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Realtà distanziata
posted on 2021-06-18 13:53

Ogni tanto fa bene alzare lo sguardo e puntare verso l’orizzonte. Articoli come Apple sta già costruendo un futuro di realtà aumentata, su The Motley Fool, fanno vagare la mente sul lungo periodo, che è una cosa buona.

In questi ultimi trimestri è diventato chiaro come Apple stia costruendo davanti ai nostri occhi le fondamenta della propria strategia di realtà aumentata. I Lidar presenti negli iPhone e iPad di oggi aumentano la precisione e la fedeltà della realtà aumentata sugli apparecchi e Apple sta già creando un ecosistema di app e strumenti per gli sviluppatori.

A leggerne così sembra una cosa grossa, molto grossa, che impatterà significativamente. Sono molto scettico sulla seconda parte e non credo che ci sarà tutto questo impatto. Concordo maggiormente sul fatto che sia una cosa grossa, solamente non destinata a spostare equilibri.

Devo tuttavia stare all’erta: se Asymco è d’accordo su una proiezione a lunga scadenza, quella proiezione merita doppia considerazione. E Asymco ha detto Yup.

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Il sistema del vicino è sempre meno open
posted on 2021-06-17 13:53

Mi tira le orecchie mmanighe con piena giustificazione perché ho effettivamente esagerato nel dare iOS 4 per open source.

Nella pagina dell’open source di Apple, effettivamente, per iOS 4 sono aperti solo alcuni componenti che certo non formano il sistema operativo.

La situazione non migliora né peggiora andando avanti, nel complesso. Apple, come tutte le grandi aziende, ha cercato nel tempo di distanziarsi dal software con licenza open source Gplv3, perché troppo libera. Altre cose sono open source, per esempio il kernel Darwin-XNU da cui prendono vita tutti i sistemi operativi sotto la Mela e però non escono dal principio guida di commoditization of the complement ben descritto, a tutti i livelli, in questo articolo.

In pratica, ciò che è vitale per il proprio business resta proprietario e ciò che non lo è diventa libero. Questa regola si applica anche in altri settori. Si potrebbe osservare che Microsoft è ancora più avanti; oltre a rendere libero quello che non le è strategico, si preoccupa di colonizzare e invadere qualsiasi progetto non suo che possa recarle nocumento, in modo che resti libero – non può essere altrimenti – e intanto si diriga dove lei preferisce.

Nel dubbio, sostengo sempre l’opportunità di una iscrizione a LibreItalia. E poi, ricordiamoci di quanto codice ci è comunque utile, è comunque libero (o ancora veramente libero) e si meriterebbe una volta l’anno gli euro di un caffè con cornetto, anche se nessuno ha chiesto denaro direttamente e in forma vincolante, o detraibile come spesa.

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A neuroni nudi nel parco
posted on 2021-06-16 01:02

Il premio non ci voleva molto 2021 viene assegnato a The Verge nella persona di Monica Chin, autrice dello scoop Apple dice che ora puoi fare il build di una app su iPad, ma gli sviluppatori dicono che la realtà è diversa.

L’articolo è un capolavoro di vorrei ma non capisco. All’inizio ci aspettavamo una serie di novità per iPad che non sono arrivate (ognuno aveva la sua lista, come tutti gli anni); poi scopriamo che Swift Playgrounds consente di fare il build di una app e mandarlo su App Store (a smentire il titolo, costruito come se la premessa fosse una mezza bugia).

Allora viene fuori che le app finora si sono scritte con Xcode su Mac, solo che è molto complicato. Invece Swift Playgrounds è molto semplice.

Purtroppo, emerge l’amara realtà, Swift Playgrounds manca di tutta una serie di strumenti necessari allo sviluppatore professionale.

Eh già; sono quelli che rendono complicato Xcode. Forse è sfuggito all’autrice che sviluppare app, specie app da piazzare sul mercato più competitivo al mondo, è un lavoro, anche di élite. E che Playgrounds significa parchi gioco.

(Il primo Swift Playgrounds, peraltro, era proprio una nuova funzione aggiunta a Xcode, con cui ho scritto un libriccino su Swift che allora navigava verso la versione 2.0).

