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Non tutto il male
posted on 2021-03-31 00:51

La prossima edizione di Wwdc sarà ancora interamente online oltre che auspicabilmente piena di spunti interessanti. Le nuove versioni dei sistemi operativi, onestamente, sono eventi meno significativi che non un tempo, quando le versioni principali erano meno frequenti e i sistemi stessi meno maturi. macOS esiste da vent’anni, iPadOS da undici; tutti ci auguriamo migliorie, bug fix e sorprese grandi e piccole, ma difficilmente qualsiasi nuova possibilità del software a bordo di iPhone o Mac scuoterà il mondo.

La transizione dei processori Mac a Arm attende nuove macchine e nuovi system-on-chip. Sarebbe una delusione per tutti se venissero tradite le aspettative e quindi si può legittimamente sospettare che Apple avrà fatto di tutto e di più per non tradirle.

Poi c’è watch, poi c’è tv, poi c’è il fatto che tutti i memoji sulla grafica dell’annuncio hanno gli occhiali e questo scatena le fantasie di chi aspetta one more thing in tema di realtà aumentata, insomma, c’è qualcosa di stimolante veramente per ognuno, fino alla Swift Student Challenge per i giovanissimi.

La notizia principale, non me ne vogliano i commentatori dei siti acchiappaclic, è però oggi il format online. Tutti si spera di tornare presto a una normalità che non potrà essere esattamente come prima e che, però, potrebbe essere ragionevole, mentre ora non lo è.

Wwdc era però un evento esclusivo, accessibile a poche migliaia di sorteggiati disposti a scodellare dall’Italia tre o quattromila euro di iscrizione, aereo, vitto e alloggio, autonoleggio, varie ed eventuali.

Questa Wwdc rimane un evento esclusivo per i contenuti (Apple ha anche rimesso mano di recente alla app Developer, non per coincidenza); tuttavia, come l’anno scorso, è aperta veramente a chiunque disponga di connessione decente e tempo da investire.

Milioni di partecipanti invece di migliaia. Nei dolori e nei problemi a volte inenarrabili che il virus continua a lasciare in giro, corresponsabili governanti inetti e cittadini sconsiderati, questo effetto collaterale è una piccolissima eppure concreta buona notizia.

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Il sistema alieno
posted on 2021-03-30 00:22

Non avevo mai, mai, mai saputo né letto alcunché di Plan 9.

Negli anni ottanta, salta fuori, il gruppo dei creatori di Unix ha iniziato a lavorare a un altro sistema operativo, in cui i Bell Labs non hanno creduto fino in fondo.

Così Plan 9 non è mai decollato; tuttavia ha contaminato positivamente altri sistemi operativi liberi e commerciali con varie innovazioni e idee che oggi diamo per scontate e che, senza di lui, avrebbe dovuto essere messe a punto da qualcun altro in qualche altro modo.

il concetto di rendere i servizi del sistema operativo disponibili tramite il filesystem è oggi pervasivo su Linux; il sistema minimalista di windowing di Plan 9 è stato replicato più volte; la codifica di caratteri Utf-8 usata universalmente nei browser è stata inventata per Plan 9 e lì implementata per la prima volta; il design di Plan 9 anticipa le odierne architetture a microservizi di oltre un decennio!

Oggi il codice di Plan 9 viene reso pubblico e affidato a una fondazione.

Qualunque sarà il suo futuro, colpisce che il nome derivi dal filmaccio Plan 9 from Outer Space; tutta questa faccenda, nonostante fosse niente affatto segreta, è stata aliena pressoché a chiunque per quarant’anni. Pazzesco.

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Finalmente Libre
posted on 2021-03-29 02:12

Uno dei miei punti fermi è poter replicare i flussi di lavoro senza troppi problemi attraverso Mac, iPad e – in modo ragionevole – perfino su iPhone.

Su iPad e iPhone ho avuto finora un grosso tallone d’Achille: i file OpenDocument, usati per esempio da LibreOffice (ma anche, lato testo, da TextEdit: provare per credere). Riceverne uno su iPad, senza Mac a disposizione, era un grosso ostacolo. Sì, accesso remoto a Mac, apertura con LibreOffice, salvataggio in altro formato, invio a iPad… ma è scomodo, inelegante e non sempre fattibile.

Finalmente ho scovato OpenDocument Reader, app open source di un programmatore austriaco che si comporta bene come lettore di documenti e offre anche l’editing minimo per sistemare un refuso o compiere una piccola modifica.

Inizialmente diffidente, ho scaricato la versione Lite sostenuta dalla pubblicità. C’è un bannerino in alto di dimensioni più che ragionevoli e per il resto la app è pienamente fruibile.

Risolto il mio problema di visualizzazione file, soddisfatto ho curiosato su App Store per vedere quanto costasse la versione a pagamento, completamente uguale alla Lite tranne l’assenza di pubblicità.

Due euro e ventinove. Circa l’ottocentesima parte del valore totale del lavoro che sto svolgendo.

L’ho comprata subito e va a finire che gli lascio pure la recensione sullo Store.

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Lingue rubate all’agricoltura
posted on 2021-03-28 03:25

Non volevo scriverlo questo post, ma sono già le tre passate (non capisco, pochi istanti fa neanche erano le due: come vola il tempo), primo; secondo, ho passato la soglia della sopportazione della gente che scrive, manifesta, lotta (soi disant) per riaprire le scuole.

L’obiettivo mi trova totalmente d’accordo, ma le modalità sono da decerebrati. Se fossi lasciato a me stesso finirei all’alba e probabilmente querelato; invece sono abbastanza fortunato da poter citare un articolo di Ars Technica appena uscito: «Le scuole sono sicure?» è la domanda sbagliata da porre (figuriamoci quando diventa una asserzione…).

Dovrebbe bastare il sottotitolo: Non esiste una risposta giusta sulla sicurezza delle scuole, solo una risposta giusta per ciascuna comunità.

John Timmer è americano e scrive degli Stati Uniti, ma è come se fosse un mio vicino di casa:

Le risposte alla domanda sono state scrutinate, analizzate e perfino politicizzate. In tutto questo si è persa la consapevolezza che si tratti di una domanda orribilmente sbagliata… perché non ha una risposta univoca.

Invece, qualsiasi risposta può applicarsi solo a comunità specifiche e, in molti casi, a scuole specifiche. Ed è anche soggetta a cambiamenti secondo l’evoluzione delle dinamiche della pandemia, comprese le nuove varianti del virus.

L’articolo ricorda, studi alla mano, che l’età scolare è quella soggetta al minor rischio di mortalità da coronavirus; puntualizza anche come, secondo altri studi di uguale autorevolezza, la chiusura delle scuole sia associata a una minore diffusione del virus nella comunità di riferimento della scuola.

Questo perché le scuole fanno parte di una comunità più ampia.

Riaprire le scuole non può essere un obiettivo; ci sono scuole che possono essere riaperte e scuole che, purtroppo, invece no. Dipende dal contesto.

Non intendo dire che le scuole non possano riaprire in modo da minimizzare il rischio per gli studenti. Ma capire quando sia il caso di farlo, e assicurare che la sicurezza venga mantenuta, deve essere effettuato a livello di comunità. E ciascuna comunità può anche avere definizioni differenti di quale livello di rischio sia accettabile per la sicurezza.

Questo spiega perché dovremmo ascoltare di più le persone che parlano di come valutare il rischio… e molto meno chiunque creda che la domanda abbia una risposta binaria, semplice.

Ecco. Le persone che agitano la lingua per la riapertura indiscriminata delle scuole sono come quelle che vogliono la chiusura indiscriminata: gente che rende davvero un cattivo servizio alla scuola dove ha studiato, evidentemente imparando cose diverse dal fare funzionare il cervello.

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Metterci le facce
posted on 2021-03-27 01:25

Due faccende molto diverse, il retrocomputing e la conservazione del software del passato, cioè di pezzi della nostra storia.

Panic le ha messe insieme in modo mirabile rispetto ad Audion un suo riproduttore musicale del tempo che fu. Audion era, si diceva allora, skinnable, ovvero la sua presentazione grafica poteva cambiare arbitrariamente da parte di chi producesse nuove “pelli” per il programma seguendo regole prestabilite.

Oggi Panic le chiama face, facce, ma la sostanza non è cambiata. Solo che Audion non è più in commercio da tempo e la sua compatibilità con il presente è nulla. Che fanno loro? Producono una nuova versione minimale del programma, con licenza open source, in grado di girare su Mac moderni, capace di fare poco più che riprodurre brani in sequenza, e adattano tutte le facce create a oggi per Audion, in modo che le si possano visualizzare sulla nuova versione suddetta.

