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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Un tasto nolente

Il tempo passa e le figlie crescono. La prima ora si mette su iPad per scegliersi i giochi in cui eccelle oppure ha un interesse preciso. La seconda ha preso il posto della prima ed esplora l’iPad di prima generazione (che ha il quadruplo dei suoi anni) a scoprire la qualunque.

Noto che, a parità di età, lo schema di esplorazione è diverso: Lidia si concentrava su pochi giochi e voleva andarci in fondo. Nive è più esplorativa: apre un gioco e lo scandaglia attraverso una prova dei comandi, con la metodicità propria della sua età, vale a dire come capita.

Il metodo Nive è diventato una cartina di tornasole eccellente per valutare il design dell’interfaccia di un gioco. Uno dei parametri migliori è il tempo entro cui lei arriva all’attivazione di qualche funzione che implichi il pagamento, seguito da quanto è facile o difficile uscirne.

Molti giochi sono progettati per incoraggiare la scoperta, diciamo così, delle opzioni a pagamento il più possibile a prescindere dall’effettiva volontà di farlo e una bambina ignara al riguardo è una collaudatrice formidabile.

Trascrizione obbligatoria

Avevo già parlato di Happy Scribe tre anni fa e lanciato un link di referral poco dopo, perché, certo, ne ricevo un beneficio. Il servizio però mi piace e il vantaggio che altri possono ricavere dalla sua scoperta è ben superiore.

Da allora ho usato Happy Scribe solo un’altra volta, oggi. Ho scoperto che il mio piano prezzi è obsoleto e che ora il prezzo è superiore, dodici euro l’ora. Nondimeno il servizio è stato impeccabile e allora devo proprio rifarlo: chi aprisse un account a pagamento a partire da questo link mi farebbe guadagnare sessanta minuti di trascrizione da audio. Che probabilmente, vista la media, sfrutterò a inizio 2023.

Se non erro, il primo file con Happy Scribe in prova è gratis. Apprezzo l’editing in linea e la semplicità assoluta di tutto il servizio.

Mi raccomando: preferisco sapere che è stato utile a qualcuno, più che ricevere sessanta minuti che stanno lì tre anni prima di essere usati.

Insegnamento a distanza

Mi è ancora poco chiaro in che modo le scuole italiane riapriranno a settembre, quanto in aula, quanto fuori, con che orari, con che strumenti, con quanto distanziamento eccetera. Come titolare di figlia regolarmente iscritta al suo primo anno, apprezzo questa suspence che tiene desta l’attenzione e stimola la produzione adrenalinica.

Sono anche confortanti i programmi del governo: 240 mila tablet in arrivo per gli studenti, Wi-Fi in tutte le scuole primarie e secondarie entro il 2022.

I programmi del governo coreano, intendevo.

Sembra che l’insegnamento a distanza sia inevitabile; o l’Italia impara qualcosa dalla Corea, o mandiamo gli studenti a studiare a Seoul.

Incollato a un menu

La scorsa notte, al lavoro su una montagna di caratteri, ho scoperto i copiaincolla speciali di BBEdit.

Un menu per palati fini di copiaincolla

Credo che mi abbiano fatto guadagnare almeno un’ora di sonno. Ho anche l’impressione che possano tornare utili in un numero di situazioni più ampio della mia. Starò loro molto vicino per carpirne i loro segreti.

Economia domestica

Il Tribunale dell’Unione Europea ha annullato la decisione della Commissione Europea che chiedeva ad Apple di pagare tredici miliardi di euro al fisco irlandese. Denaro che secondo l’Irlanda non è dovuto. Per il Corriere della Sera, sono tasse con lo sconto e vabbè, anche sui giornalisti oggi si risparmia di brutto.

John Gruber ha riassunto un articolo del più serio (nella circostanza) Wall Street Journal e ha commentato in modo sintetico e definitivo.