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Lo dice il giornalista
posted on 2021-06-15 00:07

Il livello della stampa quotidiana italiana, specialmente nelle versioni telematiche, non è esaltante e da molto tempo ho smesso di perdere tempo con quei siti. In compenso pago molto volentieri Giorgio Dell’Arti per la sua Anteprima, newsletter quotidiana nei giorni feriali che spreme le cose sensate e interessanti dalle edizioni cartacee e le mette insieme in una rassegna perfetta per cominciare la giornata.

Dell’Arti è un giornalista vecchia scuola con un talento mostruoso per l’archiviazione e il ritrovamento delle notizie di archivio. Non è un informatico ma neppure uno sprovveduto: vista la sua passione per gli archivi, qualche computer deve maneggiarlo; Anteprima viene erogata via Mailchimp, una piattaforma professionale, facile da approcciare quanto impegnativa per farci un prodotto editoriale in abbonamento pagato; organizza stanze su Clubhouse. È consapevole. In più Anteprima è lunghissima, tutti i giorni, e tra copiaincolla e scrittura originale richiede uno sforzo significativo di composizione di testo. Lui scrive davvero e tanto.

Ieri Anteprima si concludeva così:

Word è il peggiore programma di computer sulla piazza.

È null’altro che una opinione e può essere una opinione sbagliata. Quello che mi colpisce è che sia l’opinione di un giornalista che vive scrivendo migliaia di parole al giorno, tutti i giorni, da molti anni. Non ho idea del perché formuli il giudizio; però, se un programma nato per scrivere fallisce nell’intercettare i bisogni di uno che vive da sempre di scrittura, qualche domanda bisognerebbe porsela.

Ho sempre in cucina la mia enciclopedia del perché non usare Word, che devo ancora finire e prima o poi ci arriverò. Sono sicuro che Dell’Arti intende zero di quello che sto scrivendo io e ha altre ragioni. Ulteriori. Bisognerebbe porsi anche più di qualche domanda.

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I Mac mancanti
posted on 2021-06-14 15:12

Dopo che è trascorso qualche anno dal 1984, ho compreso che Mac, come tutti i grandi marchi che finiscono per diventare una sineddoche della propria categoria di prodotti, rappresenta molto più del computer iconico di Apple.

Almeno per me.

Quando dico Mac, penso a un insieme di hardware e software che rivoluziona un’attività umana rendendola incredibilmente semplice e accessibile rispetto a prima.

È successo così con il computing, naturalmente. E si può proseguire a definire Mac anche per il suo opposto: le attività dove manca un Mac e così restano esoteriche, di pochi, difficili.

Per esempio: le stampanti 3D. Se ne faceva un gran parlare, certamente ne trovi una in ogni Mediaworld. Una. Sono apparecchi straordinari, solo che se ne compro una, invece che risolvermi un problema, inizio a pormene molti. Dove trovo le cose da stampare. Come faccio a creare cose originali che servono a me. Come faccio a modificare qualcosa. Eccetera.

Con il primo Mac, c’era MacPaint. Disegnare sul computer, prima, era un esercizio masochista o costava un capitale in accessori. Con MacPaint, iniziavi a disegnare. Nessuno toglieva di mezzo il percorso per arrivare a disegnare capolavori, ma disegnava anche mia nonna, con MacPaint. Al settore della stampa 3D serve un Mac. O rimarrà una faccenda per pochi intimi e appassionati.

La realtà virtuale? I caschi datano a venticinque anni fa. Si fanno continui progressi, si va sempre avanti, i prezzi calano… dov’è però il Mac della realtà virtuale, quello che me la rende pronta, accessibile, godibile subito, senza fare fatica? Dove comincio in modo semplice, subito? Ecco perché sono passati venticinque anni e la realtà virtuale è una cosa di nicchia.

Con watch, Apple ha creato un Mac. Mica per leggere l’ora; per monitorare parametri vitali, per esempio. Puoi avere uno storico della frequenza cardiaca lungo a piacere. Prima era complesso e costoso.

È importante che Apple crei Mac non solo per le persone, ma anche per gli sviluppatori. Più diventa facile e accessibile produrre buon software, più viene fatto. Jason Snell ha accennato su Macworld a tecnologie emerse a WWDC per facilitare lo sviluppo, come Object Capture per chi lavora alla realtà aumentata e vuole creare rapidamente oggetti tridimensionali, o naturalmente Swift Playgrounds, che non sostituisce sicuramente Xcode su Mac ma è un primo passo nel consentire lo sviluppo su iPad di app per iPad.

