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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Standard di disfatto

Scrivevo tempo fa di come iPhone e iPad avessero messo la Microsoft di Steve Ballmer fuori posto che offrisse o meno Office per iPad.

Jean-Louis Gassée spiega su Monday Note come il passaggio ai processori Arm potrebbe provocare un terremoto per tutto il mercato, nonostante Mac sia meno del dieci percento dei computer venduti.

Se infatti Apple crea portatili molto competitivi per prestazioni e consumi, Microsoft sarà forzata a migliorare Windows per Arm e la linea Surface. L’alternativa sarebbe arrendersi ad Apple e chiaramente non può essere fatto.

Se però Microsoft crea PC competitivi con processori Arm, che fine fanno i Dell, i Lenovo, gli Asus, gli Acer…? Devono passare ad Arm anche loro, oppure trovarsi al piano inferiore – e meno nobile – del mercato.

Qualcuno dovrà dare processori a questa gente e potrebbe essere Intel… che però dovrebbe riacquistare una licenza Arm dopo avere venduto la propria nel 2006, con notevole lungimiranza. E se lo facesse anche Amd, rivale di Intel? E che dire di altre aziende che già oggi dispongono di processori Arm, tipo Qualcomm?

Nel giro di pochi anni, davvero pochi, equilibri che tanti davano per immutabili potrebbero sconvolgersi. Le variabili sono infinite e c’è anche chi suggerisce che in fondo per Intel l’abbandono di Apple potrebbe essere semplicemente liberarsi di un cliente che chiede molto più di quello che offre, rispetto alle quantità di ordini.

Se però Gassée avesse ragione, ci sarebbero davvero da aspettarsi i fuochi artificiali, una ripresa della concorrenza tra costruttori difficile da immaginare prima.

A me piacerebbe fare un salto in una manciata di aziende che conosco, a chiacchierare con gente che ha venduto l’anima e il cervello a Wintel standard di fatto, per vederli pensare nel vuoto.

Universal Quinquinary

La gggente è cresciuta convinta sotto sotto che la seconda parte di Universal Binary sia, certo, il riferimento a binario come sinonimo di eseguibile, ma anche il supporto per due piattaforme diverse di hardware e software.

Una nota di lettura davvero veloce mostra invece che Apple rende possibile, in linea di principio, eseguibili funzionanti in modo nativo su cinque piattaforme: PowerPC 32 bit, PowerPC 64 bit, Intel 32 bit, Intel 64 bit, Arm 64 bit.

E ci sono anche i sottotipi di piattaforma: soprattutto grazie a varianti di Arm si potrebbe produrre una mostruosa applicazione one size fits all capace di supportare diciassette piattaforme.

Le difficoltà pratiche contano, sicuramente, più di quelle teoriche. Potrebbero essere richiesti più stadi di assemblaggio dell’applicazione, da prodursi con più versioni di Xcode. Produrre un Intel-Arm è un conto, già allargare fino a PowerPC è un altro.

Nondimeno, una applicazione Mac ben scritta potrebbe oggi essere prodotta con compatibilità PowerPC e distribuita con sforzo da minimo a moderato. Se è mal scritta, è tutta un’altra faccenda. Non impossibile, comunque.

Quando uno sviluppatore indipendente tarda ad aggiornarsi, non è un buon segno. Quando manca di supportare le macchine più vecchie, è una cosa grave.

La terza via

Per installare una app su iOS, la si scarica da App Store.

C’è anche un secondo sistema: quando le aziende vogliono impiantare programmi propri sugli iPhone aziendali senza dover passare da Apple Store, installano sugli apparecchi un certificato che lo consente. Fuori dalle aziende, il sistema presenta grossi rischi di sicurezza ed è totalmente sconsigliato, con l’eccezione di Fontcase.

C’è un terzo sistema. Siccome gli sviluppatori vogliono poter collaudare le loro app sui propri apparecchi prima di mandarle ad Apple Store, le possono installare tramite Xcode, il sistema di sviluppo di Apple per Mac.

Le limitazioni sono ottime e abbondanti. Occorre essere sviluppatori paganti, le app installate non possono essere più di tre, l’installazione scade dopo una settimana.

Uno sviluppatore, Riley Testut, lavora da anni a un suo emulatore di videogiochi per iOS, che allo stato attuale delle regole non può essere approvato per la pubblicazione su Apple Store. Ha poi avuto un’idea per un programma di clipboard multiple che in sé non darebbe niente da eccepire in quanto tale, se non fosse che – come un qualunque buon programma di questo tipo – vuole restare il più possibile in funzione in background.

