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What a Wonderful World
posted on 2021-05-31 00:35

C’è una ragazza inglese che pubblica video su TikTok e ha più di un milione e mezzo di follower.

Una descrizione come questa potrebbe corrispondere ad abbastanza ragazze da raddoppiare la popolazione femminile di Torino.

Questa ragazza però si chiama Lucy Edwards. Ha diciassette anni e ha appena terminato di perdere completamente la vista.

Pubblica video su TikTok, dicevo. Per farlo si aiuta con una app che le suggerisce quando è effettivamente inquadrata dalla telecamera. Prende appunti audio con una app di grande accessibilità, ascolta il testo di articoli e commenti, utilizza un lettore di etichette per capire che cosa ci sia dentro un barattolo. Tutto da sola.

Neanche a dirlo, usa un iPhone. Ed è tutt’altro che una storia strappalacrime. Lucy ha prodotto una serie di video per insegnare l’alfabeto Braille e usa sempre TikTok per sfatare uno per uno i pregiudizi sulla cecità, spesso in risposta a domande dirette di chi la segue.

È un mondo difficile, con tanti problemi. Contemporaneamente è un mondo meraviglioso perché esiste Lucy, esiste iPhone, esistono app che permettono a una cieca non solo di vivere una vita il più possibile normale, ma anche comunicare, distinguersi, lasciare un segno nell’universo.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Che belle le cose fatte a mano
posted on 2021-05-30 00:10

In Markdown ci sono due modi per inserire link nel testo: inline (l’Url del link segue immediatamente il testo linkato) e reference (Al testo linkato fa seguito un codice di riferimento e in fondo al documento si trovano i riferimenti e gli Url collegati).

Ciascuno ha la sua preferenza, per questioni di leggibilità del sorgente oppure di editing veloce di un link in fase di revisione. C’è anche però chi crea link in Markdown a mano e tende a preferire i link inline, per la ragione che sono più immediati da creare e richiedono meno testo e spostamenti del cursore.

Qui arriva Dr. Drang, per il quale la preferenza è davvero tale e non una ricerca della minore fatica; perché si è fatto un AppleScript per BBEdit che riduce l’impegno della creazione di link reference a un comando da tastiera.

L’AppleScript di Drang guarda la finestra di Safari in primo piano, ne prende l’Url, aggiunge la sintassi Markdown necessaria a creare un link reference e mette l’Url al posto giusto in fondo al documento, tenendo anche conto del suo numero progressivo. Si preoccupa infine – sono i dettagli a fare l’eleganza di uno script – di rimettere il cursore nella posizione migliore per ricominciare a scrivere senza altre manovre.

Tutto questo, per lui, significa Control-L.

Che belle le cose fatte a mano, quando sono script che fanno lavorare il computer invece di fare perdere tempo agli umani.

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Il microscopio da tredici pollici
posted on 2021-05-29 00:54

Nella recensione delle fotocamere del nuovo iPad Pro M1 da parte di Lux (pura omonimia…) si accenna a un superpotere di cui Apple non fa cenno.

In pratica, iPad Pro ha un microscopio. Si possono scattare foto macro incredibili senza bisogno di accessori. iPhone 12 Pro (o qualsiasi altro iPhone) ha un obiettivo differente e mette a fuoco solo fino a circa otto centimetri dal soggetto. iPad Pro mette a fuoco facilmente su oggetti molto più vicini.

Gli esempi di foto che appaiono nella pagina sono davvero impressionanti e fanno venire l’acquolina in bocca per un ennesimo motivo in più, a partire naturalmente dal processore M1.

Dietro a Lux stanno i creatori della fortissima app per fotografia Halide, che è stata aggiornata apposta per sfruttare caratteristiche fotografiche specifiche di iPad e merita assolutamente un’occhiata per chi sia interessato al tema.

Una fotocamera di un certo livello, debitamente accessoriata, può certo battere iPad nella precisione e nella qualità di una foto macro. Ma d’altro canto, non sono molte le fotocamere con un visore da tredici pollici.

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La tempestività perfetta
posted on 2021-05-28 00:38

Mike Bombich, il produttore di Carbon Copy Cloner, ha raccontato sul proprio blog di alcuni problemi legati al boot con dischi esterni su Big Sur. Lettura interessante e autorevole; Carbon Copy Cloner è in giro con successo da oltre vent’anni.

Apple ha chiarito che continuerà a supportare il boot da unità esterne sui Mac con Apple Silicon, ma la realtà è che saranno più limitati in ciò che possono fare.

Questa è una delle conclusioni del post, il quale consiglia essenzialmente di attuare strategie di backup meno basate su dischi esterni in grado di avviare Mac e spiega come Carbon Copy Cloner si adatterà alla nuova situazione.

Era il 19 maggio; AppleInsider lo riprende con tempestività il giorno 24 per accorgersi del post e parafrasarlo a modo suo, con il titolo Le mosse di Apple puntano a un futuro privo di backup bootabili, afferma uno sviluppatore. Qualcosa di leggermente diverso dal contenuto effettivo del post.

I casi del destino: proprio il 24 maggio, Apple pubblica macOS 11.4.

Il 27 maggio, The Eclectic Light Company titola I Mac M1 con Big Sur 11.4 supportano pienamente i dischi esterni. Questa la conclusione del pezzo:

In precedenza, le mie riserve maggiori sul raccomandare i Mac M1 si concentravano sulle loro importanti limitazioni con i dischi esterni bootabili. Grazie alla estensione del kernel AppleVPBootPolicy e a altri cambiamenti in macOS 11.4, ora posso raccomandarli senza questa riserva. I Mac M1 sono OK.

Il futuro del booting esterno su Mac sarà diverso da come lo racconta AppleInsider. In compenso, si sono goduti tre giorni eccezionali di acchiappaclic.

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La farfalla e l’ape
posted on 2021-05-27 00:25

I creatori di Dolphin, un emulatore di giochi per console, hanno portato il loro software su Mac M1 e lo hanno messo a confronto con quello che succede su un MacBook Pro Intel oppure un PC desktop da gaming spinto con specifiche mostruose, processore i9 9900k e scheda video Nvidia Rtx 3090.

Hanno tirato fuori una misura che ultimamente quasi nessun sito di tecnologia si azzarda a rispolverare: prestazioni per watt di potenza. Il risultato:

L’efficienza è quasi letteralmente fuori scala. Confrontato con un PC desktop assolutamente mostruoso, MacBook Air M1 usa meno di un decimo dell’energia per fornire circa il sessantacinque percento delle prestazioni. Per il povero MacBook Pro Intel, semplicemente, non c’è confronto.

MacBook Air. I risultati sono stati ottenuti su un modello di fascia consumer. Sarà interessante vedere (magari a partire dal keynote del 7 giugno?) dove arrivano i processori ottimizzati per la potenza.

Prestazioni per watt. Viene in mente uno dei più grandi pugili di tutti i tempi, Cassius Clay poi rinominatosi Muhammad Ali.

Sul ring manifestava assoluta leggerezza, del tutto improbabile per un peso massimo. Ma i suoi colpi lasciavano ugualmente traccia, accumulandosi fino a esaurire le risorse dell’avversario.

Prima di un match si disse Stai in aria come una farfalla, pungi come un’ape.

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L’immaginazione elevata al potere
posted on 2021-05-26 00:51

L’inglese che si fa a scuola non è mai abbastanza e l’anno prossimo credo che saremo una in più ad avere l’età giusta per perlustrare assieme al papà 50 Years of Text Games.

Perché la grafica, l’immersione, la realtà aumentata e quella virtuale; ma prima che qualsiasi mondo visibile possa competere con quello che abbiamo il potere di evocare con la nostra immaginazione, deve passare ancora un bel po’ di tempo.

(E poi ci sono un paio di titoli che ho bisogno di un pretesto per riuscire a riprendere, perché mi sono rimasti lì senza riuscire ad arrivare in fondo).