Di Mac nella storia ne sono stati creati molti, naturalmente, senza sapere che fossero Mac. Il Modello T di Ford era un Mac; il Walkman di Sony era un Mac; il televisore era un Mac. Era un Mac persino il Big Mac.

Interessante come, nella nostra epoca, sembra che l’unica rimasta a creare Mac di un qualche livello sia proprio Apple (Con l’eccezione dei vaccini e magari di Tesla, per le maxibatterie). Eppure ne servirebbero numerosi.

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L’elefante nascosto
posted on 2021-06-13 17:34

Una copertura davvero controcorrente di almeno un aspetto di WWDC? Il problema della documentazione, molto ben trattato da The Eclectic Light Company, per il cui autore rappresenta L’elefante a WWDC.

Non si parla della documentazione per l’utente finale, del mitico manuale, ma proprio di quella per gli sviluppatori. Apple sta realizzando un nuovo sistema per produrre documentazione, denominato DocC, che però sarà un contenitore e poco farà per risolvere il problema della carenza di buone descrizioni del funzionamento interno del software Apple.

Non è stato sempre così, anche senza risalire agli altrettanto mitici sei volumi di Inside Macintosh. Oggi lo sviluppo continuo, il moltiplicarsi dei sistemi e la complessità delle problematiche in gioco hanno reso sempre più complicato il lavoro di chi deve documentare e, si coglie, messo in evidenza il problema di una certa carenza di competenze, al contrario di quelle ingegneristiche e di sviluppo.

DocC è comunque una prima risposta al problema, di cui evidentemente Apple ha consapevolezza. Chiaro che, per conservare un primato nell’esperienza utente, non basti avere il miglior software possibile e che serva pure mettere gli sviluppatori indipendenti all’altezza di scrivere software superiore.

L’articolo cita brevemente anche esperienze indipendenti di documentazione, come il mitico (terza volta) pondini.org, oggi non più attivo, che illustrava ogni e qualunque aspetto di Time Machine.

Apple ha due problemi oggi, chiosa il post: bug e documentazione. Significativo è già che vengano esposti alla pari, anche se uno parrebbe più immediato e urgente dell’altro. Non è affatto così.

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Codice, non parole
posted on 2021-06-12 11:07

Per capire quanto sia progredito iOS e quanto abbia attorno un ecosistema evolutosi in maniera impressionante negli anni, va guardato OldOS, un progetto di iOS 4 riscritto in SwiftUI.

Non è emulazione, non è retroingegnerizzazione; è il codice originale, ripreso, riscritto (SwiftUI è il sistema moderno di costruire app basate su codice Swift).

L’autore riferisce che, bug e perfezionamenti a parte, OldOS è funzionante, al punto che potrebbe forse essere usato come un secondo sistema operativo.

Un bello spunto di discussione per quando salta fuori la faccenda dell’azienda chiusa, del software proprietario eccetera: iOS4 è open source, liberamente disponibile a chiunque. E non solo lui. Fatemi vedere una vecchia versione di Windows Mobile riscrivibile a partire dal codice originale.

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Il digitale tornasole
posted on 2021-06-11 02:16

Uno splendido articolo in italiano, documentato, approfondito, comprensibile: Chi ha ucciso l’app Immuni e perché. Si avvicina il fine settimana e c’è il tempo per fare qualcosa oltre la solita routine. È leggere questo articolo.

In perfetta congiunzione astrale, Linus Torvalds, il creatore di Linux e una persona che non le manda a dire, si è espresso in termini che per lui sono moderati su una mailing list degli sviluppatori Linux, a proposito di un commento antivaccino:

Tieni cortesemente per te i tuoi commenti antivaccino folli e tecnicamente scorretti.

Non sai di che cosa stai parlando, non sai che cosa sia l’mRNA e stai diffondendo falsità idiote. Può essere che tu lo faccia inconsapevolmente, a causa di una cattiva istruzione. Oppure, perché hai parlato con “esperti” o guardato video di ciarlatani che non sanno di che cosa parlano.

