorio di informatica (che dovrebbe lasciare il passo all’applicazione trasversale dell’informatica stessa nelle materie tradizionali).
  • il requisito precedente è spesso utopico. Probabilmente le scelte andranno verso software basato su Java oppure webapp accessibili da browser, che creano meno problemi di compatibilità interpiattaforma. Su iOS e iPadOS vale solo la seconda ipotesi.
  • Per questo motivo, invece che ragionare per applicazioni sarebbe opportuno ragionare per formati e lavorare su quelli raggiungibili da tutti gli apparecchi a disposizione, o dal maggior numero di essi, importa poco con che strumento software. L’obiettivo non è insegnare lo strumento, ma padroneggiare il lavoro sul formato. Più il formato è elementare, più facilmente ci si lavorerà su qualunque apparecchio.

Ragionare per formato aggira inoltre il tentativo delle società Big Tech di intrappolare le scuole in una bolla tecnologica proprietaria e permette agli studenti di scoprire la varietà degli strumenti a disposizione, insospettabile per persone non addentro e che invece rappresenta un valore immenso. Per specializzarsi su (o chiudersi in) applicazioni o piattaforme specifiche gli studenti avranno tutto il tempo che vogliono durante gli studi superiori.

Il discorso cloud è complicato. Naturalmente una Google o una Microsoft hanno un grande interesse a vendere alle scuole cloud arredato con applicazioni e da qui nascono molti mali (nonché a volte scelte dettate da interesse privato).

L’Italia avrebbe invece interesse a valorizzare nel modo migliore il denaro destinato all’istruzione di base. Purtroppo il discorso si fa politico e lo si amministra in modi che tengono conto di tutto tranne l’interesse di chi studia.

In un mondo distopico, ciascuna scuola ha le competenze (molto prima delle risorse necessarie, che sarebbero minime) per allestire il proprio cloud privato, perfino tenendolo fuori da Internet per risparmiare denaro e lavorare in sicurezza.

In un mondo utopico, il Ministero dell’Istruzione attrezzerebbe un proprio cloud a disposizione delle scuole.

In un mondo ideale, sempre il Ministero finanzierebbe la libera iniziativa delle scuole nell’acquisto dello spazio cloud necessario a ciascuna, con precedenza a fornitori europei e prezzi calmierati.

In un mondo possibile, le scuole farebbero quello che vogliono, purché il risultato sia avere a disposizione un cloud puro, da popolare con strumenti aventi le caratteristiche di cui sopra.

In un altro mondo possibile, il Ministero (eh, quante cose NON fa!) acquista a buon prezzo spazio cloud da tutti, Amazon, Google, Microsoft eccetera, e poi dà alle scuole lo spazio che occorre.

Nel mondo che abbiamo, le scuole sono ostaggio dei cloud arredati e questo crea inevitabilmente sovrapposizioni tra il software che intendiamo usare per gli studenti e quello proprietario e pagato già dentro il cloud. Qui serve una prese di coscienza delle dirigenze e chi la attuerà porterà un gran beneficio ai propri studenti. Certo bisogna impegnarsi, ma la strada più larga è quella meno vantaggiosa già dai tempi del Vangelo.

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Ferragosto in anticipo
posted on 2021-08-14 01:52

È finita da poco la migliore sessione dell’anno su Roll20, il pomeriggio è andato giocando con le figlie (anche su Apple TV), ho fornito Amadine alla moglie che a gran voce reclamava un vettoriale che costi poco ma con cui lavorare in modo interessante come si fa con Pixelmator Pro per il bitmap e un grillo lungo quattro dita passeggia sullo schermo del Mac che è l’unica fonte di luce in casa.

Dovrei cominciare adesso a preparare il post di oggi, ma decido unilateralmente che mi prendo una vacanza anticipata. Sii paziente.

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Uno schermo per tutti, tutti per una app
posted on 2021-08-13 00:57

Devo dare conto dell’arrivo in casa di una Apple TV 4K da 64 gigabyte.

Un acquisto del tutto esagerato dato che non abbiamo un televisore 4K né contiamo di averlo a breve, non abbiamo un impianto audio collegato al televisore e non siamo patiti di serie televisive. Però la Apple TV precedente è durata molti, molti anni e non so come si troverà a operare questa nel futuro.