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Internet contro l’Anagrafe
posted on 2021-05-25 17:31

Il 24 maggio sera mi sono informato sul sito del mio Comune per fare le carte di identità alle figliole; qualcosa che ci farebbe piacere avere, tipo, entro il 15 di luglio, per questioni di vicinanza a una frontiera.

C’è da prendere l’appuntamento. Un appuntamento per ciascuna carta, senza opzioni per le famiglie con un numero di figlie pari.

Il sito ha il link per prenotare l’appuntamento. Lo uso. 13 agosto. Un po’ tardi. Ci deve essere un traffico di carte di identità mostruoso.

Il sito ha anche un link al sistema nazionale delle prenotazioni. Lo uso. 25 maggio ore 10, 25 maggio ore 11.

Il bello è che il sistema nazionale delle prenotazioni ti manda al Comune di residenza. Lo stesso Comune che di suo voleva farmi aspettare undici settimane.

Oggi, compilando la domanda un appuntamento per volta e una figlia per volta, abbiamo capito il perché di tutto. Una storia come tante altre di gente sfaccendata e stipendiata per fare poco più di niente.

Non occorre aggiungere una storia in più. È bello sapere che, nonostante l’impegno di taluni per offrire zero servizi in cambio del privilegio della nullafacenza, a volte Internet si prende la rivincita e trova modo di farti respirare per qualche attimo l’aria di un posto normale.

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Il vitello dai piedi di bambù
posted on 2021-05-24 00:42

Fabio Massimo Biecher ha chiesto su LinkedIn all’amico Akko e a me una disamina laica del recente articolo del New York Times dedicato ai compromessi e alle contraddizioni sulla privacy che contraddistinguono il rapporto di Apple con la Cina.

Un disclaimer doveroso: una volta sulle mailing list, ora sui social, vengo accusato circa una volta a bimestre di essere un agente al soldo di Apple e guadagnare dalla mia attività di blogger. Si sappia, lo avevo già detto, che anni fa ho acquistato una azione di Apple. L’investimento ha avuto un successo poderoso e, per esempio, lo scorso trimestre mi ha fruttato quarantatré centesimi. Per via di una scommessa ho comprato una seconda azione. Nel 2021 potrei pertanto intascare da Apple qualcosa come due o persino tre euro. Si capisce come potrei scrivere qualsiasi cosa, pur di accumulare denaro.

Prima di tornare in argomento, faccio notare che Akko ha già composto una risposta da tesi di laurea e in ambito fattuale è rimasto assai poco da dire. La sua conclusione è largamente condivisibile:

alla fin fine Apple non ne esce affatto bene, ma da dove sto seduto io non si vede come chiunque avrebbe potuto far meglio di Tim Cook a questo giro.

Si fa molto moralismo di maniera, ma non si sentono molte strategie alternative così migliori di quella attuale di Apple.

Quello che ho da aggiungere è in parte mutuato dal commento di John Gruber su Daring Fireball, di cui mi piace riportare una frase su un aspetto della questione che trovo sottovalutato.

Perfino alla luce dei molteplici e significativi compromessi accettati da Apple per rispettare la legge cinese, appare del tutto possibile che usare apparecchi Apple e iCloud sia una delle cose più private che chiunque, piramide di governo cinese a parte, possa fare in Cina.

Stiamo a parlare delle (non) alternative di Apple; e quelle delle persone? Il New York Times ha descritto anche la rete di sorveglianza che copre le città cinesi.

Una delle più grandi reti spionistiche al mondo prende di mira le persone ordinarie e nessuno la può fermare.

Il governo cinese non ha bisogno dei dati di iCloud; ha mille modi più pervasivi e invasivi di ottenere informazioni molto più compromettenti e decisive. Semplicemente, si adopera perché Apple si conformi o comunque non goda di troppa indipendenza sulla privacy degli utenti. Tim Cook non può essere messo a fare lo zerbino, neanche dai cinesi; troppi posti di lavoro, troppa economia che gira, troppa tecnologia avanzata. Xi non può neanche tollerare che Cook si prenda libertà non concesse a terzi.

Apple, è vero, scende a compromessi con il governo cinese. Ma non è compromessa con il governo cinese, come invece altri. Un iPhone può consentire una parvenza di privacy, dove l’alternativa è l’assenza. Un ritiro di Apple dal mercato cinese farebbe contenti tanti farisei della privacy e darebbe la stretta definitiva a milioni di persone già sotto strangolamento costante quotidiano, e certo non per farsi propinare pubblicità più personalizzata.

Mi accodo inoltre a quanto ha già scritto chiunque altro per fare notare che il manicheismo, tutto bianco o tutto nero, funziona male se bisogna spiegare interazioni e situazioni che implicano conseguenze per miliardi di persone e miliardi di dollari. Apple è una squadra molto vincente in questo momento e le squadre che dominano sono molto amate, e molto odiate. L’idea che, per parafrasare Elio, Apple abbia in effetti piedi di pane ricoperti da un sottile strato di cobalto, è irresistibile per i rosiconi, i vorrei ma non posso, quelli che dicono neolibberismo con due b, gli infastiditi dalla necessità di usare l’intelligenza prima di provare a dire cose intelligenti, per tutto questo popolino che vive strisciando nella polvere e si vendica con la gioia di vedere cadere nella polvere qualcun altro.

Se si sale appena di un gradino, si capisce che il mondo è complicato e le reti sono intricate. Apple deve poter contare sulla produttività unica al mondo delle fabbriche cinesi, per poter continuare a crescere con i numeri attuali. Le fabbriche cinesi le ho viste di persona, venti e passa anni fa, come giornalista, in occasione del ventennale della fondazione di Acer.

Notato niente? Acer è taiwanese. Nei discorsi ufficiali, la Cina considera Taiwan parte del proprio territorio, che si riprenderà con le buone o con le cattive. Il governo taiwanese, nelle manifestazioni più gentili dei cinesi, è illegittimo.

Eppure già negli anni novanta Taiwan apriva fabbriche in Cina, con il pieno favore delle autorità. In quelle fabbriche, già allora, veniva prodotta tutta la tecnologia informatica occidentale. Ho visto pile di portatili HP pronte per la spedizione oltreoceano. Sì, pile di computer HP, prodotte nelle fabbriche Acer. E pile di PowerBook Apple accanto a quelle di portatili HP. Tutti uguali perché prodotti nelle stesse fabbriche? No, tutti diversi, perché prodotti con disciplinari differenti. La differenza non la faceva la catena di montaggio ma la precisione, le tolleranze, la qualità (e il costo) del personale al lavoro, la qualità delle materie prime, la meticolosità (o meno) del controllo finale.

Ma divago. Voglio dire che il mondo aveva le sfumature di grigio già allora e i cretini sputavano sentenze già allora. Taiwan dava vitto, alloggio, istruzione, formazione professionale e stipendio a persone i cui figli o nipoti, in uniforme dell’Esercito Popolare di Liberazione, domani andranno a “liberare” in un modo o nell’altro Taiwan stessa.

L’impegno che Apple può mettere nella privacy a Nanchino è diverso da quello che può mettere a Cupertino. Contraddizione? Realtà delle cose. I nuovi, straordinari system-on-chip M1 sono fabbricati da Tsmc. Tsmc è taiwanese. Tsmc ha aperto fabbriche in Cina, esattamente come accadeva venticinque anni fa, a casa del lupo cattivo che aspetta solo di poterla mangiare. Il mondo è in scala di grigio. Apple non è il vitello dai piedi di balsa, semmai di bambù ed è il caso di seguire la vicenda con attenzione; non come tanti vitelli dai piedi tonnati che vogliono solo un’occasione per parlarne male, anche se a sproposito.

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Uscite di sicurezza
posted on 2021-05-23 23:33

Oggi dovevo accreditare un centinaio di euro sul sito del servizio mensa per la scuola della primogenita.

Ci si può registrare con nome e password oppure entrare con Spid. Preferisco quest’ultimo sistema perché, sì, registrarsi è un piacere pari a quello di una colonscopia e, se qualcosa si rompe nel meccanismo, meglio sei mesi di sedute dal dentista.

