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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Tutto un altro discorso

Prima di entrare in maggiore dettaglio sui numeri, voglio dire solo una cosa su COVID-19. È qualcosa con cui l’Italia si confronta da gennaio. E ritengo che il modo in cui abbiamo risposto, ciò che siamo stati ispirati a fare, racconti una storia importante sulla grande stabilità dell’Italia come nazione e sulla continua rilevanza dei nostri prodotti e delle vite dei nostri cittadini. È una situazione che parla anche della nostra capacità unica di essere creativi, di pensare sempre in un’ottica di lungo periodo e di andare avanti dove altri possono sentire la tentazione di ritirarsi.

Prima che COVID-19 fosse all’orizzonte, avevamo anticipato che il primo trimestre dell’anno sarebbe stato per l’Italia un periodo prolifico e di grandi energie. E quando la pandemia ha colpito, siamo stati capaci non solo di fare crescere il Paese, grazie a nuove riforme potenti che hanno risposto alle esigenze dei cittadini, ma anche di distinguerci per come abbiamo adempito ai nostri doveri più ampi rispetto alle comunità nelle quali viviamo e lavoriamo.

L’introduzione di Tim Cook ai risultati finanziari recenti di Apple secondo la trascrizione di Six Colors, se solo avesse detto Italia in luogo di Apple, cittadini al posto di clienti, riforme invece di prodotti.

Se solo ci fosse un Apple Passport.

Quando il gioco

Che cosa era in calo da quattro anni e improvvisamente si è messo a crescere? Il numero dei download di app su iPad, per esempio.

I dati di Sensor Tower dicono che nel primo trimestre dell’anno si sono scaricate 1,1 miliardi di app per iPad e la spesa ha superato i due miliardi di dollari.

A beneficiarne maggiormente in assoluto è stata la categoria giochi, come al solito al primo posto. Ma la crescita maggiore in percentuale spetta alla categoria Education, che è cresciuta del 78 percento e ha superato ogni suo record precedente.

Il mercato delle app lo si conosce: la spesa di un euro e spiccioli viene considerata un lusso semi-inutile in tempi normali, figuriamoci in questi. Eppure, chi vede la necessità – o l’opportunità – di investire qualche moneta per sé o per un piccolo lo fa. E lo fa su iPad, evidentemente considerato macchina adeguata per beneficiarne.

Che in una situazione incerta ci si affidi a iPad in misura maggiore di prima è un dato interessante. A volte è un computer, a,volte no, ci si programma ma non del tutto, non è il portatile ideale eccetera eccetera eccetera ma ho la sensazione che, se sapessi di dover partire per la classica isola deserta con il bagaglio minimo, prenderei iPad.

Credo anche che non sarei l’unico a farlo. Ognuno sulla sua isola, certo.

Sottintesi

Molti commenti sulle app di tracciamento contatti e specialmente sulla nostra vertono sulla massa critica di adozione piuttosto alta, che dovrebbe esserci per garantire un funzionamento ottimale.

(Veramente? Se ad Ancona tutti la adottano, ma a Viterbo nessuno, ad Ancona comunque servirà un sacco, anche se la media di utilizzo è minore del necessario stimato).

Il sottinteso è che, prevedibilmente non raggiungendo i numeri desiderati, la app non serva e non vada fatta.

Tra le obiezioni alle lezioni a distanza è che non raggiungono tutti gli studenti.

(Neanche le lezioni in aula lo fanno).

Il sottinteso è che, non essendo ecumeniche, le lezioni a distanza siano sbagliate e da non tenere.

Adesso si comincia a sentire che il lockdown è stato una cosa sbagliata perché non totale.

Se il sottinteso fosse che quindi non andava praticato, sarebbe ben triste. Anche perché nelle terapie intensive faticano per fare respirare tutti e c’è stato un momento in cui non ci riuscivano; visto che non c’erano abbastanza ventilatori per tutti, era il caso di toglierlo anche a chi era così fortunato da averlo?

Questo argomento del non abbastanza è diventato veramente un sintomo di inutilità del pensiero. Se ci sono risorse di pensiero in una testa, il bene della comunità richiede che vengano usate per capire che cosa fare in più e meglio. Che cosa non va lo si vede tutti e aiuta solo fino a un certo punto. Quello che occorre è costruire, non criticare senza dare alternative migliori.

