Content from 2021-05

Mai più in volo senza
posted on 2021-05-07 00:28

Raymond è nato fortunato.

È nato inaspettatamente, assai prematuro, undicimila metri sopra il Pacifico, durante un volo Salt Lake City-Honolulu.

Sull’aereo c’erano, fortunatamente, tre infermiere specializzate in terapia intensiva per neonati.

C’era anche un dottore, cosa statisticamente comune tra i passeggeri di un volo a lungo raggio. Questo dottore, però, aveva fortunatamente ricevuto formazione in medicina di emergenza.

Così l’équipe medica improvvisata, solo per circostanze e non certo per competenza, ha mantenuto Raymond stabile e coccolato per tre ore, prima dell’atterraggio alle Hawaii.

Sull’aereo mancava, prevedibilmente, una sala parto o un assortimento di strumenti per ostetricia. Il cordone ombelicale è stato legato con stringhe delle scarpe. Per tenere caldo il bambino sono state usate bottiglie di plastica riempite d’acqua e scaldate nel microonde.

Per monitorare il suo battito, è stato usato un watch.

Non sono più così rari come qualche anno fa. Per fortuna. Non solo di Raymond.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

A Domanda rispondo
posted on 2021-05-05 00:33

Ho aperto la app di Facebook. È apparsa la schermata introduttiva alla Domanda. Facebook mi ha spiegato che permettere alla app di tracciare la mia navigazione su Internet esterna a Facebook

  • mi permette di avere pubblicità personalizzata;
  • aiuta Facebook a mantenere gratuito il suo servizio;
  • aiuta le piccole attività che vivono di pubblicità.

Il momento che aspettavo da mesi, di cui si parlava ultimamente con Flavio perché, pur avendo aggiornato iOS, le app non ponevano la Domanda.

Mi sono bloccato. Senza motivo; qualunque risposta dia alla Domanda, posso sempre tornare indietro e cambiare la mia impostazione. Non bastava. Dovevo pensarci bene. Questa situazione è senza precedenti e non riguarda la pubblicità, Facebook, o l’ecosistema su Internet. Forse non riguarda neppure me.

Pubblicità personalizzata. Ecco, credo di essere un po’ fuori dalla media. Non ricordo quando ho comprato l’ultimo paio di scarpe. Al mattino indosso una t-shirt qualunque, magari vecchia vent’anni. Non ricordo di avere mai posseduto un’auto con meno di centomila chilometri addosso. Compro Mac nuovi di zecca, iPad Pro carrozzati; poi però mi durano dieci anni.

Non è snobismo; al più, trasandatezza.

Un paragrafo fa ho già diffuso più profilazione di quanta sia riuscita a farmene Facebook. Il quale Facebook, funziona così. Per lavoro ho di recente chiacchierato con una giornalista-sommelier-consulente in comunicazione per aziende vinicole. La sorella di una mia ex collega di lavoro dirige il marketing di un importante venditore online di vino.

Nella mia timeline di Facebook compaiono pubblicità di vino. Che non bevo.

Rispetto la pubblicità e capisco il valore della pubblicità personalizzata. Ma questa non è personalizzazione; è un pasticcio maldestro. A questo livello, preferisco la pubblicità generica.

Servizio gratuito. Facebook a pagamento. Certo. Avanti il prossimo.

Piccole attività. Solidale, molto solidale. Sono un libero professionista; a mio modo, sono una piccola attività. Potrei guadagnare di più intercettando la posta elettronica di clienti potenziali? Seguendo manager di nascosto per capire se potrei offrire loro consulenze? Approfittando dell’accesso a reti aziendali in cerca di segreti da rivendere?

Probabilmente sì. Solo che, molto prima di essere illegale, è ingiusto. È scorretto. È sbagliato. È disonesto. (È anche stupido, eh). Mai.

La piccola attività può convincermi con una pubblicità creativa, un sito onesto, una newsletter ben scritta. Sono vulnerabile alla buona comunicazione.