Nel mezzo di queste due parentesi, tuttavia, il servizio funziona bene e in questo è essenziale il potersi autenticare con FaceID al posto di scrivere l’ennesimo codice.

Entrato con Spid, che apre la porta al servizio mensa ma anche a qualunque servizio della pubblica amministrazione e come tale è considerato dall’Italia un sistema di identificazione assai sicuro, accredito il denaro e, per farlo, posso usare solo una carta di credito. Essere entrato con Spid non mi serve a niente: il sito demanda la sicurezza della transazione alla società che emette la carta. Ma allora, che sicurezza tutela l’accesso con Spid?

Le misure di sicurezza digitale della pubblica amministrazione non hanno alcun nesso con la sicurezza effettiva; sono pensate programmaticamente al solo scopo di ostacolare, rallentare, intralciare l’utente.

La banca (semplifico) dietro la carta di credito fa del suo meglio per rendere sgradevole l’operazione. Prima vogliono tutti i dati della carta, poi mandano l’Sms con il codice di approvazione, poi vogliono quello creato dall’utente. Qualcosa nel caso abbiano rubato la carta ma non il telefono, qualcosa se fosse stato rubato il telefono ma non la carta, qualcos’altro per evitare un attacco man-in-the-middle e così via.

La banca non pensa in termini di sicurezza globale, ma si accorge di un problema per volta e, invece di allestire una soluzione globale, accatasta una soluzione sull’altra per affrontare un problema dopo l’altro.

Non basta che io sia entrato via Spid sul sito? Se la transazione dipende da codici numerici, a che serve inviare la data di scadenza della carta? Perché non posso metterci la faccia e autenticarmi grazie a FaceID, più sicuro di qualsiasi Pin e controPin?

Alla fine la pagina mostra un gateway error 504 o qualcosa del genere. Per esperienza so che la transazione è riuscita, perché alla fine della transazione su quel sito con quella banca esce sempre quell’errore. Sospetto che un hacker ben motivato, su questa circostanza, andrebbe a nozze, alla faccia di codici e password.

Il sito è sempre molto meno sicuro di quanto lasci intendere il suo sistema di autenticazione, che serve solo a salvare le apparenze ed eventualmente scaricare eventuali responsabilità.

Neanche mi ricollego al sito per controllare che davvero la transazione sia avvenuta. Arriva una email di conferma, con dentro tutti i dettagli della transazione e due terzi del numero della carta di credito. La email viaggia in chiaro. Anche qui, per un hacker motivato, poter collegare con certezza una transazione a un utente è una bella occasione di divertimento.

Il responsabile della sicurezza è sempre una persona solitaria, intorno alla quale l’azienda commette qualsiasi errore possa giustificare una cospicua ignoranza interna di che cosa implichi garantire la sicurezza.

Alla fine arriva sempre qualcuno a dire sì, ma ti conviene usare 1Password (sostituire con il password manager prediletto). Certamente è molto comodo; poi consolida i mille punti deboli della mia sicurezza personale (perchè ogni Pin, ogni codice, ogni password, ogni autenticazione è un punto critico suscettibile di attacco) in un unico punto debole, la cui eventuale caduta significa la resa incondizionata al pirata di turno.

Alla fine dei conti, qualunque procedura di sicurezza ruota attorno a un singolo codice.

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Notizie che (non) contano
posted on 2021-05-22 01:41

Apprendo da MacRumors che iPad di seconda generazione è stato infine dichiarato obsoleto da Apple in tutto il mondo.

Per Apple sono obsoleti gli apparecchi la cui produzione è terminata da sette anni, solo che ci sono nazioni con leggi che la costringono ad allungare i tempi.

Ora, tuttavia, i tempi in questione sono scaduti veramente ovunque.

iPad 2 è stato presentato a marzo 2011 e, in quanto obsoleto, Apple non fornirà più alcun tipo di assistenza hardware.

Ho un iPad di prima generazione a casa, che usano generalmente le figlie per giocare; ma mi è capitato occasionalmente di appoggiarmici brevemente per situazioni particolari. iCloud non è più accessibile, su App Store è difficile trovare ancora giochi che possano esservi installati; certamente non è più una macchina moderna.

Tuttavia continua a ben figurare nella rete di casa; si collega al Wi-Fi senza problemi, tramite Dropbox o al limite perfino la email dispongo di una limitata ma sicura capacità di interscambio con gli altri apparecchi, i software che potrebbero essere utili di sicuro non ricevono aggiornamenti da tempo ma perbacco, funzionano.

Undici anni dopo – mi arrivò a maggio 2010 – è un iPad che non potrei mai usare regolarmente per lavoro e però funziona benissimo per missioni occasionali. La scocca ha preso un paio di botte sopravvivendo degnamente e interamente; la batteria è ineccepibile. Lo schermo è intatto e il touch funziona a perfezione. Non ha mai ricevuto cure particolari o attenzioni specifiche. Continua a dire la sua.

Obsoleto fa notizia, funzionante no. Funzionante conta, obsoleto no. Se domani il mio iPad vecchio di undici anni non si accendesse più, dire pazienza, ho riavuto in valore non so quante volte quello che ho speso in soldi. Lo porterei dal cinese di turno, se il prezzo è buono, perché provare costa poco. Con il cuore leggero e il cervello soddisfatto di un investimento molto più che azzeccato.

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Mi sento più leggero
posted on 2021-05-21 01:23

Ho deciso di correre un piccolo rischio.

Ho messo quello che potrebbe servirmi di Adobe dentro una macchina virtuale.

Ho buttato tutto il resto.

Niente più richieste di riparazione da parte di Creative Cloud, gigabyte tornati liberi, un gran senso di leggerezza.

Vediamo se riesco a farlo durare.

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Le recensioni che volevo
posted on 2021-05-20 00:34

Chiaro che se vuoi farti l’idea di come sia iPad Pro M1, vai da MacStories con Federico Viticci; ovvio che se hai una curiosità riguardo agli iMac M1, consulti John Gruber su Daring Fireball; è una cosa scontata.

Ma stavolta – specie Viticci – si sono superati. La recensione di iPad Pro 2021 è un capolavoro, no, nemmeno; è la recensione di iPad Pro come avrei sempre voluto leggerne una. Neanche il megathread su Reddit regge il confronto. Un esempio di come si fa l’informazione seria su Internet. Lui di recensioni straordinarie ne ha scritte più di una. Questa è un traguardo.

Me la sono letta mettendo da parte qualunque altra priorità e pure con gran gusto. Non è solo sapere che lo schermo di iPad Pro da solo vale l’acquisto, ma è un esempio di come fare giornalismo tecnico indipendente ad altissimo livello. L’ultima volta che ho visto una cosa del genere era su Byte di carta, nella Chaos Manor del compianto Jerry Pournelle.

Una delle poche occasioni in cui si parte per aggiornarsi e si finisce per imparare.

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Il perché dei perché
posted on 2021-05-19 00:44

Quando Matteo ha letto il mio resoconto sull’azienda che usa Word e non sa perché, ha voluto rispondere partendo dalla sua esperienza.

Matteo è uno dei miei amici digitali, per quanto mi riguarda; una di quelle persone con le quali ho avuto contatti di fatto nulli nel mondo reale e però si è sviluppato un rapporto attraverso la rete, di stima e rispetto. Lui è persona squisita, competente, appassionata e poco conta per me che lo faccia da una parte della barricata sovente opposta alla mia. Discutere, anche alla morte, sulle idee tra persone che si rispettano fa crescere e imparare e non per niente lui si occupa di formazione.

Lo fa dalla sponda Microsoft ed è per questo che ha deciso di spiegare in un post perché lui usa Word; ha parecchio da dire sulle mie affermazioni.

Siccome mi ha scritto di essere interessato a una risposta, lo faccio, solo che ci metterò un po’ e non so se mi basterà un post.

