QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Scegliere per amore

Qualche giorno fa un amico intenzionato a prendere un iPad e indifferente alle minuzie tecnologiche mi ha chiesto che differenza ci fosse, nel modello che aveva scelto, tra i sessantaquattro gigabyte di spazio e i sei gigabyte di RAm installata.

Qualcuno, fosse anche un depliant, cercava di vendergli un iPad (anche) in base alla sua Ram.

Nemmeno Apple lo fa. Di nessun iPad viene comunicato ufficialmente il dato della Ram. Qualcuno pensa che, se aiutasse a vendere, non verrebbe esibito?

Mezzo secolo fa, quando migliorare le specifiche dei computer era un atto straordinario di innovazione, si comparavano le macchine attraverso la lista dei componenti. Più disco o più megahertz significavano veramente qualcosa.

Sono passati quarantacinque anni e da tempo la lista dei componenti significa niente. Migliorare le specifiche di una macchina è un normale processo industriale. Più Ram o più pixel hanno un significato molto, molto relativo.

Conta l’esperienza complessiva. Conta da molto tempo. In tanti hanno continuato a usare Mac quando le prestazioni del processore faticavano a stare all’altezza del mondo Windows. Perché l’interfaccia era superiore. L’esperienza complessiva era più equilibrata di quello che suggeriva il confronto delle liste.

Un indizio per chi le liste le fa ancora, come se servissero: la gente non compra più in base a quei criteri, posto che mai lo abbia veramente fatto. Vuole spendere meno oppure innamorarsi di una macchina. Il resto non esiste, o quasi.

La prova ennesima l’ha fornita quel sito di fanatici Apple che è Android Central, che un mese fa ha titolato L’iPhone più economico ha un processore più potente dell’Android più costoso. Sottotitolo:

Apple usa in iPhone SE edizione 2020 il chip A13 Bionic, che supera in prestazioni lo Snapdragon 865 sotto quasi ogni aspetto.

Apple ha – a livelli oramai imbarazzanti – la superiorità sulle prestazioni. Ha le app migliori. Ha il sistema operativo più citato. Eppure si vendono milioni e milioni di Android a persone che sono anche entusiaste e soddisfatte, pronte a difendere la loro scelta anche contro qualsiasi evidenza (un’occhiata ai commenti dell’articolo citato è sufficiente per capire).

Perché la loro esperienza, secondo il loro criterio, è soddisfacente. È l’esperienza che conta, non le liste. Chi fa le liste è rimasto al 1990. Nel migliore dei casi, è un illuso. Le liste non servono più né hanno senso.

Al mio amico ho detto di ignorare il dato della Ram e provare l’esperienza concreta. Media World ha riaperto, dalle sue parti. Ha provato, si è innamorato e ha preso iPad.

Nel 2020 funziona così. Gli anziani dentro si rassegnino, il mondo informatico è cambiato. Il sentimento conta molto più dell’analisi riduzionista.

Smussare gli angoli

Le polemiche su Immuni sono niente, di fronte alle conversazioni sulla necessità – o meno – di rivedere l’aspetto estetico di emacs per favorirne la popolarità.

Ha preso posizione persino Richard Stallman, ancora figura più che autorevole nella comunità nonostante i recenti incidenti a base di politicamente corretto.

Onestamente, per avere i pulsanti arrotondati, scelgo tutta la vita BBEdit. Il senso di emacs sta esattamente nell’avere l’interfaccia più minimale che si possa, proprio perché così diventa scatenabile l’intera sua potenza, ovviamente sotto le mani di qualcuno che sa come controllarla.

Era un’altra èra

Undici fogli ingialliti, fotocopie di fotocopie di fotocopie, emersi senza motivo apparente da una cassa di libri. Vi si leggono frasi come queste:

Non si deve assolutamente catalogare un file ogni volta che si scrive un nuovo programma. Il file è soltanto un’area di memoria che può contenere un certo numero di programmi. Si consiglia vivamente, quindi, una volta catalogato un file, di sfruttare completamente questa area di memoria. Ogni file può contenere diverse migliaia di elementi.

I caratteri sono monospaziati, le accentate sono rese con gli apostrofi.

Catalogare (salvare) un file da poche migliaia di elementi era un gesto impegnativo per le risorse a disposizione.

