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Maestri di epica
posted on 2021-02-28 00:52

Se non avessi due figlie, ora che si vocifera del ritorno della zona arancione, comprerei di corsa Geneforge 1 - Mutagen e mi dimenticherei la nozione di noia per un paio di mesi almeno.

Ma forse quasi quasi lo compro lo stesso e ci gioco con la figlia maggiore. Esercitarsi con l’inglese è necessario, servono storie ampie e piene di accadimenti per espandere gli spazi di attenzione e insegnare pazienza e metodo, all’inizio dei nostri novanta giorni di Arcade abbiamo già trovato giochi straordinari, ma niente di epico o su vasta scala. Sono cresciuto con Il signore degli anelli, la fantascienza di Clarke, Atom Heart Mother dei Pink Floyd… qualcosa di epico ci vuole per forza.

Aggiungo che per me Jeff Vogel, patron di Spiderweb Software, è un unsung hero. Nel 1994 ha cambiato vita e mestiere, ha coinvolto la moglie e ha deciso di guadagnarsi da vivere scrivendo avventure in stile role-playing per Mac. Ci è riuscito perfettamente e la sua produzione è persino migliorata nel tempo.

Come tutti i suoi giochi degli ultimi anni, anche Geneforge 1 - Mutagen ha un demo gratis di tutto rispetto, più che sufficiente per togliersi qualche soddisfazione oltre a qualsiasi dubbio sulla qualità del gioco. In primavera esce anche su iPad.

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It (Still) Doesn’t Suck
posted on 2021-02-27 01:50

Avendo saltato Catalina, sono stato per due anni senza pensare troppo agli aggiornamenti di sistema e non mi ricordavo più di quanto possano essere numerosi, specialmente nei primi mesi. Big Sur ha appena ricevuto l’aggiornamento .2.2, il quinto dalla sua uscita, e questo la dice lunga sulla frequenza: grosso modo, è un riavvio al mese.

A seconda di come si sia lasciato Mac e delle sue impostazioni, i programmi potrebbero riaprirsi o meno e, in caso positivo, riaprire automaticamente i documenti che erano rimasti aperti, oppure no.

Ma BBEdit riapre in ogni caso i documenti rimasti aperti, anche se non sono stati salvati.

E consente di recuperare quelli che per errore sono stati chiusi senza essere stati prima salvati. Per quanto ne so, nessun altro fa una cosa del genere.

Naturalmente, questo comportamento è personalizzabile e può essere inibito se risulta sgradevole.

È il parametro della pace dei sensi, della tranquillità assoluta, del Nirvana del testo. Comunque vada, BBEdit ti supporta attivamente. Ed è proprio vero che it (still) doesn’t suck.

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L’appetito vien tutelando
posted on 2021-02-26 01:56

E se Apple, lanciata nel posizionamento come azienda che mette al primo posto la privacy degli utilizzatori, andasse oltre il blocco dei tracciamenti disonesti su Safari, per fornire un’edizione di Mail capace di bloccare i pixel di tracciamento e anche una Vpn per compiere in pace le operazioni che vogliamo restino confidenziali?

Sono due proposte di John Gruber, che mi trovano del tutto consenziente. Personalmente mi sforzo di inviare email solo Ascii, una cosa sempre più difficile per design. Mai come riceverne, comunque.

Se ci teniamo alla privacy, andiamo fino in fondo. Questo non ci impedirà di concedere dati personali a destra e a manca, se pensiamo valga la pena farlo. In compenso, nessuno potrà farlo di nascosto e senza il nostro permesso esplicito e informato. Dovrebbe funzionare così.

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Spacciatori di comodità
posted on 2021-02-25 00:00

Sono alle prese con diverse situazioni di migrazione a Mac che vedono come denominatore comune la difficoltà di fare giustizia di vecchie app che parrebbero imprescindibili, accomunate da sue caratteristiche comuni: sono Windows e non prevedono una via di uscita semplice per iniziare a usare gli stessi dati con un altro programma.

Ci ho pensato leggendo questa riflessione su come, con poche mosse strategiche bene assestate, Microsoft abbia eliminato di fatto la comunità open source attorno a JavaScript per assumere il controllo assoluto delle direzioni di sviluppo. In modo morbido, amichevole, amorevole, legale, armonioso, spietato e definitivo.

Che cos’hanno in comune le due situazioni? La comodità.

Il vecchio programma faceva il suo mestiere, funzionava bene, faceva quello che gli si chiedeva, era tanto comodo. Nessuno che abbia fatto uno sforzo per porsi una domanda sul dopo, sui formati usati, sull’interoperabilità, niente. Risolto il problema contingente, tutti gli altri sono spariti dal radar.

Nel caso di JavaScript, Microsoft ha messo in campo strumenti vecchi e nuovi. Ha creato TypeScript, un clone di JavaScript compatibile (embrace) capace però di fare più cose (extend). Poi ha comprato gli strumenti di distribuzione (npm) oltre a quelli di reperimento (GitHub) del software.

JavaScript è uno standard neutrale e certificato, con un comitato apposito a curarsene. Non se lo fila più nessuno; TypeScript è tanto supportato, fa alcune cose meglio, cresce molto in fretta, Microsoft è una garanzia. È comodo.

Se vuoi fare sviluppo serio, hai convenienza e comodità a usare TypeScript. Che è open source ovviamente, solo che va esattamente dove vuole Microsoft. A differenza di JavaScript, che è standard a prescindere dalle aziende.

Ecco. Certo, la comodità è tutto. Chiedo però una piccola riflessione a chi non si pone il problema di usare una cosa buona per l’oggi senza pensare al domani. È comodo anche buttare la cartaccia per terra invece di cercare con pazienza un cestino.

Nel software, la comodità è tossica. Fa stare tanto bene, poi non ne esci più e sei controllato da qualcun altro che ti passa tutto quello che ti serve.

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Di male in peggio
posted on 2021-02-24 03:34

Il principio della richiedibilità di un rimborso per l’acquisto forzato di una licenza Windows è assodato da anni.

Mai peraltro come nel caso di Luca Bonissi, qui riassunto da Simone Aliprandi, il giudice ha determinato altrettanto esattamente dove si trovi il merito.

Bonissi ha comprato un computer Lenovo nel 2018 e ha chiesto formalmente il rimborso per la licenza di Windows inclusa e non evitabile nel prezzo di vendita: Lenovo ha fatto di tutto per non pagare, ma lui è arrivato fino al giudice di pace, presso il quale è stato imposto all’azienda il pagamento di 42 euro come rimborso della licenza più 130 euro di spese processuali.