La mia intenzione era rispondere, o iniziare a farlo, già in questa pagina, solo che una rapida proiezione mi ha collocato a metà delle argomentazioni verso le cinque del mattino. Devo riorganizzarle o trovare una sintesi migliore, o pensarlo come un ebook se proprio non riesco a starci dentro.

Nel frattempo segnalo il suo post perché è interessante, bene argomentato, aggiornato sul meglio che Word ha da offrire e preciso nel rappresentare la visione di un modello di professionista per il quale, se consapevole e preparato, Word può benissimo essere una risposta efficace a tanti requisiti.

Il mio punto di vista è diverso, perché vedo l’impatto di Word in maniera più sistemica e allargata, purtroppo anche più negativa. Non è detto che sia giusto, ma ho una esperienza paragonabile alla sua e sono confidente nelle mie conclusioni, che appunto proverò a riportare in modo ordinato e leggibile in tempi umani.

Per capire chi ha ragione, o come la ragione sia distribuita, una lettura del suo pezzo è essenziale. Quindi oggi, invece che fare i compiti come al solito, li assegno. Leggere Matteo e derivare una propria idea del se e del perché Word sia una esperienza adatta al professionista di oggi, che professionista, quale oggi eccetera.

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Musique Non Stop
posted on 2021-05-18 00:34

Una delle notizie di oggi è il passaggio del contenuto di Apple Music a Spatial Audio, Dolby Atmos e Lossless Audio, con una versione di audio lossless addirittura a centonovantadue chilohertz per chi avrà banda da nazione evoluta e contratto da abbiente.

A quel tempo, nel secolo scorso, una generazione indietro nel tempo, non avrebbero mai pensato di fare i virologi, però avevano già smesso di allenare la Nazionale; tutti audiofili.

Facevano le pulci ad Aac contestando che fosse meglio di Mp3. Gli snob sbandieravano Flac, vantandosi che averlo su iTunes fosse da difficile a confuso, al contrario del loro player di nicchia che immancabilmente faceva molte più cose ed era più gratis (si sa che le cose Apple costano).

E poi il Drm, la musica non è più tua, se domani si spengono i server, metti che succeda la guerra, le cavallette, l’eclissi, io l’ho comprato – che cosa, non importa – e ci faccio quello che voglio. Il disco rigido era troppo piccolo chiaramente e perché butti via spazio per scaricare in Apple Lossless quando mio cuggino ti passa la chiavetta con dentro un litro e mezzo di musica che suona benissimo, non so che musica sia, ma tanto per ascoltare con le cuffiette va bene tutto.

I server sì, li hanno spenti, quelli Microsoft. Due volte. Tre, volendo. Gente con una vocazione vera per la musica, nessun dubbio.

Di audiofili che mi abbiano spiegato come esistesse una roadmap che portava in venticinque anni allo streaming ad altissima qualità, non ho avuto la ventura di incontrarne. Tutti espertissimi sul presente. Eppure ho la sensazione che nel cassetto di Eddy Cue, o Steve Jobs, o Craig Federighi (di nascosto), una roadmap scarabocchiata su un foglietto ci sia sempre stata.

Ora mi rilasso, che domani ho da leggere un’onda di commenti sulla superiorità del vinile. Gli ultracinquantenni con orecchio assoluto sono una percentuale insospettabile di popolazione, specialmente il giorno dopo un annuncio di Apple sulla Musique Non Stop.

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Lunga vita al capitano
posted on 2021-05-17 00:53

Al Evans, diciassettenne di Austin, era sopravvissuto a un pauroso incidente di auto che lo aveva lasciato con ustioni gravi sul settanta percento del corpo.

I medici gli davano scarse probabilità di arrivare vivo ai trent’anni ed Evans decise di fare qualcosa per lasciare un segno: programmare un videogioco.

Fu così che, nel 1985, uscì Cap’n Magneto per Macintosh. Un gioco innovativo su molti versanti, per la trama, le modalità di gioco, la grafica, i controlli. Senza un Macintosh non avrebbe potuto essere quello che è stato.

Avanti veloce al 2020, quando un messaggio su Facebook lamenta l’impossibilità di… vincere Cap’n Magneto.

Il gioco era uscito come shareware e conteneva un meccanismo che permetteva di completarne l’esperienza solo a chi lo aveva pagato. Il pagamento era curato da Kagi, al tempo una istituzione in materia. Kagi ha chiuso i battenti nel 2016 e da allora è stato impossibile pagare la somma necessaria a sbloccare il gioco. Che però godeva ancora di almeno un estimatore.

Sulla pagina di Cap’n Magneto è stato allora aggiunto un account da usare per sbloccare il gioco e portarlo a termine, gratuitamente. Da Al Evans in persona, ancora vivo a dispetto delle previsioni dei dottori e nella terza età di una vita piena di interessi e passioni, una soddisfacente carriera di piccolo imprenditore, un matrimonio duraturo.

Cap’n Magneto ha visto una versione Carbon che lo ha fatto arrivare funzionante su Mac OS X, ma per funzionare sui sistemi odierni ha bisogno di una emulazione.

Non possiamo sapere se Cap’n Magneto continuerà a vivere anche oltre il suo autore; di certo averli entrambi ancora vivi, dopo tanti anni, scalda il cuore e racconta una storia commovente di programmazione che aiuta a superare una situazione difficile. Lunga vita al capitano.

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Si tagghi chi può
posted on 2021-05-16 14:17

Mi sono ritrovato a farlo, non l’ho deciso. È iniziato anni fa, quando macOS ha introdotto la finestra Recenti. Quando aprivo una nuova finestra, vedevo quella.

Apri oggi, apri domani, mi sono reso conto che nove volte su dieci, o forse anche più di così, la vista standard della finestra mi mostrava i file che mi servivano.

Allargare appena la finestra mi avvicinava al cento percento. Poi Spotlight trova i file facilmente. Ho cominciato a capire che una organizzazione in cartelle mi faceva solo perdere tempo.

Le eccezioni ci sono sempre, chiaro. Però, una volta applicata la cura ai salvataggi, penso di averle eliminate.

Quando salvo, oltre a dare un nome esplicativo (cosa che ho sempre fatto), inserisco anche i tag.

A questo punto, se mi serve una cartella per avere una visione dei file di un progetto, la cartella la faccio smart: tra nomi file, date, tag, tipi di file, poche regole e la cartella si riempie da sola. Non solo, si aggiorna da sola.

Non basta? Molti programmi, per esempio BBEdit, hanno una vista a progetto: una sola finestra dove nella barra laterale si raccolgono tutti i file necessari e, di volta in volta, si visualizza quello che serve.

Aggiungo che su iPhone e iPad, dove un filesystem è rudimentale a dire poco, l’organizzazione gerarchica è persino impossibile. Le cose funzionano grazie alla ricerca e alle app.

Anni dopo, non saprei neanche considerare l’alternativa. E il tempo perso a salvare con l’aggiunta dei tag?

Eh. Anni fa, quando ho iniziato a rendermi conto, si faceva il Salva paranoico. Per non perdere dati, per il backup, perché non sai mai.

Oggi, 2021, quando salvi? Praticamente tutti i programmi lo fanno in automatico. Quelli che non lo fanno – ancora BBEdit – tengono nota internamente del lavoro fatto, anche se non è salvato. Può saltare la corrente e, quando riaccendo il computer, i file sono tutti lì, non importa se siano stati salvati. Non c’è neanche bisogno che abbiano un nome. L’attività di salvataggio, oggi è marginale. L’attività di backup è automatica.

Ecco perché, mi ci è voluto tempo ma ci sono arrivato, quando mi dicono delle migliorie al Finder tendo a stringermi nelle spalle. Vale sempre la pena, ma nella maggior parte dei casi per me il Finder è questione di visualizzare una finestra e aprire qualche file.

Il tempo aggiunto per scrivere qualche tag è ampiamente compensato da quello risparmiato a creare alberi di cartelle sempre più frondosi. Gli alberi li preferisco quando passeggio al parco; per lavorare, mi serve il file che mi serve, subito.