Una coincidenza interessante: due casi di ostilità verso la scienza e verso il digitale. Solo persone ignoranti possono avere agito in consapevolezza per sabotare Immuni, ignoranti al pari di chi approfitta di uno spazio di discussione specialistico per spargere malainformazione.

Il digitale va usato con cura e consapevolezza; tende comunque, sia pure con le dovute eccezioni, ad accompagnarsi al progresso. E tende a rivelare stupidi e incapaci, come una cartina di tornasole l’acido o il basico.

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Giochi (più) intelligenti
posted on 2021-06-10 00:39

Una vita sui roguelike non è stata vissuta invano, se TechCrunch titola La pluridecennale avventura Ascii NetHack può suggerirci il futuro dell’intelligenza artificiale.

La lettura spiega che algoritmi e apprendimento meccanizzato possono fare a pezzettini qualsiasi giocatore umano di scacchi o di Go, così come di Dota 2 per fare un nome a caso.

Quando si arriva a NetHack, però, l’intelligenza artificiale si comporta molto peggio di un uomo. La ragione è la grande complessità interna del gioco, dovuta tra l’altro alla pazzesca varietà di interazioni tra i componenti del gioco.

Il team AI di Facebook ha allora deciso di organizzare una NetHack Challenge aperta fino al 15 ottobre a tutte le intelligenze artificiali, con premi per il migliore agente (entità software capace di progredire più di tutte le altre nel gioco), il migliore agente senza l’aiuto di una rete neurale e, ancora, il migliore agente creato da una università o da team indipendenti, che non producono giochi per mestiere, per capirci.

Il terreno di sfida sarà una normalissima edizione di NetHack montata dentro un ambiente di machine learning, che permetterà la partecipazione di chi brilla per intelligenza (umana) e però scarseggia in risorse computazionali.

Dice molto sulla vera natura del valore degli umani e delle sedicenti intelligenze artificiali, che il computer abbia ancora moltissimo da imparare da un gioco disegnato con il testo, nato nel 1985 e più maturo di tanti dei programmatori che proveranno a batterlo.

La regolarità delle pubblicazioni potrebbe risentire nelle prossime settimane dei miei spostamenti per l’Italia.

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Metterci la faccina
posted on 2021-06-09 00:58

Nella finzione scenica di Wwdc, Tim Cook ha parlato davanti a una platea popolata di Memoji, a rappresentare gli sviluppatori idealmente presenti.

C’è chi l’ha presa per una baracconata o una profanazione di un luogo che alla fine dei conti è intitolato a Steve Jobs; una caduta di stile, un abbassamento del livello.

Ogni opinione è degna di rispetto: tutti sicuri però che la più profittevole azienda di tecnologia digitale al mondo, che mette insieme due miliardi di fatturato ogni tre giorni, decida a cuor leggero di esporsi a figuracce? Abbiamo la certezza che dove fino a ieri a dettare la line era il design, oggi si ceda al cattivo gusto semplicemente per essere alla moda o per fare i supergiovani?

Nei miei messaggi esagero con gli emoji, mentre i Memoji li riservo a pochissime occasioni e persone. Non sono quindi la persona più adatta a pronunciarsi. Tuttavia, un articolo di Angela Lashbrook su Medium porta in merito una serie di informazioni interessanti.

Ci sono studi che mostrano come l’aspetto degli avatar influenzi il comportamento online delle persone e come le persone stesse si identifichino più volentieri in un avatar idealizzato, che le rende più gradevoli, di uno fotografico.

Chi vede un avatar di aspetto simpatico o piacevole tende a riporre più fiducia nell’interlocutore che lo adotta. I Memoji costituiscono un surrogato, certo limitato, del linguaggio del corpo e dell’espressività che portiamo nel mondo fisico. Limitato vale comunque più di nullo.

In altre parole, il come le persone si rappresentano in forma grafica e il come considerano le altre persone tramite le loro rappresentazioni è un dettaglio; un dettaglio importante in una faccenda delicata come la comunicazione interpersonale. Comunicando con il suo pubblico di Memoji, Tim Cook certamente dava risalto alle novità annunciate per iMessage; contemporaneamente trasmetteva tutta una serie di messaggi al pubblico non sviluppatore interessato all’apertura del convegno mondiale degli sviluppatori. Sì, il keynote è nominalmente per gli sviluppatori e di fatto parla al più grande pubblico degli appassionati. La vera comunicazione rivolta agli sviluppatori è il Platforms State of the Union, la prima cosa da guardare dopo il keynote.