Esteriormente i cambiamenti riguardano l’altezza (rispetto allo scatolino nero che avevamo, il nuovo scatolino ha la stessa superficie ma è alto quasi il doppio) e le porte di collegamento; la Apple TV precedente ne aveva una pletora, qui o è Hdmi o è Ethernet. Avevo irrazionalmente il timore che una Apple TV 4K facesse questioni per vedersi collegata a un televisore obsoleto e mi è passato. Nessun problema.

Avere un iPhone nella stessa rete Wi-Fi permette di configurare molto rapidamente l’apparecchio. iPhone fornisce il livello di sicurezza e confidenza per fare dare ad Apple TV molte cose per scontate e arrivare rapidamente a funzionare livello base. La configurabilità dell’apparecchio a parte le impostazioni fondamentali è veramente ampia e ci sono molte cose su cui chissà quando troverò il tempo di passare.

Poi c’è il telecomando. Quello nuovo è significativamente più grande, più spesso, con più pulsanti, anche se non passiamo la mezza dozzina di punti su cui mettere il dito, più il tasto laterale per chiamare in causa Siri. In più ci sono un pulsante di accensione e stop, di cui onestamente non si sentiva la mancanza, e i pulsanti per il volume, che bypassano il telecomando del televisore e per questo sono molto, molto comodi.

Il nuovo telecomando è anche a batteria ricaricabile via connettore Ligthning. Per giudicare questa scelta rispetto alle tradizionali batterie a perdere ci vorrà tempo; per ora registro l’arrivo di un ulteriore cavo Usb-Lightning che torna molto utile per i nostri iPhone.

Il telecomando ha il pulsante grande che è anche sensibile al tocco, ed è di fatto tutta una nuova interfaccia. Bisogna assolutamente abituarcisi, anche se ci vuole poco, e lo trovo piuttosto sensibile, forse un filo troppo rispetto alla mia esperienza. Però la sensazione dell’eccessiva sensibilità è già quasi svanita dopo due serate, forse è solo questione di prenderci il dito.

Il modo che abbiamo per sfruttare una parte minima delle notevoli possibilità della nuova Apple TV è usare l’abbonamento ad Apple Arcade per giocare davanti al televisore, usando il telecomando come controller.

Dopo averlo testato per il periodo di prova, ho convintamente accettato di versare 4,99 euro mensili per Apple Arcade. Forniscono alle figlie un ambiente con app di qualità, senza pubblicità, senza sorprese sgradevoli, disponibili su tutti gli apparecchi di casa compresa appunto Apple TV, il cui numero continua ad aumentare, di ogni genere. Certamente non è cosa per un vero gamer, ma per il nostro parterre di seienni-treenni è una buona scelta.

Buona, non ottima, perché vari giochi sono di complessità elevata oppure adatti a fasce di età superiori. Tutta roba che si dirime molto in fretta e con tranquillità.

A volte anche un gioco non-adatto può diventare un’occasione per stare insieme. La primogenita ha deciso di caricare Badland+ (fuori da Apple Arcade costa 2,99 euro), lo ha trovato troppo difficile (et pour cause) e ha chiesto a papà di provare a giocare lui, visto che voleva vedere che cosa succedeva. Anche secondogenita ha esclamato che voleva vedere e così abbiamo passato una mezz’ora di relax sul divano a risolvere livelli e commentare quello che si vedeva e che succedeva. Un’esperienza che vale decisamente la pena di alternare al gioco, diciamo, impegnato su iPad Pro. (Su Mac e su iPhone di fatto non ho mai scaricato nulla da Apple Arcade).

Mi ritrovo totalmente nella chiosa di John Gruber ad Apple TV e a come viene giudicata rispetto alla concorrenza:

Direi che Apple TV è la quintessenza di un prodotto Apple: il suo punto primario è offrire una esperienza di utilizzo superiore a quanti la desiderano e per averla sono disposti a pagare più di un prodotto concorrente.

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Prima che sia troppo presto
posted on 2021-08-12 00:15

Scrivo in risposta a Claudio, molto gentile nel dirmi che a suo parere insegnare l’Html ai bambini è troppo e troppo presto.

