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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Uno su sei cifre ce la fa

Gira molto il resoconto delle sei cifre in sei giorni di Traf, dopo il suo exploit di vendita di icone per iOS 14 in ragione, appunto, di oltre centomila dollari in meno di una settimana.

Nella sua presenza su Internet lui ostenta una estrema trasparenza e dichiara senza problemi che nella realtà i suoi sei giorni sono cominciati sette anni fa, quando ha venduto le sue prime icone su Cydia per diciassette dollari totali.

La trasparenza è uno dei suoi consigli, assolutamente da seguire. Per il resto non è miracolato né un esempio da seguire: come lui ce ne sono più di quanto appaia, non è che copiandolo ci troveremo automaticamente con centomila dollari sul conto. Contano invece tantissimo i consigli che dispensa e devono servire come fonte di ispirazione, anche se non si disegnano icone e non si guadagna a sei cifre.

La trasparenza è un consiglio; iterare è un altro; cogliere l’attimo, pubblicare spesso e altre cose per cui rimando alla lettura dell’originale.

Mi permetto invece di erogare un metaconsiglio, che deriva dalla lettura e dall’esplorazione dei contenuti di Traf. Il suo sito personale è minimale (un suo vanto), interessante (si è divertito a farlo) e illeggibile (testo bianco su fondo nero e altre sconcezze, un disastro).

Però i centomila se li è fatti ugualmente.

La morale: mai prendersi troppo sul serio e invece, altro consiglio che riporto, non avere paura di esprimerci e pubblicare quando e come si desidera. La lezione, quella definitiva, che mi porto a casa da tutto questo è la seguente:

Internet è un flusso ininterrotto di contenuti; l’idea di stufare o esagerare è solo una scusa che ci inventiamo per smettere di pubblicare.

Un caso da manuale

C’è un MacBook Pro che deve usare un certo programma di VPN per entrare in una intranet e lavorare.

Il software di VPN si installa, ma non si collega. I controesempi e le prove incrociate sembrano puntare a una incompatibilità con quella versione di macOS.

La pagina ufficiale del software dichiara la compatibilità totale (tutte le funzioni a disposizione) del programma Vpn con quella versione del sistema operativo. Dal supporto tecnico e dalla documentazione arrivano zero indicazioni utili. È evidente che qualcosa non torna nelle dichiarazioni della software house.

Quel macOS è El Capitan, versione 10.11. Non proprio il più recente. Dopo di lui sono arrivati Sierra, High Sierra, Mojave, Catalina e manca davvero poco a Big Sur.

Il MacBook Pro è un mid-2012, che può aggiornarsi almeno fino a Mojave. Su Catalina ho un dubbio, nonostante le dichiarazioni di Apple. Big Sur è certamente fuori, ma non è che ci serva per forza.

Il proprietario però non vuole aggiornare il computer, neanche a Sierra. Altrimenti scatta l’obsolescenza programmata di Apple, dice, e comincia a non funzionare più niente.

La software house potrebbe dichiarare una falsa compatibilità ma anche soffrire di un bug di El Capitan. El Capitan potrebbe contenere un bug ma anche essere a posto a fronte di un bug nel programma di Vpn. L’utilizzatore dice che tutto quello che serve funziona e quindi non vede ragione di aggiornare il software di sistema (che in effetti non è dimostrato sia la causa effettiva).

Chi è il responsabile?

Il punto sulle linee

Ho dovuto improvvisarmi graphic designer per una notte e sono ricorso, dopo tanti anni, a Inkscape per l’unico motivo di averne già fatto una vaga conoscenza, aggiunto alla recente comparsa della versione 1.0.

È andata complessivamente bene. Ho avuto un momento di sconforto a causa di un crash dovuto al tentativo di spostare una guida; fortunatamente era a inizio lavoro e non ho perso niente. Da lì in avanti è andato tutto liscio.

Diciamo tranquillamente che se Adobe Illustrator vuole farsi pagare per farsi usare, le ragioni ci sono e abbondanti. Tutte però riguardanti l’esperienza di utilizzo, non eventuali limitazioni; Inkscape ha fatto quasi tutto quello che gli ho chiesto e, dove ho riscontrato problemi, ho anche trovato nell’aiuto online un alleato insperato. Recuperare istruzioni precise su Inkscape sembra davvero molto agevole.