È perfettamente ragionevole e forse corretto sostenere che Apple, come oggi tutte le altre multinazionali titaniche, dovrebbe pagare più tasse. Solo che Apple non è una di quelle aziende capaci in qualche modo di accumulare una fortuna e pagare poco o niente al fisco; nella realtà è il più grande contribuente mondiale e penso veramente che paghino il dovuto, in tutto il mondo. Chi pensa che dovrebbe pagare di più deve occuparsi della legge, non del suo rispetto da parte di Apple o delle loro procedure contabili.

Il portavoce di Apple chiarifica ulteriormente, peraltro aderente alla posizione sostenuta da sempre:

Questo caso non riguarda la quantità di tasse che paghiamo, ma dove ci viene richiesto di pagarle.

Più interessante la dichiarazione di Markus Ferber, europarlamentare europeo di provenienza cristiano-democratica (non estremista, non oltranzista, non esaltato), che nel 2016 ha appoggiato l’iniziativa della Commissione.

Qualche volta il Commissario europeo alla concorrenza andrebbe consigliato di limitare la propensione a fornire buoni titoli per i giornali e pensare piuttosto a preparare meglio i propri dossier, così che possano reggere l’esame di un tribunale. L’annullamento di decisioni prese a questo livello è un vero disservizio alla causa della giustizia fiscale.

Da un europarlamentare tedesco, e va sottolineato tedesco. Gruber lo chiama, traduco un po’ liberamente, uno schiaffo che brucia.

Possiamo sapere quanto è costato il giro di carte per mettere in piedi il circo di un procedimento che, varato dal Commissario europeo, viene cassato dal Tribunale europeo, metaforicamente nella stanza accanto? Perché va bene cercare soldi, ma almeno prima stai un po’ attento a spendere saggiamente quello che hai. Almeno, conosco svariate famiglie oneste che funzionano in questo modo.

Una jam session di Apple Lovers

Si conosce la mia refratterietà agli amarcord e alle rievocazioni. Però Blue Bottazzi è stato squisito nel farmi avere una copia di Apple Lovers – Il futuro non è mai come te lo saresti aspettato e il minimo era leggerlo.

L’ho fatto con gusto. Come amarcord è ben fatto. La raccolta di testimonianze è complessivamente notevole e gradevole nel risultato.

Dopo essermi girato nel letto più a lungo del previsto – ecco perché pubblico ora – ho preso un impegno con me stesso di non fare annotazioni personali in quanto quasi tutti gli autori – a parte Carolina, la figlia di Blue – sono, lato mio, miei amici. Qualcuno di loro avrà da ridire; forse non ci siamo mai visti e ci siamo solo scritti, o non ci vediamo da anni, oppure la pensiamo diversamente, metti che non sappia scrivere benissimo, può darsi che abbiamo interagito solo per un momento in cent’anni, non mi interessa. Per l’esperienza che ho di loro, sono amici.

È importante questo anche perché il libro non è corale; è piuttosto una jam session, con un tema che si svolge e intorno ottimi assoli da parte di musicisti con tante idee e tanto vissuto, anche in tema Apple. Ce ne sono più riusciti di altri ed era anche ovvio, quali siano lo lascio al lettore.

C’è dentro tanta vita nel libro. C’è il racconto di un’epoca in cui l’arrivo della tecnologia, avrebbe detto Gaber, ci ha sconvolto la vita, positivamente ed entusiasticamente in queste pagine. C’è il racconto di come attorno ad Apple persone siano cresciute, abbiano trovato una strada o ne abbiano aperta una diversa, abbiano vissuto una vita piena e a tratti meravigliata, con svolte e occasioni davvero irripetibili.

Gli assoli personali si innestano su una linea ritmica che, quasi in punta di piedi, riassume capitolo dopo capitolo la storia della nascita dell’informatica personale e particolarmente quella di Apple in Italia. Domani un tesista potrebbe sceglierla, perché c’è tutto in forma sintetica. Ho colto probabilmente qualche inesattezza veniale; ma un tesista tipico non se ne accorgerebbe e neanche i professori.