Il totale delle facce disponibili era ottocentosessantasette a gennaio e ne mancavano altre quindici da completare, secondo il blog di Panic.

La quale Panic è una software – e non solo – house che lavora a pieno ritmo e certamente non ha bisogno di inventarsi modi di passare il tempo. Eppure ha trovato il modo di realizzare questa piccola grande impresa che riporta in vita una biblioteca caratteristica di creatività e ingegno grafico, tutto gratis e a disposizione.

Da qui potrebbero dipartirsi molti percorsi di pensiero: la grandezza del ruolo degli sviluppatori indipendenti nel successo di Mac, il valore di dedicare tempo a progetti solo superficialmente improduttivi, come si diceva prima la conservazione storica del software eccetera.

Per ora mi contento di leggere il post sul blog Panic, che è veramente gustoso, e di imparare la loro lezione: si può fare business cui fare tanto di cappello e intanto mantenere viva la passione, con sopra un pizzico di follia che fa solo bene.

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Un indice da azionare
posted on 2021-03-26 01:25

Penso che dovrebbe esistere un qualche indice di inefficienza intrinseca dei programmi, misurato grossolanamente sulla base del numero di azioni elementari necessarie per compiere una azione, in rapporto all’entità della variazione apportata.

Un esempio for dummies: sono in un editor di testo e mi trovo una distesa di testo tutta in maiuscolo. Voglio avere le iniziali maiuscole e il resto della parola in minuscolo.

Un comando tipo Cambia maiuscole e minuscole lasciando la maiuscola solo all’inizio del periodo, purché la preceda un punto, data per scontata la selezione preventiva del testo su cui intervenire, richiede un clic (diciamo che il clic è l’unità di misura fondamentale per l’interazione umana con l’informazione, Hii acronimo di Human Information Interaction, come il bit è l’unità di misura fondamentale per l’informazione).

Un’interfaccia diversa potrebbe prevedere un clic per richiamare una finestra di dialogo Maiuscole/minuscole, un altro clic per selezionare un radio button corrispondente all’opzione di trasformazione che desideriamo e un terzo clic per dare OK.

La prima forma di interazione è evidentemente più efficiente della seconda.

Nell’ambito della misurazione globale dell’efficienza, questa operazione dovrebbe avere un peso minimo, dato che il cambiamento alla struttura dati la altera in misura relativa. Il suo peso, sempre per fare esempi, dovrebbe essere minore di quello di una operazione di generazione automatica di un outline a partire da un testo. Dato che la variazione strutturale dei dati è ben maggiore.

Moltiplicando i punti di analisi e adottando un qualche standard di definizione delle operazioni, potrebbe diventare un misuratore di efficienza da applicare in mille situazioni, per ragionare attorno al costo, oppure non tanto sulle capacità effettive del programma ma sul tempo che richiede per raggiungere risultati. E diventerebbe interessante il confronto tra programmi.

Come lo chiamiamo? Mi viene in mente il film Tempi moderni con il suo protagonista al lavoro in catena di montaggio, a forza di pensare a tutti questi clic che volano. L’indice di Chaplin.

La parola a ricercatori, matematici, scienziati, esperti di design, che potrebbero codificarlo davvero in termini più rigorosi di questi.

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Disimparare le tabelline
posted on 2021-03-25 00:34

Software sbagliato non per quello che fa, ma per quello che consente di fare. Ti dicono che Excel è il foglio di calcolo più completo, che è tanto comodo, che lo usano tutti.

È necessaria, una categoria fogli di calcolo? Ha qualche valore, essere il più completo dei fogli di calcolo?

Il problema è sempre quello: per uno che usa sacrosantamente Excel, dodici commettono nequizie inenarrabili. Ultima della serie la confusione delle vaccinazioni lombarde, pianificate – si fa per dire – mediante la compilazione di fogli Excel non integrati nella piattaforma.

C’è sicuramente del demoniaco nelle menti di sedicenti amministratori che hanno bisogno di un database, di un applicativo scritto in Python, di lunghi file di testo governati da script bash, di un’interfaccia verso la piattaforma messa a punto da Poste italiane (che sa tanto di brace dopo la padella), di un client verso un data lake, forse di tutte queste cose o forse di nessuna, chissà. Non lo so, che cosa serva per fare funzionare l’agenda delle vaccinazioni.

C’è del demoniaco, ripeto, in questi cervelli che, di fronte a un’esigenza come questa, scelgono Excel.

Ma c’è anche Excel. Il frutto proibito dell’Albero della Scarsa Conoscenza. Perfetto per disegnare tabelline, colorare caselline, bruciare neuroni per presentare orgogliosi una macro capace di replicare perfettamente una funzione delle ottocentomila già incluse ma che nessuno conosce, ordinare un’anagrafica per nome di battesimo e sentirsi orgogliosi di avere trovato il comando di ordinamento, trastullarsi con i numeri nella falsa convinzione di avere battuto il proprio analfabetismo numerico con lo strumento prodigioso che, se selezioni una colonna di numeri, ti dà la somma da solo e ti libera dalla fastidiosa incombenza di accendere la calcolatrice da tavolo originale Ventesimo secolo.

Disimparare le tabelline, imparare i programmi, imparare a programmare; ecco la missione per un nuovo Umanesimo informatico. Ci vogliono missionari con pazienza infinita e ispirazione celeste, capaci di dire paciosi per fare [la cosa da fare] Excel è la soluzione sbagliata e attraversare indifferenti le ondate di riprovazione che ne seguono.

La cosa incoraggiante è che chiunque di noi può diventare disevangelizzatore di Excel. Anche senza sapere nulla di nulla. Basta fare presente, nella situazione, che usarlo è sbagliato. Nel novantasei virgola undici percento dei casi è comunque vero.

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Folklore, italiano
posted on 2021-03-24 23:45

Il lungo filo rosso che connette tutta la storia di Apple nel XXI secolo si chiama Mac OS X, nato ufficialmente proprio oggi nel 2001.

Innestare in modo soddisfacente un’interfaccia utente superiore su Unix è stata un’impresa non secondaria, che nessuno ha saputo compiere altrettanto bene e da cui sono germinati i sistemi operativi per iPhone, iPad, watch, tv e domani chissà che altro. Per seguire l’evoluzione di Mac OS X, John Siracusa ha di fatto scritto un libro fatto di recensioni straordinariamente approfondite di ciascuna versione del sistema.

Mac OS X stabilisce già dal nome una continuità con il passato dell’ultimo quinto del XX secolo, l’epopea del primo Macintosh. Il posto migliore per leggerne è di gran lunga Folklore.org, di Andy Hertzfeld, uno che l’ha vissuta sulla pelle e ha di fatto contribuito a sagomare una parte non banale della storia umana degli ultimi quarant’anni.

Sento la mancanza di una fonte analoga per questi anni. Forse è troppo presto, ma certo non sarebbe fuori luogo anche se oggi i pirati sono stati sostituiti dai capitani d’industria.

Nel frattempo ci si può consolare con le Storie di Apple di Nicola D’Agostino, che da anni si dedica con passione al racconto di tutti i dietro le quinte altrimenti difficili persino da sospettare.

Il suo lavoro è intenso, preparato, partecipato ed è solo giusto che gli articoli più vecchi siano aperti a tutti, ma quelli nuovi si raggiungano via Patreon. Si può dare linfa ed energia vitale a storie di Apple anche per un singolo euro al mese.

Mica per niente, l’articolo più recente di Nicola è dedicato a Cheetah. E si chiude un cerchio fatto di grandi storie, chi le ha generate, chi le sa raccontare in modo attuale e coinvolgente.

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Il ritorno del Richard
posted on 2021-03-23 02:49

Nel 2019 Richard Stallman fu indotto a lasciare il suo ruolo di consigliere in Free Software Foundation per via di certi suoi commenti a proposito di una storiaccia di sesso con diciassettenne che avrebbe coinvolto Marvin Minsky durante una visita all’allora raccomandabile Jeffrey Epstein.

Ora Stallman è ritornato in carica. Un po’ come se avesse scontato un anno e mezzo di sospensione da Free Software Foundation per avere espresso una opinione (non ha mai lasciato la sua posizione di capo del progetto Gnu).

L’episodio controverso che Stallman è stato accusato di commentare risale, posto che sia accaduto, al 2001. La vedova di Minsky, che era in viaggio assieme a lui nella residenza di Epstein, ha smentito che sia accaduto alcunché. Minsky aveva settantatré anni.

Stallman è un gigante del nostro tempo per avere fondato il movimento del software libero. Dopo di che è un orso dall’igiene problematica, di capacità relazionali dubbie, con un sacco di visioni eccessivamente radicali e distorte verso svariate situazioni del mondo informatico.