I difetti del programma sono noti e direi comuni a tanti programmi open source: c’è tutto, anche fin troppo, non sempre facile da trovare, per non dire comprendere. Ho riletto sei volte le istruzioni per convertire una forma in un tracciato e avrei anche inquadrato il problema; è che proprio non ho ottenuto quello che volevo.

Sono arrivato comunque in fondo al lavoro, però, con buona qualità e anche un discreto divertimento.

Dicevo a maggio, diamo magari una chance a Inkscape. Ne valeva la pena. Il pensiero che comunque l’aiuto sia funzionante agevola l’esplorazione di una interfaccia sempre un po’ in crisi di sovrabbondanza. Si tratta decisamente di un programma che non ha mai visto la collaborazione di un bravo progettista di interfaccia utente. Però ragionevolmente usabile e preciso.

Ci sarebbe da discutere di un obbligo di legge di versare un euro ai creatori di un programma open source, o in alternativa di contribuire fattivamente al progetto, prima di poterlo usare. Inkscape vale certemente l’euro. È un vettoriale gratuito, impegnativo, completo, utile.

Benessere web

Tracciamenti bloccati da Safari nell’ultima settimana

Non c’entra nulla con le questioni economiche, ma certamente questo è un segno di agiatezza sul web: il browser che pensa a te e ti leva di torno i tracciamenti subdoli a scopo di propinare cattiva pubblicità.

Nei prossimi anni, questo sarà un privilegio.

Modernismi

Su Lwn si sono messi a discutere di come rendere emacs più moderno e accattivante per gli utenti di oggi.

Ci ho scritto persino io, anche se spostare un meccanismo in cui opera Richard Stallman è più difficile che spostare Giove dalla sua orbita.

La cosa che mi atterrisce è che ci si concentra su cose completamente irrilevanti come la curva di apprendimento, o i tutorial video.

emacs è e resterà un programma per iniziati. La sua forza è quella; dagli una interfaccia grafica, dagli un menu semplice e sarai al punto di prima. Con emacs fai cose vicine all’impossibile in qualunque altro ambiente. Naturalmente non si può vendere questo concetto a un pubblico ampio.

Apri un file CSV, ordinalo per la seconda colonna, fanne una tabella LaTeX e genera un PDF tipograficamente elegante. Punti bonus se dal tuo editor puoi ispezionare il PDF creato.

Per la maggioranza degli utilizzatori un obiettivo di questa portata non sarà mai neanche immaginato. Dunque emacs resterà, giustamente, di pochi per l’eternità.

Certamente quei pochi potrebbero essere un po’ più degli attuali e magari crescere con suprema lentezza.

A mio parere, la lista delle cose da fare per raggiungere questo obiettivo è essenziale:

  • Portare emacs su iOS, iPad OS, Android.
  • Abilitare almeno un meccanismo di sincronizzazione multipiattaforma.

A me frega niente della curva di apprendimento o della difficoltà di scoprire tutti i mode di funzionamento. Se sono motivato, mi ci metto. La cosa che mi frustra più di BBEdit è la sua assenza da iPad. Avere emacs su iPad e poter sincronizzare con Mac aumenterebbe vertiginosamente le mie motivazioni per usarlo. Se vale per me, vale per qualche milionata di persone che più o meno sono al mio livello e con motivazioni simili alle mie.

Fa male che il problema non sia tecnico, ma da azzeccagarbugli: emacs funziona sotto licenza GPL e, ostinato Richard Stallman a non mollare di un centimetro, ostinata Apple a non mollare neanche di un millimetro, l’uno non vuole pubblicare emacs su Apple Store; l’altra, se anche ci si provasse, lo rifiuterebbe.

Non so se questo stallo sia abbastanza moderno; certo è notevolmente stupido. Persone intelligenti avrebbero lavorato a un compromesso.

Segreti ma non tanto

Titolo da The Verge, che dovrebbe già dire tutto: Microsoft aveva un tema segreto di Windows XP che lo faceva somigliare a un Mac.

Lo sappiamo perché su Internet è apparso di recente un grosso ammontare di codice sorgente di Windows XP, sottratto alla stessa software house che tiene saldamente per la giugulare il flusso dei dati confidenziali nella tua azienda.