È giusto che manchino i particolari nella dorsale del libro perché questi si trovano, saporiti, nei racconti individuali. Per parafrasare Star Wars, l’aneddotica scorre potente in queste persone. C’è anche una diversificazione notevole nei cammini di vita che si sono intersecati attraverso Apple. Chi lo aveva in famiglia, chi vendeva, chi scriveva, chi programmava, chi ne ha fatto una scelta per informatizzare la professione; un campionario di esperienze che affonda a piene mani nel passato ed è attualissimo. Le comunità, le piattaforme, le scelte difficili, le delusioni e le conquiste, la vita.

Una cosa che altri libri non hanno è la voce da dentro Apple. Chi ci ha lavorato, in una posizione di confronto quotidiano con l’impatto di Apple sul mondo esterno, può contribuire all’aneddotica di cui sopra in modo ancora più speciale. Niente spoiler qui, va letto, merita.

Alcune narrazioni si distaccano dall’esperienza e si fermano volutamente a un vissuto dove, da un certo punto in poi, le cose sono cambiate. Il mondo Apple non è più stato lo stesso, smanettare ha cambiato significato, la tecnologia ha smesso di essere fattore di sconvolgimento per diventare quotidianità che tende a somigliarsi quotidianamente. Da una parte è chiaro che, se un Macintosh del 1984 ti ha cambiato la vita, è difficile che il trentacinquesimo Macintosh del 2020 te la cambi allo stesso modo. Dall’altra rimane insoluto in alcuni passaggi l’intrico tra la nuova normalità di Apple e la nuova normalità di sé. A volte è Apple che non è più la stessa, a volte è l’autore che guarda con occhi diversi dai vent’anni e sarebbe stata una bella occasione per risolvere la dicotomia, che solo qualcuno ha colto. Anche qui sarà chi legge a giudicare.

Un’altra cosa che avrei preferito sarebbe stato un maggiore aggancio da quel passato a questo presente. L’impressione generale è quella dell’album dei ricordi, che si chiude e appartiene chiaramente allo ieri, ma ha un legame debole o inesistente con l’oggi. Album dei ricordi potentissimo e però quella copertina di chiusura io non l’avrei messa, opinione del tutto personale. Gli album dei ricordi finiscono a prendere polvere, questo dovrebbe rinfrescarsi tutti gli anni.

Una critica vera, su cui mi piacerebbe che Blue si impegnasse per avere un libro ancora più godibile. Apple Lovers è appunto pieno di aneddotica altrimenti introvabile e riesce nel portare l’attenzione anche su esperienze di quel passato che non sono proprio di pubblico dominio, come eWorld, AppleLink, certi dietro le quinte di Apple Italia o di macchine che pochi hanno maneggiato. È invece povero di foto, schermate, illustrazioni. La persona che ha vissuto il periodo e compra il libro per riviverlo lo farà comunque. Quella che compra il libro per scoprirlo, quel passato, magari innamorarsene o volerlo approfondire, non lo so. Dovrà immaginarsi come era uno schermo cinquecentododici per trecentoquarantadue, come era Dark Castle, com’era uno schermo di Newton. L’iconografia non è all’altezza della narrazione ed è un peccato. Non dirmi che trovi tutto su Internet; allora tanto valeva fare un sito con un milione di link qua e là. E visti gli autori in copertina, neanche è vero che trovi tutto su Internet.

La jam session è stata piacevole. Come tutte le jam session ha i passaggi di transizione, di collegamento tra una bella idea e un’altra. Le belle idee in Apple Lovers valgono il prezzo del biglietto e, la prossima volta, lo rileggo assieme a una birra. Un giorno capiterà anche con qualche autore.

Standard di disfatto

Scrivevo tempo fa di come iPhone e iPad avessero messo la Microsoft di Steve Ballmer fuori posto che offrisse o meno Office per iPad.

Jean-Louis Gassée spiega su Monday Note come il passaggio ai processori Arm potrebbe provocare un terremoto per tutto il mercato, nonostante Mac sia meno del dieci percento dei computer venduti.

Se infatti Apple crea portatili molto competitivi per prestazioni e consumi, Microsoft sarà forzata a migliorare Windows per Arm e la linea Surface. L’alternativa sarebbe arrendersi ad Apple e chiaramente non può essere fatto.