A un certo punto Testut ha deciso che non voleva scendere a compromessi e ha studiato un modo per consentire l’installazione di app via Xcode a tutti. Senza jailbreak. AltStore è quasi un atto di follia e, contemporaneamente, un passaggio veramente notevole del progresso dello sviluppo software per iOS.

Testut ha trovato modi per aggirare tutte le limitazioni descritte qui sopra. A leggerle si ha un’idea della fatica e del talento che ha dovuto mettere in campo. Per esempio, ha creato un server per Mac e Windows che installa AltStore e le sue app su un iPhone, grazie al fatto che, se iTunes può sincronizzare via Wi-Fi, il metodo può essere usato anche da sviluppatori non paganti (e da non sviluppatori). Anzi, il sistema permette di distribuire qualsiasi software.

Trucchi vari di programmazione fanno credere al nostro iPhone che quelle app siano state scritte da noi e quindi, legittimamente, si accorda con Xcode per installarle. Un altro trucco fa pensare a iPhone in sede di controllo che non vi siano app installate via Xcode, per cui non c’è problema a installarne una. Una in più; anche il limite delle tre app è stato superato.

Ancora, il marchingegno aggiorna ogni settimana le app installate e impedisce così che scadano.

I modi in cui un cambiamento tecnico o procedurale lato Apple può stroncare le premesse di funzionamento di AltStore sono innumerevoli. Tuttavia, il meccanismo di Testut rispetta le regole di Apple stessa, che quindi non può contestarlo. AltStore funziona da fine settembre scorso e un mese fa Testut ha presentato Clip, il suo amministratore di clipboard, che viene proprio distribuito tramite AltStore.

Durerà? È quasi arte, per come ha saputo raggiungere un obiettivo nonostante vincoli che hanno scoraggiato centinaia di migliaia di altri sviluppatori. È un meccanismo ingegnoso e fragile; pone comunque problemi di sicurezza; le app di Testut sono open source e verificabili da chiunque, ma domani – con altre app – potrebbe andare peggio; Apple potrebbe decidere di cambiare regole per gli sviluppatori, o rendere inviolabile la sincronizzazione Wi-Fi di iTunes, o altro ancora. Potrebbe perfino decidere di consentire ufficialmente qualche meccanica di installazione parallela ad Apple Store. Insomma, la scommessa su AltStore è impegnativa.

Al tempo stesso, se avessi un soldino per tutti quelli che ho sentito rievocare i tempi felici in cui uno poteva smanettare sulle macchine aperte mentre invece oggi le macchine sono chiuse, sarei ultraricco. Si può smanettare eccome e si può anche installare software, ohibò, non autorizzato da Apple, senza jailbreak. Testut è uno studente universitario, non un milionario annoiato o un asociale seduto venti ore al giorno davanti al computer nella sua cameretta. È anche un esempio di pensiero laterale e creatività.

Adesso acceso, adesso spento

Un ripassino di UI – User Interface, interfaccia utente – a beneficio di chi ci lavora con la scioltezza di un carpentiere in oreficeria.

Parliamo di un tema semplice: le videoconferenze e i pulsanti per abilitare o escludere microfono e videocamera.

Un interruttore della luce ha due posizioni. Al posto di avere una scritta ON e una scritta OFF c’è ovviamente il feedback visivo, luce accesa o spenta. Nondimeno, un non vedente può sapere se la stanza è illuminata mediante il tatto che rileva la posizione dell’interruttore.

L’interruttore ha quindi il compito di indicare lo stato attuale della situazione.

Adesso veniamo ai software di videoconferenza. Bene o male, tutti hanno un pulsante per il microfono.

Il pulsante per il microfono si può pensare come un interruttore; ha due stati, trasmettiamo l’audio oppure siamo in muto; il microfono è acceso oppure è spento. Per essere comprensibile in tutto il mondo, il pulsante avrà un’icona, che rappresenterà un microfono stilizzato.

Quando il microfono è in funzione, logica vuole che il pulsante sia illuminato e che sia spento quando siamo in muto. Il pulsante videocamera sarà analogamente illuminato se trasmettiamo video, oppure spento se siamo in cieco.

È tutto qui.

Qualche demente ha pensato invece di introdurre il pulsante del muto. Invece di dire che il microfono è acceso e illuminare il pulsante, la girano al negativo: per dire che il microfono è acceso, tengono spento un pulsante di muto. Già gira la testa, vero? Figuriamoci in una conferenza quando di improvviso tocca a noi parlare e avevamo dimenticato di avere attivo il muto.