Scelte incaute e fiducie malposte a parte, il tema simil-Aqua (l’interfaccia grafica di Mac OS X a quel tempo) non è mai stato pubblicato ufficialmente: che in Microsoft volessero fare somigliare Windows a Mac, doveva rimanere un segreto.

Penso a tutte le persone autocostrette a mantenere lo stesso segreto e tuttavia condannate a rivelarlo appena mettono piede in un Media World, nel tentativo vano di spendere Windows per comprare Apple, e osservo per loro un minuto di compassione. Coraggio, ci sono strade per stare meglio. Serve solo pensare almeno per qualche istante con la propria testa.

Un problema da inquadrare

Bisognerà tornare in modo approfondito sull’argomento, però vorrei sintetizzare qui e ora.

Dopo sei mesi dal lockdown, il pubblico preparato inizia a capire come comportarsi in videoconferenza e ad avere i primi indizi di come si collabora. Ci si può immaginare il pubblico non preparato.

Ci fu un tempo con un computer per nazione, poi uno per azienda, poi uno per famiglia, poi uno per persona e oggi numerosi computer per persona.

A livello di videoconferenza, siamo al punto in cui c’è uno schermo per persona. Non ci si è resi conto, ancora, che inizia l’era di più schermi per persona.

È ora di cominciare a rabbrividire quando senti di qualcuno che si chiede che computer comprare per fare le call. Che c’entra il computer? O lo si fa come capita e allora va bene tutto, oppure ci si organizza.

Non ti serve un computer. Ti serve una buona illuminazione. Una buona inquadratura. Una buona videocamera. Forse è il momento di avere due videocamere e l’embrione di una regia. Un treppiede, forse. Quando diventerà una cosa seria, auricolari wireless il più invisibili possibile dove non si può procedere con diffusione audio en plein air. Strumenti collaborativi che sono certo software, ma anche hardware. La condivisione schermo sembra l’ultima frontiera, in certi uffici. Ragazzi e ragazze, è l’inizio. Ci sono le lavagne condivise, le realtà aumentate, l’animazione, il disegno a mano libera (c’è da pensare a una Apple Pencil prima che alla videocamera), l’interattività, la simulazione, gli editor collettivi, i materiali offline, quelli indipendenti dal tempo reale, i form, i Mud e qualcuno domani inventerà un’altra cosa.

Non serve tutto a tutti. A molti basta una cosa sola per fare una cosa sola. Probabilmente si tratta di un buon obiettivo montato su un computer da tasca, non un computer. Se non altro perché la prossima call potresti averla in stazione, fuori da scuola, su una panchina al parco con lo sfondo natura.

(Quando si parlerà degli sfondi, ecco, se dietro di te ci sono le piastrelle della cucina, o le tende ereditate dalla nonna arrotolate con i fiocchetti, il tinello interno giorno, l’ex ripostiglio, il salotto stile pornosoft, i quadri dal mercatino del finto antiquariato incorniciati in finto legno fintamente firmati da finti pittori, allego un consiglio empatico e solidale: usa un software con gli sfondi artificiali e metti la Terra vista dallo spazio, il prato, il Mondrian, lo skyline, la foresta dall’alto, l’atollo, le orecchie di Topolino, il chroma key. METTI QUALSIASI ALTRA COSA).

Il lockdown mi ha insegnato che la mia macchina più importante, per le call articolate, è Mac mini. Senza microfono, senza videocamera. Questo, in un setup tuttora amatoriale (che dovrà raffinarsi), mi permette di interagire con le persone tramite iPad Pro e con i contenuti mediante lo schermo grande.

Gente che prima di entrare in una sala riunioni passava mezz’ora a sistemare la cravatta o rifarsi il trucco (talvolta ambedue), adesso si mette in favore di camera con l’angolo che capita, la luce che capita, cadesse il cielo piuttosto che guardare una volta dentro l’obiettivo. Novità sconvolgente: dall’altra parte ci sono altre persone. Si ricorderanno della tua sciatteria. Per ora sono sciatte anche loro e quindi vale tutto, ma – altra novità sconvolgente – non durerà.

Pace e programmini

Può anche essere una giornata di lavoro veramente pessima, mentre fuori si scatena il temporale e l’estate termina. Però leggi che Pixelmator Pro 1.8 si è aggiornato con un bel supporto di AppleScript e, comunque, la giornata prende un’altra piega.