Lenovo si è impuntata e, oltre a rifiutarsi di pagare, ha impugnato la sentenza presentando cinquantanove pagine di obiezioni (motivi per obbligare la gente a pagare per Windows anche se non voleva farlo).

Il Tribunale di Monza ha dato ragione a Bonissi e ha anche imposto a Lenovo il pagamento di ventimila euro aggiuntivi come punizione:

[per avere] abusato dello strumento impugnatorio costringendo la controparte […] a replicare […] ad una produzione difensiva assolutamente sproporzionata […] esemplificativa della prepotenza e prevaricazione di un colosso commerciale nei confronti di un modesto consumatore.

Ora è chiarissimo e pure quantificato il problema di Windows per gli individui e la società: un bene di pochissimo valore intrinseco, la cui imposizione genera danni enormi, cinquecento volte lo scarso valore di base.

Spendi male e riesci a farti molto peggio senza accorgertene, insomma, salvo eccezioni illuminate.

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La seconda Olanda
posted on 2021-02-23 00:19

Gli analisti si aspettano che Apple nel 2020 abbia fatturato nell’intorno dei 333 miliardi di dollari (che per qualcuno sono troppo pochi).

Sono numeri vertiginosi. Quando Steve Jobs ritornò come interim Ceo in Apple un quarto di secolo fa, mise a punto un piano che avrebbe consentito la sopravvivenza dell’azienda a patto che fatturasse sei miliardi di dollari l’anno, l’1,8 percento della cifra di oggi.

Ora Horace Dediu di Asymco prevede in un tweet che il valore delle transazioni dell’ecosistema Apple raggiungerà il trilione (all’americana, mille miliardi) entro il 2024.

È cosa ben diversa dal fatturato, ma fa ugualmente impressione. È circa dire che il prodotto interno lordo della nazione-Apple pareggerà quello olandese.

Scrivendola Dediu, prendo la cosa sul serio; fosse chiunque altro la definirei una sparata.

Citare l’Olanda è interessante perché è una nazione che ha costruito la propria ricchezza sui commerci e su collegamenti con ogni luogo nel mondo. Una specie di startup del Rinascimento basata sull’Internet delle navi.

È ancora molto presto per parlarne seriamente, ma le organizzazioni come Apple sono la prima avvisaglia di quello che sostituirà gli stati-nazione nei decenni a venire. Chiaramente la solidità economica è uno dei primi parametri da considerare. Un altro è una influenza a livello planetario.

Come Apple sceglierà di esercitare la propria influenza, e che tipo di relazione gli stati-nazione decideranno di stabilire o meno con Apple, sono due macrotemi che è già tempo di iniziare a sviscerare.

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Un addio esagerato
posted on 2021-02-22 02:54

Addio, AppleScript.

Lo scriveva The Eclectic Light Company nel novembre 2016 e, come già fecero Mark Twain e Steve Jobs, oggi AppleScript potrebbe commentare che la notizia del suo abbandono è stata leggermente esagerata.

Molti punti dell’articolo sono indubbiamente validi. Apple non sembra dedicare grande attenzione ad AppleScript (non che sia la prima volta), molte risorse di programmazione sono andate nello sviluppo di Swift e, aggiungerei, l’uso di linguaggi di scripting più vicini a un linguaggio di programmazione classico (Python, per non fare nomi) è letteralmente esploso. Proprio AppleScript, dopotutto, può essere impostato per l’uso di JavaScript al posto di se stesso.

Ciononostante, la tesi di fondo del pezzo è errata, o almeno in cospicuo ritardo:

Mi aspetto che nel 2017 verranno confermate la morte di AppleScript e la sua sostituzione a opera di un nuovo sistema di scripting basato sui playground Swift, che non solo funzionerà su macOS ma offrirà nuove possibilità a chi usa iOS.

Ciononostante, mi piace pensare che Apple sia poco motivata su AppleScript ma una lezione o due l’abbia imparata. E stia sviluppando lentamente qualcosa di meglio del semplice abbandono di AppleScript.

Dalla profezia funesta sono passati più di quattro anni e potrebbe sembrare anche un buon segno. Magari ci fosse una strategia di scripting ad ampio raggio e a regola d’arte, che si sta sviluppando anche se richiede molto tempo per via delle tante considerazioni di cui tenere conto, relativamente al passato, alla compatibilità, all’opportunità di creare ponti tra apparecchi diversi.

Voglio pensare che AppleScript abbia cose utili da dire, anche attraverso una trasformazione radicale, perché no?, e che il momento dell’end tell sia ancora lontano.

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Cattive attitudini
posted on 2021-02-21 03:32

Software sbagliato non per quello che fa, ma per quello che consente di fare. Word come contenitore di file .zip. Excel comprato per fare tabelle brutte e disfunzionali. WordPress pretesto per installare i plugin più tossici e creare le peggiori esperienze web. PowerPoint, per dire slaid, sentirsi in controllo e presentare da schifo.

Ieri ero sul Mac di altri. Trovato un malware-adware talmente sfrontato che aveva perfino un’icona dentro le Preferenze di Sistema. Chi fosse interessato cerchi SkilledObject; non linko nulla perché arrivano un sacco di siti che spiegano come toglierlo. E con quella scusa cercano di farti installare altro adware.

Ma come ci è arrivato? Guardo in cartella Applicazioni, eccolo lì: sedicente installatore di Flash, proveniente da sito nei bassifondi di Internet.

Mica per niente Flash è morto, ma ancora neanche vuole ammetterlo. Il contenuto tecnico di Flash interessa zero e quello zero interessa a nessuno.

Conta che nella testa delle persone sia rimasta l’idea di installare un player di Flash comunque, non importa perché; qualcosa fa. Non serve che arrivi da un sito sicuro, ce l’hanno tutti. È software di bassa lega, quindi l’esperienza di scaricarlo (che dovrebbe essere rivelatrice: come si mangerà in un locale che ti accoglie in modo scortese?) può essere discutibile. Vale tutto.

Vale tutto giustifica la brutta pubblicità ovunque e perfino nelle app, i social vissuti sciattamente, l’abolizione di qualsiasi criterio di valore diverso da costa meno, l’esaltazione dell’ignoranza come sistema di vita.

Sembra una tirata retorica. Lo è. La guerra contro i cattivi programmi non si fa perché funzionano male. Funzionano benissimo. Fanno pensare male ed è questo il problema.

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Spazio al software libero
posted on 2021-02-20 01:08

Sugli aspetti tecnologici di Perseverance e della sua missione su Marte si può ancora dire qualcosa. Per prima, la battuta più risaputa: Marte è diventato il secondo pianeta ad avere più computer Linux che Windows.