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Propaganda script
posted on 2021-05-15 01:43

Dr. Drang è tornato a bloggare da Mac dopo tre anni di iPad. Si era messo su iPad perché, tra altre ragioni,

Cercavo di imparare i modi migliori di usare un iPad e forzarmi a usarlo per bloggare sembrava un buon metodo di apprendimento.

Sistema sicuramente diverso da su Mac faccio così ma su iPad devo farlo diverso quindi non va bene.

Avrà ottenuto qualcosa? Dopotutto perdura il mito di iPad come macchina da consumo più che da produzione di informazioni. Certo, tre anni di blogging qualcosa devono averlo insegnato, altrimenti uno come lui avrebbe smesso molto prima. Vuole dire che qualcosa da imparare c’era.

Per riprendere su Mac, Drang ha ripreso BBEdit, naturalmente con la sua cifra:

Quando bloggavo regolarmente con BBEdit, avevo realizzato diversi script per facilitarmi il compito. Nelle due ultime settimane ho riportato in vita quegli script…

Tre anni su iPad hanno comunque lasciato traccia:

…e ho effettuato aggiunte, rubando numerose idee che ho usato in Drafts e Comandi rapidi.

Scripting che si propaga da iPad a Mac. Niente male, per un apparecchio che neanche dovrebbe potersi chiamare computer, per alcuni.

Ciliegina sulla torta:

Ora mi ritrovo un package Blogging nuovo e migliore per BBEdit su Mac, che unisce script creati in bash, Python, Perl e AppleScript.

Che poi, costruire un package per BBEdit è una attività a sé di sviluppo.

Drang non ha reso disponibili i suoi script. Però li ha elencati. Cimentarsi nel realizzarne qualcuno da soli sarebbe un’eccellente modalità di autoapprendimento.

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Non so perché
posted on 2021-05-14 01:30

Sta per chiudersi la settimana lavorativa in cui ho chiesto perché usate Word?

Mi aspettavo una risposta di quelle classiche. La compatibilità, la diffusione, lo usiamo fin da piccoli, è comodo, era dentro i PC, lo standard di fatto eccetera.

Invece si sono stretti nelle spalle. Il perché non c’era.

Una volta Word si piratava. Adesso le aziende usano Office365.

Cioè pagano tutti i mesi un canone. E magari non sanno perché.

Lascio il commento all’ex fidanzato dell’ex valletta di Mike Bongiorno.

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Toccata e fuga
posted on 2021-05-13 00:28

Niente batte una serata di Dungeons and Dragons con gli amici.

Impegnare cinque minuti di pausa con Battle for Polytopia è semplice e stimolante. (Cerchiamo sempre nuovi adepti per sempre nuove battaglie; il gioco in rete costa poco più di un euro, anche se si può prendere come accessorio di una Tesla).

Se serve un gioco facile da imparare e difficile per eccellere, misurarsi con Hearthstone è una sfida alla pazienza, alla costanza, al metodo.

È possibile giocare in millemila altri modi; uno dei migliori come combinazione di interazione sociale, gioco in solitaria, vastità dell’esperienza e concentrazione su obiettivi specifici è il gioco di ruolo di massa online.

Mi manca molto World of Warcraft; giocarlo con giusto impegno, tra lavoro, famiglia e varie-ed-eventuali, bordeggia verso l’impossibile; quantomeno dovrei svolgere un lavoro di quelli dove all’ora prestabilita si chiude tutto e ci si può dedicare ad altro. Non è il mio caso.

Solo che sta per succedere qualcosa che aspettavo da anni: si può già preordinare su App Store Runescape per iOS e iPadOS, che debutterà il 17 giugno.

Se mi danno un gioco di ruolo di massa di profondità ineccepibile, supercollaudato, ultrapopolato, giocabile occasionalmente da una tavoletta o estraendolo da una tasca, con prezzo di ingresso zero e una interfaccia touch che funziona come si deve, potrei fuggire dal mondo reale molto più spesso e più intelligentemente di ora.

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Il momento del software
posted on 2021-05-12 00:34

I dati di Geekbench 5 riportati da MacRumors sono inequivocabili: iPad Pro con M1 vale, computazionalmente, come un Mac con M1.

La media dei test multi-core restituisce un valore di 7.378 per MacBook Air e di 7.284 per iPad Pro.

Sono valori superiori a quelli di un MacBook Pro 16” Intel (6.845), che lasciano indietro iPad Pro con il processore più evoluto della serie Ax. Ne ho uno da due anni e mi sembra tuttora che vada velocissimo; secondo Geekbench, sul multi-core fa 4.656. Una tartaruga rispetto a quello che c’è sul mercato.

Tutto questo significa che chiunque abbia un iPad a fare le fusa sulla scrivania in questo momento guarda ai primi di giugno, a Wwdc, con la voglia di un bel salto in avanti. Software, ovviamente; per l’hardware siamo più che a posto.

iPadOS invece può fare molto più di ora. A voler sperare contro ogni speranza, mi piacerebbe vedere affinamenti dell’interfaccia che non vadano necessariamente verso la computerizzazione della tavoletta; benissimo l’uso di tastiera e trackpad (mancano scorciatoie di tastiera, poi essenzialmente ci siamo), però vogliamo valorizzazione dello schermo touch.

Vorrei un contesto che permetta la comparsa di (un) BBEdit per iPad, magari che consenta manipolazioni e trasformazioni avanzate del testo con il tocco.

Mi piacerebbero estensioni dei Comandi rapidi che consentissero ancora più automazione e ancora più integrazione tra iOS, iPadOS e macOS.

Non ho infine il desiderio di multiutenza che molti hanno e lo cambierei con un raffinamento di autocompletamento e autocorrezione, più un pizzico di machine learning capace di imparare come si muovono le mie dita sulla tastiera virtuale e facilitare loro il lavoro, prendendo atto degli errori e delle imprecisioni abituali e sistemando le cose come devono essere.

La transizione a Arm è tutt’altro che finita, ma sarei entusiasta di vedere l’inizio dell’adeguamento del software a un nuovo standard di prestazioni ed eleganza.

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Il peso sulla bilancia
posted on 2021-05-11 18:04

Dr. Drang osserva acutamente che la grande autonomia di un MacBook Air M1 viene anche dal fatto che la nuova logica sta dentro il vecchio case, creato per alloggiare la più ingombrante e riscaldante attrezzatura Intel.

Di conseguenza, argomenta, i prossimi MacBook Air potrebbero essere più sottili e leggeri, potendolo fare, e avranno meno autonomia, perché ci sarà meno spazio per la batteria.

La sua conclusione è acuta:

Senza dubbio ci sono persone disposte a sacrificare cinque o sei ore di autonomia in cambio di una macchina significativamente più leggera. E potrà arrivare un tempo in cui sarò uno di loro. Non ora, però. Grazie al fortuito design ad interim di questi del primo MacBook Air M1, potrei essermi imbattuto nel computer ideale per me.

Senza Jonathan Ive, Apple vorrà insistere sullo spessore dei MacBook Air e sacrificare la batteria? Oppure punterà su un’autonomia oggi irraggiungibile per qualsiasi PC equivalente, sacrificando una ulteriore leggerezza?

Sarà un bel test per capire quale sia veramente la preferenza primaria per chi vuole MacBook Air.

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Correva il millenovecentoventuno
posted on 2021-05-10 02:45

È si potevano leggere valutazioni come questa sull’adeguatezza di Mac per il docente:

Sì, e difficoltà a leggere file di formati diversi e variabili, tutto a pagamento sempre e comunque e poca compatibilità con Windows e Office che sono i sistemi più utilizzati in assoluto nelle scuole. I Mac secondo me vanno bene per i principianti con difficoltà (nel settore dell'insegnamento) e per chi ha anche una certa quantità di denaro personale da investire. Non è il caso di tutti.

Principianti con difficoltà.

Per fortuna, nonostante una guerra mondiale, una guerra fredda, anni di piombo, incidenti nucleari, pandemie e governanti assortiti siamo riusciti a progredire di cento anni.