Con tutto questo, la domanda è a che cosa siano serviti questi diciotto mesi di esclusione. Se Stallman stava lavorando bene, è stato sciocco che lasciasse; se stava lavorando male, è sciocco che ritorni.

In ogni caso, lui finirà nei libri di storia. Chi lo ha attaccato per un commento, al massimo, su TikTok.

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Il vaccino impossibile
posted on 2021-03-22 00:07

Ho accompagnato il prozio a ricevere la prima dose di Pfizer. Ho capito che non ce la possiamo fare.

La vaccinazione ha portato via un minuto, riguardando un quasi ottantanovenne che fatica a scoprirsi la spalla, in una giornata di sedicente primavera che alle nove del mattino faceva cinque gradi.

Tutto il resto invece. Per ogni vaccinato girano tre fogli A4, per quattro facciate: la nota informativa, l’anamnesi, l’anamnesi da portare il giorno della seconda dose. Chi non ci aveva pensato va a caccia di una penna, i fortunati scrivono appoggiati ai muri, per terra, assembrati attorno a un tavolino occasionale. L’infermiera alla reception improvvisata ha una manciata di biro, che spariscono ancora più veloci del vaccino.

E compili, compili, compili, e devi firmare, e devi firmare due volte, una non basta. Dopo due volte che hai scritto nome-cognome-nascita devi tirare fuori la tessera sanitaria. Lì c’è già scritto tutto. C’è memorizzato tutto. Serve scrivere il numero di tessera sanitaria, che è lì sulla tessera, che sta sulla banda magnetica della tessera e, se non ci sta, ci dovrebbe stare.

Noi fortunati eravamo previsti per le nove del mattino e abbiamo visto una quindicina di altri vaccinandi, più gli accompagnatori; quando ce ne andiamo ci sono più di cento persone che attendono il turno ammassati in un corridoio semisotterraneo da ospedale, ventilazione zero, sedie una manciata. Almeno la metà dei presenti è over 70, quando sono giovani.

A che serve avere una tessera sanitaria? Perché le persone convocate non hanno ricevuto le informazioni prima? Perché almeno quelli in grado di farlo non potevano compilare l’anamnesi da casa loro? A che serve convocare il triplo delle persone che è possibile vaccinare nel tempo dato e lasciarle ad aspettare mezze ore?

Credo di avere capito. Sono gli stessi che la scuola è scuola solo quando è in presenza. Così deve essere in presenza anche la burocrazia ospedaliera. Si perde tempo, si corrono gran rischi, ma si socializza.

Un vaccino contro l’intenzione precisa di fare le cose male non sarà mai prodotto.

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Senti questa
posted on 2021-03-21 02:17

Nuova funzione di Twitter che debutta solo su iOS prima di diffondersi nel resto del mondo:

Superiorità nelle interfacce di programmazione, nell’affidabilità, nell’autorevolezza. Inferiorità nella diffusione e interessa nulla a nessuno. iOS, quattordici anni più tardi, è sempre avanti tecnologicamente. Inoltre la windowsvizzazione del mercato (Android al novantacinque percento e iOS le briciole) predetta da infiniti commentatori non solo non è avvenuta; iOS continua a pagare di più gli sviluppatori e a conservare una diffusione del tutto sana e soddisfacente per chi lo produce.

Così per entrare in primavera con qualcosa di rasserenante, nel nostro piccolo.

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La parola agli esperti
posted on 2021-03-20 02:00

È normalissimo trovare vantaggi nel condurre attività produttive fianco a fianco con i colleghi e altrettanto lo è trovare vantaggi equivalenti nel condurre attività analoghe da una postazione remota. Dopo un anno di pandemia bisognerebbe averlo capito; invece ci troviamo con un sacco di gente bravissima e competente, che però sa funzionare solo in un modo.

La nuova normalità ha già mostrato da un pezzo che verrà richiesto di funzionare in più modi e il virus non c’entra: ha solo sbattuto l’evidenza in faccia a chi resisteva a un cambiamento che ha basi ben più profonde dell’evitare il contagio.

Verremo vaccinati o il virus si attenuerà o tutte e due le cose, ma non si tornerà indietro. Settimana scorsa mi hanno chiesto di presenziare a una riunione importante in sede. Ho risposto che quel giorno sarei stato felice di intervenire per un’ora ma l’agenda non consentiva altro spazio.

Non si può allungare un po’?, mi hanno chiesto.

Certo, ho risposto. Possiamo tenere la riunione online e sono a disposizione per tre ore, visto che risparmio un’ora di macchina all’andata e altrettanto al ritorno.

La riunione si è tenuta online ed è riuscita benissimo. Abbiamo anche concluso in due ore soltanto.

Ma sono solo un qualunque professionista. Ci sono imprenditori, uomini d’affari, dirigenti di alto livello convinti di sapere perfettamente perché è necessario che tutto torni come prima, negli stessi modi di prima, nell’errata convinzione che il lavoro remoto sia frutto dell’emergenza invece che dell’ingresso del digitale nella vita quotidiana, anche lavorativa.

Ci sono anche persone come Tim Cook, a capo di un’azienda capitalizzata quanto il prodotto interno lordo italiano, con una sede centrale da dodicimila posti, che a queste problematiche ha dovuto pensare su un poco. Lo ha intervistato di recente People e ha detto cose poco interessanti, ma terribilmente concrete. Se Steve Jobs, quando esagerava, fuggiva in avanti dove nessuno riusciva a seguirlo, Cook quando esagera diventa l’impiegato della porta accanto, che snocciola ovvietà disarmanti tanto quanto ineludibili.

La pancia mi dice che, per noi, è ancora molto importante essere fisicamente in contatto, perché la collaborazione non è sempre un’attività pianificata.

Gente che vorrebbe lavorare tutta la vita senza mai mettere più piede in ufficio: è improbabile. Dipende dall’azienda, ma è improbabile. E chi ha già pianificato tutto per il momento del ritorno, invece, quando tutto tornerà come prima?

A essere onesti, stiamo ancora pensando a come organizzarci.

La collaborazione non è sempre un’attività pianificata. Nemmeno la postazione di lavoro può più esserlo. Ma parlarsi e vedersi dal vivo è sempre e comunque preferibile, giusto?

Abbiamo imparato che ci sono alcune cose perfette da fare in virtuale via Zoom, WebEx, FaceTime o quello che è a disposizione. Per questo penso che [quando i dipendenti rientreranno negli uffici] allestiremo un ambiente ibrido per un po’.

Ma la produttività? Come ci si può fidare di gente che lavora altrove senza controllo, capace di distrarsi o di fare finta di lavorare? L’azienda non funziona meglio in presenza?

Dopo la chiusura degli uffici a metà marzo, abbiamo avuto questo periodo enormemente prolifico con [la presentazione del] primo iPhone 5G. Abbiamo introdotto il chip M1 nei Mac. Sono traguardi importanti.

Ecco. Ascoltiamo i so-tutto sul digitale e l’analogico; poi però seguiamo quelli che affrontano sul serio la situazione e organizzano decine di migliaia di persone per occuparsi di un business da duecento miliardi l’anno, con successo. Magari qualcosa hanno capito.

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La stampante che non c’è
posted on 2021-03-19 02:44

La scuola a casa ci ha consigliato di tornare indietro di una decina di anni per riaccogliere a casa una stampante. Viste però le necessità effettive, abbiamo optato per una stampante laser moncromatica: una HP LaserJet Pro M118dw.

(Per Fëarandil: l’offerta su questo modello era buona e mi sa che è molto simile a quello che avevi consigliato tu e avevo cercato in prima battuta).

Non frequentavo stampanti da un bel po’ e immagino che le mie considerazioni siano naïf per chi invece ci convive da sempre. Chiedo pazienza: non ero più abituato ad avere in casa qualcosa che fa rumore per accendersi.

L’unpacking è stato senza brividi, l’oggetto è esteticamente neutro ma in senso positivo, ragionevolmente leggero, ragionevolmente ingombrante.

La configurazione dell’hardware è stata semplice. Il toner di serie è già dentro la stampante e, anzi, il foglio delle istruzioni avvisa di non levarlo. Prima (gradita) sorpresa per un neo-neofita: ero ampiamente consapevole dell’esistenza di stampanti che vanno via Wi-Fi. Nondimeno, avendone una sottomano, ho provato a ignorare il cavo Usb allegato nella confezione e contemplare un uso esclusivamente wireless.