Meno noto forse il fatto che il laboratorio scientifico Curiosity sia equipaggiato con un processore PowerPC G3. E che il sistema operativo sia lo stesso usato per le basi wireless Airport Extreme.

Tecnologia che abbiamo scartato vent’anni fa perché troppo lenta, ora conduce esperimenti mai tentati prima in un ambiente alieno.

Altre tecnologie, considerate irrinunciabili da tantissimi, sono di nessun interesse quando si tratta di scrivere una pagina nuova della storia dell’esplorazione spaziale.

Il software che fa volare il piccolo elicottero in dotazione a Perseverance è libero e disponibile a chiunque su Github.

Libero è meglio.

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Marte e il dito
posted on 2021-02-19 03:05

Sul gruppo Slack associato a questo blog è già stato fatto notare che tutti i portatili presenti nella sala di controllo dell’ammartaggio (ma si può?) di Perseverance sono Mac e quindi ci si passa sopra.

Siccome dovrei anche fare il giornalista ogni tanto, aggiungo un dettaglio non ovvio ai più: la versione di macOS usata.

È giustamente passato più inosservato il lavoro di un fotografo professionista che, per conto di Cnet, ha messo a confronto un MacBook Pro M1 (quindi un modello base) con un PC superconfigurato, entrambi al lavoro su Photoshop e Lightroom.

In emulazione con Rosetta 2 M1 è arrivato dietro, ma appena è stato provato il software nativo di Adobe (ancora in beta), M1 ha battuto un Ryzen 9 Amd dotato di una scheda grafica di eccezione.

Guardare la Luna ormai è da antichi; è tempo di Pianeta rosso. Intanto, chi lavora con il dito sa che acquisto programmare:

Per chi faccia il fotografo e consideri un aggiornamento hardware, direi che MacBook M1 è una scommessa sicura. Male che vada si può continuare a usare il software esistente via Rosetta 2 e, nel momento in cui arrivano le versioni ufficiali per M1, i miglioramenti nelle prestazioni – nonché nell’autonomia – saranno estremamente benvenute.

Se uno ci pensa, avere sia le prestazioni che l’autonomia è un buonissimo viatico per la missione di Perseverance. Sulla Terra, può farlo solo M1. Su Marte, buon lavoro, robot.

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L’insolita zuppa
posted on 2021-02-18 02:39

Ora non trovo link e probabilmente se li trovassi non funzionerebbero più, tuttavia ricordo distintamente diverse critiche rivolte ad Apple per la decisione di non divulgare il codice sorgente di Newton una volta chiusa la sua produzione.

La verità è che, del tutto involontariamente, Newton è stato il banco di prova per arrivare a iPhone. L’interazione tramite schermo, il riconoscimento della scrittura a mano, la miniaturizzazione e molto altro sono tutte tecnologie precise oppure di area che in prima battuta o in un tempo successivo sono tornate tutte.

Anche quando sono state poco fortunate. 512 Pixels ha ricordato il venticinquesimo anniversario di Newton Press, un sistema che riceveva documentazione da Macintosh e la trasformava in materiale fruibile su MessagePad, pronto da consultare, distribuire, stampare, inviare via fax (sì, era il 1996).

Non mi stupirei se frammenti di quel codice si fossero infiltrati negli anni dentro iBooks Author o nella funzione di macOS che permette di acquisire all’istante una scansione o una foto da un iDevice.

Una cosa che non è riemersa, non ancora, è la soup, il sistema di immagazzinamento e consultazione dati che usava Newton. Qualcosa di nettamente diverso dalle abitudini del tempo e che ha trovato pochi riscontri altrove.

Non ho la preparazione tecnica per valutare le sue caratteristiche, ma so bene che la risposta di Newton a livello di sistema, quando chiedevi un dato, era sempre pronta e molto funzionale. So che le soup si comportavano molto bene se una memoria di massa veniva rimossa dal sistema e che potevano miscelarsi quando un certo insieme di dati era suddiviso tra memorie di massa diverse, niente di più.

Unix ha certamente una portata e una stabilità che le soup non hanno mai avuto; però il concetto di un filesystem diverso dall’ordinario starebbe bene su un iPhone, o un watch, o domani qualcos’altro, chissà. Su Newton si erano viste cose interessanti, per esempio il motore di ricerca Hemlock, che salvava i propri dati di interesse in due soup distinte.

Quando parliamo di innovazione dobbiamo ricordare anche quello che non ha funzionato, o funzionava ma non ha trovato applicazione, o ha trovato applicazione ma non interesse. Quello che trasforma le nostre vite è una frazione di quello che nasce nei laboratori di ricerca.

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L’ascolto e la scoperta
posted on 2021-02-17 03:59

Il vero spirito di Internet, quello di una volta per chi si senta addosso la voglia di fare nostalgia, si ritrova un Radio.Garden, sito meraviglio per sense of wonder, poesia, coefficiente di riutilizzo.

Un mappamondo e tanti puntini. Ogni puntino è una radio. Il clic sul puntino… non c’è bisogno di spiegare.

Possibilità infinita di sorprese, serendipità a mille, il gusto di uscire dalla comfort zone per sentire che cosa accadrà. Meno social, più siti di scoperta e recupero della meraviglia. È per questo che è nata la rete.

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La fila dei postulanti
posted on 2021-02-16 03:44

Cresce l’attesa per iOS 14.5, la versione di sistema operativo per iPhone che farà chiedere alle app il permesso di tracciare arbitrariamente le persone nella loro navigazione in giro per Internet.

Sembra una cosa normale; ci possono intercettare le comunicazioni oppure tenere d’occhio quando andiamo per strada, ma lo possono fare solo soggetti preposti (come le forze dell’ordine) e che abbiano ricevuto una autorizzazione specifica. Almeno in teoria; lo stato ha dimostrato una scarsa capacità di proteggere le persone.

Come per la legge sulla privacy, che ha riempito il web di dichiarazioni di consenso totalmente inutili.

Come, inutili? Sta al cittadino occuparsi attivamente della tutela della propria privacy. C’è una legge apposta.

Col cavolo.

È apparso un articolo interessante intitolato Che permesso diamo veramente quando accettiamo tutti i cookie che ha preso per esempio il sito di Reuters in Europa. Mica bische clandestine o vendita di creme per la crescita di parti del corpo a scelta; Reuters.

Se diamo l’Ok alla profilazione prima di entrare, accordiamo a Reuters il permesso di passare i nostri dati di navigazione in giro per Internet (non solo sul sito Reuters!) a SEICENTOQUARANTASETTE agenzie che operano nel campo della pubblicità su Internet.