Che si possa parlare del keynote Wwdc in termini semplici non implica che la sua preparazione sia semplicistica. Apple ci mette la faccia e pure le faccine sempre a ragion veduta, magari sbagliando, per carità, però con un’idea precisa.

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Con la maiuscola
posted on 2021-06-08 12:13

Mi piace molto questa evoluzione globale dell’ecosistema, dove i diversi apparecchi non sono isole di un arcipelago, ma tappe di un viaggio, e non c’è uno strumento unico per tutti ma versioni ideali di uno strumento per ciascuno.

È il keynote Wwdc più logisticamente complicato che ho vissuto, perché tra famiglia, lavoro, intoppi, imprevisti e sonno ho speso una volta e mezzo la sua durata e ancora devo vederlo tutto. Tuttavia la portante mi pare chiara.

È un ecosistema maturo, che si apre dove deve verso l’esterno, si arricchisce, si allarga, si raffina. Poco o nulla di quello che si è visto è mai-visto-prima e questo è un buon segno: difficilmente Apple inventa, bensì arriva a cambiare per il meglio qualcosa di esistente e normalmente migliorabile.

È un anno e mezzo che si invita la gente a parlare online; farlo con un FaceTime link sarà più immediato e veloce. A me è capitato di farlo con Zoom o con Teams ed è una pena; con iOS sarà molto meglio.

Durante le videoconferenze, l’audio è sempre uno dei punti dolenti, anche fisicamente quando la riunione dura molto o, come pretendono certi dirigenti ottusi, il giorno deve passare in riunione. Portare lo Spatial Audio dentro la videoconferenza migliora la vita di chi ci si trova.

E Spatial Audio è il pretesto per sottolineare una vera differenza che fa Apple. Traduzione del testo affidata al computer, l’abbiamo vista; riconoscimento del testo dentro una immagine, lo abbiamo visto; il drag and drop da uno schermo all’altro non è una novità; forse lo è da un computer a un altro, ma visivamente sembra qualcosa di già sperimentato.

Ma chi può offrire quello che si è visto ieri a livello di sistema? A disposizione di qualsiasi app? E chi può permetterlo con questo livello di semplicità?

La differenza che mette Apple è da sempre, per la parte fondamentale, questa. Quando Apple reinventa qualcosa di esistente e la trasforma in magia, it just works, dà il meglio. Per questo Wwdc comincia sotto ottimi auspici.

Un ecosistema, dove qui il cambiamento può essere più pronunciato (ma quanto sono belle le nuove mappe?), lì si insaporisce la ricetta che già di suo funziona (tutta la parte di SharePlay su iPhone, non cambia il mondo, ma introduce un sacco di cose piacevoli), altrove si inseriscono cambiamenti persino necessari (iPadOS deve evolvere ancora più di così e però il multitasking migliora), oppure si gettano ponti che ci volevano (Comandi rapidi anche su Mac, capacità di collegarsi con AppleScript; ne scrivevano in tanti, non si vedeva l’ora, è arrivato).

In quest’ottica, mettere sul bilancino watchOS per capire se le aggiunte meritano questo o quel voto in pagella è da Youtuber bolso, che deve parlare del keynote per quaranta minuti altrimenti non monetizza e deve inventarsi cose per arrivare in fondo ai quaranta minuti. Conta l’insieme, la coralità. La coralità viene evidenziata anche a livello di relatori e inizia persino a sembrare troppa; l’inclusione ci mancherebbe, la diversità è un bene, però quasi quasi preferirei che i relatori sotto i Vice President venissero estratti a sorte.

Un pensiero affettuoso e adorante a quanti iPad non è un computer perché non posso programmarci una applicazione per iPad, che poi sono passati alla compilazione in luogo della programmazione e ora hanno solo da ammettere che, persino per il loro filtro, iPad è un computer. O si inventeranno che non è un computer perché non passa da Xcode. Chissà come digeriscono oggi poi, al pensiero di Xcode su iCloud.