Se però Microsoft crea PC competitivi con processori Arm, che fine fanno i Dell, i Lenovo, gli Asus, gli Acer…? Devono passare ad Arm anche loro, oppure trovarsi al piano inferiore – e meno nobile – del mercato.

Qualcuno dovrà dare processori a questa gente e potrebbe essere Intel… che però dovrebbe riacquistare una licenza Arm dopo avere venduto la propria nel 2006, con notevole lungimiranza. E se lo facesse anche Amd, rivale di Intel? E che dire di altre aziende che già oggi dispongono di processori Arm, tipo Qualcomm?

Nel giro di pochi anni, davvero pochi, equilibri che tanti davano per immutabili potrebbero sconvolgersi. Le variabili sono infinite e c’è anche chi suggerisce che in fondo per Intel l’abbandono di Apple potrebbe essere semplicemente liberarsi di un cliente che chiede molto più di quello che offre, rispetto alle quantità di ordini.

Se però Gassée avesse ragione, ci sarebbero davvero da aspettarsi i fuochi artificiali, una ripresa della concorrenza tra costruttori difficile da immaginare prima.

A me piacerebbe fare un salto in una manciata di aziende che conosco, a chiacchierare con gente che ha venduto l’anima e il cervello a Wintel standard di fatto, per vederli pensare nel vuoto.

Universal Quinquinary

La gggente è cresciuta convinta sotto sotto che la seconda parte di Universal Binary sia, certo, il riferimento a binario come sinonimo di eseguibile, ma anche il supporto per due piattaforme diverse di hardware e software.

Una nota di lettura davvero veloce mostra invece che Apple rende possibile, in linea di principio, eseguibili funzionanti in modo nativo su cinque piattaforme: PowerPC 32 bit, PowerPC 64 bit, Intel 32 bit, Intel 64 bit, Arm 64 bit.

E ci sono anche i sottotipi di piattaforma: soprattutto grazie a varianti di Arm si potrebbe produrre una mostruosa applicazione one size fits all capace di supportare diciassette piattaforme.

Le difficoltà pratiche contano, sicuramente, più di quelle teoriche. Potrebbero essere richiesti più stadi di assemblaggio dell’applicazione, da prodursi con più versioni di Xcode. Produrre un Intel-Arm è un conto, già allargare fino a PowerPC è un altro.

Nondimeno, una applicazione Mac ben scritta potrebbe oggi essere prodotta con compatibilità PowerPC e distribuita con sforzo da minimo a moderato. Se è mal scritta, è tutta un’altra faccenda. Non impossibile, comunque.

Quando uno sviluppatore indipendente tarda ad aggiornarsi, non è un buon segno. Quando manca di supportare le macchine più vecchie, è una cosa grave.

La terza via

Per installare una app su iOS, la si scarica da App Store.

C’è anche un secondo sistema: quando le aziende vogliono impiantare programmi propri sugli iPhone aziendali senza dover passare da Apple Store, installano sugli apparecchi un certificato che lo consente. Fuori dalle aziende, il sistema presenta grossi rischi di sicurezza ed è totalmente sconsigliato, con l’eccezione di Fontcase.

C’è un terzo sistema. Siccome gli sviluppatori vogliono poter collaudare le loro app sui propri apparecchi prima di mandarle ad Apple Store, le possono installare tramite Xcode, il sistema di sviluppo di Apple per Mac.

Le limitazioni sono ottime e abbondanti. Occorre essere sviluppatori paganti, le app installate non possono essere più di tre, l’installazione scade dopo una settimana.

Uno sviluppatore, Riley Testut, lavora da anni a un suo emulatore di videogiochi per iOS, che allo stato attuale delle regole non può essere approvato per la pubblicazione su Apple Store. Ha poi avuto un’idea per un programma di clipboard multiple che in sé non darebbe niente da eccepire in quanto tale, se non fosse che – come un qualunque buon programma di questo tipo – vuole restare il più possibile in funzione in background.

A un certo punto Testut ha deciso che non voleva scendere a compromessi e ha studiato un modo per consentire l’installazione di app via Xcode a tutti. Senza jailbreak. AltStore è quasi un atto di follia e, contemporaneamente, un passaggio veramente notevole del progresso dello sviluppo software per iOS.