(Chiedo scusa per il maiuscolo ma, diamine, seicentoquarantasette).

Ciascuna di queste aziende ha la propria policy di tutela della privacy e trattamento dei dati.

Il cittadino coscienzioso che ha a cuore la propria riservatezza non ha che leggersi seicentoquarantasette diverse policy e decidere che cosa approvare e che cosa no.

Non è libertà, questa. È pura finzione scenica. La legge che ci tutelerebbe popolando il web di richieste di consenso è fatta semplicemente per poter dire di avere la coscienza a posto dopo ci che, nel rispetto di facciata dei contribuenti, sono caz… sono fatti loro.

È una situazione chiaramente oltre il livello della ragionevolezza.

iOS 14.5 porta niente più che una sana boccata di ossigeno in un ecosistema che, da questo punto di vista, è evidentemente tossico.

Ma porta anche potenzialmente una riduzione di fatturato per chi prospera attraverso questi sistemi. Non stiamo parlando di una normale, rispettosa, ragionevole profilazione di consumatori consenzienti, bensì di tracciamento indiscriminato, ubiquo e surrettizio.

Questi soggetti, Facebook primo fra tutti, hanno iniziato a fare campagna contro l’iniziativa di Apple. Che si è tolta dal mucchio; qualsiasi altra grande azienda tecnologica ha scelto di tacere e cercare di conservare lo status quo. Girano soldi, fa niente se a spese delle persone pedinate su Internet indipendentemente dalla loro volontà.

Ne escono iniziative come un articolo ripreso malamente da Il Post, che si picca di fornire una informazione al servizio dei lettori e qui invece si comporta come il peggio dei siti acchiappaclic. Apple (che ha i suoi problemi e difetti, come tutti) viene dipinta come l’azienda che controlla Internet (più, nell’originale, il metaverso. Seriamente) e, a cascata, più o meno una colpevole di tutto quello che non va nel mondo tecnologico. Senza un controesempio, un confronto, una verifica.

Follow the money. iOS 14.5 farà un cattivo favore a chi si comporta in modo non trasparente e queste forze, come è ovvio, difendono la propria posizione, con ogni mezzo.

D’altronde, se le persone preferiranno essere tracciate a tappeto, potranno dare il permesso a tutto. Oppure potranno abbandonare iOS e andare su Android. Il punto è che lo faranno in modo consapevole e informato.

La differenza non è più tra monopolisti e pluralisti o aperti e chiusi; è tra chi informa l’utilizzatore e chi lo disinforma.

Il Post, che pure ha una condotta specchiata in tema privacy, in questo caso ha disinformato di brutto.

Dietro la richiesta di consenso di Reuters c’è una fila di seicentoquarantasette postulanti in cerca dei tuoi dati senza dirtelo.

iOS 14.5 non elimina questo problema, ma lo semplifica in maniera radicale. Chi apre una app verrà informato di quello che sta per succedere e potrà dire OK oppure no, grazie. La normalità più normale.

Io scelgo la normalità.

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L’era dell’ipertasto
posted on 2021-02-15 03:33

Ignoravo che fossimo arrivati all’ipertasto fino a quando MacSparky mi ha illuminato.

L’ipertasto significa usare Blocco Maiuscole o un altro tasto di preferenza in modo che equivalga alla pressione simultanea di Maiuscole, Control, Opzione e Comando. Operazione, riferisce MacSparky, oggi ancora più facile che in passato, grazie ai programmi giusti per intervenire sulla mappatura della tastiera

Chiaramente, l’ipertasto permette di creare un numero consistente di nuove comandi da tastiera, prima impossibili.

Sono un fan acceso della navigazione e dell’uso di Mac via tastiera, ma confesso che l’idea – per quanto certamente utile e ingegnosa – mi incoraggia a passare più tempo su iPad.

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La cura del giardino
posted on 2021-02-14 01:51

A seguito di un nuovo iPhone entrato in casa, la famiglia può giovarsi di tre mesi di prova gratuita di Arcade. Una figlia ha passato i sei anni, l’altra i tre, un’occhiata al servizio l’ho data.

App Store, rispetto a Google Play Store, fa la figura di un centro urbano rispetto a una favela (con tutto il rispetto per chi abita quelle reali, certamente non per scelta). Ci sono problemi, ci sono strade da evitare, tutto potrebbe (sempre) andare meglio, ma ti puoi anche rilassare, fare cose utili, divertirti.

A confronto con App Store, tuttavia, Arcade è la Città Ideale. La selezione è reale e attenta, i giochi sono interessanti anche quando non sono del mio genere, tutto viene via con leggerezza e tranquillità.

In casa si gioca, ma nessuno è giocatore accanito. Pagheremmo più che volentieri Arcade se sostituisse una spesa videoludica, ma non la abbiamo. Quest’anno abbiamo già speso in giochi più dell’intero 2019, diciotto euro di app Toca Boca più 5,49 euro per Castle of Illusion. Solo che è l’eccezione, non la regola. Il 2018 è stato come il 2019, che è stato come il 2017.

Così non ci abboneremo a Arcade. Però ci godremo questi tre mesi come gente di città che può concedersi un soggiorno straordinario nel resort sulla barriera corallina.

Apple viene spesso associata all’idea di walled garden, il giardino recintato, dove il recinto è la parte negativa. Francamente, se guardo Arcade vedo piuttosto un tended garden, dove c’è qualcuno che oltre a recintare il terreno si prende anche cura di che cosa ci cresce.

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Come un disco rotto
posted on 2021-02-13 00:36

Di gran valore il rapporto annuale di Backblaze sull’affidabilità dei dischi rigidi dentro il suo datacenter. Rapporto annuale, non trimestrale.

Di gran valore perché il dato annuale del 2020 viene confrontato con 2019 e 2018 e, per esempio, si vede che l’affidabilità totale dei dischi è di molto migliorata. Nei commenti si cerca di capire quali possano essere le ragioni e non è semplice.

Nei dati si nota un modello Seagate da diciotto terabyte che vanta, si fa per dire, un tasso di guasto annuale un ordine di grandezza sopra tutti gli altri. Il suo intervallo di confidenza è amplissimo, il che significa inaffidabilità del suo tasso di guasto. Il disco in questione ha totalizzato più di cinquemila giorni/disco di funzionamento. Ma il tasso di guasto è inaffidabile. Non dico altro, per non fare io il disco rotto.

In totale la base installata supera i centosessantamila dischi rigidi, per oltre cinquantuno milioni di giorni/disco. Come sarebbe bello avere questo livello di trasparenza, e questo campione, per un sacco di altre grandezze.