Si dovrebbe ricordare loro che lo scopo principale dell’applicazione è comunicare; fermare la comunicazione è una opzione. In una interfaccia di base, i comandi devono parlare dello scopo principale e solo dopo passare alle opzioni.

Se proprio il graphic designer ha pensato a una bellissima icona di muto che non si può buttare via, si potrebbe pensare a un compromesso: il microfono acceso è indicato da un pulsante illuminato con l’icona del microfono; quando il pulsante si spegne perché mettiamo in muto, l’icona potrebbe diventare quella di un microfono barrato.

Semplice. Eppure, misteriosamente, professionisti blasonati perdono di vista i fondamentali e iniziano a mettere nell’interfaccia pulsanti negativi, che devono essere spenti perché l’applicazione ottenga il suo scopo principale. Ogni volta che si usa una applicazione progettata al contrario, bisogna rampognare il supporto. Meglio ancora, smettere di usarla, anche se non sempre è possibile.

Vengono intanto in mente certe barzellettacce di anteguerra sui carabinieri.

Il calendario casual

Quasi mai trovo veramente degna della fatica una app destinata a sostituire qualcosa della dotazione standard di iOS (il contrario che su Mac, dove è la prima cosa da fare).

Come mi segnala Massimo, Whenever potrebbe essere davvero una segnalazione degna di nota. Il primo calendario che, a leggere la pagina di presentazione, mi dice qualcosa di interessante e non del tutto scontato.

Lo provo.

Il lato imprevisto

Gary Larson e le sue tavole di The Far Side sono state da sempre un punto di riferimento. Il suo umorismo stralunato e surreale l’ho sempre trovato irresistibile così come detesto i calendari da appoggiare sulla scrivania. Il calendario di The Far Side tuttavia non mancava mai e facevo la posta all’American Bookstore di Milano in attesa del suo arrivo.

Un giorno Larson, come avrebbe potuto fare uno dei suoi personaggi, ha deciso che era stufo di disegnare secondo scadenza, avere un editore in attesa del suo lavoro, sentirlo come un lavoro. Ha smesso di lavorare. Non di disegnare, ovviamente; solo, non è più stato un cartoonist di mestiere.

È appena successo qualcosa e ringrazio Misterakko per la segnalazione: Gary Larson ha ripreso a disegnare tavole di The Far Side. Non per lavoro, non su commissione, per puro piacere di farlo.

La pagina del suo sito spiega come si sia ritrovato con una penna che non scriveva più e, da lì, abbia iniziato a esplorare il mondo dei digital tablet.

Ne ho preso uno, l’ho acceso e improvvisamente è accaduto qualcosa di totalmente inaspettato: nel giro di pochi istanti mi stavo di nuovo divertendo a disegnare. Ero stordito da tutto quello che l’apparecchio offriva, da tutto il potenziale creativo che conteneva. Semplicemente non avevo idea di quanto queste cose si fossero evolute. Forse appropriatamente, per prima cosa ho disegnato un cavernicolo.

Larson non menziona il nome del suo digital tablet e il rapporto base/altezza delle sue immagini mi sembra diverso da quello dello schermo di un iPad. Significa poco, solo che non ho prove conclusive del fatto che abbia preso proprio un iPad.

Non importa. Per prima cosa racconterei questa storia nella scuola. Ai docenti.

Secondo, Larson mi ha suscitato in molti anni tante sapide risate attraverso il suo mondo. Vederlo ritrovare il gusto di disegnare è ritrovare quindici anni di vita. Sentire che è accaduto attraverso il digitale, ora che la narrazione convenzionale lo vuole freddo e disumano invece di strumento amplificatore delle nostre capacità, riporta fiducia.

Irrazionalmente, è come se una briciola del mio mondo avesse portato di nuovo una voglia creativa nel suo. Un microscopico restituire.

Rectilineo collo

Invece di uscire da una storia di tre anni con un tipo, come cantava Elio, vengo da un mese di utilizzo esclusivo di iPad Pro per lavoro. È successo altre volte, ma questa è stata speciale: per la prima volta ho sentito di tirare il collo alla macchina. Con i Mac sono uno specialista e, se esistesse una certificazione, me la darebbero honoris causa; su iPad Pro doveva ancora succedere.