Testut ha trovato modi per aggirare tutte le limitazioni descritte qui sopra. A leggerle si ha un’idea della fatica e del talento che ha dovuto mettere in campo. Per esempio, ha creato un server per Mac e Windows che installa AltStore e le sue app su un iPhone, grazie al fatto che, se iTunes può sincronizzare via Wi-Fi, il metodo può essere usato anche da sviluppatori non paganti (e da non sviluppatori). Anzi, il sistema permette di distribuire qualsiasi software.

Trucchi vari di programmazione fanno credere al nostro iPhone che quelle app siano state scritte da noi e quindi, legittimamente, si accorda con Xcode per installarle. Un altro trucco fa pensare a iPhone in sede di controllo che non vi siano app installate via Xcode, per cui non c’è problema a installarne una. Una in più; anche il limite delle tre app è stato superato.

Ancora, il marchingegno aggiorna ogni settimana le app installate e impedisce così che scadano.

I modi in cui un cambiamento tecnico o procedurale lato Apple può stroncare le premesse di funzionamento di AltStore sono innumerevoli. Tuttavia, il meccanismo di Testut rispetta le regole di Apple stessa, che quindi non può contestarlo. AltStore funziona da fine settembre scorso e un mese fa Testut ha presentato Clip, il suo amministratore di clipboard, che viene proprio distribuito tramite AltStore.

Durerà? È quasi arte, per come ha saputo raggiungere un obiettivo nonostante vincoli che hanno scoraggiato centinaia di migliaia di altri sviluppatori. È un meccanismo ingegnoso e fragile; pone comunque problemi di sicurezza; le app di Testut sono open source e verificabili da chiunque, ma domani – con altre app – potrebbe andare peggio; Apple potrebbe decidere di cambiare regole per gli sviluppatori, o rendere inviolabile la sincronizzazione Wi-Fi di iTunes, o altro ancora. Potrebbe perfino decidere di consentire ufficialmente qualche meccanica di installazione parallela ad Apple Store. Insomma, la scommessa su AltStore è impegnativa.

Al tempo stesso, se avessi un soldino per tutti quelli che ho sentito rievocare i tempi felici in cui uno poteva smanettare sulle macchine aperte mentre invece oggi le macchine sono chiuse, sarei ultraricco. Si può smanettare eccome e si può anche installare software, ohibò, non autorizzato da Apple, senza jailbreak. Testut è uno studente universitario, non un milionario annoiato o un asociale seduto venti ore al giorno davanti al computer nella sua cameretta. È anche un esempio di pensiero laterale e creatività.

Adesso acceso, adesso spento

Un ripassino di UI – User Interface, interfaccia utente – a beneficio di chi ci lavora con la scioltezza di un carpentiere in oreficeria.

Parliamo di un tema semplice: le videoconferenze e i pulsanti per abilitare o escludere microfono e videocamera.

Un interruttore della luce ha due posizioni. Al posto di avere una scritta ON e una scritta OFF c’è ovviamente il feedback visivo, luce accesa o spenta. Nondimeno, un non vedente può sapere se la stanza è illuminata mediante il tatto che rileva la posizione dell’interruttore.

L’interruttore ha quindi il compito di indicare lo stato attuale della situazione.

Adesso veniamo ai software di videoconferenza. Bene o male, tutti hanno un pulsante per il microfono.

Il pulsante per il microfono si può pensare come un interruttore; ha due stati, trasmettiamo l’audio oppure siamo in muto; il microfono è acceso oppure è spento. Per essere comprensibile in tutto il mondo, il pulsante avrà un’icona, che rappresenterà un microfono stilizzato.

Quando il microfono è in funzione, logica vuole che il pulsante sia illuminato e che sia spento quando siamo in muto. Il pulsante videocamera sarà analogamente illuminato se trasmettiamo video, oppure spento se siamo in cieco.

È tutto qui.