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Tempi vivi
posted on 2021-02-12 00:00

Un colpo secco che a un orecchio distratto avrebbe potuto anche sembrare un’arma ad aria compressa. Uno degli iPhone familiari è appena caduto sulla piastrella del bagno perfettamente di piatto, dalla parte sbagliata. I testimoni oculari mi dicono che lo schermo ha dato un ultimo lampo di luce azzurrina e poi si è spento.

Il cristallo è perfettamente integro, solo che la caduta è stata eccessivamente precisa e si è rotto qualcosa dentro. L’apparecchio non reagisce ad alcuna terapia.

Gli Apple Store funzionano solo previo appuntamento, di questi giorni pandemici. Riesco a trovare uno spazio nella tarda serata e parto, sapendo come andrà; è un iPhone talmente vecchio che la riparazione richiederà una cifra ingiustificabile, così si aggiungerà il necessario per prendere qualcosa di nuovo, che ha più senso.

Arrivo al centro commerciale – Carosello, per la cronaca – e raggiungo Apple Store. Non c’ero ancora stato, da quando è arrivato il virus. quasi tutto lo spazio viene usato dai Genius per i loro interventi, in gran distanziamento. I clienti hanno lo spazio per entrare e trovarsi davanti tre sportelli: ritiro prenotazioni, acquisto, Genius Bar. Tre clienti per volta, uno per sportello, gli altri fanno la fila fuori.

Mi metto nella mia fila, per il Genius Bar, e arriva uno dei ragazzi dello staff. Ho un appuntamento? Come mai sono lì? di che iPhone si tratta? Mi costerebbe trecentocinquantanove euro, per averne uno equivalente ricondizionato con tre mesi di garanzia.

Non ne vale la pena, lo sapevamo già ma ora abbiamo la conferma. Ok, allora ne prendiamo uno nuovo. So già di che tipo? Sì, XR, centoventotto giga, ora che ci penso non so il colore, chiedo in famiglia. Non c’è problema, intanto mi fanno cambiare la coda; da Genius ad acquisto.

Il ragazzo torna e mi dice di avere controllato, hanno a disposizione tutti i colori disponibili, per cui non ci saranno problemi. Nel frattempo vengo a sapere di volere un modello bianco.

Allo sportello acquisto, una ragazza molto gentile ha già pronto tutto. Mi chiede se desidero AppleCare, accessori vari, no, niente, grazie, abbiamo già tutto e questo iPhone è quello di casa nostra che è durato meno di tutti: cinque anni abbondanti. AppleCare non ha senso. Piuttosto, ero venuto per questo iPhone 7, che ci faccio?

La ragazza lo controlla, dice che se non si accende non c’è risparmio sull’acquisto, va in riciclo e basta. Però strano, il cristallo le sembra a posto…

Spiego che l’impatto è stato l’apoteosi dell’ortogonalità e che la custodia ha impedito l’urto dello schermo contro il pavimento, ma la botta di piatto perfetto ha creato un problema all’interno. Lei lo soppesa e mi verrà incontro, dice, con uno sconto del dieci percento sull’acquisto.

Sono in libertà e faccio abbondantemente in tempo a recuperare qualcosa da sgranocchiare in macchina mentre torno a casa. Ho fatto due code diverse, ho portato un caso che non si aspettavano, partito con un iPhone da riparare sono tornato con un altro iPhone nuovo e, orologio alla mano, tutto è durato meno di dieci minuti.

Apple Store Carosello dista circa quarantacinque minuti di auto da casa, che sommati ai minuti del ritorno fanno novanta minuti. Sono stato in ballo un’ora e mezza per risolvere un problema in dieci minuti. Non sembra uno spreco?

In verità, mi è capitato di recente di prendere appuntamento con la banca. Una pena, disorganizzazione, lentezza, improvvisazione, peggio di quando si andava alla cieca e ci si metteva in coda spontanea.

Apple Store è riuscito a trasformare una situazione malinconica come quella delle restrizioni da coronavirus in una esperienza rapida ed efficace, in cui comunque hanno trovato modo di ascoltarmi, o almeno di farlo sembrare. Proprio il fatto che sia stato un tempo così breve, preciso e risolutivo mi dice di istinto che valeva la pena di guidare un’ora e mezza, per dieci minuti così densi. Così vivi, nonostante le mascherine, gli spazi semivuoti, i camminamenti deserti.

Lo rifarei anche subito. Però aspetterò con calma, a naso, il 2026 o il 2027.

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Bolli e bolliti
posted on 2021-02-11 01:48

Mi sono appena ricordato di avere regolarmente pagato la quota annuale di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti e di dover ancora attaccare il bollino sulla tessera.

Una volta la procedura era assai analogica: l’Ordine spediva a casa il bollino, stampato su carta adesiva. Appiccicavo il bollino sulla tessera.

Oggi è giusto fare queste cose in digitale, per risparmiare risorse e tempo.

Così mi devo collegare al sito dell’Ordine, scaricare il bollino, stamparlo, ritagliarlo e appiccicarlo sulla tessera.

Motivo di orgoglio, probabilmente, deve essere per noi iscritti all’Ordine (come pubblicista, eh, il sottoscritto) l’avere una procedura di aggiornamento della tessera che descrive meglio di qualunque altra la situazione della pubblica amministrazione nazionale. Oltre ogni ragionevole stato di cottura.

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Notizie che non lo erano (e che dovrebbero)
posted on 2021-02-10 01:22

Vari siti sono in fermento perché iPhone 12 mini avrebbe venduto poco.

Per Ars Technica, si è trattato del flop 2020 per le vendite di Apple; gli analisti sarebbero a discutere se ad Apple convenga fare un 13 mini l’anno prossimo.

Per creare un minimo di contesto: i dati di riferimento sono quelli del trimestre natalizio, record di sempre complessivo e soprattutto per il fatturato di iPhone, oltre sessantacinque miliardi di dollari, il diciassette percento in più dello stesso periodo un anno prima. Siccome si parla di qualche decina di milioni di apparecchi, non mi stupisce che uno possa avere venduto meno degli altri. Indizio: quando hai più di un modello, ce ne sarà sempre uno che vende meno degli altri. Avrà venduto meno del previsto? Può essere. Con queste cifre, probabilmente qualcosa avrà anche venduto più del previsto. La notizia, se c’è, sembra da estrarre con più sforzo del petrolio dagli scisti bituminosi.

Si noti che nel 2019 non ci fu alcun iPhone 11 mini. Ci sarà o non ci sarà un iPhone 13 mini? Sorpresa: Apple lo sa già da un pezzo. La linea 2021 è già decisa da tempo ed è stata progettata ben prima che arrivassero sul mercato gli iPhone 12. D’altro canto, non essendoci stato un iPhone 11 mini, non si capisce come possa essere stato pensato di fare un iPhone 12 mini, se la logica è questa.