È un attestato di soddisfazione, eh. Vuol dire che in un qualche senso abbiamo raggiunto una comunanza di sentire, l’apparecchio è diventato davvero wheels for the mind come si diceva tanto tempo fa, l’amplificatore di intelligenza. Sudavo, l’adrenalina correva tra le scadenze e le difficoltà intrinseche del lavoro; davo fondo alle migliori energie per arrivare all’obiettivo e lui pure.

A seguito dell’esperienza (a lieto fine), tornato alla scrivania di Mac, mi sento vagamente più titolato a scrivere due righe sulla differenza tra le altrettante due macchine, o meglio: di che cosa, ora che sono davanti a un Mac, sentivo la mancanza.

Prima di ogni altra cosa, lo so che mi ripeto ma Rich Siegel (forse) non mi ascolta: mi manca BBEdit. Ci sono soluzioni ottime su iPad, molto migliori di anni fa. BBEdit però è un’altra cosa.

I comandi da tastiera. Sono aumentati, non abbastanza. Ho le mie perplessità sul trackpad per iPad e e le tengo, in direzione ostinata e contraria. Sulla tastiera non c’è discussione; quando ne metto una davanti a iPad, diventa parte integrante della macchina e voglio poterci scaricare tutta la mia megalomania. Dominio completo della macchina, i polpastrelli devono poter volare tra i tasti, per ore se richiesto.

La fluidità tra le app. Cambiare dinamicamente e continuamente applicazione si fa, funziona, c’è multitasking, c’è perfino il drag and drop. MacOS, comunque, ha dieci anni di sviluppo in più e quando si corre a pieno ritmo la differenza c’è.

Il Terminale. Questa era facile, lo so. Non che manchino soluzioni, come a-shell per esempio. Non voglio soluzioni, però; sembra che rispondano a un problema. Il Terminale non è una soluzione, non esiste un problema. Il Terminale è un modo di pensare.

Sembra poco. L’elenco è più lungo, però da qui in poi si fa più complesso.

Un esempio è Apple Pencil. Non ho una Apple Pencil e ho vissuto benissimo senza. In questo tendere al limite, beh, per spremere al massimo un iPad Pro ci vuole una Apple Pencil. Mi è mancata. La parte sottile e perigliosa del ragionamento è che si può spremere al massimo un Mac senza una Pencil, ma questo non è un minus di Mac. Per un iPad, Apple Pencil è un accessorio naturale, come la tastiera di cui parlavo sopra.

Un altro esempio è iCloud Drive, che tira matta una intera popolazione di persone. Sono solidale con loro e non voglio sottovalutare le lacune del sistema; questo detto, nella mia esperienza a rotta di collo ho dovuto creare una pletora di file, con app diverse, e gestirli in modo organizzato. L’ho fatto in iCloud Drive come si deve fare su iCloud Drive, invece di trattarlo come il Finder dei poveri. Ho avuto zero problemi. iCloud Drive è robustamente inferiore al Finder e non si può neanche iniziare un confronto. Nemmeno per lamentarsi; iCloud Drive va usato in modo diverso e, per quanto possa abbondantemente migliorare, non mi ha fatto sentire la mancanza del Finder.

Potrei scrivere un elenco simmetrico: cose di cui sento la mancanza su Mac. Il punto non era fare una classifica, quanto rendermi conto – con più cognizione di causa, grazie allo scriverne – delle reali differenze tra le due macchine. Lo schermo touch, per dire, è una differenza piuttosto evidente, solo che non conta. Altre, invece, si sentono.

Think Global, Act Local

Il titolo riecheggia un vecchio slogan da West Coast ma, nel nuovo normale, sintetizza il trucco fondamentale per produrre ottimi podcast audio e video: registrare localmente in modo separato e indipendente dalla chiamata.

Lo spiega bene John Gruber per raccontare come ha prodotto una sua chiacchierata video con Craig Federighi e Greg Joz Joswiak di Apple.

Lui usava un MacBook Pro per la chiamata; Federighi e Joswiak, in luoghi diversi di Apple Park, i loro iPad Pro. Nessuno si è chiesto quale fosse un computer o quale no.

Il punto è che hanno registrato tutto, ciascuno, con iPhone. Due iPhone a testa in Apple, uno per Gruber.

iPhone. È costoso mettere in campo cinque iPhone. E invece cinque telecamere, come sarebbe accaduto dieci anni fa?