Pixelmator Pro è un gran bel programma. Non sempre in linea con le linee guida di interfaccia di Mac, ma con lo spirito giusto. Tanto che il supporto AppleScript è stato fornito da Sal Soghoian, il padre dello scripting in Apple.

Wired racconta tra altre cose di quando Soghoian richiamò l’attenzione di Steve Jobs. Era il 1997, Jobs appena tornato aveva il compito di ricostruire. Si mise a tagliare rami secchi, divisioni che non rendevano il dovuto, cancellare progetti anche visionari – Newton – e però troppo costosi. Tenne un discorso molto duro a un gruppo di dipendenti. Era facile lavorare con Mac cento volte migliore di Windows. Ora non era più così, e loro non sapevano più cosa fare.

L’unico a rispondere fu Sal Soghoian, product manager Apple per l’automazione. Sono Sal Soghoian, e hai torto. La mia tecnologia è migliore di quella di Windows.

Jobs stava attaccando quei dipendenti proprio per capire quanta passione avessero per il proprio lavoro e se qualcuno ne avrebbe avuta abbastanza da difenderlo. Eccone uno.

Da lì AppleScript e poi Automator. AppleScript ha rischiato diverse volte di scomparire, ma – ben più di Pixelmator – partecipa con forza allo spirito Mac. Jobs ha scherzato su come Apple fosse guidata da un grosso AppleScript e si ritiene che il quotidiano Los Angeles Times abbia salvato AppleScript al momento della transizione a Mac OS X: il flusso di lavoro della testata si basava sull’automazione di Mac al punto che – avesse dovuto rinunciarvi – non sarebbe riuscita a uscire con l’abituale efficienza.

Soghoian non lavora più in Apple ma continua a promuovere l’automazione, stavolta presso Omni Group.

Per considerare il futuro dello scripting e dell’automazione in Apple bisogna possedere doti serendipitiche. La società ha diverse carte da giocare: Automator, Workflow e Comandi rapidi su iOS, per esempio, più pezzi di tecnologie che non sono più – HyperTalk, per dire – e tuttavia potrebbero ritrovare uno scopo. Si può sperare in qualche colpo di teatro unificante che porti progresso in questa direzione e anche significativo.

O forse la magia algida di AppleScript continuerà ad assicurargli la sopravvivenza, non lo sappiamo. Scrive benissimo John Gruber:

Chiaramente Apple non è abbastanza interessata all’automazione degli strumenti professionali per creare un linguaggio di scripting veramente nuovo, ma lo è a sufficienza per tenere funzionante AppleScript. Il persistere di AppleScript, a pensarci, è veramente inusuale.

È stata una giornata pessima sul lavoro, il tempo è brutto, sono in ritardo. Eppure stasera soffia lo spirito di Macintosh, quello di un tempo. E trovo pace prima di dormire.

P.S.: anche Achille Campanile è una buona lettura da fine giornata e il titolo è ispirato a un capitoletto di uno dei suoi libri migliori. Bonus a chi lo individua.

Scuole da provare

Che ci azzecca, avrebbe detto qualcuno, Amazon con la scuola materna? Eppure Jeff Bezos ha annunciato l’apertura di una serie di asili destinati a bambini svantaggiati tra i tre e i cinque anni, i cui genitori pagheranno come retta zero.

La foto suggerisce un ambiente piacevole e curato; il testo non va oltre il ringraziamento al team che ha realizzato il primo progetto, a Des Moines, nello stato di Washington.

Ci sarà chi la vede come una inaccettabile intrusione delle multinazionali nel mondo dell’istruzione. Io la vedo come una scuola materna in più a disposizione, destinata a bambini che altrimenti non la avrebbero.

Un commento di Bezos è particolarmente divisivo: il bambino è il cliente. La si può leggere in due modi, uno estremamente negativo e uno persino rivoluzionario: una scuola che mette il bambino al centro delle sue attenzioni. Invece dei precari, invece degli scioperi, invece dei concorsi, invece dei bandi, invece dei trasferimenti a casa, invece dei certificati medici compiacenti.

D’altronde, come si fa a lasciare gli insegnanti con uno schermo solo?