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Dieci in distacco
posted on 2021-05-09 01:13

È stata una giornata molto intensa per una miriade di motivi, nessuno dei quali legato ai temi che è opportuno trattare qui.

L’unica cosa che serve ora è rilassarsi. Esamino i dieci giochi minimalisti per iOS di Apple Gazette e se sembra un obiettivo semplicistico, è assolutamente vero. Spina staccata fino a domattina.

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La Risposta
posted on 2021-05-08 00:47

Si iniziano a contare le Risposte alla Domanda.

Per Flurry Analytics, le persone che hanno escluso a priori il tracciamento della navigazione fuori luogo da parte delle app su iOS sono il novantasei percento.

Si deduce per complemento, perché il dato che mi riguarda – quelli che hanno lasciato la possibilità di chiedere ed eventualmente ragionano app per app – è al quattro percento.

John Gruber fa ironia sul novantasei percento, che gli sembra poco.

Certo, è un dato iniziale. Pronosticavo un rapporto tipo quattro a uno più che un ventiquattro a uno e per il momento ha ragione lui, ironia o meno.

I numeri potranno anche cambiare. Di certo la Risposta è netta. Non vogliamo essere tracciati da una app anche quando ne usciamo. Non ci va di essere tracciati da un sito quando ci troviamo su altri siti.

A tutti i soggetti in gioco tocca prendere atto e adeguare… tutto. Non sempre il cliente ha ragione; qui però si esprimono, a un livello di gerarchia superiore, gli individui.

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Mai più in volo senza
posted on 2021-05-07 00:28

Raymond è nato fortunato.

È nato inaspettatamente, assai prematuro, undicimila metri sopra il Pacifico, durante un volo Salt Lake City-Honolulu.

Sull’aereo c’erano, fortunatamente, tre infermiere specializzate in terapia intensiva per neonati.

C’era anche un dottore, cosa statisticamente comune tra i passeggeri di un volo a lungo raggio. Questo dottore, però, aveva fortunatamente ricevuto formazione in medicina di emergenza.

Così l’équipe medica improvvisata, solo per circostanze e non certo per competenza, ha mantenuto Raymond stabile e coccolato per tre ore, prima dell’atterraggio alle Hawaii.

Sull’aereo mancava, prevedibilmente, una sala parto o un assortimento di strumenti per ostetricia. Il cordone ombelicale è stato legato con stringhe delle scarpe. Per tenere caldo il bambino sono state usate bottiglie di plastica riempite d’acqua e scaldate nel microonde.

Per monitorare il suo battito, è stato usato un watch.

Non sono più così rari come qualche anno fa. Per fortuna. Non solo di Raymond.

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Ville e villani
posted on 2021-05-06 00:31

Presumo che con l’allentarsi delle restrizioni agli spostamenti riprenderemo le visite di famiglia alle ville curate dal Fondo Ambiente Italiano (Fai). Sono luoghi culturalmente e paesaggisticamente interessanti, dove spesso vengono organizzate attività anche per bambini e ragazzi e comunque intrattenimento oltre il puro godimento della località.

L’ingresso è a pagamento – ridotto se si ha la tessera – e ci sono ovviamente regola da rispettare. Se all’interno delle ville avvengono vendite o spettacoli a pagamento aggiuntivo, la loro presenza è stata naturalmente concordata con chi amministra la villa per conto del Fai.

Non è previsto, e non succede, che un visitatore entri e si metta a vendere del suo senza avere un permesso; men che meno capita di vedere proposti bene e servizi in concorrenza a quanto effettuato dal Fai.

Ci sono altre ville come quelle del Fai, ma certamente non a ogni angolo di strada; se il Fai chiude una villa o – come in questo periodo – limita gli ingressi e richiede prenotazione obbligatoria nei weekend, l’unico comportamento possibile è accettare la decisione e, se proprio, cercarsi qualcos’altro. Qualunque atto contrario alle regole del Fai sarebbe un ingiustificabile atto di villania.

Con tutto questo, non ho sentito né letto del Fai come un monopolista chiuso, così come invece leggo e sento di Apple mentre in tribunale si ascoltano i suoi avvocati contrapposti a quelli di Epic.

Mentre il walled garden del Fondo Ambiente Italiano è considerato luogo curato, protetto, sicuro e di garanzia per il rispetto dell’ambiente, quello di App Store dovrebbe passare come un monopolio irrispettoso dei diritti degli sviluppatori e specialmente di chi vorrebbe stare su iPhone senza dover attenersi alle regole di Apple. Neanche iPhone lo avessero inventato a Cupertino.

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A Domanda rispondo
posted on 2021-05-05 00:33

Ho aperto la app di Facebook. È apparsa la schermata introduttiva alla Domanda. Facebook mi ha spiegato che permettere alla app di tracciare la mia navigazione su Internet esterna a Facebook

  • mi permette di avere pubblicità personalizzata;
  • aiuta Facebook a mantenere gratuito il suo servizio;
  • aiuta le piccole attività che vivono di pubblicità.

Il momento che aspettavo da mesi, di cui si parlava ultimamente con Flavio perché, pur avendo aggiornato iOS, le app non ponevano la Domanda.

Mi sono bloccato. Senza motivo; qualunque risposta dia alla Domanda, posso sempre tornare indietro e cambiare la mia impostazione. Non bastava. Dovevo pensarci bene. Questa situazione è senza precedenti e non riguarda la pubblicità, Facebook, o l’ecosistema su Internet. Forse non riguarda neppure me.

Pubblicità personalizzata. Ecco, credo di essere un po’ fuori dalla media. Non ricordo quando ho comprato l’ultimo paio di scarpe. Al mattino indosso una t-shirt qualunque, magari vecchia vent’anni. Non ricordo di avere mai posseduto un’auto con meno di centomila chilometri addosso. Compro Mac nuovi di zecca, iPad Pro carrozzati; poi però mi durano dieci anni.

Non è snobismo; al più, trasandatezza.

Un paragrafo fa ho già diffuso più profilazione di quanta sia riuscita a farmene Facebook. Il quale Facebook, funziona così. Per lavoro ho di recente chiacchierato con una giornalista-sommelier-consulente in comunicazione per aziende vinicole. La sorella di una mia ex collega di lavoro dirige il marketing di un importante venditore online di vino.

Nella mia timeline di Facebook compaiono pubblicità di vino. Che non bevo.

Rispetto la pubblicità e capisco il valore della pubblicità personalizzata. Ma questa non è personalizzazione; è un pasticcio maldestro. A questo livello, preferisco la pubblicità generica.

Servizio gratuito. Facebook a pagamento. Certo. Avanti il prossimo.

Piccole attività. Solidale, molto solidale. Sono un libero professionista; a mio modo, sono una piccola attività. Potrei guadagnare di più intercettando la posta elettronica di clienti potenziali? Seguendo manager di nascosto per capire se potrei offrire loro consulenze? Approfittando dell’accesso a reti aziendali in cerca di segreti da rivendere?

Probabilmente sì. Solo che, molto prima di essere illegale, è ingiusto. È scorretto. È sbagliato. È disonesto. (È anche stupido, eh). Mai.

La piccola attività può convincermi con una pubblicità creativa, un sito onesto, una newsletter ben scritta. Sono vulnerabile alla buona comunicazione.

La piccola attività vuole seguirmi dove e quando non la riguarda? Magari a mia insaputa? Come sopra. È sbagliato e poi anche tutto il resto. È sempre stato così? Pazienza. Il momento di portare una normalità in questo ambito non arriverà mai troppo tardi. Se la piccola attività si sostiene solo grazie al tracciamento inappropriato delle persone, mi dispiace e rimango solidale, ma c’è un problema da correggere. La mia piccola attività è onesta e preferisco giocare ad armi pari.

Tutto questo ancora non bastava. Perché non disinteressarsene? In fondo, che cosa mi può fare il tracciamento di Facebook? Quando mi collego fuori da iOS mi traccia ugualmente. Di enti che mi tracciano, a parte la protezione offerta da Safari, ce ne sono decine. Alla fine la Domanda somiglia a una goccia nel mare. Perché prendere posizione, senza guadagnarci niente?