Può certamente darsi che sia troppo presto. Mi figuro studenti che arrivano alla terza media capaci di strimpellare Html come farebbero con uno strumento se avessero trovato un buon insegnante di musica, non dei webmaster. In terza elementare l’obiettivo è chiaramente molto più limitato.

Ma posso dire che in prima elementare ci sono tanti esercizi per leggere e scrivere correttamente in italiano. Si imparano le maiuscole e le minuscole, le accentate, le pronunce, i tempi verbali. Si passa dallo stampatello maiuscolo allo stampatello minuscolo, intanto che si prepara il terreno al corsivo.

In prima elementare, quindi, si gettano le basi della tipografia. Non ci vedo niente di strano nel gettare le basi della marcatura del testo in terza.

Non per scrivere per forza testo marcato – l’osservazione che la maggior parte di loro non metterà mai un tag in tutta la sua vita è corretta – ma per sapere come funziona. Esattamente come a me, certo più avanti, venne spiegato come calcolare le radici quadrate manualmente. Non ho mai calcolato una radice quadrata a mano fuori dal quaderno di matematica, ma vorrei erigere un monumento a chi mi ha mostrato come fare e come funzione una radice quadrata.

A scuola non si insegnano gli strumenti, si insegna la materia. Me ne sono reso conto quando grazie ai buoni uffici di Chiara sono stato a parlare di nuove tecnologie nel suo liceo artistico.

Sono arrivato con un discorso preparato all’uopo, quando i docenti mi hanno mostrato con orgoglio che gli studenti di quinta lavoravano al nascente sito dell’istituto.

Gli studenti di quinta, liceo artistico, scrivevano il testo di una pagina in Word. Poi salvavano in Html, dentro una cartella del computer che raccoglieva il lavoro.

Buttai all’aria il programma del mio intervento. Chiesi a tutti di chiudere Word e di aprire, erano PC, il Blocco Note. Gli feci scrivere a mano una piccola pagina Html, con Title, Head, Body, il minimo assoluto. Gli chiesi di salvare, di aprirla con il browser. Mostrai l’effetto che i tag avevano sulla resa grafica nel browser e l’effetto che non avevano (ovviamente ignoravano che esistesse un tag Head e a che servisse).

Poi aprimmo nel Blocco Note uno dei loro file Word salvati in Html. Era pieno di cose incomprensibili a loro e anche a me. Chiesi retoricamente perché avessero scelto di usare il tag chisiricordaquale. Mi dissero che non erano stati loro a scegliere, lo aveva fatto Word. Il sito della scuola vorreste costruirlo voi o lasciare che ci pensi Word al posto vostro, senza sapere che cosa fa?

Mi si dirà sì, ma stai parlando di maturandi, tutt’altra età, tutt’altro contesto.

Intanto era il 1998. Come si intuisce, di Html nella scuola si cominciava appena a parlare. Erano i maturandi perché non poteva essere prima di così.

Secondo, avanti veloce, nel 2023 inizieranno a insegnare Office a mia figlia in terza elementare.

In linea di principio, Lidia potrebbe ritrovarsi nella stessa identica situazione di quei maturandi sventurati del 1998.

Tra parentesi: spero che nessuno dei poveracci abbia deciso di scegliere una carriera di web designer, partendo da Word come strumento professionale. O è disoccupato, o ha cambiato lavoro, o ha dovuto imparare la sera quello che avrebbero dovuto insegnargli a scuola la mattina.

Ho la folle speranza che per mia figlia possa essere diverso e che, venticinque anni dopo, possa sapere che cosa sta facendo, invece di farlo e basta.

Office a scuola è sempre e comunque troppo presto. Se lo sia anche insegnare i rudimenti dell’ipertesto non so, può darsi. Ma sarebbe un errore più benefico di quello di sedersi su Word e chiamarlo insegnamento.

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Ipertestare la scuola
posted on 2021-08-11 01:14

Il primo punto all’ordine del giorno per realizzare un curricolo informatico per la scuola primaria è quello ipertestuale.

Pensiamoci bene: quanto di quello che scrive un bambino di nove anni per la scuola ha forma ipertestuale? Probabilmente niente, o poco. Quanto sarà ipertestuale ciò che scriverà nella sua vita al termine della scuola dell’obbligo? Moltissimo. Userà computer da scrivania, da tasca, a tavoletta, a muro, nei vestiti, forse anche nel corpo. Userà un sacco di ipertesto. Anche senza saperlo; condividerà infiniti testi, foto, video e che cos’è una condivisione, se non l’invio o la ricezione di un ipertesto?