Un accenno alla privacy. L’ecosistema. L’argomento è trasversale, non riguarda l’apparecchio A o il sistema operativo B. Qualche settimana e salterà fuori qualche scandalo dovuto a funzioni che non saranno implementate o non funzioneranno in Cina o in Bielorussia. Eppure la direzione dell’azienda è oltremodo chiara: su Mail potremo nascondere l’indirizzo IP, non fare sapere che abbiamo letto un messaggio. Se lo vogliamo, naturalmente. A che pro darsi da fare per implementare la privacy quando sarebbe tanto comodo lasciar perdere tutto e avere sistemi perfetti per compiacere Xi e la compagnia dei dittatori? Ringraziare invece. Ogni tracker soffocato da Safari, ogni tracking pixel neutralizzato da Mail, ogni navigazione anonima è un passo verso più libertà, da cui domani sarà più difficile regredire nel caso che il nostro governo, o l’ineffabile unione, ci ripensi o provi a fare il furbo.

Mentre armeggiavo con una finestra di Terminale durante la visione di Wwdc, mi è scappato scritto Uptime al posto di uptime. Ho scoperto una nuova funzione di un comando Unix che pensavo di padroneggiare. Abbiamo tanto da imparare intanto che i sistemi si affinano.

Ne parlo perché la scoperta dell’esistenza di Uptime e questo Wwdc sono state ambedue esperienze con la maiuscola.

Perché non posso, sarò in giro a lavorare con iPad Pro senza attrezzature di backup… altrimenti, per la prima volta da anni, vorrei fortemente installarmi tutte le beta.

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Il numero della bestia
posted on 2021-06-07 09:10

Inizio a lavorare abbastanza tardi nella giornata. Oggi ho fatto eccezione e sono stato gratificato da una notifica di Screen Time: settimana scorsa sono stato davanti allo schermo di Mac, in media, l’undici percento in meno del tempo.

Solo qualcosa più di undici ore.

(Poi ci sono gli altri schermi, naturalmente).

Il numero della bestia, insomma. Quella da soma.

(Si scherza, eh? Anzi, se si reggono certi ritmi è proprio perché usare un Mac è assai più rilassante di tutto quello è che altro.)

(Correzione: Screen Time somma tutti gli apparecchi che condividono lo stesso ID Apple. Più intelligente di me!)

(A dire il vero, l’attenzione è talmente rivolta all’inizio di Wwdc che non sto a guardare molto altro).

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Gente di polso
posted on 2021-06-06 00:48

Un modo possibile di affrontare il cambiamento, dalle pagine di GQ.

Io, uno dei più in vista tra i sostenitori degli orologi meccanici, indosso un Apple Watch. Non me ne vanto né ci scrivo post per i social media, ma metto al polso il mio Apple Watch tre o quattro volte a settimana, il che ne fa uno dei pezzi più fidati di tutta la mia raccolta.

— Benjamin Clymer, fondatore di Hodinkee

Il dato può apparire singolare; eppure, nella posizione di Clymer, indossare lo stesso orologio tre volte a settimana è tanta roba.

La giusta dose di conservatorismo, la giusta apertura verso il nuovo, l’assenza di pregiudizi. Per Clymer, Watch è un grande contributo all’orologeria, che stimola tutti gli operatori del settore a migliorarsi.

Averne, di gente capace di restare fedele alla tradizione e al tempo stesso proiettarla nel presente.

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Scontri culturali
posted on 2021-06-05 13:00

Non si fa in tempo a scrivere un pezzo sull’approccio di Apple al lavoro intelligente che diviene pubblica una lettera scritta da un gruppo di dipendenti per chiedere più flessibilità rispetto alla scelta di lavorare in presenza oppure in remoto.

John Gruber ha espresso chiaramente il punto di vista culturale di Apple: la società ha un approccio che dà molto valore al gruppo di lavoro e preferisce di molto l’ambiente dell’ufficio.

Gruber aggiunge alcune valutazioni personali che hanno diritto a fare parte del dibattito: in sintesi, Apple è diventata così grande che per forza di cose ospita anche persone poco adatte, o inadeguate, alla filosofia aziendale.