Nessun sottinteso, qui.

Restiamo connessi

La paternità predispone chimicamente all’emotività.

Riflettevo sui buoni risultati finanziari di Apple, Amazon, Alphabet (Google), Facebook, Microsoft. Buoni perché c’è dentro un mese di virus eppure sono di segno positivo. Nel prossimo trimestre la musica sarà meno allegra di sicuro, però sono colossi con tutta la possibilità di passare un momento brutto senza troppi traumi.

E mi dicevo, sono quelli che bene o male ci tengono in piedi. Chiaro che lavoro e salute sono in equilibrio instabile per tantissimi; bisogni primari a parte, però, se le nostre comunità non sono ancora collassate si deve alle chat, alle videoconferenze, alle risorse condivise, alla collaborazione remota, alla facoltà di informarsi ed essere informati alla profondità desiderata.

Poi Flavio mi ha mandato questa foto, dal sovrappasso ferroviario di via Farini a Milano, lato nord.

Tabellone pubblicitario in via Farini a Milano. Foto di Flavio

In tempi normali vale due risate. In questi ho visto la rappresentazione del dopobomba in cui saremmo piombati senza la rete. Quello schermo gigante isolato e impossibilitato a comunicare ha parlato alla mia pancia.

A pochi metri di distanza la primogenita dormiva, cullata da Auld Lang Syne. Curavo intanto una raccolta di risorse anticoronavirus che mi sorprende non per la quantità ma per la tipologia; l’offerta solidale di arte, musica, libri, film è alta anche di livello e il maggiore tempo libero di tanti, purtroppo magari loro malgrado, non basta a spiegarlo. Abbiamo ancora cose da dire sull’incrocio tra tecnologia e arti liberali.

Tutto questo per arrivare a scrivere il più tardi possibile che mi sono commosso per come questa rete ci tenga insieme.

Sincronizzazione e dolori

Diversi post negli ultimi giorni sono stati pubblicati monchi delle ultime parole o delle ultime righe. Mi sono scervellato e ho capito almeno in parte che succede.

Quando scrivo su iPad uso Editorial, che sincronizza su Dropbox. Per me è estremamente comodo poi collegarmi a Mac in ssh, spostare il file del post nella cartella giusta, azionare Octopress e pubblicare.

Da qualche tempo, per motivi che ancora ignoro, la sincronizzazione con Dropbox si inceppa spesso e volentieri. Succede che, mentre scrivo, il file cambia nome e diventa su Dropbox una copia in conflitto con quella originale.

Al momento di collegarmi a Mac non ci faccio caso e passo a Octopress il file che ha il nome originale. In realtà non è il file completo, ma quello che contiene il testo fino a quando non è fallita la sincronizzazione.

Ora verifico manualmente che tutto sia a posto una volta pubblicato. Vorrei cambiare modalità di pubblicazione ma mi servirebbe un editor capace di sincronizzare, che so, con iCloud Drive per esempio, comunque non soltanto con Dropbox.

D’altro canto Editorial, con il suo meccanismo di scripting interno, mi ha consentito un livello di personalizzazione che non so quale altro programma mi consenta. Produco ogni giorno svariati file in Html e Markdown, che Editorial mi fa costruire in modo comodissimo. Ho la sensazione che pochissimi editor mi consentano la stessa libertà.

Mi sto abituando gradualmente a emacs, solo che su iPad è ancora poco pratico e poi, quelle rare volte che non sono a contatto con un Mac, dovrei usare un editor offline diverso. Insomma, c’è dietro tanta pigrizia oltre a qualche mancanza di tempo, ma la morale è che mi manca un upgrade path efficace per superare l’impasse dei problemi con Dropbox e intanto mantenere la notevole efficienza che ho raggiunto con la personalizzazione di Editorial.

Accetto suggerimenti e rimproveri.

La farina del diavolo

Era veramente un altro secolo quando Indro Montanelli lanciò da il Giornale la sottoscrizione per salvare l’Accademia della Crusca, lasciata senza fondi pubblici a morire di fame. Partecipai e dal mio punto di vista sembra che di secoli ne siano passati anche tre o quattro.