In realtà questo è il secondo argomento. Tra virus, digitale e lezioni remote, per lavorare gli insegnanti oggi hanno bisogno di buoni schermi. Un piccolo gruppo di lavoro nei dintorni di Seattle ha avuto un’idea e ha fondato Two Screens for Teachers. Lavoreranno molto meglio, è stato il pensiero, se possono scegliere come disporre ragazzi in remoto, lezione, risorse eccetera tra due schermi anziché uno solo, magari quello di un portatile.

Hanno dunque messo a punto un sito di incontri: tra insegnanti che si iscrivono per chiedere un monitor extra a donatori che offrono schermi fisici oppure, appunto, donazioni di denaro per arrivare all’acquisto.

Hanno come obiettivo arrivare a duecentocinquantamila monitor distribuiti entro Natale. Qualche utilità sembrerebbe esserci. Se quella di prima era una ingerenza inaccettabile di multinazionale, questa è una iniziativa no-profit. Come è stata messa in piedi da cinque americani, potrebbe essere messa in piedi uguale uguale uguale da tre italiani.

Quale sarebbe il problema insito nel replicare queste esperienze in Italia? Nel Paese le cui scuole possono mancare di carta igienica, non ci sono abbastanza aule, qualunque pensiero critico termina nell’accusare il governo di tagli alla scuola, effettuati in verità da tutte le amministrazioni centrali da quarant’anni a questa parte, e nella richiesta sistematica di più personale come se fosse una soluzione non si sa a che cosa. Aiutare centomila maestri, o anche solo mille, a tenere lezioni migliori grazie a un secondo schermo è sconsigliabile? Disdicevole? Diseducativo? Troppe comodità tutte insieme?

Tracce da seguire

Serve un progetto di ricerca per il quadrimestre? Suggerisco ampiamente traduzione, discussione, esplorazione pratica delle maestose rivelazioni del New York Times sul tracciamento dei cittadini americani (e chiaramente del mondo) che avviene attraverso i loro computer da tasca.

Maestose come certe onde da surf, che a un certo punto si rovesciano a terra. La sezione Privacy Project del quotidiano ha messo le mani su un file di cinquanta miliardi di geoposizionamenti di cellulari… uno degli innumerevoli file simili prodotti dall’attività di tracciamento.

Attraverso l’analisi dei dati, i giornalisti del Times – e non un team di esperti del Massachusetts Institute of Technology, o di Stanford – hanno potuto ricostruire movimenti e profili di persone a caso oppure selezionate, con poco sforzo. Hanno seguito i movimenti del Presidente tramite il telefono di un addetto alla sicurezza (a sua volta identificato e tracciato). Hanno individuato un dipendente del Pentagono che riceve cure psichiatriche, cittadini con una passione regolare e intensa per gli alberghi a ore, industriali, frequentatori di ville di divi a Beverly Hills, realmente qualsiasi cosa abbiano voluto.

Per ragazzi della giusta età per capire sarebbe illuminante imparare che cosa succede, come, perché, con che conseguenze, che cosa si può fare, quali obiettivi vengono oggi perseguiti. Scommetto che vedremmo meno TikTok e più consapevolezza.

Quanto agli adulti, già scritto, viene solo da ringraziare che esista una Apple con il coraggio di sfidare questa industria con funzioni di tutela della privacy sempre più stringenti.

Già scritto, ma adesso ho anche letto e consiglio molto di farlo. Che la divinità preferita di ciascuno ci conservi Tim Cook al posto di comando e che escano iPhone sempre più capaci di lasciare decidere a noi se, quanto, quando e come ci faccia comodo essere tracciati oppure no.

Prova d’amore

Retrocomputing, Ok. Storia di Apple, Ok. Anni ruggenti, Ok.

Ma è nostalgia del vigore psicofisico del tempo che fu o vero amore per un’epoca irripetibile e sì, visto il seguito, autenticamente rivoluzionaria?

Il litmus test è costituito da questo audiobook: centotrentaquattro presentazioni per duecento ore di audio e sedici ore di video dei grandi dell’informatica degli anni ottanta, a partire da Steve Jobs ovviamente. Ci sono anche personaggi chiave per quanto meno alla ribalta, come Alan Kay, e personaggi protagonisti anche se ne avremmo fatto volentieri a meno, come Bill Gates.

Solo cinquantanove dollari e novantacinque, solo Amazon.com. Su Amazon.it si trova unicamente la guida al contenuto, dodici euro.

Personalmente, interesse distaccato. Ne accennerò a babbo Natale.