Alla fine sono risultati diciassette gigabyte di video, che Gruber ha affidato a uno studio di post-produzione fidato. È barare, lo ammette anche lui. Nel nuovo normale, tuttavia, il linguaggio video assume una preminenza che prima non aveva. Non dobbiamo essere tutti videomaker, ma avere dimestichezza con la materia e restare saldi sugli appoggi davanti a un montaggio o una dissolvenza, quello sì.

È anche qualcosa, sempre Gruber a dirlo, che può venire bene, molto bene, senza altro fuori da quanto raccontato. Ma ci vuole molto tempo.

Tempo che non ci è mai stato richiesto di avere nel mondo precedente e che ci toccherà considerare. Dov’è che ho già sentito queste cose?

Una generazione fa, quando la nuova normalità comprendeva il web. Ma come? Devo mettere tempo per scrivere su Internet? Ma non si è mai fatto!

Una generazione dopo, qual è l’azienda senza un sito, fosse anche un bieco WordPress? Chi non ha un account Facebook, o un blog, o uno spazietto anche trascurato su Tumblr? A chi non è toccato di mandare almeno un messaggio WhatsApp? Niente inganni, usare una app di comunicazione è fare web, per quanto surrettizio.

Tocca al video oggi. Testa nel guscio, finta di niente, speranza di passare la nottata senza essere notati, oppure teniamo conto subito del nuovo linguaggio per ricavarne vantaggi, anche solo relazionali, nel medio periodo?

Mi sono messo a leggere libri in inglese e a usare computer in inglese quando l’inglese nella mentalità comune, tutt’al più, era una scocciatura e una fonte di brutte figure o aneddoti sapidi a tema turismo. Senza cavarmela benino con l’inglese, oggi, certamente dovrei fare un altro lavoro.

La fabbrica dei sogni

Nel capitolo 40 de Il pendolo di Foucault, Umberto Eco smonta il meccanismo dell’industria degli Aps, gli autori a proprie spese, quelli disposti a pagare per essere stampati e pubblicati in cambio di promesse.

La narrazione è ironica e i personaggi del libro sono inventati; le dinamiche invece le ho vissute in seconda persona.

Posso parlarne perché è passato molto tempo. L’amico protagonista è oggi un consulente ben pagato, con una bellissima famiglia, reduce da posizioni di prestigio in aziende importanti, libero di soddisfare interessi artistici con una preparazione ragionevole. Una persona realizzata appieno.

Molti anni prima cercava la sua strada e, a partire da una istruzione sommaria, voleva essere riconosciuto letterariamente. Scriveva poesie e si impegnava molto. Solo che non basta. Già non basta con la prosa, con la poesia è sfidare l’abisso. Neanch’io sono un letterato, però le superiori, persino le mie, facevano già sufficiente differenza. Era materiale sotto il dilettantismo.

Diedi qualche timido suggerimento migliorativo senza mai dire quello che realmente pensavo. Come fai a tarpare le ali a un amico? E poi ero un ragazzino, potevo benissimo avere torto marcio.

Per un amico si fa tutto e io ero appena venuto in possesso di una novità pazzesca: PageMaker 1.0. Lui voleva un tipografo che gli impaginasse e stampasse le poesie, un desiderio piuttosto costoso per il nostro studentato. Però potevo almeno impaginarle e risparmiargli la prima parte della spesa.

PageMaker 1.0 su un Macintosh Plus era una dimostrazione dell’esistenza di Dio; arrivai in fondo, nonostante il programma fosse 1.0 probabilmente perché avevano invertito uno 0.1 sull’etichetta e uno schermo 512 x 342 dovesse visualizzare talvolta pagine A4 intere. Non parliamo della velocità. Però ci riuscii.

Tempo dopo, l’amico mi informò entusiasta che aveva ottenuto un premio letterario. Assolutamente dovevo accompagnarlo a Roma, visto che avevo il merito dell’impaginazione. Tra l’incredulo e il curioso, il viaggio ci stava tutto. E poi, friends will be friends.

La premiazione avveniva nella sala congressi di un hotel abbastanza defilato. A memoria ci saranno stati un centinaio di posti. Molti di essi erano occupati e quasi tutti da vincitori.

Per due ore, se ricordo, fu tutto uno sfilare, ritirare la targa, la stretta di mano, la foto ricordo, gli applausi dei premiandi che applaudivano i premiati e pregustavano il loro momento. C’erano infinite categorie e altrettanti premi: il giovane, l’anziano, la donna, l’uomo, l’opera prima, la rivelazione, l’insegnante, il pensionato, la saggistica, la storicistica, la menzione d’onore, il personaggio, il paesaggio, il viaggio… sto svariando, non ricordo a memoria le categorie esatte. Certamente ve ne erano abbastanza per assegnare decine di premi.