Funziona. La configurazione del Wi-Fi è un po’ macchinosa e non chiarissima a livello di for dummies. Si supera però facilmente e nel giro di una quindicina di minuti due Mac, due iPhone e un iPad Pro avevano accesso alla stampa. Anche questo per me è una novità: mi ero sempre figurato la stampa da iPad come un mascellodonte o un sarchiapone, creature mitiche di un tempo altro.

Come quelli che vengono giù dalle montagne mi ero anche preoccupato della ricerca del driver per Big Sur. Del tutto inutile: AirPrint è comodissimo e non mi sono neanche preoccupato troppo di quali opzioni di stampa avere a disposizione: una laser monocromatica stampa in monocromatico e per i nostri bisogni è financo esagerata. Come stampa, stampa bene.

Il prezzo da pagare è lo scaricamento della app HP Smart sugli apparecchi interessati e un account sul sito HP.

Qui mi sono reso conto della cosa che è veramente, sonoramente cambiata dai tempi in cui stampavo. La stampante non esiste.

Meglio: non è più il centro dell’attenzione. È il pretesto per costruire un business sulla profilazione di chi ha bisogno di produrre dei fogli di carta con sopra del contenuto.

La app è un compito ben eseguito, parlando di scuola. Niente voli di fantasia o lampi creativi, ma quello che c’è da fare si fa velocemente e con chiarezza. Ho apprezzato molto il poter dare un nome alla stampante, un dettaglio, però la fa sentire più di casa.

Il sito e la gestione dell’account da parte di HP sono di seconda fascia. L’esperienza funziona, ci si orienta, ha un senso. Però il trattamento da parte di una Google o una Apple è percettibilmente superiore. La mia stampante non figura nel database del sito di ingresso di HP e la cosa fa un po’ ridere. Nel database i nomi dei modelli sono inseriti completi: HP LaserJet Pro M118dw. Si capisce la logica aziendale, ma c’è un sacco di inutilità evidente. Io avrò iniziato a cercare scrivendo HP LaserJet oppure M118dw?

Secondo, si sappia: comprare una stampante HP nel 2021 deve essere un massacro della privacy. La procedura di registrazione ti chiede il cellulare. Il software di registrazione, quantomeno viene detto con chiarezza, si appoggia a Google Analytics. Se vuoi impostare la stampa in modalità wireless, in un modo o nell’altro concedi un permesso almeno parziale di conoscere la tua posizione, perché aiuta nella gestione della rete Wi-Fi. Onestamente preferisco la comodità dell’assenza di cavo alla problematica della geolocalizzazione (anche perché in fase di registrazione chiedono un indirizzo e allora tanto vale).

Cosa sciocchina: non è prevista la condivisione di una stampante da parte di più account HP. Una stampante non è esattamente un oggetto individuale, in famiglia, in ufficio, a scuola. Vuoi profilare, almeno fallo bene.

Cosa che non ho ancora collaudato: la stampante ha un indirizzo email ed è possibile stampare scrivendole un messaggio di posta. Un sistema di permessi lo consente, volendo, a chiunque, oppure a una whitelist di persone autorizzate, oppure a tutti esclusa una blacklist. Esiste da molto tempo, ma è la prima volta che posso toccare con mano e devo ancora verificare che funzioni.

Sul prezzo c’è poco da dire: può variare di qualche euro secondo il momento e il canale di vendita. L’ordine di grandezza è equo e onestamente poter avere stampa laser fronte/retro con buona velocità in un ordigno che sta comodamente a lato scrivania è una testimonianza di quanto la tecnologia sia progredita. Un tempo trecento punti per pollice sembravano il trionfo della tipografia. Oggi a poco più di cento euro se ne fanno milleduecento senza neanche stare a pensarci.

Resta il fatto che, se questa fosse una recensione, lo sarebbe non di una stampante, ma di un account HP. La stampante è diventata un tramite e niente più, un gradino sotto l’elettrodomestico. Segno dei tempi.

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Analogici con il digitale degli altri
posted on 2021-03-18 01:45

Si è costituita pochi giorni fa una Rete Nazionale Scuola in Presenza la quale, come dice il nome, si batte per la riapertura delle scuole… errore: l’iniziativa, per come è scritto nella pagina del gruppo Facebook, serve a raccogliere e diffondere le iniziative contro la DAD a livello nazionale.

C’è una sottile differenza e significativa, nell’ambito di una tendenza che durante quest’anno è stata segnalata più volte: il vero centro di interesse non è affatto la riapertura della scuola, ma la lotta contro l’uso del digitale, di cui chiaramente le lezioni remote sono la manifestazione più evidente. Nonché l’unico modo di fare scuola che per mesi abbiamo avuto a disposizione e senza il quale ci sarebbe stato il vuoto assoluto.

Sarebbe facile fare ironia sul fatto che la rete contro la didattica a distanza si nutre di Facebook e web; invece la questione è più seria perché si tratta di persone disposte alla manipolazione e alla distorsione dei fatti pur di prevalere.

La Rete si compone di più gruppi in giro per l’Italia, compreso A scuola! che gravita su Milano e lancia una manifestazione per domenica 21 marzo in piazza Duomo, dove esibire bandiere bianche perché la scuola non ha colore, maschere integrali bianche a testimoniare l’alienazione dei nostri figli, cappelli a cono d’asino per denunciare la dispersione scolastica, campanelle da suonare, zaini da disporre a scacchiera, disegni dei ragazzi da esporre sugli zaini e… ragazzi seduti vicino al loro zaino, elencati nella lista al pari delle bandiere e delle campanelle.

Che tuo figlio sia uno strumento di protesta da esibire in piazza è discutibile e l’idea di affollare una piazza in una giornata in cui moriranno tipo quattrocento persone per via di una pandemia molto contagiosa mi sembra poco qualificante; tuttavia il confronto delle idee è sacro e guai a chi volesse censurare un’idea, per quanto reprensibile.

Però non puoi barare al gioco. False informazioni, pseudoverità, mezze bugie non sono ammesse. E qui cascano alcuni asini, anche senza cappello a cono.

Leggo la pagina e, nonostante un link interno non funzionante (forse l’Html non è materia degna di apprendimento nel 2021?), vedo che si appropriano dell’articolo 34 della Costituzione. Avrebbero ragione loro perché, citano, la scuola è aperta a tutti. Ecco, il senso di quella frase è un altro. Non so, di notte le scuole sono chiuse, o la domenica. Non ci si riferisce all’apertura fisica.

Rigettano l’uso prolungato e indiscriminato della Didattica a Distanza. Anch’io, e chi non lo farebbe? Ma posso sapere che cosa vuole dire prolungato e indiscriminato? La scuola di mia figlia quest’anno ha fatto i salti mortali per aprire in sicurezza e per restare aperta. Un venerdì pomeriggio sono uscite da scuola tre classi su diciannove; le altre sedici erano in quarantena per contagi di bambini, genitori, parenti. Nessuno voleva chiudere. Ora hanno chiuso, mia figlia fa lezione in remoto e le insegnanti stanno facendo un lavoro spettacolare. Chiaro che in altri posti andrà magari meno bene, per mille ragioni, o ancora meglio, per mille altre. Dove sta però il prolungamento, dove sta l’indiscriminazione? Vedo della farneticazione, piuttosto.

Dicono che la tutela della salute psicofisica [è] gravemente minacciata in bambini e adolescenti. Vero. E poi:

La prolungata mancanza di socialità e di una sana relazionalità didattica sta determinando tra i giovanissimi un allarmante aumento dei casi di tentato suicidio e di autolesionismo, mentre la scarsa attività fisica e il dilatarsi del tempo trascorso davanti a tablet e PC inducono l’aumento dei casi di pubertà precoce.

Nel primo caso si fa riferimento a un articolo di Huffington Post su cui ci sarebbe da scrivere un post dedicato. Il tema è delicato anche se riguarda numeri piccoli rispetto alla popolazione scolastica, ma anche un solo ragazzo in difficoltà merita rispetto. Solo un commento a margine: le scuole sono definite gli spazi in cui si possono infrangere le regole sotto lo stretto controllo dell’adulto. Insomma.

La manipolazione più grave è quella del secondo caso. La scarsa attività fisica e il dilatarsi del tempo trascorso davanti a tablet e PC inducono l’aumento dei casi di pubertà precoce.

Sarebbe una questione esplosiva. Disgraziatamente, lo studio scientifico cui si fa riferimento esplora un aumento dei casi di pubertà precoce a causa del lockdown; non a causa dei tablet o della mancanza di attività fisica. Certamente, durante le chiusure succede anche questo; ma sono semmai concause e non i primi responsabili, come si lascia intendere.

E poi che cosa c’entra questo con la scuola in presenza? Mia figlia, nell’orario in presenza, fa attività motoria un’ora alla settimana. Questa è esattamente scarsa attività fisica; la mancanza di attività fisica degna di questo nome è un danno grave che la scuola in presenza infligge ai bambini. I quali, per la maggior parte del tempo, passano la scuola in presenza seduti.