Fin qui sarebbe niente; ma il punto è che la nostra civiltà ha cominciato anche a pensare in modo ipertestuale. I siti non sono scritti come capita per poi aggiungere i link in un secondo giro; l’informazione viene strutturata da subito pensando alla forma ipertestuale. Qualsiasi gioco dove ci si sposti per locazioni, da Adventure a Fortnite, sotto sotto nasconde una struttura ipertestuale. I librogame sono ipertesti con una struttura ad albero molto semplice e a portata di lavoro di gruppo (spoiler).

È necessario che i bambini di oggi vivano a scuola un approccio all’ipertesto, ovviamente nella misura giusta per la loro età.

Naturalmente, mettersi semplicemente a linkare qua e là non è utile. A scuola si impara come funzionano gli strumenti, ma deve arrivare dopo. Prima deve arrivare la conoscenza di come funziona. Un word processor non è una materia da imparare, ma da usare per imparare a scrivere e ad acquisire padronanza dell’italiano. Non ci servono specialisti di Word, ma cittadini che usano splendidamente l’italiano. E sia capace di applicare ipertesto a questa conoscenza.

Per questo, vecchia proposta che porto avanti da anni, a scuola non bisogna scrivere come .doc, ma come .html. Quando i ragazzi producono qualcosa, lo fanno in Html. Diciamo dalla quinta elementare in poi? Prima imparano con gradualità che cosa significa linguaggio di marcatura (metto simboli attorno a quello che scrivo e ne influenzo l’aspetto e la struttura) e iniziano ad applicarsi nella scoperta dell’Html.

Questo ha vari vantaggi. Gli studenti capiscono che cosa c’è dietro le pagine HTML e imparano a padroneggiare la prima fase di quello che è costruire un sito, una base di conoscenze, un ipertesto appunto. Word è il peggiore strumento possibile a questo stadio, perché nasconde la conoscenza del fenomeno. Si clicca un’icona, la selezione diventa grassetto o corsivo, ma non si capisce il perché. È dal perché invece che si parte, dall’alfabeto dell’ipertesto, appunto la parte base di Html. Paragrafi, attributi del testo, liste, tabelle, gerarchia dei paragrafi stessi, naturalmente link.

Viene da sé che lo strumento ideale per questo processo di apprendimento sia l’editor di testo, non certo il word processor. Lo studente impara a scrivere in testo puro, che è il formato più semplice al mondo, quello più resistente negli anni, più facilmente aggiornabile, compatibile con l’universo. E impara a vestire il testo con Html, per dargli l’aspetto e la forma che desidera, imparando il ruolo del browser. Se le scuole avessero iniziato a produrre materiale in Html vent’anni fa, tutto il materiale prodotto negli ultimi vent’anni sarebbe perfettamente leggibile, duplicabile, aggiornabile con facilità, consultabile, riorganizzabile, riutilizzabile, tutto.

Nella fase iniziale dell’apprendimento, praticamente neanche serve un editor di testo, vero e proprio, basta qualcosa dove si possa scrivere. I primi tag verranno digitati carattere per carattere, si imparerà minore-tag-maggiore e poi minore-slash-tag-maggiore. Solo più avanti si mostrerà che esiste la possibilità di affidare la stesura dei tag all’editor. (E probabilmente vedremo modi alternativi per semplificare la generazione dell’Html, come Markdown e i sistemi wiki).

Domani si prosegue con l’individuazione di qualche editor online e offline buono per la bisogna e con la prosecuzione del cammino, che più avanti porterà i più grandi a misurarsi con un linguaggio di marcatura ancora più ambizioso, LaTeX, e con la scoperta della tipografia. C’è anche da pensare all’inserimento di esperienze ed esercizi in modo trasversale dentro le materie tradizionali. C’è un sacco di roba da fare e si capisce meglio perché a scuola usare Office è sbagliato. Con Office si produce, a scuola si deve imparare come sono fatte le cose. Tecnologia compresa.