C’era posto anche per la poesia e il mio amico ritirò orgoglioso la targa, strinse la mano, si mise in posa. Fu un viaggio che significò molto per lui ben oltre il premio letterario e se scriverò la mia autobiografia non mancherò di raccontarlo. La prova dell’esistenza di Dio si compì con un miracolo ancora più grande di una impaginazione portata a buon fine su PageMaker 1.0.

Lessi Eco anni dopo. Era come se nella sala dell’albergo ci fosse stato seduto lui, a prendere appunti. La situazione, i personaggi, tutto coincideva millimetricamemte. Anche la fregatura.

Ė un altro secolo. Mi capita di svolgere piccole consulenze per persone interessate ad autopubblicarsi. Le aiuto ad avere un libro all’altezza e attraverso le procedure di pubblicazione. Una persona motivata e paziente arriva ovunque da sola ma non tutti hanno il tempo o l’interesse per farlo; inoltre possono generarsi inghippi o problematiche e particolari, così preferiscono un supporto.

Nessuna di queste persone vince premi letterari. Mi riconoscono un compenso per l’aiuto ricevuto. Su Amazon, su Books di Apple, tuttavia pagano zero per avere il loro libro in catalogo. Se vendono una copia, anche una sola, incassano il dovuto. Se vogliono l’edizione cartacea (Amazon) possono averla a prezzo di costo. Le royalty sono vastamente superiori a quelle riconosciute a un autore italiano da un editore italiano. Vengono pagate molto prima e pure per cifre modeste.

Evito una trattazione approfondita. Neanche questo sistema è perfetto, ci sono abusi da una parte e dall’altra, qualcosa funziona sempre diversamente da come dovrebbe e via dicendo. Il cambiamento dai tempi degli autori a proprie spese raccontati nel Pendolo, in termini di civiltà e rispetto, rimane sconvolgente.

Come scritto ieri, non esiste un diritto a essere letti. Ci sarà sempre chi vorrà a tutti i costi andare su Amazon e resterà ignorato. Dignità e gruzzoletto resteranno comunque anche loro, invece di essere succhiati dalla fabbrica dei sogni che vidi in azione di persona e spero di non vedere mai più.

Oggi politica

Nel senso delle cose della polis, come dovrebbe significare.

I rischi della tecnologia.

Qualcuno ricorderà i rischi del non averla. Non parlo dei Neanderthal, che qualche rischietto lo correvano e vivevano più preoccupati. Parlo della comunicazione, nella sua forma più ampia, compresa quella di massa. E dell’accesso alla comunicazione da parte dei singoli. Qualcuno, ignorante, la chiama democratizzazione, come se chi accede alla comunicazione avesse il potere di decidere. Ovviamente è una scemenza, il singolo non ha mai deciso alcunché né mai lo farà.

Qualcuno ricorderà di quando il vinile si consumava e non suonava più uguale. (Prima del vinile dovevi essere ricco). Dovevi ricomprarlo. C’erano le audiocassette, che però avevano mediamente un livello di qualità inferiore e alla fine si degradavano pure loro.

La tecnologia mi ha dato, a me come a qualunque singolo in grado di mantenersi con minima tranquillità, il potere di reperire musica con qualità altissima e poterla mantenere arbitrariamente, fino a che mi andrà di fare backup. YouTube mi permette di guardare concerti che a momenti non ero ancora nato. Non vorrebbe che io li scaricassi, ma potrei farlo. Ho visto dei Grateful Dead con tutta la qualità di un vecchio VHS sopravvissuto cinquant’anni, cioè orrenda. Senza tecnologia nessuno li avrebbe mai registrati e non potrei ascoltarli. Senza la tecnologia di oggi quei VHS non funzionerebbero oppure vorrebbero vendermene uno, a un prezzo indecente per la qualità, a una qualità indecente per il prezzo. E dovrei tenere in vita un lettore. Senza la tecnologia del 2020 non avrei mai visto un concerto dei Grateful Dead del 1970.

Proviamo con i media scritti. Ho cominciato nell’editoria. Pubblicavi solo se avevi un editore. Avevi un editore, non giriamoci intorno, se eri raccomandato, oppure se vendevi carrettate. Altrimenti eri nessuno. Esisteva un sottobosco di gente che campava di finte promesse a chi sognava la celebrità letteraria, già raccontato da Eco nel Pendolo di Foucault e che devo avere già citato. Domani scrivo della mia esperienza diretta.