La piccola attività vuole seguirmi dove e quando non la riguarda? Magari a mia insaputa? Come sopra. È sbagliato e poi anche tutto il resto. È sempre stato così? Pazienza. Il momento di portare una normalità in questo ambito non arriverà mai troppo tardi. Se la piccola attività si sostiene solo grazie al tracciamento inappropriato delle persone, mi dispiace e rimango solidale, ma c’è un problema da correggere. La mia piccola attività è onesta e preferisco giocare ad armi pari.

Tutto questo ancora non bastava. Perché non disinteressarsene? In fondo, che cosa mi può fare il tracciamento di Facebook? Quando mi collego fuori da iOS mi traccia ugualmente. Di enti che mi tracciano, a parte la protezione offerta da Safari, ce ne sono decine. Alla fine la Domanda somiglia a una goccia nel mare. Perché prendere posizione, senza guadagnarci niente?

Perché ho visto nascere Internet. Di recente citavo John Perry Barlow e la sua dichiarazione di indipendenza del ciberspazio. Per un attimo abbiamo visto barriere che si sbriciolavano, una nuova coscienza, la netiquette. Ho passato nottate su server Unix privi di interfaccia, con una connessione Internet rubata, grazie a un modem veloce come una pianta grassa, a chiacchierare senza scopo con sconosciuti di tutto il pianeta. Era l’alba di una nuova epoca, paragonabile a quando migliaia di navigatori hanno iniziato a bordeggiare nel Mediterraneo alla ricerca di chissà che e, con il commercio, con il dialogo, è fiorita la civiltà.

Il commercio. Niente in contrario che si possa vivere con Internet, anzi. La pubblicità rispettosa ha tutti i suoi perché. Ho comprato una ring light proprio grazie a una inserzione su Facebook.

È utopico e impossibile pretendere di avere tre miliardi di persone connesse e un ambiente medio da élite di intellettuali. Se Facebook riesce a raccogliere due miliardi di utenze attive, è un merito. Se coltiva una crescita a base di polarizzazione e valorizzazione di chi è inascoltabile, va deprecato. Ma stare su Facebook non è obbligatorio e nemmeno siamo obbligati a seguire gente che non si può ascoltare.

Il punto è esattamente l’opposto: essere obbligati a essere seguiti, senza che neanche lo sappiamo.

La Domanda, semplicemente, ripristina un frammento perduto di quelle aspirazioni che avevamo. Una nuova epoca, con più dialogo, più possibilità, più conoscenza reciproca. Internet come motore di un salto in avanti dell’umanità.

Ecco perché ho risposto Ask app not to track, chiedi alla app di non tracciarmi. È una cosa enorme, per i nostri tempi. Eppure è il minimo. Siamo stati abituati malissimo, Facebook davanti a tutti (parlo di Facebook, ma sono tanti). La Domanda è il primo passo, piccolo anche se immenso, per riportare su Internet il rispetto per ognuno. E sono mostruosamente orgoglioso questa notte di avere un device che pone la Domanda.

È perfino possibile dire sì, tracciami, non c’è problema. Per la prima volta da lustri, ritorniamo ad avere una parte di controllo dell’esperienza. Non è importante rispondere sì o no; è importante rispondere.

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Nella ripresa
posted on 2021-05-04 00:43

Il primo tempo della mia partita con il software per usare iPhone come webcam di Mac è durato poco.

Istigato da Fëarandil che su queste cose ne sa a montagne, ho abbandonato l’approccio poco maledetto e subito e ho cestinato EpocCam, adottato pochi giorni fa.

Nel secondo tempo schiero invece uno squadrone, nelle sembianze di OBS Studio su Mac e OBS Camera per iPhone.

Il tutto mi costa nove euro in più (ho chiesto il rimborso degli 8,99 ero di EpocCam e corrisposto 17,99 euro per OBS Camera) ma in cambio, invece che uno hack per avere la webcam virtuale su Mac, ho uno hack con intorno un sistema pazzesco per mettere a punto conferenze, presentazioni, trasmissioni dove il limite è dato solo dall’esperienza.

OBS Studio (che peraltro Fëarandil mi aveva già segnalato tempo addietro) è open source, multipiattaforma, con una quantità siderale di plugin per fare veramente la qualunque, fino alla manipolazione 3D delle finestre inserite nelle scene che sono l’unità di lavoro principale.