Perché ho visto nascere Internet. Di recente citavo John Perry Barlow e la sua dichiarazione di indipendenza del ciberspazio. Per un attimo abbiamo visto barriere che si sbriciolavano, una nuova coscienza, la netiquette. Ho passato nottate su server Unix privi di interfaccia, con una connessione Internet rubata, grazie a un modem veloce come una pianta grassa, a chiacchierare senza scopo con sconosciuti di tutto il pianeta. Era l’alba di una nuova epoca, paragonabile a quando migliaia di navigatori hanno iniziato a bordeggiare nel Mediterraneo alla ricerca di chissà che e, con il commercio, con il dialogo, è fiorita la civiltà.

Il commercio. Niente in contrario che si possa vivere con Internet, anzi. La pubblicità rispettosa ha tutti i suoi perché. Ho comprato una ring light proprio grazie a una inserzione su Facebook.

È utopico e impossibile pretendere di avere tre miliardi di persone connesse e un ambiente medio da élite di intellettuali. Se Facebook riesce a raccogliere due miliardi di utenze attive, è un merito. Se coltiva una crescita a base di polarizzazione e valorizzazione di chi è inascoltabile, va deprecato. Ma stare su Facebook non è obbligatorio e nemmeno siamo obbligati a seguire gente che non si può ascoltare.

Il punto è esattamente l’opposto: essere obbligati a essere seguiti, senza che neanche lo sappiamo.

La Domanda, semplicemente, ripristina un frammento perduto di quelle aspirazioni che avevamo. Una nuova epoca, con più dialogo, più possibilità, più conoscenza reciproca. Internet come motore di un salto in avanti dell’umanità.

Ecco perché ho risposto Ask app not to track, chiedi alla app di non tracciarmi. È una cosa enorme, per i nostri tempi. Eppure è il minimo. Siamo stati abituati malissimo, Facebook davanti a tutti (parlo di Facebook, ma sono tanti). La Domanda è il primo passo, piccolo anche se immenso, per riportare su Internet il rispetto per ognuno. E sono mostruosamente orgoglioso questa notte di avere un device che pone la Domanda.

È perfino possibile dire sì, tracciami, non c’è problema. Per la prima volta da lustri, ritorniamo ad avere una parte di controllo dell’esperienza. Non è importante rispondere sì o no; è importante rispondere.

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Nella ripresa
posted on 2021-05-04 00:43

Il primo tempo della mia partita con il software per usare iPhone come webcam di Mac è durato poco.

Istigato da Fëarandil che su queste cose ne sa a montagne, ho abbandonato l’approccio poco maledetto e subito e ho cestinato EpocCam, adottato pochi giorni fa.

Nel secondo tempo schiero invece uno squadrone, nelle sembianze di OBS Studio su Mac e OBS Camera per iPhone.

Il tutto mi costa nove euro in più (ho chiesto il rimborso degli 8,99 ero di EpocCam e corrisposto 17,99 euro per OBS Camera) ma in cambio, invece che uno hack per avere la webcam virtuale su Mac, ho uno hack con intorno un sistema pazzesco per mettere a punto conferenze, presentazioni, trasmissioni dove il limite è dato solo dall’esperienza.

OBS Studio (che peraltro Fëarandil mi aveva già segnalato tempo addietro) è open source, multipiattaforma, con una quantità siderale di plugin per fare veramente la qualunque, fino alla manipolazione 3D delle finestre inserite nelle scene che sono l’unità di lavoro principale.

Devo ancora impratichirmi di brutto perché le possibilità a disposizione sono appunto infinite e non ho titoli per spiegare a puntino che cosa farci; rozzamente, inizio a dire che con OBS Studio si assemblano, appunto, scene contenenti quello che decidiamo di metterci: feed video, pagine web, schermate da applicazioni, audio, di tutto. Dopo di che si può andare in streaming con quella che è di fatto la regia di uno show virtuale, con la possibilità di registrare e fare una milionata di altre cose.

Sempre il losco figuro già menzionato mi ha accennato a BlackHole, un driver per audio virtuale, e OBS Ninja con cui si potrebbe benissimo mettere in piedi da soli un talk show fatto e finito, che aggiungono ulteriore sostanza al tutto.

Non penso che arriverò mai oltre il dieci percento di quello che OBS Studio può fare; arrivarci sarebbe un super salto di qualità. Per esempio, mi scervellavo su come inserire in modo elegante Web Captioner in certe presentazioni dove serve accessibilità. OBS Studio è una risposta precisa e micidiale nella sua efficacia.

Tutto software libero, poi, trasparente, aggiornato, documentato. Abbiamo anche problemi, chi lo nega, ma questa è un’epoca con aspetti prodigiosi.

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Aziende planetarie al posto di stati nazionali
posted on 2021-05-03 00:57

Letto il post di Gianni Catalfamo sulle CorpoNazioni, come le ha definite? Queste sono le mie osservazioni a contorno, che dietro sua richiesta – generale – aggiungerò come commento sul suo blog dopo avere pubblicato qui.

Ci sarebbe spazio per dire e fare molto di più e molto meglio, solo che non c’è il tempo e chiedo pazienza, oltre che naturalmente domande e commenti.

§§§

L’azienda-nazione (d’ora in poi azienda) tende alla verticalità, a fornire principalmente un servizio, là dove lo stato-nazione (d’ora in poi stato) tende alla trasversalità, ovvero a occuparsi di tutto.

Gli stati adottano forme di interscambio di merci e servizi; le aziende tendono semplicemente a lavorare in parallelo, ciascuna sul proprio binario.

La vera differenza è nella cittadinanza, trasversale. Il cittadino aziendale, ipersemplifico, usa hardware Apple, software Microsoft, consegne Amazon, informazioni Google, socialità Facebook. Ci sono certo aree marginali di sovrapposizione e di concorrenza, che lasciano inalterato il quadro di insieme.

Il cittadino aziendale possiede non uno ma numerosi passaporti, o account, e utilizza l’uno o l’altro secondo convenienza per fruire dei servizi desiderati.

Non si resti sorpresi: si rilegga la Dichiarazione di indipendenza del ciberspazio, pubblicata da John Perry Barlow nel 1996.

[rivolto ai governi delle nazioni industrializzate] I vostri concetti legali di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non si applicano a noi [cittadini del ciberspazio]. Si basano tutti sulla materia e qui di materia non ce n’è.

Rileggere Perry Barlow un quarto di secolo dopo è capire che da subito lui aveva intuito l’incapacità strutturale da parte della politica e dei governi di affrontare la novità.

In questi venticinque anni il vuoto conseguente è stato colmato dalle aziende, non tanto per particolare genio o intuizione (Bill Gates aveva snobbato la nascente Internet, prima di capovolgere idea e strategia) quanto per la loro naturale inclinazione a crescere e generare profitto.

Le aziende hanno trovato nuovi settori di fornitura ai cittadini, che gli stati non potevano intrinsecamente comprendere e nei quali quindi non operavano, e hanno iniziato a fornire servizi su scala planetaria. Questa nuova dimensione ha portato le aziende più grandi ed efficienti ad acquisire la medesima scala. Il fatturato di Apple ha lo stesso ordine di grandezza di tanti prodotti interni lordi di nazioni ragionevolmente moderne e sviluppate.

È abbastanza noto che Internet favorisca la disintermediazione, come ha scoperto per esempio e amaramente l’editoria. Le aziende su scala planetaria, semplicemente, disintermediano lo stato.

Questa disintermediazione ha successo perché rimuove vari livelli di frizione introdotti artificiosamente dagli stati.