Sui giornali non era diverso. Per scrivere sui giornali dovevi essere giornalista, un esame di Stato, vincoli assurdi, raccomandazioni a raffica. Per diventare qualcuno dovevi piegarti alla politica dei politici (non a quella della polis) e ai voleri dell’editore, che ci si compromettevano. Tanti degli idoli giornalistici di ciascuno di noi sono persone spregevoli che per soldi e carriera si sono costruiti addosso un personaggio ipocrita. Non tutti, eh. Ma a dire nove su dieci si sbaglia poco.

E oggi, con la tecnologia? Chiaro che non esiste un diritto di essere letto. Ma chiunque pubblica come vuole, dove vuole, quando vuole. Le carriere esistono ancora, chiaro, ma nessuno è più nessuno, almeno in potenza. Quanto meno può misurarsi e scoprirlo, se proprio.

Parliamo di chi legge. Uno dei problemi dell’editoria libraria di oggi è che i prezzi, rispetto a qualche inverno fa, sono ridicolmente bassi. Comprare un libro di carta non è mai costato così poco. Ci sono gli ebook, che ti fanno acquistare magari un Kindle (come sineddoche dei lettori di eBook) ma ti fanno risparmiare una libreria in casa. Come avremmo fatto fatto, da poveri, a leggere – che so – Shakespeare o Petrarca, in quell’altra epoca? Saremmo andati in biblioteca.

E se domani lo Stato diventasse autoritario e decidesse di chiudere le biblioteche? E se domani decidesse che Shakespeare non è più gradito e va levato dagli scaffali? Se decidesse che bisogna onorare certe follie del presente e togliere Petrarca perché scriveva del suo amore per una minore, o Shakespeare perché assegnava ruoli scomodi a personaggi di pelle diversa dalla sua?

Rischi della tecnologia delle biblioteche, ragazzi. C’è stata gente che ha fatto roghi dei libri in piazza. Dei responsabili, alcuni sono banditi dal mercato e altri, invece, godono di tranquilla salute editoriale. Domani potrebbe cambiare il vento, invertirsi la tendenza, tirare aria pesante, arrivare al governo gente cattiva. Nonostante certi libri siano stati banditi; guarda il caso, bandire un libro ha effetto zero sulla diffusione delle idee che contiene. La cosa migliore da fare con un libro è pubblicarlo e, fosse osceno, aberrante, scandaloso, combatterlo con libri migliori. Chi vuole bandire un libro ha paura delle proprie idee, troppo deboli. Bisogna avere paura di chi bandisce, non di chi viene bandito. Ma divago.

Che poteva fare l’individuo, ieri, quando c’erano la tecnologia delle librerie e quella delle biblioteche, per proteggersi da un nuovo Terrore e avere a disposizione tutti i libri che riteneva necessari? Soldi, a palate. Nascere di casato Leopardi e riempire di libri la propria ala del palazzotto.

Oggi, con la nuova tecnologia, come posso fare? I libri possono starmi in un Kindle, in un iPad. In due iPad. In due iPad più un disco. Due iPad più un disco e un cloud. Due iPad più un disco più più un cloud più una schedina SD da nascondere nel tacco di una scarpa (ho conosciuto un commercialista che usava veramente questo metodo, per la contabilità, diciamo, non ovvia dei clienti). Quanto sopra più un’altra schedina SD che metto a casa dei parenti. E poi cifro tutto e lo metto su Amazon Deep Glacier, pochi euro l’anno e sta lì fino a che esiste Amazon. Quanto esisterà Amazon? Potrebbe essere più a lungo di me. Non lo fosse, potrebbe cedere Glacier a una nuova startup promettente e così via. Corro veramente il rischio di perdere i miei libri? Certo. Ma è sempre più remoto.

E se domani Apple decidesse di chiudere i suoi negozi, Amazon sparisse, YouTube chiudesse, tutto si spegnesse…?

A parte che l’universo andrà incontro alla morte termica e perfino entità senzienti di pura energia a un certo punto non avranno più niente da spendere per tenere insieme la propria struttura, tutto quello che sta nel Project Gutenberg, in LiberLiber, nell’Internet Archive, potrebbe essere ancora disponibile.

(Project Gutenberg, mentre scrivo, è accessibile solo se accendo la Vpn e faccio finta di essere canadese o vietnamita. Si scrive per chilometri sulla malvagità delle multinazionali ma, qui e ora, a impedirmi di accedere a libri liberi da copyright è lo stato italiano).