Sembra una schermaglia banale e invece va seguita, perché è rappresentativa di una tendenza che in autunno diventerà in alcune aziende una miscela esplosiva. Inoltre costituisce l’inizio di un cambiamento culturale profondo nel considerare l’attività lavorativa.

Per il momento aggiungo solo un paio di nozioni, anch’esse di diritto parte importante della discussione.

La prima: la buona organizzazione vince su tutto. Apple per prima ha dimostrato di poter sviluppare, creare e vendere a pieno ritmo anche a Apple Park deserto e tutti a lavorare da casa. È iniziata la transizione a M1 (e hai detto niente), sono usciti regolarmente nuovi modelli di tutto, i numeri hanno regolarmente superato le previsioni. La produttività di un’azienda dipende dalla sua organizzazione, non da dove si lavora.

(Ciononostante, Apple ha ragioni per volere la gente in ufficio tre giorni a settimana. Ma questo non riguarda la capacità dell’azienda di funzionare al meglio).

La seconda: la lettera dei dipendenti ha avuto origine su un canale Slack interno ad Apple. Ci sono strumenti per la conversazione e la collaborazione che vanno bene per aziende di decine di migliaia di dipendenti con fatturati di centinaia di miliardi.

Ha ragione Gruber nel dire che nella Apple di una volta, un canale Slack non sarebbe mai esistito. I tempi, nondimeno, cambiano.

La cultura dell’ufficio contro la cultura del lavoro intelligente (non in Apple, ovunque). È nell’interesse di tutti trovare una composizione armoniosa. Si annunciano tempi interessanti.

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La forza irresistibile
posted on 2021-06-04 02:09

Da settembre, i dipendenti Apple lavoreranno in ufficio lunedì, martedì e giovedì, mentre avranno l’opzione di lavorare in remoto il mercoledì e il venerdì.

Ad alcuni reparti specifici saranno chiesti quattro o cinque giorni a settimana in presenza; in compenso, tutti potranno fare domanda per avere fino a quindici giorni supplementari l’anno di lavoro in remoto, che saranno concessi o meno dai responsabili di reparto.

Nel 2022 verrà effettuata una valutazione dei risultati, che potrebbe portare a una nuova riformulazione degli orari di lavoro.

È una vera prova di forza di Apple, non con i dipendenti ma con la propria significatività; si moltiplicano negli Stati Uniti – ma arriverà l’onda anche qui – i casi di aziende ansiose di riavere le persone negli uffici, mentre le persone stesse non sono altrettanto trepidanti, con alcuni che addirittura si licenziano se trovano la richiesta ingiustificata o eccessiva.

Ci sono mille distinguo da fare perché le situazioni, ovviamente, sono molto diverse tra loro; certo è che, se certe aziende possono porsi come oggetti inamovibili nel rivolere le persone in ufficio, queste ultime potrebbero rivelarsi una forza irresistibile. Negli Stati Uniti non è infrequente che un pendolare convertito al remote working risparmi cinquemila dollari l’anno.

Stai a vedere che, magari suo malgrado, Apple si ritrova a fare innovazione anche in questo campo.

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Perculare e percolare
posted on 2021-06-03 12:44

Dell’opportunità di portare i Comandi rapidi su Mac hanno già detto in diversi e poco cambia che Jason Snell lo abbia ribadito nella sua raccolta di cose che vorrebbe vedere presentate a questa Wwdc.

Da ribadire c’è pure la gran differenza tra quanti perculano sulla storia dell’unificazione del sistema operativo e le tecnologie software che percolano da un sistema all’altro e portano a un ecosistema omogeneo senza sacrificare l’adattamento ottimale di ciascun sistema operativo a ciascuna macchina. La lista si allunga, Catalyst migliora e il progetto complessivo ha un buon aspetto. Avanti con la percolazione.

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What a Wonderful Teen World
posted on 2021-06-02 00:11

Non solo Lucy.

Apple ha annunciato chi ha vinto la Swift Student Challenge 2021, legata all’imminente Worldwide Developers Conference.

Senza entrare nel merito, alla competizione prendono parte centinaia di studenti da tutto il mondo, ragazzi e ragazze che non hanno ancora la maggiore età ma si mettono in gioco, imparano un linguaggio di programmazione, inventano soluzioni a problemi reali, ci provano davvero.