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Non c’è niente da vedere
posted on 2021-08-10 00:49

Non intendo perdere di vista la questione del curricolo informatico per la scuola primaria, solo che sui social è partito il tritacarne relativo alla prossima protezione allargata dei bambini che arriva su macOS, iOS, iPadOS, iCloud.

A scanso di equivoci, ribadisco la mia posizione primaria: ad Apple dovrebbe importare zero di che contenuti tiene la gente sui propri apparecchi.

Secondariamente, il tema è scivoloso, ambiguo, rischioso, delicato, per molti versi inesplorato soprattutto tecnicamente, controverso, polarizzante eccetera.

Bisogna essere preparati e comprendere molto bene la questione, altrimenti si alza il polverone, che non fa bene né a chi fosse d’accordo con il metodo né a chi lo disapprovasse.

Non sto parlando dei leoni da tastiera, dei fessi, dei disadattati da social; vedo grandi firme, persone serie e preparate, normalmente competenti, che prendono svarioni – in questo contesto – gravi.

Sembra anche che chiunque abbia una posizione radicata sulla materia, quale che sia, approfitti della questione per interpretare l’annuncio di Apple esattamente nello spirito della sua posizione, non importa che cosa ci sia scritto davvero.

Per il team di comunicazione di Apple sarà una bella prova, perché al momento le persone non hanno proprio capito o hanno frainteso o – peggio – vogliono capire solo quello che gli fa comodo. Se continua così, resteranno cicatrici sgradevoli.

Come consiglio a chi non è precipuamente interessato: stare alla larga dalle discussioni. In questo momento sono altamente tossiche. Come consiglio a chi fosse precipuamente interessato: leggere, rileggere, assicurarsi di possedere la materia. Ti trovi davanti anche persone assennate e competenti, normalmente, che non lo hanno fatto e sproloquiano.

Domani si riparte con il curricolo.

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Gli skill che non si insegnano
posted on 2021-08-09 00:25

Sono passati dieci anni da quando parlai di iPad e uso della tecnologia per l’apprendimento ai docenti di un istituto tecnico piuttosto grosso in provincia di Trento.

Erano anni eroici. Avevo un iPad di prima generazione, inadatto a tenere una presentazione in modo adeguato. Chiesi in prestito ad Apple Italia un iPad di seconda generazione, uscito da poco, e andai con quello.

Fu una bella giornata, difficile e stimolante. Difficile per trovarsi di fronte insegnanti innamorati di lavagne e gessetti, stimolante per tutto quello che si faceva nella scuola e l’attenzione che comunque ricevetti. Non sai mai quanto effettivamente delle tue parole rimane veramente quando parli alle persone e quella volta ebbi una delle mie maggiori soddisfazioni lavorative di sempre.

Durante la presentazione e poi la visita alla scuola, in conversazione con il bravissimo dirigente dell’istituto e con gli insegnanti illuminati, capitò di parlare anche di Wikipedia. Mi infervorai e mi cacciai nei guai come altre volte: dissi la verità. Wikipedia Italia era in mano a una congrega di mandarini egoriferiti. (Penso lo sia ancora, ma non lo so e nemmeno mi interessa; l’unica cosa che faccio con Wikipedia è linkarla quando proprio veramente non c’è altro di decente per evitarlo).

Dissi che, in una scuola, l’uso di Wikipedia per cercare informazioni era una follia e una negazione del buon insegnamento (e apprendimento). In una scuola, leggere Wikipedia è il male assoluto. In una scuola, Wikipedia va scritta.

Recuperare informazioni dalle fonti autentiche. Distillarne quello che costituisce una buona voce per Wikipedia e organizzarlo. Prendere familiarità con il sistema di markup. Collaborare con i coautori e rispettare le regole. Tutto questo è un eccellente metodo per imparare e per imparare a imparare.

Una scuola deve scrivere Wikipedia, non leggerla, dissi. Se abbastanza scuole scrivono Wikipedia, arriverà abbastanza materiale da impedire ai mandarini di crogiolarsi nel loro piccolo potere, perché non riusciranno a controllarlo.

Tutto ciò potrebbe svanire come lacrime nella pioggia. Anni dopo, tuttavia, mi imbattei per caso in un telegiornale che dedicava spazio alla didattica digitale nelle scuole, mostrava sequenze di quella scuola e ne parlava per via di come incoraggiava il lavoro attivo su Wikipedia nell’ambito del processo didattico.