Devo ancora impratichirmi di brutto perché le possibilità a disposizione sono appunto infinite e non ho titoli per spiegare a puntino che cosa farci; rozzamente, inizio a dire che con OBS Studio si assemblano, appunto, scene contenenti quello che decidiamo di metterci: feed video, pagine web, schermate da applicazioni, audio, di tutto. Dopo di che si può andare in streaming con quella che è di fatto la regia di uno show virtuale, con la possibilità di registrare e fare una milionata di altre cose.

Sempre il losco figuro già menzionato mi ha accennato a BlackHole, un driver per audio virtuale, e OBS Ninja con cui si potrebbe benissimo mettere in piedi da soli un talk show fatto e finito, che aggiungono ulteriore sostanza al tutto.

Non penso che arriverò mai oltre il dieci percento di quello che OBS Studio può fare; arrivarci sarebbe un super salto di qualità. Per esempio, mi scervellavo su come inserire in modo elegante Web Captioner in certe presentazioni dove serve accessibilità. OBS Studio è una risposta precisa e micidiale nella sua efficacia.

Tutto software libero, poi, trasparente, aggiornato, documentato. Abbiamo anche problemi, chi lo nega, ma questa è un’epoca con aspetti prodigiosi.

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Aziende planetarie al posto di stati nazionali
posted on 2021-05-03 00:57

Letto il post di Gianni Catalfamo sulle CorpoNazioni, come le ha definite? Queste sono le mie osservazioni a contorno, che dietro sua richiesta – generale – aggiungerò come commento sul suo blog dopo avere pubblicato qui.

Ci sarebbe spazio per dire e fare molto di più e molto meglio, solo che non c’è il tempo e chiedo pazienza, oltre che naturalmente domande e commenti.

§§§

L’azienda-nazione (d’ora in poi azienda) tende alla verticalità, a fornire principalmente un servizio, là dove lo stato-nazione (d’ora in poi stato) tende alla trasversalità, ovvero a occuparsi di tutto.

Gli stati adottano forme di interscambio di merci e servizi; le aziende tendono semplicemente a lavorare in parallelo, ciascuna sul proprio binario.

La vera differenza è nella cittadinanza, trasversale. Il cittadino aziendale, ipersemplifico, usa hardware Apple, software Microsoft, consegne Amazon, informazioni Google, socialità Facebook. Ci sono certo aree marginali di sovrapposizione e di concorrenza, che lasciano inalterato il quadro di insieme.

Il cittadino aziendale possiede non uno ma numerosi passaporti, o account, e utilizza l’uno o l’altro secondo convenienza per fruire dei servizi desiderati.

Non si resti sorpresi: si rilegga la Dichiarazione di indipendenza del ciberspazio, pubblicata da John Perry Barlow nel 1996.

[rivolto ai governi delle nazioni industrializzate] I vostri concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non si applicano a noi [cittadini del ciberspazio]. Si basano tutti sulla materia e qui di materia non ce n’è.

Rileggere Perry Barlow un quarto di secolo dopo è capire che da subito lui aveva intuito l’incapacità strutturale da parte della politica e dei governi di affrontare la novità.

In questi venticinque anni il vuoto conseguente è stato colmato dalle aziende, non tanto per particolare genio o intuizione (Bill Gates aveva snobbato la nascente Internet, prima di capovolgere idea e strategia) quanto per la loro naturale inclinazione a crescere e generare profitto.

Le aziende hanno trovato nuovi settori di fornitura ai cittadini, che gli stati non potevano intrinsecamente comprendere e nei quali quindi non operavano, e hanno iniziato a fornire servizi su scala planetaria. Questa nuova dimensione ha portato le aziende più grandi ed efficienti ad acquisire la medesima scala. Il fatturato di Apple ha lo stesso ordine di grandezza di tanti prodotti interni lordi di nazioni ragionevolmente moderne e sviluppate.

È abbastanza noto che Internet favorisca la disintermediazione, come ha scoperto per esempio e amaramente l’editoria. Le aziende su scala planetaria, semplicemente, disintermediano lo stato.