Qualche demente ha pensato invece di introdurre il pulsante del muto. Invece di dire che il microfono è acceso e illuminare il pulsante, la girano al negativo: per dire che il microfono è acceso, tengono spento un pulsante di muto. Già gira la testa, vero? Figuriamoci in una conferenza quando di improvviso tocca a noi parlare e avevamo dimenticato di avere attivo il muto.

Si dovrebbe ricordare loro che lo scopo principale dell’applicazione è comunicare; fermare la comunicazione è una opzione. In una interfaccia di base, i comandi devono parlare dello scopo principale e solo dopo passare alle opzioni.

Se proprio il graphic designer ha pensato a una bellissima icona di muto che non si può buttare via, si potrebbe pensare a un compromesso: il microfono acceso è indicato da un pulsante illuminato con l’icona del microfono; quando il pulsante si spegne perché mettiamo in muto, l’icona potrebbe diventare quella di un microfono barrato.

Semplice. Eppure, misteriosamente, professionisti blasonati perdono di vista i fondamentali e iniziano a mettere nell’interfaccia pulsanti negativi, che devono essere spenti perché l’applicazione ottenga il suo scopo principale. Ogni volta che si usa una applicazione progettata al contrario, bisogna rampognare il supporto. Meglio ancora, smettere di usarla, anche se non sempre è possibile.

Vengono intanto in mente certe barzellettacce di anteguerra sui carabinieri.

Il calendario casual

Quasi mai trovo veramente degna della fatica una app destinata a sostituire qualcosa della dotazione standard di iOS (il contrario che su Mac, dove è la prima cosa da fare).

Come mi segnala Massimo, Whenever potrebbe essere davvero una segnalazione degna di nota. Il primo calendario che, a leggere la pagina di presentazione, mi dice qualcosa di interessante e non del tutto scontato.

Lo provo.

Il lato imprevisto

Gary Larson e le sue tavole di The Far Side sono state da sempre un punto di riferimento. Il suo umorismo stralunato e surreale l’ho sempre trovato irresistibile così come detesto i calendari da appoggiare sulla scrivania. Il calendario di The Far Side tuttavia non mancava mai e facevo la posta all’American Bookstore di Milano in attesa del suo arrivo.

Un giorno Larson, come avrebbe potuto fare uno dei suoi personaggi, ha deciso che era stufo di disegnare secondo scadenza, avere un editore in attesa del suo lavoro, sentirlo come un lavoro. Ha smesso di lavorare. Non di disegnare, ovviamente; solo, non è più stato un cartoonist di mestiere.

È appena successo qualcosa e ringrazio Misterakko per la segnalazione: Gary Larson ha ripreso a disegnare tavole di The Far Side. Non per lavoro, non su commissione, per puro piacere di farlo.

La pagina del suo sito spiega come si sia ritrovato con una penna che non scriveva più e, da lì, abbia iniziato a esplorare il mondo dei digital tablet.

Ne ho preso uno, l’ho acceso e improvvisamente è accaduto qualcosa di totalmente inaspettato: nel giro di pochi istanti mi stavo di nuovo divertendo a disegnare. Ero stordito da tutto quello che l’apparecchio offriva, da tutto il potenziale creativo che conteneva. Semplicemente non avevo idea di quanto queste cose si fossero evolute. Forse appropriatamente, per prima cosa ho disegnato un cavernicolo.

Larson non menziona il nome del suo digital tablet e il rapporto base/altezza delle sue immagini mi sembra diverso da quello dello schermo di un iPad. Significa poco, solo che non ho prove conclusive del fatto che abbia preso proprio un iPad.

Non importa. Per prima cosa racconterei questa storia nella scuola. Ai docenti.

Secondo, Larson mi ha suscitato in molti anni tante sapide risate attraverso il suo mondo. Vederlo ritrovare il gusto di disegnare è ritrovare quindici anni di vita. Sentire che è accaduto attraverso il digitale, ora che la narrazione convenzionale lo vuole freddo e disumano invece di strumento amplificatore delle nostre capacità, riporta fiducia.

Irrazionalmente, è come se una briciola del mio mondo avesse portato di nuovo una voglia creativa nel suo. Un microscopico restituire.