Oggi la Crusca pubblica un documento per la ripresa della vita scolastica in cui tre suoi rappresentanti dichiarano che la scuola è un’aula e non un video. Il timore è che il processo educativo si esaurisca nella trasmissione di contenuti attraverso il web. Si evidenziano i limiti della didattica a distanza e si auspica un ritorno migliorato all’attività educativa ordinaria.

Che quindi non sarebbe un ritorno, urgendo un miglioramento e di conseguenza un cambiamento. Però la Crusca sono loro, avran ragione.

Che la didattica a distanza abbia limiti, come qualsivoglia attività umana, sembrano scoprirlo. Un po’ come l’acqua calda. Ricordano en passant che l’affollamento nelle classi è stato un provvedimento ministeriale sconsiderato e mi balena l’ipotesi che forse anche nella scuola cosiddetta ordinaria ci sia qualcosa da sistemare. Accusano l’insegnamento a distanza di penalizzare i più svantaggiati come se fosse una sua esclusiva. Come se andare in un liceo ai Parioli di Roma o allo Zen di Palermo sia uguale (con rispetto per chi allo Zen fa fatica a insegnare e studiare).

La scuola è un’aula, non un video, come forse – fanno sapere – è gradito in certi ambienti solamente commerciali. Lo strapotere delle multinazionali nelle scuole è responsabilità precisa della scuola ordinaria, dal ministero giù fino ai presidi e agli insegnanti senza spina dorsale. L’open source sarebbe obbligo ovunque costituisca una alternativa valida e, si sappia, lo fa sempre o quasi sempre.

Il peggio è che – escludiamo pure l’estate – la scuola che è un’aula e non un video avrà passato quattro mesi a fare ZERO per ragazzi e famiglie. Senza l’insegnamento a distanza, che penalizza, svantaggia e ottunde, un quadrimestre sarebbe stato il nulla totale.

È un cretino quello che vuole la scuola solo a distanza. È un cretino chi vuole la scuola solo in aula.

La scuola non è un video e neanche un’aula. È una rete. Basterebbe ricordarsi di esserci stati, a scuola. Una rete che quando è il caso è bene si riunisca, e quando è il caso è bene si colleghi. La prossima volta che nevica, o c’è allarme maltempo, vedremo chi accende il computer e chi si prende un giorno di vacanza. Parliamo dei disabili che non possono raggiungere un’aula, a proposito di persone svantaggiate. Di bambini autistici che riescono a comunicare solo tramite un intermediario non umano. Degli audiolibri.

Un vero insegnante di oggi dovrebbe saper insegnare in aula e in rete. Se sa fare solo una delle due cose, potrebbe anche percepire mezzo stipendio, o lavorare per un orario doppio. Nel mondo fuori, è norma essere preparati a svolgere il proprio lavoro.

La Crusca cui ho donato tanto tempo fa si è riempita di farina del diavolo. Mi pento pubblicamente di avere contribuito a farla arrivare fino a qui.

P.S.: in fondo all’articolo si trova un florilegio di commenti che mette umanamente paura. Riporto qualche gemma.

È tempo di riaprire le aule e le menti.

Se la DaD verrà imposta come in una “Dittatura a Distanza” in sostituzione della scuola essa costituirà la fine dell’insegnamento e della scuola come ambiente sociale fondamentale.

Eliminare la scuola in favore di piattaforme digitali ed e-campus significa minare la democrazia futura del Paese formando dei robottini o degli avatar ubbidienti e buoni esecutori, non delle persone e dei cittadini pensanti.

Occorre ricordare che web significa “ragnatela”: il ragno tesse questa bellissima ed efficace trappola, le mosche vi rimangono invischiate e il ragno le spolpa a poco a poco.

Non si può assolutamente fare passare il pensiero che i saperi possano essere veicolati solo con il Dio web.