Ah, lo studio copre il periodo da marzo a settembre 2020; in altre parole, per metà dell’arco di tempo coperto le scuole erano chiuse. Tutte, in presenza e pure online. Alla fine dello studio si legge che, per stabilire veramente una correlazione tra fattori patogeni specifici e pubertà precoce, occorrono altri studi e campioni più numerosi. Ovvero, si fa dare per scontata allo studio una semplice ipotesi di lavoro.

Questi sono i passaggi più gravi. Ci sarebbe da scrivere per ore. Questo, per esempio:

Le Istituzioni si devono adoperare per mettere in atto rapidamente tutte le misure necessarie allo svolgimento delle lezioni in sicurezza e in presenza per ogni ordine e grado di istruzione.

[Risate amare] È un anno che siamo in pandemia. Rapidamente? Forse il problema non è proprio la Dad, ma chi prende decisioni inefficaci e sconsiderate. Se scendono in piazza per mandare a casa il ministro della Salute, mi metto in prima fila. Se invece manifestano contro la Dad, come facciamo a salvare il salvabile, senza lezioni online e con governanti incapaci di mettere le scuole in sicurezza?

Tutti vogliamo che riaprano le scuole. Io non voglio che riaprano per tornare indietro di cinquant’anni. La scuola deve offrire il meglio dell’analogico e il meglio del digitale, armonizzati e bilanciati. Perché esiste una didattica sola, a volte in presenza e altre volte a distanza. Tutti i compiti che doveva sbrigare mia figlia a casa dopo otto ore di scuola in aula mi sembravano un’idiozia ed erano didattica a distanza bella e buona, anche se interamente analogica.

Chi vuole fare l’analogico con il digitale degli altri si faccia le sue di scuole, già ce ne sono di bellissime, la Costituzione non batte ciglio. Non si ha l’idea di quanto e bene si possa imparare online con buoni docenti e buoni metodi. La socialità, certo. È una foglia di fico. Si mettano in sicurezza le palestre per poter fare tutto quello sport, necessario, che la scuola schifa, e che sviluppa la socialità assai meglio delle lezioni frontali d’antan.

Visto infine che questa è gente che gioca sporco, un paragrafo insinuante me lo concedo. Non voglio neanche approfondire, ma sono convinto che dietro al sito di A scuola! ci sia una persona che di mestiere fa la creative strategist di una agenzia molto digitale e molto creativa.

Tutti volontari, eh. Ma per fare guerra al digitale nella scuola, qualcuno mette soldi per pagare competenze.

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Meglio tardi che mai
posted on 2021-03-17 01:03

In grande ritardo su come si comporterebbe una azienda rispettosa dei propri interlocutori, Google ha iniziato a svelare che tipo di dati raccoglie attraverso le sue app, a questo giro Chrome e la app Google per la ricerca.

DuckDuckGo è un ottimo motore di ricerca nel 99 percento delle situazioni e risulta inferiore a Google solo se si compiono ricerche veramente molto sofisticate. Altrimenti, la differenza è quasi nulla e cambiare è semplice: un salto nelle Impostazioni alla voce Safari.

Non è l’unico ritardo di Google. La società è arrivata solo oggi ad abbassare al 15 percento il prelievo sulla vendita delle app che incassano meno di un milione di dollari. Apple, accusata di ogni nefandezza in termini di maltrattamenti agli sviluppatori su App Store, lo ha fatto da mesi.

Sempre parlando di ritardi, non mi risulta che le mappe americane di Google contengano l’indicazione dei punti dove è possibile vaccinarsi, come invece hanno preso a fare quelle di Apple con tanto di integrazione con Siri, alla quale si può chiedere dove sia possibile effettuare l’operazione.

Google non si trova nel suo momento più felice. Ma c’è di peggio che arrivare in ritardo a dichiarare che cosa combinano le proprie app dietro le quinte, come dimostra la società cinese (appoggiata dalla dittatura) al lavoro su un sistema di tracciamento alternativo a quello che Apple vieta in prima battuta.

Qualcuno si rifiuterà sempre di fare la cosa giusta. Allora, è meglio perfino un ritardatario nel farla.

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In un modo o nell’altro
posted on 2021-03-16 01:53

Ho lasciato stare il più possibile la faccenda della pandemia, solo che oggi era praticamente impossibile riuscire a trattenersi.

Di fronte a quello che accade e che lascia a dire poco sconcertati, l’unica risposta che riesco a dare è tenere presente Tommaso.

Un sacco di gente si batte a parole perché Tommaso vada a scuola in aula e, nei fatti, agisce perché stia a casa.

L’unico lato positivo di tutta questa faccenda è che, alla fine, vincerà lui comunque vada. E il suo compagno di programmazione, e gli altri compagni, e tutti questi bambini e ragazzi che avranno tempo di leccarsi le ferite, stanno imparando come matti a dispetto delle prefiche e bagneranno il naso a tutti, virus per primo.

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Relazione stabile
posted on 2021-03-15 02:05

Big Sur tutto sommato mi piace. Dopo qualche settimana di utilizzo sono sicuro di considerarlo casa.

Certamente non è perfetto. Ammetto che parte delle obiezioni più comuni – per esempio la trasparenza della barra dei menu – per me sono plus, da vero bastian contrario, più che problemi. Immagino che sia perché ci vedo bene, la barra la uso poco (tastiera, tastiera, tastiera), non mi dispiace un ambiente che muta durante la giornata, almeno in modo ragionevole. Ho anche adottato lo sfondo scrivani dinamico, che mostra la location diversamente illuminata secondo l’ora del giorno. Eccetera.

Ciò detto, qualche cosina qua e là da aggiustare c’è di sicuro. Lato musicale, per esempio, la app Musica ha perso i comandi da tastiera per riprodurre i brani. A volte l’indicazione del brano in riproduzione è diversa tra app e menulet grafico, il che è ben strano.

Per il resto vivo tranquillo e lavoro bene. Ho un solo software critico che lavora a trentadue bit, impossibile da aggiornare, che ora vive dentro una macchina virtuale. Tutto il resto funziona.

Soprattutto funziona che è arrivato l’aggiornamento 11.2.3, sesto della serie. Non ho riscontri puntuali, solo una sensazione; trovo che questa versione del sistema sia finalmente vicina a quello che intendeva essere dall’inizio.

Il nostro rapporto è cominciato abbastanza bene e, superata qualche piccola asperità che capita anche nelle migliori famiglie, ora è più solido e appagante di prima.

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Servizi di sicurezza
posted on 2021-03-14 02:02

A metà weekend, per un complesso di ragioni, mi trovo completamente solidale con chi chiede ad Apple, in nome dell’impegno sulla privacy, una edizione di Mail che liberi dai pixel-spia e pure un servizio di VPN per la navigazione più riservata.

Capisco perfettamente la pubblicità su Internet e quella fatta bene è perfino utile. Però deve vigere un accordo esplicito tra consumatore e inserzionista: ti concedo uno spazio ben preciso e tu lo rispetti.

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Isole di libertà
posted on 2021-03-13 02:24

Sviluppi della situazione delineata ieri rispetto al mondo del software libero e di chi agisce per controllarlo a scopo di lucro.

Frix mi ha chiesto se mi fossi ispirato al video 1984 di Ridley Scott. In effetti no, però sono rimasto colpito dall’associazione di idee che poteva essere costituita. La situazione è quella di un Grande Fratello, anche se questo più suadente e viscido.

Un aggiornamento tecnico sulla vicenda è che alcune migliaia di server Exchange compromessi sono stati colpiti da un ransomware, grazie appunto alla libertà di attacco goduta dai pirati.

Un altro aggiornamento, etico anche se non mi piace la parola, è che ho rinnovato la mia iscrizione a LibreItalia. Quest’anno potevo permettermelo e così mi sono qualificato socio sostenitore: ho infuso nelle casse di LibreItalia la bellezza di cinquanta euro.

Una iscrizione normale pesa solamente dieci euro (volendo c’è anche l’opzione cinque per mille). Sono noccioline rispetto ai miliardi che una Microsoft, ma non solo, pompa per arrivare all’omologazione e all’assimilazione.

LibreItalia è fatta di volontari che con pochi mezzi e entusiasmo inesauribile, tenacemente e onestamente, strappano alle sabbie mobili di Microsoft oggi una scuola, domani un municipio, dopodomani un ospedale. Uno per volta, sudato e sofferto.

Isole di libertà, buonsenso, civilizzazione immerse in un mare uniforme e fermo, da incubo.