Google e altri hanno diffuso i piani e il software open source di uno scanner per libri di carta. Costa pochissimo, certo va fabbricato, ma si può fare (e non si capisce perché non venga costruito come esercizio in tutte le scuole del regno). La musica è senza protezioni anticopia da anni, grazie alla politica – ehm – di Apple, quella che dovrebbe censurare i libri o altro. Mi dilungherei, solo che devo concludere.

I rischi della tecnologia. Mai come in questa epoca, un singolo ha avuto tante possibilità di detenere e conservare l’intero patrimonio espressivo dell’umanità.

Ma non c’è già l’Internet Archive? Certo – c’è anche la Library of Congress – ma se lo chiudessero…?

Come? Rifarsi in casa l’Internet Archive costa una fortuna e richiede una vita. Non è colpa mia. Il punto è che lo puoi fare, volendo e avendo quei soldi. Non avresti potuto farlo prima, mai, in alcun modo. E anche la Biblioteca di Alessandria è andata a fuoco prima che si riuscisse.

È per questo che oggi si parla di politica, non di tecnologia. Politica della polis. Viviamo insieme agli altri, con gli altri, sfruttiamo la tecnologia per quello che può dare e miglioriamo per quello che possiamo ciò che non può dare. L’Internet Archive nasce solo Da una collaborazione. Da una partecipazione.

La cosa che non funziona è fidarsi di nessuno. È come fidarsi di tutti, finisci in un’utopia castrante e troppo semplice. Invece si fatica quotidianamente per fidarsi di qualcuno e decidere quanto, fino a che punto. Ci si prende anche qualche rischio, gli unici che pagano. Si mantengono relazioni, si allacciano reti, si condivide, si prende parte. A un certo punto ti fidi anche, il minimo se serve, di un provider o di un fornitore di cloud. Dalla rete di persone, servizi, dati si sviluppa valore.

Ha più valore una pagina trascritta per il progetto Gutenberg della mia copia di Gödel, Escher, Bach prima edizione, che va sbriciolandosi. In Italia è in corso un attacco senza precedenti a Tolkien, condotto su basi ideologiche grette e fresche come mummie. Tengo in casa la mia copia di sempre del Signore degli Anelli. Ma sviluppo valore se faccio conoscere la differenza; se sposto la gente dalla libreria ai circuiti dell’usato. L’ho già detto, a un certo punto qualcuno metterà in circolo copie clandestine più o meno illegali delle vecchie traduzioni. Questo è combattere la censura. Spolverarmi la copia sullo scaffale mi fa sentire a posto. Non serve a niente, invece.

Appunto, politica.

Il lavoro di dire no

Linus Torvalds tiene il proprio intervento durante l’evento Open Source Summit and Embedded Linux Conference: Europe. A un certo punto gli chiedono come si articoli la sua giornata. Risponde che legge un sacco di posta, ne scrive molta è praticamente non programma più, perché scrive il codice direttamente nel messaggio oppure invia pseudocodice. Poi:

Leggo molta più posta di quella che scrivo, perché alla fine il mio lavoro è dire no. Qualcuno deve poter dire no alla gente. Perché gli altri sviluppatori sanno che che se fanno qualcosa di sbagliato, io dirò no. […] Tuttavia, per poter dire no, devo conoscere il retroscena. Per questo passo praticamente tutto il mio tempo a leggere posta riguardante quello su cui sono al lavoro le persone.

A me viene in mente un altro personaggio conosciuto in ambito informatico, noto per avere parlato del dire no:

Focalizzarsi è dire no […] alle centinaia di altre buone idee. […] In realtà sono orgoglioso delle cose che non abbiamo fatto così come di quelle che ho fatto. L’innovazione è dire no a mille cose. Bisogna scegliere con attenzione.

Se di una cosa possiamo essere certi, è che Torvalds non si è ispirato a Jobs. Se due persone tanto diverse arrivano a un punto di vista comune, c’è da rifletterci.

Ottimismo raro

Se l’amico Riccardo chiude la sua carrellata su Wwdc con una visione pacatamente ottimistica sul futuro di Mac, vuol dire che è stato un successone.

Nessuno meglio di lui sa cogliere luci e ombre di Apple. Ed è il posto da visitare per sentire la voce di chi, spesso vede il bicchiere mezzo vuoto. Io tendo a vederlo mezzo pieno e leggere i suoi articoli ha sempre l’effetto di un riequilibrio.