Tant’è. Pur di rastrellare qualche clic, si scrive la qualunque.

Avrei personalmente trovato più interessante lo studio della clinica americana Mount Sinai sulla diagnosi anticipata di coronavirus tramite watch. Nell’intento di preservare il più possibile dal contagio il loro personale, hanno condotto uno studio che ha coinvolto centinaia di soggetti, equipaggiati con watch e chiamati quotidianamente a dare risposte da una app creata per lo scopo.

Risultato: l’insieme dei dati biometrici provenienti da watch e dalle risposte dei partecipanti ha consentito di segnalare l’insorgenza dell’infezione fino a sette giorni prima di quanto riesca a fare il tampone.

Se munire la popolazione mondiale di watch e app-questionario sembra una opzione poco praticabile, per tutte le organizzazioni che devono continuare a svolgere il proprio lavoro nonostante la pandemia questa è una notizia vera. La parte specialmente interessante è che l’analisi e la previsione delle infezioni possono essere svolte in remoto, senza interagire con un potenziale contagiato. Nel caso di altri apparecchi che rilevino dati biometrici con la stessa precisione e affidabilità di watch, si può applicare la medesima tecnica.

Dirò di più: siccome lo studio è durato da aprile a settembre, è stato impossibile, anche per chi lo volesse, partecipare con un iPhone 12 mini, per la ragione che non era ancora in vendita.

Sarà un’altra ragione del flop?

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Come un ombrello su una macchina da cucire
posted on 2021-02-09 02:39

A un certo punto arriva comunque quello che deve modificare il file Pdf. Un po’ come al ristorante quando vede il pesce spada grigliato e chiede di averlo come sashimi.

In qualche modo, con LibreOffice, si riesce anche a fare qualcosa di buono se la codifica del Pdf è misericordiosa a sufficienza e ci risparmia i problemi di font. Sono rimasto sorpreso dalla bontà della funzione, che ovviamente fa quello che può; non era scontato, comunque. Rispetto a Inkscape, che può fare le stesse cose, è un bel po’ avanti.

Quello della modifica, però, vuole di più. Per modificare il Pdf vuole convertirlo in Word. Vuole avere il sashimi dello spada grigliato dentro la cotoletta impanata.

Qui ho scoperto che, tra i millanta servizi gratuiti su web che promettono di farlo, ci sono anche quelli di Adobe. Convertire un Pdf in Word è assurdo in partenza ma, se proprio bisogna, almeno facciamolo con quelli che lo hanno inventato. Il bello è che ero rimasto ai tempi della bisnonna e pensavo fosse obbligatorio passare da Acrobat a pagamento.

Ma quello della modifica ha come obiettivo ultimo la conquista della galassia. Vuole usare Word per distribuire file .zip. Affascinante e, appunto, fuori posto come un ombrello su una macchina da cucire.

Un file Word, come un file Pages, è un realtà un file .zip con una estensione ingannevole e basta rinominarlo per vederne le interiora.

Uno .zip dentro uno .zip? Si può fare. Gli autori di Word, che si sono messi a programmare per curare la dipendenza da Settimana Enigmistica, si sono anche divertiti a cambiare in .bin l’estensione di tutto quello che si trovasse nella pancia della balena. Così, se non hai indizi sulla consistenza del file che cerchi, puoi passare del tempo in allegria a provare questo o quell’altro file.

Perché Minecraft, perché Roblox, perché Pornhub, quando puoi usare Word come piattaforma per dare vita a qualsiasi perversione?

L’errore nel titolo arriva dall’autore del brano.

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Commentario di metà incontro
posted on 2021-02-08 02:33

Tema banale quest’anno, trovare modo di seguire il Super Bowl in diretta, grazie alla copertura Rai. Non amo i commentatori italiani di stato sul football americano (sarebbero stati meglio quelli della televisione commerciale) e così, complice la VPN di Ivacy, ho ascoltato gli americani via Cbs.

Trattavasi brutalmente del confronto tra il veterano quarterback-leggenda e la giovane stella emergente. Anche quando ero ragazzino, forse suggestionato dalle imprese dell’Olimpia di Mike D’Antoni e Dan Peterson, in questa situazione ho sempre tifato per la prosecuzione della leggenda, che sfida la legge del tempo che passa. Leggenda che oltretutto, quest’anno, aveva i pronostici a sfavore.

Tentando benevolmente di non dare spoiler a chi vuole godersi la differita, dirò solo che a metà partita c’era un dominio netto di una squadra, psicologicamente e sul campo, con l’impressione che l’altra compagine dovesse ancora entrare in partita.

Teoricamente, bissare il trionfo dello scorso anno per Patrick Mahomes o riscrivere per l’ennesima volta il racconto delle imprese di Tom Brady sono entrambi eventi ancora possibili. Il Super Bowl ci ha abituato a grandi imprese e grandi sorprese; il punteggio dei primi due quarti potrebbe benissimo essere stato ribaltato. Di sicuro il team inseguitore non si è fatto distrarre dallo spettacolo dell’intervallo, che ho trovato scialbo e sottotono rispetto alle edizioni passate.

Ti basterebbe comunque questo post per sapere chi ha vinto, se lo volessi.

Il diavolo sta nella reticenza
posted on 2021-02-07 02:08

Un recente aggiornamento a Raspberry Pi OS aggiunge alla lista dei repository (i depositi) di codice un server Microsoft, ufficialmente a supporto degli utenti di Visual Studio.

Il diavolo non sta qui.

Viene aggiunta anche una chiave GPG di Microsoft usata per firmare digitalmente i pacchetti software. Quello che Microsoft aggiunge al repository verrà automaticamente considerato affidabile dal sistema operativo.

Il diavolo non sta neanche qui.

Il nuovo repository viene aggiunto alla lista anche se viene effettuata una installazione minimale del sistema, senza interfaccia grafica, al minimo indispensabile.

Neppure qui si vede il diavolo.

L’aggiunta è stata fatta senza dirlo. E per due settimane non è nemmeno comparsa sulla pagina GitHub del software, che è open source. Open source significa codice aperto, pienamente visibile e modificabile. Il cambiamento è apparso poche ore dopo che su Reddit si era accesa la discussione tra gli sviluppatori.

Il diavolo sta qui.

Ci sono diverse alternative per chi voglia usare un Raspberry Pi senza ritrovarsi un repository Microsoft installato surrettiziamente su software libero e indipendente.

Per ora. Il diavolo lavora incessante.