Poi qualcuno dice Ma come fai a non usare Excel? sostituibile con uno zilione di altri nomi, Word, Windows, Access, PowerPoint, Visual Studio, Azure eccetera.

L’ampiezza e l’eco che provoca questo insieme di app sono le ragioni evidenti per non solo si può fare, ma dovrebbe anche essere programmatico, il non usare Excel o qualunque altro prodotto che contribuisca a finanziare la cancellazione psicologica della comunità open source.

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Detenuti e tiranni
posted on 2021-03-12 00:26

C’è un seguito alla vicenda dell’attacco informatico che ha fatto strage di server negli Stati Uniti e nel mondo (sessantamila solo quelli ufficiali e chissà quanti ancora) grazie a falle storiche presenti in Microsoft Exchange e chiuse in emergenza solo pochi giorni fa.

Come succede di regola nella cibersicurezza, ora che il problema è stato arginato, un ricercatore ha pubblicato su GitHub una proof of concept dell’attacco: un esempio funzionante ma innocuo (per esempio, che lavora su un server configurato apposta per lasciarsi colpire e mostrare gli effetti dell’attacco stesso).

GitHub ha rimosso il codice.

La cosa ha fatto scalpore perché è inusuale; le proof of concept sono strumenti a disposizione dei ricercatori. I pirati che volevano usare l’exploit, come viene chiamato il software capace di portare a segno un attacco informatico, lo hanno già fatto e certamente hanno bisogno di conoscenze complessive ben superiori a quella del codice in sé.

Il problema è che l’attacco è stato devastante per i server Microsoft Exchange, non altri; e che GitHub è proprietà di Microsoft. È da escludere che la seconda abbia ordinato alla prima di censurare, mentre invece lo zelo spontaneo per compiacere il padrone è considerabile.

Uno dirà che GitHub, in quanto casa di innumerevoli sviluppatori e progetti di software libero, non possa piegarsi troppo ai voleri di Microsoft; se delude la comunità, è l’argomento standard, la comunità se ne va.

Il problema è che la comunità inizia a essere una comunità Microsoft, di gente che programma con l’ambiente Microsoft, pubblica il software in un repository di proprietà Microsoft, accende istanze di cloud Microsoft eccetera.

Infatti sono sorte voci in difesa del provvedimento; una delle motivazioni è che ci sono ancora cinquantamila server non aggiornati, vulnerabili all’attacco.

Il problema dunque non è più avere server non aggiornati, ma fare sì che possano restarlo senza conseguenze.

Questa cultura è tossica e difatti ancora a livello planetario non siamo riusciti a estirpare completamente Internet Explorer 6, come del resto vale per Flash.

I portatori di questa cultura detengono il software (lo fanno loro); detengono lo spazio di pubblicazione del software indipendente; detengono le menti di chi è stato assimilato e asseconda questa strategia.

La filosofia open source è abituata alla figura del benevolent dictator, il plenipotenziario che ha l’ultima parola sullo sviluppo del software. Questa dittatura è tuttavia molto più subdola e mira a sterilizzare l’open source, che deve diventare un parco giochi innocuo per gli interessi di Microsoft, pronto a sterzare dove serve quando serve grazie al controllo di tutti gli strumenti e di una comunità assuefatta a pensare a Microsoft tutte le volte che si parla di software libero.

Una comunità di detenuti allevata da un tiranno amorevole, morbido, simpatico, che ama tanto Linux, vende strumenti tanto comodi. E fa sparire il codice scomodo all’occorrenza.

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Quadro comandi
posted on 2021-03-11 02:42

Avendo miseramente mancato il mio proposito di fare qualcosa di buono con i Comandi rapidi entro il 2020, mi tocca rinnovare la promessa.

Probabilmente partirà dall’ottima raccolta di Comandi rapidi pubblicata da Matthew Cassinelli, che ha fatto parte del team di sviluppo originale e ora si dedica a mostrare e creare azioni interessanti. Una parte del sito è persino in abbonamento per chi vorrà sostenere l’iniziativa e ricevere in regalo una fornitura regolare di comandi inediti.

I Comandi rapidi sono la strada maestra per moltiplicare il rendimento di un iPhone o un iPad. E c’è sempre più bisogno di distinguersi.

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Gratis costa troppo
posted on 2021-03-10 02:03

Posso dire per una volta che John Gruber sia d’accordo con me, anche se non lo sa.

Nel riprendere un suo post del 2008 sulla novità che allora era App Store, commenta:

non avevo previsto come le app “gratis” avrebbero azzoppato/limitato/distorto il mercato.

Non lo posso linkare ora (i commenti sono una faccenda più spinosa di quello che pensavo e il tempo è poco), ma lo avevo scritto e ribadisco: App Store è anni luce davanti a Play Store per qualità e reputazione e la strada da percorrere è quella del migliore servizio, anche se dovesse perdersi qualche dollaro per strada.

Possono esistere app gratis se sono gratis. Niente pubblicità, niente acquisti in-app, niente abbonamenti, niente. Gratis è gratis.

Fuori da quello che è gratis, qualunque app deve presentare una barriera iniziale di pagamento. 0,99 va benissimo. Da lì in poi può succedere (ragionevolmente) tutto. Quello che non può esistere è lo scaricamento gratis di cose che poi cercano di farsi pagare nei modi più disparati.

Dà una immagine falsata, offre una esperienza torbida, affatica. Si avvisi il navigatore in forma chiara e precisa che quella app prevede qualche tipo di transazione in denaro e niente lo fa più che un prezzo di ingresso.

Al tempo stesso, si avvisi in maniera altrettanto netta che una app è gratis, facendo sì che sia assolutamente vero.

Così, quando scarichiamo una app, sappiamo perfettamente da subito come andranno le cose e tutto sarà più onesto e affidabile.

Il gratis che c’è ora su App Store costa troppo.

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Il pagamento degli arretrati
posted on 2021-03-09 01:36

Si sa che la tecnologia ha un suo ciclo di adozione e vorrei dire qualcosa a proposito delle stampanti.

Nel 1985 Apple presentò LaserWriter e diede inizio al desktop publishing. La stampante cessava di essere un accessorio funzionale per stampare bozze, etichette e tabulati; diventava uno strumento di emancipazione. Consentiva di esprimersi e persino di avviare piccole imprese e carriere professionali (la zona degli innovatori nella curva del ciclo di adozione). La prima versione di PageMaker chiudeva il cerchio, nel consentire al contenuto digitale di avere anche una forma in stampa che poteva essere diversa dal semplice flusso di dati (il segmento early adopter).

Da lì in avanti una stampante laser arrivò in tutti gli uffici (early majority) e successivamente anche nelle case (late majority) che la preferivano al più tradizionale modello a getto di inchiostro.

A quel punto iniziò anche lo spostamento verso la digitalizzazione totale; una stampante, in verità, serviva sempre meno. Apparivano gli aneddoti di gente un po’ indietro nella curva di adozione mentale, che stampava la posta elettronica, cose così.

Quando succedono queste cose significa che la curva del ciclo di adozione è arrivata in fondo, ai laggard, gli ultimi, quelli che hanno resistito veramente fino alla fine.

Dopo avere posseduto vari modelli di stampante a getto di inchiostro, da molti anni ne ho fatto a meno; le situazioni professionali in cui serve stampare, nel mio caso, si sono azzerate.

Ma la serrata delle scuole a causa della terza ondata del virus mi farà comprare una piccola stampante laser, poiché le maestre assegnano lavori da stampare e incollare sul quaderno. A mio giudizio si tratta di arretratezza; quello che è creatività e libera espressione, i bambini possono e devono farlo a mano libera. Quello che è modulistica travestita da compito – completa la parola, trova l’intruso, esegui le operazioni – si dovrebbe fare in digitale. Stampare è un vicolo cieco, una dimenticanza nel camminare tutti insieme verso il progresso. Ma tant’è.

Così sono il più laggard dei laggard mentre consulto il web per selezionare una stampante laser che possa togliere di impaccio la famiglia quelle volte che ci si misura con le arretratezze della scuola. Per modelli semplici, adatti alla situazione, la spesa è una preoccupazione modesta… molto più modesta della preoccupazione della compatibilità.

Con Mac? No, quei tempi tristi sono cambiati per sempre, a parte qualche ufficio dove ancora azienda e dipendenti sono ostaggi della loro chiusura mentale.

Con Big Sur. Che una stampante laser normalmente sul mercato sia compatibile con macOS 11.x, non è affatto scontato. Devi guardare con attenzione e approfondire sempre, dato che è un attimo scoprire modelli fermi a Catalina anche se non sembrava.