Qualcosa di quanto avevo detto aveva germogliato.

Conservo la presentazione tenuta quel giorno, in cui a un certo punto accenno ai nuovi skill messi all’incrocio di tecnologia e arti liberali, che è necessario insegnare ai ragazzi per il loro futuro e che i programmi scolastici tradizionali ignorano. Questa era la lista dei tech skill, che chiamai così per distinguerli dagli hard skill, quelli classici, e dai soft skill di cui si parla fin troppo e da troppo tempo:

  • Ipertesto
  • Edizione e montaggio multimediale
  • Modellazione 3D
  • Condivisione e lavoro di gruppo in rete
  • Ricerca e analisi di informazioni e dati

Queste potrebbero essere le basi di un curricolo di studi alternativo per il triennio che completa il primo ciclo della primaria e per quello che lo segue (le medie inferiori di una volta). Probabilmente va limato qualcosa e immagino che si evidenzierà lavorandoci.

La prossima fase consiste nel delineare gli obiettivi parziali all’interno di ciascuno di questi obiettivi globali. Poi si tratterà di inserire gli obiettivi parziali nell’ambito delle materie tradizionali e, per farlo, trovare progetti ed esercizi che possano inserirsi con profitto nel programma canonico.

Come sto andando?

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Un curricolo per l’estate
posted on 2021-08-08 23:25

Nelle prossime due settimane credo che darò spazio a un’urgenza personale. Settembre è infatti vicino. Settembre 2022.

Da qui a un anno la figlia più grande inizierà il triennio che completa il primo ciclo di scuola primaria. E, se nessuno fa qualcosa, comincerà ad affrontare l’informatica a scuola; le insegneranno… a usare Office.

Devo fare qualcosa anche a costo di buttare via del tempo e voglio abbozzare un curricolo di studi tecnologici alternativo, che si basi sugli standard e sugli skill prima che sulle applicazioni, sia trasversalmente applicabile a tutte le materie e che insegni ai ragazzi qualcosa di interessante, utile e accessibile per la loro età.

L’obiettivo è passare agli insegnanti una proposta che, se fossimo in un mondo ideale, avrebbero un anno di tempo per valutare ed eventualmente recepire, anche solo in minima parte.

Il mondo ideale non è questo è la fine più probabile di uno sforzo come questo sarà il dimenticatoio. Devo essere però capace di cogliere la ricompensa insita nel viaggio (the journey is the reward) ed essere consapevole che a mia figlia daranno in pasto Office ma io potrei comunque uscirne con tante idee più chiare e tante risorse più visibili.

Si intende che qualsiasi feedback, in qualunque forma, sarà oltremodo gradito. Se invece il progetto finisse nel nulla, magari tra due giorni ci si troverà a parlare di Runescape ora che è vivo su iPad, chi lo sa. Ho sempre preferito la serendipità alla programmazione ossessiva.

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Grandi e piccine
posted on 2021-08-07 01:50

Ho iniziato a leggere tutta la documentazione tecnica legata all’annuncio della protezione allargata dei bambini annunciata da Apple. Una faticaccia, ma voglio capire molto bene ogni piega dell’annuncio.

Al momento capisco che sono stati fatti tutti gli sforzi possibili per tutelare la privacy. Molti dei commenti in merito all’annuncio sono inesatti quando non inventati di sana pianta: umani di Apple intervengono (e possono intervenire) solo e unicamente in casi di gravità clamorosa, che eccedono una soglia di tolleranza sotto la quale tutto resta invisibile come è giusto che sia. Il lavoro di identificazione dei contenuti pericolosi per i bambini viene svolto in locale da software di apprendimento meccanizzato. Il confronto con il materiale fotografico presente su iCloud – la funzione agisce solo se è attivo il servizio iCloud Photos – avviene attraverso hash che oscurano totalmente la sostanza del materiale. Eccetera.

Le nuove funzioni di protezione inizialmente avranno seguito solo negli Stati Uniti e verrà valutata con attenzione ogni espansione internazionale, per non dare a sistemi repressivi l’occasione di abusarne. Eccetera.