Questa disintermediazione ha successo perché rimuove vari livelli di frizione introdotti artificiosamente dagli stati.

Si può giocare all’infinito alle differenze e similitudini, ma le due cose che più contano sono queste:

  • la tassazione di uno stato è slegata dalla sua fornitura di servizi, è indifferente alla soddisfazione del cittadino e serve ad alimentare la sopravvivenza dell’apparato statale stesso, mentre nell’azienda la soddisfazione del cliente-cittadino è fondamentale e c’è una corrispondenza diretta tra contributo finanziario e servizio fornito, senza il livello intermedio della burocrazia;
  • l’azienda lavora per offrire servizi capaci di agevolare e facilitare la vita del cittadino, nonché aumentare la sua capacità di sostenersi economicamente. Lo stato è indifferente alla crescita del reddito del cittadino, a parte la richiesta di una tassazione proporzionata.

Le aree di servizio dove non sono apparse aziende planetarie in sostituzione degli stati sono quelle dove, semplicemente, la presenza attuale degli stati è più radicata e monopolista. Nessuno stato consentirebbe, oggi, a un’azienda di proporre servizi alternativi in tema di istruzione, difesa, salute, per dire i principali.

Tuttavia la direzione è chiara e alcuni vecchi capisaldi, per esempio il servizio postale rispetto ad Amazon e alla posta elettronica, sono già saltati.

Se la direzione è chiara, non altrettanto è la previsione dell’assetto futuro che potrebbe prendere la situazione. È indubbio che Internet provochi la disintermediazione dello stato. Altrettanto indubbiamente, nel lunghissimo termine gli stati nazionali sono destinati a scomparire, sostituiti da forniture di servizi a livello planetario (forniture che potrebbero essere gestite da aziende come le vediamo oggi o da strutture interamente nuove). Tuttavia esistono regimi autoritari disposti a minare il funzionamento generale di Internet pur di conservare il loro potere. Anche i regimi democratici iniziano a intraprendere azioni tese a limitare e sminuire la portata dei servizi offerti dalle aziende planetarie. Che cosa succederà nel medio e lungo termine, quindi, è un’incognita sottoposta a molte variabili. Dalla persecuzione fiscale alla nazionalizzazione alla messa fuorilegge dell’azienda, le tattiche a disposizione di uno stato che voglia opporsi alle aziende planetarie sono numerose e potenti.

L’anno appena passato ha aperto comunque una finestra importante sulla concretezza della transizione, che prima della pandemia era oggetto di analisi – ho scritto diversi pezzi in proposito negli ultimi anni – ma rimaneva largamente un fenomeno teorizzato o anticipato con logica un po’ da fantascienza.

Come siano andate le cose lo sappiamo. Alle persone servivano improvvisamente strumenti per lavorare, imparare e comunicare a distanza, informazioni costanti, consegne a domicilio. Tutto questo è stato fornito dalle aziende, non dallo stato. Gli stessi vaccini sono nati per iniziativa privata e forniti su scala planetaria dalle aziende che li hanno messi a punto. Per quanto non abbiano avuto particolare successo, le app di ausilio alle strategie di tracciamento dei contagi si sono basate su un framework offerto su scala planetaria da Apple e Google, implementato su apparecchi iOS e Android.

Fuori dal campo sanitario, la ripresa dei programmi spaziali e la colonizzazione futura di Luna e perfino Marte mostrano la fine del monopolio delle aziende spaziali di stato. SpaceX e Blue Origin erano impensabili ai tempi di un programma Apollo; oggi testimoniano addirittura una concorrenza in atto.

È stata una dimostrazione plastica della validità del principio di sussidiarietà: lo stato ha ragione di esistere nei settori dove manca una iniziativa non statale che, dove sussiste, è in generale più efficiente ed efficace e, dove non lo è, viene spinta a diventarlo, pena essere rimpiazzata dall’iniziativa di una azienda planetaria.

Nessuno stato può raggiungere a livello trasversale l’efficacia e l’efficienza, nonché la salute economica, di una azienda planetaria specialista in un settore. Si può discutere all’infinito di teoria, ma questo è un fatto concreto innegabile che provoca l’evoluzione attuale e potrà essere contrastato anche pesantemente, ma mai contraddetto.