Torno al ciclo di adozione della tecnologia. Quando siamo ai laggard, o perfino oltre, che la curva ce la dobbiamo dissotterrare da soli da quanto si è azzerata, non vuol dire che la tecnologia sia matura; significa che nemmeno si tratta più di tecnologia. Sono oggetti scontati, in vendita in modo scontato per situazioni scontate e non sto parlando dei prezzi. Oggi una stampante si compra un po’ come un asciugacapelli; lo accendi e funziona. Non c’è più nulla da scoprire, a parte qualche funzione esoterica di differenziazione.

E allora il driver per il sistema uscito un quadrimestre fa, annunciato due quadrimestri fa, ci deve essere.

Altrimenti, arretratezza per arretratezza, si potrebbe fare che compro la stampante, ma pago quando arriva il driver per il mio sistema operativo.

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Radio dicotomia libera
posted on 2021-03-08 00:24

Tivoli è storicamente un marchio da appassionati della radio. Oggi è un bene di consumo piuttosto normale, reperibile anche attraverso la raccolta punti del supermercato.

Che è esattamente il modo in cui siamo entrati in possesso di una Model One Digital+.

L’oggetto è assolutamente piacevole, per l’estetica e per la resa. I bassi sono insospettabilmente vividi, l’uscita è limpida e pulita. Le funzioni ordinarie si governano tramite un bel pulsante come quelli di una volta e una ghiera rotante e cliccabile. Ingegnoso ed elegante, anche se l’albero di navigazione è un tantino involuto. il display è riposante e curato, un po’ lento, ma niente di che. Come radio, è un piacere per l’occhio, l’orecchio e persino il tatto, pulsanti fisicamente all’altezza, nessuna economia.

Questa è la parte scontata. In omaggio ai nuovi tempi, la nostra Tivoli dispone di una serie di funzioni per collegarsi alla rete Wi-Fi di casa, oppure ad apparecchi via Bluetooth, integrarsi con Spotify o un’altra mezza dozzina di servizi analoghi e così via. Così mi ci sono messo a giocare un po’.

Demoralizzante.

L’integrazione nella rete Wi-Fi casalinga avviene secondo un sistema cervellotico per cui c’è bisogno della app Tivoli Audio Art su iPhone, la quale app si collega a una rete Wi-Fi creata dalla radio, dopo di che provvede a collegare la rete Tivoli alla rete di casa. La procedura viene descritta in due modi diversi su due fogli diversi, uno scritto in italiano a complementare un pieghevole stampato in più lingue, la nostra esclusa, e appunto il pieghevole originale.

iPhone può riprendersi la sua impostazione normale dopo questo giro strano, nessun problema su questo. Va anche detto che in casa ci sono due reti Wi-Fi e io volevo collegare la radio all’altra, quella che invece l’apparecchio non ha mai riconosciuto neanche per un secondo.

Bisogna inoltre creare una zona, funzione pensata per organizzare la rete in presenza di più Tivoli. Farlo è semplicissimo, cambiare nome alla zona impossibile, nonostante la app consenta in teoria di farlo. Mai riuscito ad abilitare l’editing nel campo nome.

A rete attivata, una interfaccia decente permette – il mio caso – di portare la musica da iPhone alla radio. Attenzione, perché decente non vuol dire per forza funzionante. Il pulsante per abilitare la riproduzione in ordine casuale ha reagito al tocco una volta, su forse dieci tentativi. Quando sono tornato sulla stessa pagina dell’interfaccia, era nuovamente disabilitato.

Sono tornato sull’interfaccia perché, dopo forse un minuto di (ottimo) ascolto, il collegamento si è interrotto e la riproduzione pure. Ho riattivato la riproduzione e, ancora, dopo poco tutto si è fermato. Ci ho riprovato esattamente quattro volte, sempre con lo stesso risultato.

L’unica parte affidabile dell’interfaccia si è rivelata, per fortuna, quella di aggiornamento firmware. Ho provato ad aggiornarlo perché magari avrebbe potuto portare qualche vantaggio nell’affrontare il problemino appena presentato di stabilità della connessione. Nessun risultato purtroppo. Da notare che il nuovo firmware installato, come da messaggio sull’app, aveva numero di versione p0.0.0. Mi chiedo che versione fosse preinstallata sulla radio.

Ora, capita a tutti di incappare in un esemplare difettoso, oppure avere magari un Wi-Fi con interferenze che pregiudicano l’esperienza, o altro. Quando una cosa non funziona, a volte, non sempre, però qualche volta sì, sbagli qualcosa tu.

Sono dispostissimo a pensare che sia così. Tuttavia le recensioni su App Store usano toni che fanno sembrare i miei quelli di Mammolo; e poi mi sono ritrovato a navigare per alcune pagine del sito Tivoli italiano. Dico solo che – ricordo, si parla di radio, di musica – playing è tradotto con giocando e balance viene reso con saldo.

Una dicotomia pazzesca insomma, mai vista a questo livello. Se avessi speso duecentonovantanove euro, invece dei punti Esselunga, sarei un cliente deluso. L’oggetto è bello, è speciale, esce dai canoni usa-e-getta della nostra epoca, ne sono innamorato e giuro che stasera l’ho acceso per il piacere di usare fisicamente i comandi. È una radio bella persino da accendere, prima ancora di ascoltare. Raccomandata.

Il software si trova in uno stato abietto di disfunzionalità, pensato da un ufficio complicazioni affari semplici e implementato dal cugggino di chi ci lavora. Non credo di avere avuto esperienze altrettanto frustranti in questo campo. Visto il livello di prezzo, non sottovaluterei l’ipotesi di portarlo a trecentoquarantanove, che fa poca differenza in questa fascia, e con i proventi pagarsi un programmatore capace.

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In cambio di che
posted on 2021-03-07 00:05

Si parla su KrebsOnSecurity di almeno trentamila organizzazioni, per centinaia di milioni di utenze individuali, colpite dall’attacco di un gruppo di pirati informatici cinesi ai server di Exchange.

Dove l’attacco ha avuto successo, i pirati hanno installato una shell web che consente accesso indiscriminato ai server. Tra le organizzazioni vittime, leggo, si trovano ricercatori medici, studi legali, istituzioni scolastiche, fornitori dell’esercito, think tank e organizzazioni non governative.

KrebsOnSecurity parla degli Stati Uniti, ma l’attacco è avvenuto a livello globale e non ci sono dati relativi all’impatto che potrebbe avere avuto in tutto il mondo. Probabilmente bisogna aggiungere un ordine di grandezza alle cifre americane e magari neanche basta.

Il tutto grazie a quattro falle nella sicurezza che Microsoft ha chiuso con un aggiornamento di emergenza.

Exchange è un sistema di amministrazione della posta con una architettura bizantina e una complicazione intrinseca che, a livello di sofferenza, fa preferire piuttosto un’unghia incarnita.

Se lo scopo della sofferenza non è almeno la sicurezza, qual è? Dice bene John Gruber:

Microsoft Windows e Exchange sono sempre stati insicuri e probabilmente sempre lo saranno. È sorprendente quante minacce informatiche ampiamente pubblicizzate si possano ignorare evitando Windows ed Exchange.

La logica sfugge. C’è chi si affida a un software bacato, difficile da usare e da manutenere, insicuro, e per avere questo paga.

Che cosa riceve in cambio da Microsoft chi paga Exchange, a parte un server di posta inutilmente involuto e penalizzante? Perché, se non c’è un extra, un benefit, un vantaggio non evidente, tocca porsi domande.

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Another app bites the dust
posted on 2021-03-06 01:56

L’altroieri la mia tv ha perso un pezzo; mi ha informato che la app YouTube non è più supportata. È già successo e se ne parla: la mia tv è quella di terza generazione, messa fuori produzione l’anno scorso dopo essere stata fortemente ribassata nel prezzo.

Se dura ancora un anno, cosa che accadrà certamente salvo problemi hardware, ne compirà dieci, essendo del 2012. Il fatto che manchi la app YouTube è dovuto alla cessazione di supporto da parte di Google.

Ma qualcuno, di fronte a uno scatolotto che dura dieci anni e perde per strada il software di altri, parlerà di obsolescenza programmata. Dopotutto Altroconsumo ha lanciato una class action a proposito degli iPhone 6 limitati nelle prestazioni per tutelare batterie che accusano il peso del tempo, in modo che la batteria duri più a lungo. Secondo la class action, la mossa servirebbe a incoraggiare illecitamente l’acquisto di iPhone nuovi. Facendo durare di più quelli vecchi. Logica ineccepibile.