Sono, o almeno somigliano a, quelle persone che nello spot Think Different, pazze a sufficienza da voler cambiare il mondo, poi lo cambiano davvero.

Forse è solo invidia. Mi devo muovere in un mondo nel quale mi capita a ogni angolo qualcuno che mi spiega gli eccessi della tecnologia, come difendere i bambini dalle insidie dei cellulari, la necessità di spegnere, questo, quello, tutto.

Tra i due eccessi, preferisco una quindicenne che usa Swift a partire da due genitori immunodepressi per creare un servizio capace di aiutare tanti. Ed è solo un esempio. Ragazzi, difendetevi dai pericoli della tecnologia: programmatela. Sapete fare cose meravigliose.

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I danni del gioco (mancato)
posted on 2021-06-01 01:26

Per fortuna ho dato retta a Paolo e considerato 50 Years of Text Games qualcosa di speciale oltre che un racconto carino di retrocomputing.

La trattazione di LambdaMOO, 1990, impressiona.

Tempi in cui Internet era in gestazione e però le persone cominciavano a incontrarsi e a scoprire mondi online.

Nei Mud canonici occorrevano molte ore di gioco, padronanza dei meccanismi dello stesso e un buon grado di carisma e capacità di rapportarsi con gli altri, per diventare un wizard, un mago.

Il wizard disponeva di immenso potere dentro il gioco e sul gioco. Per esempio poteva espellere altri giocatori.

LambdaMOO rovesciò l’approccio mettendo a disposizione di tutti, subito, ogni potere possibile. Compreso quello di programmare nuove locazioni, nuovi oggetti, nuove avventure, purché coerenti con un impianto di base.

Un vero esperimento sociale, con la crescita turbinosa, le esperienze molteplici, la creatività sorprendente, la dilatazione vertiginosa dei confini.

E poi l’inevitabile scandalo con sfaccettature di sesso e violenza ancorché virtuali, la difficoltà nel conciliare punti di vista troppo differenti, il problema di governare una comunità di persone abilitate ad agire senza limitazioni, alcuni casi di dipendenza. Certi tratti della natura umana sono immodificabili e finiscono per manifestarsi ovunque si raggiunga una massa critica di persone e interazioni tra le persone.

Trent’anni dopo, LambdaMOO non è un esperimento sociale, ovviamente. Altrettanto ovviamente viene ancora praticato (i Mud non muoiono mai, come il rock’n’roll per Neil Young). Ovviamente per la terza volta, l’animazione al suo interno non è più quella degli anni d’oro.

Quando un giocatore rimane troppo tempo senza collegarsi, il suo avatar appare dormiente: vagabondare oggi dentro la mappa dà l’idea di esplorare un regno incantato di belle addormentate, alcune da decenni.

Tuttavia, quando un mondo è programmabile, resta vivo e vitale anche quando le forze che sostengono si affievoliscono:

Eppure la Lambda House continua a intrigare. L’esplorazione resta magica in perpetuo: a differenza di un gioco scritto da un singolo autore, qui è impossibile trovare i limiti del modello del modello o il bordo della mappa. Al prossimo oggetto domani qualcuno potrebbe aggiungere un altro verbo per interagirci e dietro ogni angolo occhieggia un nuovo dominio che attende esploratori freschi. Ascoltare una conchiglia dietro un gazebo trasporta in un pigro paradiso tropicale; azionare una scatola musicale in una radura nascosta, evoca figure spettrali che interpretano un quadro teatrale di Keats. Stanze con descrizioni dinamiche che rispondono alle stagioni e alla ciclicità del giorno macinano un’ora dopo un’altra, mentre sopra lune virtuali attraversano le loro fasi. Anche se la maggior parte delle persone se ne è andata, il codice che hanno lasciato dietro di sé mantiene Lambda House viva.

Trent’anni fa non c’era Internet, ma in LambdaMOO c’era già tutto, comunità, social, algoritmi, dinamiche di gruppo, problematiche di governance, gestione di risorse di rete, wisdom of the crowd, anche purtroppo il bullismo o la mancanza di rispetto per gli altri o lo spregio verso il bene comune. Appunto, tutto vuol dire tutto.

Se più gente avesse partecipato a LambdaMOO, oggi Internet sarebbe un posto migliore.

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