Non credo che le mie figlie vedranno la fine degli stati nazionali, ma l’inizio del loro sfaldarsi sì; queste sono le avvisaglie. Neanche i miei eventuali nipoti lo vedranno, immagino. Spero che invece i miei pronipoti cresceranno ben preparati a questa eventualità.

§§§

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Una lettura propedeutica
posted on 2021-05-02 23:07

Non ho ancora finito il mio contributo all’esegesi delle CorpoNazioni, come le ha definite genialmente Gianni Catalfamo sul proprio blog, per cui mi limito a indicare come lettura preventiva il suo post, al quale, come da sua richiesta (aperta, non personale), aggiungerò un commento con le mie opinioni.

Commento che, comunque, apparirà prima qui.

Ci saranno sovrapposizioni e lacune. Il tema è più grosso di quanto sembra e organizzarlo in modo immediatamente comprensibile genera fatica. Si abbia pazienza, a essere americani si avrebbe un agente pronto a coprirci di denaro. Qui abbiamo da sbrigare gli affari correnti.

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Da telefono a webcam
posted on 2021-05-01 01:06

Un nuovo monitor più grande di quello prima, su cui stanno più cose, mi ha fatto venire voglia di usare iPhone come webcam di Mac.

Normalmente preferisco collegarmi a riunioni e occasioni online direttamente con iPhone, mentre effettuo un secondo collegamento con Mac se devono condividere schermate o comunque lavorare su dati e usare la chat della riunione. Tuttavia non è sempre necessario e, qualche volta, risulta persino controproducente: per esempio, durante le nostre sessioni di Dungeons & Dragons su Roll20 è una cosa senza senso. Tutta l’interazione avviene sulla mappa, mentre la stessa piattaforma provvede all’interconnessione audiovideo. Avere una webcam sul Mac basterebbe e avanzerebbe, se il mio Mac non fosse un Mac mini.

Così ho preso una decisione di impulso e ho scaricato EpocCam, software per iPad e iPhone che costruisce un collegamento con Mac, divenendone appunto la periferica audiovideo.

EpocCam funziona grazie allo scaricamento di un driver da installare su Mac, dopo di che l’obiettivo è raggiunto. Il driver può essere scaricato direttamente da dentro la app, via AirDrop, oppure autonomamente da web. Titubavo all’idea di installare un software del genere su Mac e sono stato rinfrancato dall’etichetta della app con i suoi valori di privacy: App Store dice che EpocCam non raccoglie dati dell’utente e allora ho proceduto a cuore leggero.

Ho installato il driver tramite AirDrop in un attimo, proprio in vista della sessione serale su Roll20. Tutto ha funzionato bene nel complesso, con un po’ di confusione mia per trovare la configurazione giusta. Per vari motivi volevo gestire l’audio dagli auricolari collegati direttamente a Mac e avere da iPhone il solo feed video. Alla fine ce l’ho fatta però e l’insieme ha funzionato.

La non-recensione si ferma qui perché ho avuto solo il tempo di installare il software e trovare la quadra prima di mettermi a giocare. Il programma offre una milionata di funzioni, tra cui persino il chromakey, che devo approfondire. In più ignoro totalmente a che punto sia la concorrenza e se l’acquisto sia stato azzeccato. EpocCam si installa gratis e si usa seppure con limitazioni; la spesa di otto euro e novantanove centesimi sblocca la situazione.

Complessivamente sono soddisfatto, ma durante la nostra sessione di gioco – circa tre ore – è accaduto che la connessione si perdesse e quindi Mac rimanesse senza feed video. EpocCam si collega via Wi-Fi oppure via cavo Usb. Ho scelto la prima opzione ed è successo che si perdesse il contatto. Riattivare la connessione con intervento manuale è un momento e ha funzionato per le poche volte che è successo. Però, per esempio, mi capita di partecipare a dirette Facebook a scopo professionale; vista questa esperienza, non credo che mi collegherò usando EpocCam via Wi-Fi.

Penso che il collegamento via cavo Usb possa restituire una situazione diversa; lo vedrò una prossima volta.

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