A parole funziona tutto e Apple, che lo scrive, si rende conto della grande ambizione dietro un programma con questi obiettivi, quindi del potenziale di rischio che presenta se male attuato.

Grande ambizione di Apple. Mia piccola, piccolissima obiezione: ad Apple dovrebbe importare zero di che contenuti tiene la gente sui propri apparecchi.

Tutto il resto arriva dopo. I reati, fuori dalla fantascienza di Minority Report, si perseguono dopo che sono stati commessi e nelle nostre case non avvengono perquisizioni periodiche per verificare che riviste leggiamo o che cosa mostra il calendario appeso al muro.

Apple dovrebbe essere totalmente indifferente a quello che tengo e scambio attraverso il mio iPhone. Dovrebbe inoltre difendere con le unghie e con i denti la mia possibilità di essere l’unico a sapere che cosa tengo e che cosa scambio. Tutto il resto percorre la proverbiale strada lastricata di buone intenzioni, che porta sai bene dove.

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Non dissaldarti
posted on 2021-08-06 01:51

Il cavo Pantone 3 in 1 è proprio una bella idea.

Da una parte è USB 2/3. Dall’altra è nativamente MicroUSB e così carica un sacco di aggeggi come dischi, luci da lettura, ventilatori da scrivania, accessori a non finire.

Sul connettore MicroUSB si può attaccare un convertitore che lo trasforma in Lightning. Così si caricano innumerevoli iPhone, per esempio. Il convertitore è attaccato al cavo principale tramite un filo di plastica, così è sempre a disposizione. Quando esco e devo portarmi un cavo da ricarica, questa è davvero una buona soluzione.

Anzi, ottima soluzione. Un altro filo di plastica tiene infatti attaccato al cavo principale un convertitore USB-C. Perfetto per il mio iPad Pro, per dire.

A inizio giugno, prima di partire per il mare, ho reperito un cavo Pantone 3 in 1 grazie a una raccolta punti di un ipermercato. Neanche sapevo che i cavi Pantone esistessero. L’ho usato tutti i giorni sulla scrivania, perfetto per caricare a fasi alterne iPhone e iPad Pro.

Ieri era il 5 agosto, poco meno di due mesi di utilizzo. Il filo del convertitore Lightning si è rotto da solo. Nessun trauma, nessun maltrattamento, nessun utilizzo borderline. Si è rotto e basta.

Sipario.

Musica, maestro.

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Sistematizzazioni storiche
posted on 2021-08-05 00:57

Giù il cappello davanti a questa cronologia dei sistemi operativi degli ultimi settant’anni.

Attualmente lo schema, che per forza di cose non può essere completo né mai lo sarà, mostra la bellezza di ottocentotrenta sistemi operativi.

La maggior parte sono meteore sconosciute persino a sé stesse; molti sono scomparsi prima di arrivare a oggi; e poi si vede la storia vera dell’informatica.

Le curiosità che è possibile appagare, previo averne in merito ovviamente, sono abbondanti e le cose che si scopriranno saranno in certi casi una sorpresa, per esempio da chi abbia preso diciamo ispirazione il sistema operativo della PlayStation.

Inoltre si capisce bene quale sia stato (e sia) il ruolo di Unix in questi decenni. Nei libri di storia verrà annoverato tra le invenzioni fondamentali nella storia dell’uomo, creazione senza la quale l’informatica sarebbe stata completamente diversa e probabilmente assai meno interessante.

Vorrei dire tante altre cose, ma ora torno a guardarmi il diagramma infinito per scoprire ancora qualcosa.

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Per i miracoli
posted on 2021-08-04 01:52

L’Italia ha vinto il concorso canoro Eurovision, i campionati europei di calcio, l’oro maschile sui cento metri piani olimpici e quello del salto in alto sempre maschile, ambedue per la prima volta nella storia.

Un vento di euforia spazza la nazione.

Eppure tutto deve essere messo in prospettiva e in secondo piano, se si pensa che l’Italia è il prossimo Paese ad avere nella beta di iOS 15 le nuove Mappe.

Sembra la battuta su possibile, impossibile e miracoli, tradotta in pratica. (Gli esempi di Mappe presenti sul sito di Justin O’Beirne fanno benissimo sperare). Se va avanti così finisce che passano persino le riforme.