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E io ci lavoro pure
posted on 2021-02-06 01:50

Come pensiero della notte, questa considerazione di Matt Birchler:

Il mio lavoro quotidiano è un misto tra designer e product owner e non sarei in grado di svolgerlo da un iPad. […] Inoltre mi occupo di un canale YouTube e, mentre posso fare sul mio iPad la maggior parte del lavoro necessario, mi ritrovo a gravitare verso il mio vecchio Mac mini. Potrei svolgere il lavoro da iPad, eppure scelgo di farlo su un Mac molto più lento.

Tutto questo sembra condannare iPad, ma ecco che cosa succede: fuori da questi due ambiti, mi godo molto più iPad di Mac. Praticamente ogni altra cosa che faccio, che ammetto essere attività di tipo più leggero, accade su iPad. Scrivere questo post, leggere le notizie, sbrigare la posta, scrivere da freelance, modificare le foto in Lightroom, registrare e modificare audio, creare la mia newsletter, gestire le attività relative ai miei progetti YouTube, guardare video YouTube, parlare con gli amici, organizzare l’agenda e perfino rifinire il mio codice per questo sito: tutto avviene su iPad.

Ammetto che la mia suddivisione dei compiti sia più equilibrata: grosso modo sto metà del tempo su Mac e metà su iPad. L’essenza della constatazione di Birchler, tuttavia, si applica anche al mio fare. Su Mac avvengono le attività più impegnative, sicuramente, ma lo svolgere le attività più leggere è più piacevole su iPad.

E il lavoro che non posso tecnicamente svolgere su iPad, a differenza sua, sarà forse il cinque percento del totale.

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L’antenato illustre
posted on 2021-02-05 01:24

I Mac M1 hanno già fatto il botto e ne faranno presto altri. È utile ricordare che la tecnologia sottostante è la stessa del 1993, quando uscì Newton MessagePad.

Su Twitter è apparso un bel racconto di un entusiasta che affrontò un viaggio della speranza pur di avere una delle primissime unità in vendita. C’era affollamento, ma sicuramente non le code che poi abbiamo visto con iPhone.

L’esperienza di Newton è stata incredibile e una delle mie migliori decisioni rimane la vendita del PowerBook Duo per usare come portatile un MessagePad 2100 appena uscito di produzione. Durò molti anni, l’ho in casa, si accende e la batteria ancora regge.

Su Apple si è scritto tutto? No, mancherebbe una storia seria e documentata dei reimpieghi della tecnologia. Il riconoscimento della scrittura a mano che sta arrivando sugli iPad è pronipote del riconoscimento usato su Newton. I processori sono Arm oggi come erano Arm ieri.

Probabilmente l’entusiasmo di quegli anni fu diverso. Oggi entusiasmarsi richiede più ragionamento, più saldezza mentale, nel momento in cui tutti parlano di tutto e la realtà viene masticata infinite volte al secondo da miliardi di persone annoiate e quasi sempre fuori luogo.

Però esiste, è solo più difficile che traspaia. Provare un M1 in un Apple Store può dare brividi analoghi a quelli di spacchettare un MessagePad 2100 e scoprire un sistema operativo diverso da tutti gli altri.

La tecnologia dentro quell’oggetto troppo avanti per i suoi tempi anima oggi una comunità quattro ordini di grandezza superiore. Ventisette anni fa. Complimenti, antenato MessagePad.

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Intuitivo sarà lei
posted on 2021-02-04 01:51

È scioccante contare le persone che osservano un’interfaccia al lavoro con la competenza in design del pompiere, l’esperienza del surfista e la consapevolezza del bibliotecario, e decretano se e quanto sia intuitiva.

(Mestieri bellissimi, importanti, massimo rispetto, però il design c’entra fino a un certo punto e specialmente quello delle interfacce).

Più o meno il livello del giudizio sta attorno a io (non) ho capito subito e quindi.

Uno dei grandi designer italiani, Bruno Munari, ha lasciato testimonianze straordinarie del suo lavoro con i bambini.

Guarda caso, i bambini sono tra i più grandi collaudatori al mondo di interfacce. Perché le valutano senza pregiudizi. Qui si vede che il problema del pompiere o del surfista non sta nella competenza zero, in effetti, quanto nei pregiudizi. Un designer, quanto meno, li ha ma sulla questione ci lavora davvero. Mentre noi non ci lanciamo nella spiegazione di come avremmo saputo spegnere il rogo di Notre-Dame senza neanche conoscere i retroscena oppure cavalcare un’onda alta come un condominio a Mavericks, a meno di non voler fare la figura dei nullasenzienti su Facebook.

Gli altri grandi collaudatori di interfacce? Gli anziani. Perché sono fragili e faticano a cavarsela guardando al contesto.

In questi giorni ho appreso dall’esperienza con gli anziani come sia complicato progettare un’interfaccia realmente intuitiva.

Anche l’ignoranza (nel senso buono, la non-conoscenza) può fare molto. Molti anni fa, quando si andava a trovare gli amici con la borsa di Macintosh Plus a tracolla, vidi un amico e coetaneo, Paolo, alle prese con un programma di introduzione ad Apple II. (Devo averlo già raccontato, ma tanto devo ancora portare i vecchi post nella nuova struttura).

Paolo non aveva mai approcciato un computer. Si sedette, Valerio inserì il floppy in Apple II, digitò PR#6 e premette Invio. Paolo osservò ogni cosa.

Il programma partì e spiegò la prima cosa da capire: Apple II si governava attraverso la tastiera e, per fare eseguire un comando, occorreva premere il tasto Invio. Quello che Paolo aveva visto premere un minuto prima, allo stesso scopo.

Sullo schermo comparve una rappresentazione fedele della tastiera. Il tasto Invio lampeggiava. Sotto il disegno, la scritta premi Invio per continuare.

Ai miei occhi, dopo mesi di Sinclair Spectrum, Sinclair Ql, Olivetti M10, Z80 di Cambridge Computing, quella schermava gridava premi il tasto Invio, era la cosa più ovvia ed evidente del mondo.

Paolo guardava lo schermo divertito e sconcertato. E adesso? Ai suoi occhi, con esperienza di computing pari a zero, quella schermata gridava sono un disegno che lampeggia. Non aveva alcun collegamento mentale precostruito tra tastiera virtuale e tastiera fisica. Non aveva neanche l’idea di dover necessariamente fare qualcosa. Per quello che ne sapeva, quella era una animazione che probabilmente sarebbe andata avanti da sola, o forse no.

Era un’interfaccia intuitiva?