Si può giocare all’infinito alle differenze e similitudini, ma le due cose che più contano sono queste:

  • la tassazione di uno stato è slegata dalla sua fornitura di servizi, è indifferente alla soddisfazione del cittadino e serve ad alimentare la sopravvivenza dell’apparato statale stesso, mentre nell’azienda la soddisfazione del cliente-cittadino è fondamentale e c’è una corrispondenza diretta tra contributo finanziario e servizio fornito, senza il livello intermedio della burocrazia;
  • l’azienda lavora per offrire servizi capaci di agevolare e facilitare la vita del cittadino, nonché aumentare la sua capacità di sostenersi economicamente. Lo stato è indifferente alla crescita del reddito del cittadino, a parte la richiesta di una tassazione proporzionata.

Le aree di servizio dove non sono apparse aziende planetarie in sostituzione degli stati sono quelle dove, semplicemente, la presenza attuale degli stati è più radicata e monopolista. Nessuno stato consentirebbe, oggi, a un’azienda di proporre servizi alternativi in tema di istruzione, difesa, salute, per dire i principali.

Tuttavia la direzione è chiara e alcuni vecchi capisaldi, per esempio il servizio postale rispetto ad Amazon e alla posta elettronica, sono già saltati.

Se la direzione è chiara, non altrettanto è la previsione dell’assetto futuro che potrebbe prendere la situazione. È indubbio che Internet provochi la disintermediazione dello stato. Altrettanto indubbiamente, nel lunghissimo termine gli stati nazionali sono destinati a scomparire, sostituiti da forniture di servizi a livello planetario (forniture che potrebbero essere gestite da aziende come le vediamo oggi o da strutture interamente nuove). Tuttavia esistono regimi autoritari disposti a minare il funzionamento generale di Internet pur di conservare il loro potere. Anche i regimi democratici iniziano a intraprendere azioni tese a limitare e sminuire la portata dei servizi offerti dalle aziende planetarie. Che cosa succederà nel medio e lungo termine, quindi, è un’incognita sottoposta a molte variabili. Dalla persecuzione fiscale alla nazionalizzazione alla messa fuorilegge dell’azienda, le tattiche a disposizione di uno stato che voglia opporsi alle aziende planetarie sono numerose e potenti.

L’anno appena passato ha aperto comunque una finestra importante sulla concretezza della transizione, che prima della pandemia era oggetto di analisi – ho scritto diversi pezzi in proposito negli ultimi anni – ma rimaneva largamente un fenomeno teorizzato o anticipato con logica un po’ da fantascienza.

Come siano andate le cose lo sappiamo. Alle persone servivano improvvisamente strumenti per lavorare, imparare e comunicare a distanza, informazioni costanti, consegne a domicilio. Tutto questo è stato fornito dalle aziende, non dallo stato. Gli stessi vaccini sono nati per iniziativa privata e forniti su scala planetaria dalle aziende che li hanno messi a punto. Per quanto non abbiano avuto particolare successo, le app di ausilio alle strategie di tracciamento dei contagi si sono basate su un framework offerto su scala planetaria da Apple e Google, implementato su apparecchi iOS e Android.

Fuori dal campo sanitario, la ripresa dei programmi spaziali e la colonizzazione futura di Luna e perfino Marte mostrano la fine del monopolio delle aziende spaziali di stato. SpaceX e Blue Origin erano impensabili ai tempi di un programma Apollo; oggi testimoniano addirittura una concorrenza in atto.

È stata una dimostrazione plastica della validità del principio di sussidiarietà: lo stato ha ragione di esistere nei settori dove manca una iniziativa non statale che, dove sussiste, è in generale più efficiente ed efficace e, dove non lo è, viene spinta a diventarlo, pena essere rimpiazzata dall’iniziativa di una azienda planetaria.

Nessuno stato può raggiungere a livello trasversale l’efficacia e l’efficienza, nonché la salute economica, di una azienda planetaria specialista in un settore. Si può discutere all’infinito di teoria, ma questo è un fatto concreto innegabile che provoca l’evoluzione attuale e potrà essere contrastato anche pesantemente, ma mai contraddetto.

Non credo che le mie figlie vedranno la fine degli stati nazionali, ma l’inizio del loro sfaldarsi sì; queste sono le avvisaglie. Neanche i miei eventuali nipoti lo vedranno, immagino. Spero che invece i miei pronipoti cresceranno ben preparati a questa eventualità.

§§§

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Una lettura propedeutica
posted on 2021-05-02 23:07

Non ho ancora finito il mio contributo all’esegesi delle CorpoNazioni, come le ha definite genialmente Gianni Catalfamo sul proprio blog, per cui mi limito a indicare come lettura preventiva il suo post, al quale, come da sua richiesta (aperta, non personale), aggiungerò un commento con le mie opinioni.

Commento che, comunque, apparirà prima qui.

Ci saranno sovrapposizioni e lacune. Il tema è più grosso di quanto sembra e organizzarlo in modo immediatamente comprensibile genera fatica. Si abbia pazienza, a essere americani si avrebbe un agente pronto a coprirci di denaro. Qui abbiamo da sbrigare gli affari correnti.

Mentre approfondisco la faccenda dei commenti per il blog, chi vuole lasciare comunque un commento da qui può accedere liberamente alla pagina commenti di Muut per QuickLoox. Non è ancora (ri)collegata a questi post (è lo scopo di tutto l’esercizio). Però lo sarà.

Da telefono a webcam
posted on 2021-05-01 01:06

Un nuovo monitor più grande di quello prima, su cui stanno più cose, mi ha fatto venire voglia di usare iPhone come webcam di Mac.

Normalmente preferisco collegarmi a riunioni e occasioni online direttamente con iPhone, mentre effettuo un secondo collegamento con Mac se devono condividere schermate o comunque lavorare su dati e usare la chat della riunione. Tuttavia non è sempre necessario e, qualche volta, risulta persino controproducente: per esempio, durante le nostre sessioni di Dungeons & Dragons su Roll20 è una cosa senza senso. Tutta l’interazione avviene sulla mappa, mentre la stessa piattaforma provvede all’interconnessione audiovideo. Avere una webcam sul Mac basterebbe e avanzerebbe, se il mio Mac non fosse un Mac mini.

Così ho preso una decisione di impulso e ho scaricato EpocCam, software per iPad e iPhone che costruisce un collegamento con Mac, divenendone appunto la periferica audiovideo.

EpocCam funziona grazie allo scaricamento di un driver da installare su Mac, dopo di che l’obiettivo è raggiunto. Il driver può essere scaricato direttamente da dentro la app, via AirDrop, oppure autonomamente da web. Titubavo all’idea di installare un software del genere su Mac e sono stato rinfrancato dall’etichetta della app con i suoi valori di privacy: App Store dice che EpocCam non raccoglie dati dell’utente e allora ho proceduto a cuore leggero.

Ho installato il driver tramite AirDrop in un attimo, proprio in vista della sessione serale su Roll20. Tutto ha funzionato bene nel complesso, con un po’ di confusione mia per trovare la configurazione giusta. Per vari motivi volevo gestire l’audio dagli auricolari collegati direttamente a Mac e avere da iPhone il solo feed video. Alla fine ce l’ho fatta però e l’insieme ha funzionato.

La non-recensione si ferma qui perché ho avuto solo il tempo di installare il software e trovare la quadra prima di mettermi a giocare. Il programma offre una milionata di funzioni, tra cui persino il chromakey, che devo approfondire. In più ignoro totalmente a che punto sia la concorrenza e se l’acquisto sia stato azzeccato. EpocCam si installa gratis e si usa seppure con limitazioni; la spesa di otto euro e novantanove centesimi sblocca la situazione.

Complessivamente sono soddisfatto, ma durante la nostra sessione di gioco – circa tre ore – è accaduto che la connessione si perdesse e quindi Mac rimanesse senza feed video. EpocCam si collega via Wi-Fi oppure via cavo Usb. Ho scelto la prima opzione ed è successo che si perdesse il contatto. Riattivare la connessione con intervento manuale è un momento e ha funzionato per le poche volte che è successo. Però, per esempio, mi capita di partecipare a dirette Facebook a scopo professionale; vista questa esperienza, non credo che mi collegherò usando EpocCam via Wi-Fi.

Penso che il collegamento via cavo Usb possa restituire una situazione diversa; lo vedrò una prossima volta.

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