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La grande corsa all’innovazione
posted on 2021-08-03 00:40

Leggo che quest’anno Google abbandonerà Qualcomm e costruirà i propri processori per computer da tasca.

Ho la sensazione che venga già fatto, da un’altra società, da qualche anno, con discreti risultati, ma non riesco a focalizzarne il nome, magari poi mi viene in mente.

Può anche darsi che proprio i risultati ottenuti da questa società con i suoi processori fatti in casa sia la ragione del cambio di rotta di Google. Che dice anche molto sulla competitività dei processori usati attualmente, forse non proprio ottimale.

Il che parla chiaro anche sulle prestazioni di quello che viene venduto oggi con questi processori.

Da cui si deriva chi stia facendo effettivamente innovazione invece di andare al traino. Se solo mi venisse in mente il nome…

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Per aggiornarti meglio
posted on 2021-08-02 00:45

C’è ancora qualcuno dotato di buona volontà. Nello specifico, su The Eclectic Light Company hanno iniziato a spiegare perché gli aggiornamenti di macOS siano così corposi e, nello specifico dello specifico, perché quelli di Big Sur superano ogni record.

Intanto, tutti gli aggiornamenti di Mac sono universali. Contengono tutte le varianti necessarie per tutti i modelli di Mac. Il principio è che ogni aggiornamento debba essere bastante per l’intera gamma di modelli da aggiornare.

A questo si aggiunge che Apple pubblica aggiornamenti firmware solo dentro gli aggiornamenti di macOS. Ogni update contiene tutti gli aggiornamenti firmware per ciascun modello supportato.

Naturalmente, in questo momento di transizione, gli aggiornamenti sono Universal Binary: il codice da eseguire è in doppia versione, per Intel e per M1. Per M1 la situazione è ancora peggiore perché ragioni tecniche impongono lo scaricamento di un volume consistente di dati all’inizio dell’aggiornamento, dati che per Intel non servono.

Sono solo alla metà delle ragioni fornite nell’articolo, ragioni che diventano progressivamente più tecniche e articolo che si chiude aprendo più domande di quelle che meritoriamente è riuscito a chiudere.

Tutto questo non è giustificazione ma spiegazione e aiuta a chiarire almeno in parte come mai ultimamente qualunque aggiornamento di macOS richieda giga su giga. C’è da augurarsi che Apple arrivi in fretta a sistemare i suoi meccanismi di aggiornamento per renderli più astuti ed efficienti, che mandino a ciascun Mac solo quello che effettivamente gli serve.

Il rischio è che, di fronte a routine di update che diventano sempre più onerose, l’utilizzatore medio inizi a vederle come il lupo cattivo e a starne alla larga, il che rende completamente inutile l’aggiornamento. Torniamo a come era una volta, quando un aggiornamento di Mac era non dico una festa, però si stava tranquilli e contenti.

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Ritorno all’analogico
posted on 2021-08-01 00:46

Abbiamo interrotto un soggiorno di quasi due mesi al mare all’incirca perché il trenta luglio terminava un leasing.

Avevamo tre giorni per restituire il bene oppure pagare il riscatto ed entrarne in possesso. Soprattutto, la comunicazione relativa sarebbe arrivata per posta cartacea, al mio indirizzo canonico. Bisognava essere a casa.

Nel rientrare, siamo stati allietati da altre comunicazioni.

La tassa comunale sui rifiuti: dovuta, modesta, scadenza tranquillissima. Unico neo: sette fogli di carta per farti pagare un F24 semplificato composto da due righe.

Niente comunque batte una casa editrice che di questo periodo, ogni anno, invia il riepilogo dei diritti d’autore per l’anno prima.

Da diversi anni non scrivo libri e so già che non sono maturati diritti su quelli vecchi che da tempo hanno smesso di vendere.

La busta della casa editrice, per dirmelo, contiene ventinove fogli.

Non nego che vedere su carta la lettera di una amante del passato, uno zio d’America, un fan club di Cuore di Mela farebbe sorpresa, piacere, gusto, interesse, mistero.

Ventinove fogli per una comunicazione amministrativa che starebbe in una tabellina non mi danno alcun brivido.

Semmai, mi fanno chiedere quanti costi anacronistici debba infliggersi nel 2021 una casa editrice.

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