Veniamo all’oggi. Anziano (lucido, intelligente, istruito, consapevole) alle prese con iPhone. La prima volta nella vita alle prese con un cellulare diverso da quelli degli anni novanta.

Gli si spiega, lo si assiste. A un certo punto l’interfaccia mostra un messaggio. Che cosa faccio?, chiede l’anziano. Leggi con calma il messaggio e comprendilo.

In fondo al messaggio, un tasto OK azzurro fa contrasto corretto con il messaggio. Comunica di non fare parte del messaggio; ai nostri occhi esperiti, grida sono da toccare per confermare l’eliminazione del messaggio dallo schermo.

Agli occhi dell’anziano, è un’altra scritta. Chiede e adesso?. Devi toccare l’area colorata.

Niente, ai suoi occhi, mostra che quello sia un pulsante e che vada toccato. Venticinque anni dopo, la verità è che l’interfaccia più evoluta a nostra disposizione non è ancora in grado di parlare a una persona priva di una esperienza pregressa.

L’errore? Presupporre la conoscenza del meccanismo di feedback dell’interfaccia. L’interfaccia ti comunica, tu confermi di avere ricevuto. Naturale? Per niente. La verità è che su un iPhone si ragiona ancora come se fosse necessario dare conferma al computer di avere letto un messaggio. Come se stessimo usando il Terminale. l’OK di oggi come l’Invio degli anni ottanta.

È un’interfaccia intuitiva?

Una interfaccia veramente intuitiva non sarebbe così criticamente modale. Mostrerebbe il messaggio, senza alcuna richiesta implicita di feedback. Lo toglierebbe da sola se l’interazione con l’umano dimostrasse che il messaggio è stato recepito. In caso contrario, dopo un tempo di attesa accuratamente calibrato, cambierebbe messaggio per spiegare meglio che cosa fare, o per chiedere vuoi che lo faccia io al posto tuo e ti insegni a rifarlo?. Per dire.

John Gruber su Daring Fireball è lecitamente entusiasta dell’interfaccia usata da Apple per passare la riproduzione di un brano da iPhone a HomePod Mini e viceversa. Avvicini un apparecchio all’altro. Fatto. C’è feedback visivo, c’è feedback tattile, è una cosa fatta benissimo. Apple al suo meglio.

Forse sufficiente persino per un anziano. Avvicina il telefono alla palla è comprensibile da chiunque e soprattutto viene imparato istantaneamente. Non servono competenze particolari per riprodurre lo stesso gesto.

È abbastanza? È intuitivo? Attenzione a rispondere così, tanto per fare conversazione. Potresti trovarti a valutare il tuo punto di vista nella pratica, davanti a un collaudatore spietato.

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Nuove connessioni
posted on 2021-02-03 01:59

Al termine della giornata di lavoro più lunga del 2021 mi sono comunque preso due minime soddisfazioni: ho avviato un lavoro su AirTable, che sembra promettente, e siccome NetNewsWire su Mac dopo un aggiornamento recente accetta account Feedly, mi trovo con gli Rss perfettamente sincronizzati su tutti i miei sistemi per quella che al momento è la mia configurazione preferita.

Non sono esattamente le gratificazioni che segnano una vita (ci sono sempre i commenti da sistemare qui sotto), però è qualcosa di imparato più qualcosa di progredito, e non sono ancora le due. Andassero così tutte le giornate.

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Gente di rispetto
posted on 2021-02-02 01:18

Si parla molto di un nuovo social esclusivamente audio, per ora solo a invito, per ora solo su iPhone (se provi seriamente qualcosa di nuovo, lo fai su una piattaforma seria).

Potrebbe avere un grande successo. I podcast si sono rivelati in questi anni un veicolo eccellente per comunicare le proprie idee e in fin dei conti la proposta è un ambiente di podcast con maggiore interattività.

Potrebbe essere un grande flop. I social nascono per nutrire l’ego delle persone e poche cose gonfiano l’ego più di parlare. Al tempo stesso però, le persone si stufano in fretta di fare gli spettatori. Vogliono gonfiarsi l’ego anche loro. Difatti Facebook ha prosperato grazie alla sua abilità di confezionare una finta interazione degli spettatori con il parlatore. Vedo tre righe, metto un like, siamo tutti e due contenti, mi metto a scrivere le mie tre righe aspettandomi un like, che arriva. C’è un equilibrio. Che si farà più fatica a raggiungere con l’audio; non sto a sentirti dieci minuti per metterti un like.

Più su di tutto questo, la guardo dal versante comunicativo. E penso alle volte in cui me la sono presa con Paolo Attivissimo per la sua grande capacità di approfondire e sintetizzare su tanti temi, contrapposta alla superficialità con cui ha coperto gli sviluppi specialmente di iOS e in generale di Apple.

Ma appunto, Paolo – quando Apple non c’entra – sa essere preciso e ficcante. Come in questo caso:

Leggere è molto più veloce di ascoltare. Contemporaneamente, scrivere è più lento che parlare.

Siccome scrivere è più faticoso per l’autore e più comodo per il pubblico, significa che più probabilmente ci sarà rispetto dell’autore per il pubblico. Siccome parlare è meno faticoso di scrivere, ci sarà più probabilmente meno rispetto dell’oratore per il pubblico.

Questo, tra l’altro, sistema definitivamente la questione dei vocali su WhatsApp o altro. Se mi rispetti, prendi un momento per scrivermi. Se non ce l’hai il momento, usi la dettatura e mi mandi un messaggio invece di un vocale. Tempo impiegato, identico.

Pensa che io potrei non avere il momento per ascoltarlo, il vocale.

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Browser fai-da-te
posted on 2021-02-01 01:46

Se la storia della ferrovia cinese che funziona grazie a Flash e viene fatta funzionare ancora grazie a una copia pirata di Flash sembra un record insuperabile, ecco, citerei Lovecraft: col volgere di strani eoni anche la morte può morire. Figuriamoci se l’imbecillità Flash-indotta ha un limite.

Difatti, mi si ingrippano le dita a scriverlo, il South African Revenue Service (Sars, neanche beneaugurante) raccoglie le dichiarazioni dei redditi dei cittadini sudafricani grazie a Flash.

Avendo avuto solo qualche anno di preavviso, il servizio si è trovato impreparato. Però ha rapidamente messo a punto una soluzione. Rullo di tamburi…

Un proprio browser, fatto su misura per la raccolta delle le dichiarazioni dei redditi via Flash.

Quando qualcuno si lamenta con Apple perché ha una app che è rimasta ai trentadue bit, bisogna rispondere di chiedere agli autori del programma l’ovvia soluzione: producano un sistema operativo ad hoc in grado di far partire la app. Che diamine.

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