Cose da lockdown

Da qualche giorno, prima di dormire risolvo uno dei puzzle di Swift Playgrounds. Sono partito dallo zero assoluto, Learn to Code 1, e ne ho completati undici. Sono al punto in cui si usano funzioni come pezzi di altre funzioni, alla vigilia del completamento del capitolo sulle funzioni. La difficoltà è pressoché nulla, a questo stadio, e le uniche serate in cui non ho fatto centro al primo colpo sono quelle in cui mi sono addormentato con iPad in mano. Diciamo che qualsiasi bimbo di prima elementare ci può provare con un minimo di accompagnamento.

Continuo a giocare a Battle for Polytopia. Siamo un gruppetto tranquillo, a tutti i livelli di bravura, e accogliamo senza problemi aspiranti giocatori. Il gioco è semplice ma per niente banale e il requisito minimo per sostenere le partite online è di pochi minuti al giorno, scelti a piacere. Il gioco abilita il multiplayer dietro esborso di un paio di euro ma poi qualunque altro acquisto in-app è opzionale e pochissimo rilevante per essere competitivi. Se qualcuno vuole provare, può passarmi l’identificativo e lo invito. Il mio identificativo è Zf37pI6KgzGLOIL9.

Invece ho provato più volte a rientrare in Clash of Clans dopo una lunga assenza forzata e non ci sono riuscito. Il gioco ha cambiato pelle ed è molto più bello, ricco e coinvolgente di prima. Ma mi chiede troppa presenza.

C’è da ripartire. Allora ho ripreso in mano Gödel, Escher, Bach. Roba impegnativa, sì. Per questo in pausa pranzo giro qualche pagina di Innumeracy. Consiglio a chiunque di trovare una buona lettura su errori e mistificazioni proprie della statistica perché in questo periodo avere percezione di che cosa si sta combinando a partire dai dati è piuttosto importante. I dati sono male assortiti, male comunicati e sospetto anche male trattati.

Destra, sinistra: basta

Interrompiamo le trasmissioni per parlare di un articolo di Marc Andreessen, creatore del browser Netscape, uno dei primi a essersi arricchito con Internet e oggi investitore in compagnie e tecnologie promettenti per mezzo di Andreessen Horowitz.

Andreessen ha scritto una pagina di storia già una volta con il suo articolo Perché il software sta mangiando il mondo sul Wall Street Journal. Spiega perché qualunque azienda è destinata a (e dovrebbe) diventare una azienda di software. Dovrebbe anche essere una lettura obbligata nella scuola dell’obbligo.

Lo ha rifatto, con È tempo di costruire. È una lettura potentissima, obbligata per qualsiasi adulto, che farà storia anche se data a pochi giorni fa, su quello che manca al mondo per riprendersi dalla pandemia ma anche prosperare dopo: la voglia di costruire.

Andreessen ne ha anche per il mondo politico: una lezione che molti italiani dovrebbero capire e capire subito. Qui sotto, qualche paragrafo.

§§§

La destra parte da una posizione più naturale, sebbene compromessa. Generalmemte è per la produzione, troppo spesso si fa corrompere da forze che ostacolano la concorrenza di mercato e la costruzione di cose. La destra deve lottare duramente contro il capitalismo a favore degli amici, i regolamenti che intrappolano, gli oligopoli ossificati, i paradisi fiscali e i buyback amici degli investitori che sostituiscono l’innovazione amica del consumatore (e, in un tempo più lungo, anche dell’investitore).

È ora che la destra sostenga a gran voce, senza compromessi, senza sensi di colpa investimenti aggressivi in nuovi prodotti, nuove industrie, nuove fabbriche, nuova scienza, nuovi grandi salti in avanti.

La sinistra parte in molte di queste aree con un pregiudizio favorevole verso il settore pubblico. Al che dico, si dia prova della sua superiorità! Dimostriamo che il settore pubblico può costruire ospedali migliori, scuole migliori, trasporti migliori, città migliori, case migliori. Finiamola di proteggere il vecchio, il consolidato, l’irrilevante; mettiamo il settore pubblico a lavorare pienamente sul futuro. Milton Friedman una volta disse che il più grande errore del settore pubblico è giudicare politiche e programmi dalle loro intenzioni invece che dai loro risultati. Invece che prenderlo come un insulto, lo si prenda per una sfida: costruire nuove cose e mostrarne i risultati!