Ma già il fatto che si parli di obsolescenza programmata. A casa mia il Wi-Fi lo distribuisce una base AirPort Express che neanche ricordo più quando ho comprato. Potrebbe essere il 2007. Quattordici anni fa. Cattiva Apple, chissà per quale scopo oscuro la fai durare.

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Il blocco dello scrittore
posted on 2021-03-05 03:16

Raramente mi trovo in sintonia con un articolo quanto invece lo sono con questa veloce rassegna di Jason Snell sugli editor di testo per iPad.

C’è dentro tutto e nello spazio giusto: su iPad abbiamo buoni programmi, ma ancora nessuno che sia degno di diventare veramente quello di elezione, capace di farsi preferire a un BBEdit ma anche “solo” a un MarsEdit su Mac.

Se fanno bene Markdown, errano sul lato della sincronizzazione; se hanno uno splendido sistema di macro, sono deficitari nel supporto delle scorciatoie sulla tastiera fisica; se costano il giusto hanno ancora qualche bug di troppo; se hanno una colorazione ottimale della sintassi hanno una versione Mac deludente e così via.

C’è un bel blocco di pretendenti al titolo di strumento di preferenza per scrivere su iPad, solo che nessuno ancora si stacca decisivamente da tutti gli altri.

Non c’è dubbio che undici anni fa di editor di testo per iPad neanche si parlava; la piattaforma è giovane e deve abbondantemente evolvere. Dobbiamo avere pazienza duplice, quella di provare le novità che escono e quella di sopportare le lacune del programma che abbiamo scelto sul momento.

Nel mio piccolo, sono passato per lo più a Drafts per scrivere in Markdown e però, quando devo scrivere in Html, la personalizzazione fatta su Editorial è tuttora imbattibile. Per cui alterno da un programma all’altro, secondo necessità.

Magari, in una logica di app specializzate, è giusto così e l’idea dell’applicazione monolitica a cui affidarsi per tutto (vedi BBEdit) è superata. Magari, anche no.

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L’estinzione dei terzisti
posted on 2021-03-04 01:03

Lo scorso anno Apple ha annunciato la transizione di Mac ai processori Arm e a tutti è apparso evidente lo spessore dell’operazione, piena di complicazioni, rischi e azzardi, con decine di miliardi di dollari sul tavolo.

Ma è niente in confronto a quello che sta succedendo con iOS 14.5, che fa chiedere alle app il permesso di tracciare chi hanno davanti anche quando lasciano il sito in cui si trovano.

A seguito dell’iniziativa di Apple, qualcosa che mai sarebbe neanche minimamente successo senza iOS 14.5, Google ha annunciato che metterà gradualmente fine al tracciamento della navigazione sui siti terzi.

Ci sono anche qui decine di miliardi di dollari sul tavolo, solo che se li giocano tutti: Google, Facebook, Microsoft, centinaia di agenzie trafficanti di contatti e dati di privacy.

Non tutti ci credono; John Gruber, per esempio, è scettico e pensa che Google giochi con le parole per fare rientrare dalla finestra quello che esce dalla porta.

Tuttavia è già clamoroso che Google dirami un annuncio del genere.

Google ama la privacy come Microsoft l’open source. La tutela quando ha esaurito qualsiasi altro sistema per farne a meno.

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La forza dell’idea
posted on 2021-03-03 10:29

La storia della nuvoletta con cui scompaiono gli elementi asportati dal Dock si è chiusa dopo vent’anni; Big Sur fa semplicemente svanire l’elemento.

Però la nuvoletta c’è stata e una storia ce l’ha, meno complicata e avvincente di altre del mondo Apple, non meno stimolante.

Racconta Tech Reflect che l’animazione, insolitamente rozza per lo standard di pulizia grafica che contraddistingueva l’interfaccia grafica Aqua del primo Mac OS X, era nient’altro che un bozzetto realizzato in forma provvisoria da un disegnatore.

Avrebbe dovuto essere ripresa, curata, uniformata allo stile Aqua. Invece piaceva così tanto ed era così tanto perfetta per lo scopo, anche se bozza, che venne lasciata nel suo stato originale.

Una bella lezione di design. Quell’abbozzo conteneva dentro tutti gli intangibili che contribuiscono al successo di un elemento di interfaccia. Era un’idea forte, abbastanza da superare la sua provvisorietà nativa.

Mi sono sforzato di pensare ad altri esempi, ma non ne ho trovato nessuno ugualmente intenso. La nuvoletta del Dock, graficamente parlando, è anche durata più di qualunque altro elemento sulla schermata tipo del sistema operativo.

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A fare incunabolo
posted on 2021-03-02 02:42

Mi è capitato di tornare di recente sulla questione della conservazione dei media analogici e dei media digitali e questo esempio mi pare perfetto per spiegare come devono funzionare le cose.

Questo incunabolo, di una bellezza sconvolgente, è sopravvissuto per più di cinquecento anni. Nessun disco rigido, ottico, scheda perforata può pensare di competere. Forse un domani un cristallo olografico, ma per ora si tratta di tecnologia da ricerca e sviluppo, completamente indisponibile alle persone normali.

Tuttavia la sua esistenza è una bomba a tempo. Seicento copie stampate, trecentosettanta non esistono più. Ne rimangono duecentotrenta. Magari dureranno mille anni. Poi finiranno. L’incunabolo si sarà estinto.

Che speranze ho di vedere un capolavoro del genere? Non sono uno specialista del settore; senza Twitter, neanche ne avrei conosciuta l’esistenza.

Ne esiste una copia presso la Biblioteca nazionale spagnola. Se non c’è niente di più vicino, dovrei affrontare un viaggio lungo e relativamente costoso. Non sono neanche uno studioso; potrei al massimo vederlo dentro una teca. Niente odore della carta, niente tatto. Impossibile guardarlo da vicino quanto voglio, nella teca riflessi e illuminazione spesso arbitraria (non è la prima volta che faccio un’esperienza del genere). Contestualmente, il costo quotidiano della sua conservazione è molto, molto alto.

Il digitale offre molto meno ai sensi e all’intelletto, di una copia su pergamena. Ma posso vedere una copia dell’incunabolo, ogni pagina, a livello di dettaglio. Le immagini riempiono la cache del mio browser; a parte le questioni di copyright, potrei recuperarle e farne backup a un costo miserrimo in confronto a quello della conservazione in biblioteca. Se altri fanno lo stesso, le copie potrebbero essere migliaia. Milioni.

Mi si dice che però i formati cambiano, i servizi chiudono, shit happens. Certo, però esiste anche il calcolo delle probabilità. Più le copie sono numerose, più è probabile che qualcuna sopravviva. E, anche da una sola, farne altre copie, esattamente uguali. Ciò che con l’opera originale è impossibile.

L’arte è indubitabilmente una faccenda analogica. La divulgazione e la conservazione sono una faccenda digitale. Liberi di mandarmi a fare incunabolo quanti non condividano. E di comperarmi un biglietto per la Spagna, naturalmente. Ah, vero, neanche si vola in questo periodo…

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Chi prima arriva
posted on 2021-03-01 04:35

Anni fa ho creato un account a pagamento su Happy Scribe, sistema di trascrizione automatica di audiovideo, creazione di sottotitoli e altro. L’ho usato una volta e poi l’ho dimenticato. Avevo bisogno di un transcript, il prezzo era un affarone, non ci ho pensato due volte; poi però non si è più ripresentata l’opportunità.

Anno 2021 ed ecco che in due settimane si ricreano altrettante necessità di trascrizione. Rientro in Happy Scribe metto al lavoro il sistema. Intanto curioso e scopro che il ventaglio dei servizi offerti è clamorosamente aumentato, così come il prezzo, raddoppiato rispetto a quello che ricordavo.

Va beh, pazienza; è comunque una cosa sostenibile e la soluzione del problema fa premio sul costo, che comunque è nei termini della dozzina di euro.

Ragiono così quando appare un avviso; sono proprietario di un account legacy e quindi mi si applica ancora il vecchio prezzo.

Il vantaggio di avere provato un servizio innovativo anni fa paga in termini assolutamente piccoli, pochi euro di differenza, ma mi suggerisce una lezione di valore molto maggiore. Può convenire spendere in qualcosa di non ancora mainstream, perché quando poi lo diventa, il nostro anticipo potrebbe darci dei vantaggi.

Oltretutto il sistema di editing online dei testi prodotti da Happy Scribe è rimasto semplice e comodo come quella volta là. Seppure funzionando assai meglio.

Il saggio Yoda direbbe Fare o non fare; non c’è provare. Tra risparmiare pochi euro e rinunciare a provare un nuovo servizio, ho fatto bene a scegliere la prima alternativa. Dovrei anche farlo più spesso ed essere più curioso, sia pure nel rispetto di tutti i budget.

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