§§§

Non riesco a trovare parole migliori per commentare l’Italia capace di fare una questione di bandiera perfino di una pandemia, prigioniera di retorica e ideologia, popolata di gente sempre più ignorante man mano che si sale nelle gerarchie dei partiti e dello stato (minuscolo), che vota per i propri interessi – e ci mancherebbe – ma si mobilita contro quelli altrui (che è demenziale).

Chi pratica la politica come una religione, vota lo stesso partito per tutta la vita, vede zero ragioni e qualsiasi torto nell’avversario, confonde destra e sinistra (in qualunque ordine) con sopra e sotto, è pregato di leggersi Andreessen, come tutti, ma leggere tre volte i paragrafi qui sopra e farsi un profondo esame di coscienza.

Destra, sinistra: basta.

Si-può-fare!

Nutro la ferma convinzione che la tipografia digitale, con il tempo necessario, recupererà il divario con i cinquecento e passa anni di evouzione della tipografia analogica, fino a creare nuovi capolavori che rivaleggeranno in estetica e design con quelli di Aldo Manuzio o Hermann Zapf.

Naturalmente saranno lavori di natura anche fondamentalmente diversa, esattamente come uno schermo bitmap non ha niente a che vedere con un foglio di carta, anche se molte volte lo imita per il nostro quieto vivere.

In questo percorso trovano posto i font variabili, capaci di mutare forma e caratteristiche secondo le intenzioni del compositore.

Altrettanto naturalmente l’evoluzione porterà anche a mostruosità e incidenti di percorso. Esattamente come il Times New Arial, stupefacente nel mutare quanto orrendo a vedersi in ogni percentuale di mix. Vedremo grandi manifestazioni di genio e talento, nel bene e nel male.

Dobbiamo essere fiduciosi che nel tempo le creazioni brutte lasceranno il posto a quelle capaci di durare e testimoniare la grandezza dell’ingegno umano. Hanno fatto pasticci anche nel Rinascimento; semplicemente, li hanno buttati.

Questa non me la perdo

Secondo Bloomberg, l’anno prossimo arrivano i primi Mac con processore Arm.

La cosa in sé non è una novità. Se ne parla da anni.

La notizia vera, fosse vero, sarebbe la data precisa, più il parlare dei processori e non dell’annuncio della transizione.

John Gruber copre al meglio l’articolo di Bloomberg e nota la vera bomba: se l’anno prossimo ci saranno Mac con processori Arm, l’annuncio avverrà durante Wwdc, a giugno prossimo.

Visto anche il formato virtuale dovuto all’emergenza sanitaria, questa edizione di Wwdc potrebbe essere davvero epocale. Non me la perdo proprio.

Anche sapendo bene, come nota Gruber, che Bloomberg ha fatto non pochi buchi nell’acqua in tema Apple negli ultimi anni, e di entità ragguardevole.

It’s a Kind of Mac Magic

Ti distrai un attimo e succedono cose che sbalordiscono, come l’indiscrezione che Immuni userà la piattaforma Privacy-Preserving di Apple e Google. Eppure ci sono magie più piccole capaci di incantarmi maggiormente.

In serata il mio Mac era connesso via VPN a una scuola americana.

Mia nipote, da casa sua, controllava lo schermo del mio Mac via iMessage e faceva i compiti sulla piattaforma della scuola americana.

Mia figlia si addormentava mentre il sistema audio di casa trasmetteva una playlist di sottofondo presente, ovvio, su Mac.

Contestualmente, Mac era connesso via ssh alla macchina virtuale in cloud che pubblica questo blogghino.

Io ero collegato via ssh da iPad a Mac e lavoravo sulla macchina virtuale.

Su un normalissimo Mac mini, su un normalissimo macOS, senza moduli di software per server o altri trucchi, con banda ordinaria e come unico accessorio extra una AirPort Express più vecchia delle due figlie messe insieme.

Hardware normale, software scontato e sotto gli occhi la meraviglia di questa rete tanto facile da usare male quanto potente per farci vivere, lavorare, studiare, giocare, rilassare meglio.

Al centro della magia, Mac.