Oggi abbiamo a disposizione quella capacità moltiplicata milioni di volte, in casa e perfino in tasca, senza bisogno di raggiungere un laboratorio dedicato, sedersi davanti a un ingombrante terminale posto di trovarne uno libero, sprintare per utilizzare al meglio la singola ora a disposizione. Macintosh sarebbe arrivato pochi anni dopo. Chi oggi fa confronti con quell’epoca non vuole riconoscere come sia un’altra epoca, diversa, tanto quanto Mesozoico e Cenozoico.

Le lezioni disponibili di aset riguardanti il PASCAL sono: PASCAL.PASINTRO
PASCAL.PAS0
PASCAL.PAS1
PASCAL.PAS2
PASCAL.PAS3
PASCAL.PAS4
PASCAL.PAS5
PASCAL.PAS6
PASCAL.PAS7
PASCAL.PAS8
PASCAL.PASUW
PASCAL.PASTEST
Si consiglia di iniziare con PASCAL.PASINTRO. Per ulteriori informazioni consultare il manuale di aset contenhuto [sic] nel manuale disponibile accant0o [sic] ad ogni terminale.

Per quelli che la didattica a distanza l’hanno inventata le multinazionali avide per strappare il cuore alla scuola dell’insegnamento vero fatto con gli sguardi, con il corpo, con il feedback in tempo reale, con la lezione frontale: il docente spiegava il primo giorno di programmare un interprete Basic e presentarlo all’esame. Poi c’erano il libro di testo e le lezioni di aset. Non era proprio didattica a distanza: era il laboratorio dell’università. Il docente, comunque, era distantissimo, in quel momento e in tutti gli altri.

I primi laureati in Scienze dell’Informazione hanno cominciato così, darwinianamente. Ah, la seconda cosa che si imparava era come molestare un altro studente con una specie di attacco DOS in sessantaquattresimo al suo terminale. Un uso contenuto della tecnica consentiva una forma primitiva di chat.

La terza cosa che si imparava era l’esistenza della directory dei giochi. Cose grosse, tipo indovina il numero.

Detto tra noi, piantarsi davanti alla telecamera e recitare la lezione non è didattica a distanza e non è neanche progresso. È lasciare gli studenti a sopravvivere da soli, quarant’anni dopo.

La legge di Flaiano

Probabilmente per carenza di attualità di rilievo, John Gruber ha rispolverato una recensione del primo iMac, datata 1998 (!). Vi si legge:

iMac non prevede un lettore di floppy disk per eseguire backup o scambiarsi dati. È una dimenticanza sconvolgente da parte di Steve Jobs, che dovrebbe saperla più lunga di così.

Matt Birchler su BirchTree ha citato un’altra perla:

Scommetterei che il 98 percento degli utenti di computer usa un floppy di tanto in tanto. iMac semplicemente li esclude e si rivolge a una “élite” disposta a pagare di più per avere di meno, se c’è sopra un marchio Apple.

E ha fornito in coda un proprio commento ironico, che riporta al tempo presente:

Come utilizzatore di iPad, questa citazione colpisce duro oggi così come fece allora.

Per giudicare la dotazione di un computer, ieri e oggi, si dovrebbero cortocircuitare ancora una volta tecnologia e arti liberali, per tirare in ballo Ennio Flaiano:

La felicità consiste nel non desiderare che ciò che si possiede.

In una recensione ci si dovrebbe concentrare su quello che c’è, non su quello che manca o sembra mancare. Quando si lamenta una mancanza, è probabile che si sia semplicemente rimasti indietro.

Curve di livello

Forse è arrivato il momento di dare una nuova possibilità a Inkscape, che dopo tre anni di lavoro della comunità è finalmente uscito con la versione 1.0.

Per un programma open source si tratta spesso di una soglia decisiva, che separa i progetti meno efficaci e organizzati da quelli più preparati e con una buona visione del futuro.

Da fuori Inkscape pareva perso e la versione Mac è sovente una cartina di tornasole; fermo da anni alla 0.93, neanche più aveva una installazione Mac-like. L’interfaccia soffriva del peggior difetto per una app open, ovvero la poca attenzione per l’interfaccia utente, l’usabilità, il design dell’esperienza. Ad aprirlo, il programma assaliva l’occhio con una accozzaglia di icone non sempre comprensibili e mal disegnate.

Chi vorrà prendersi la briga di leggere le note di pubblicazione scoprirà che ci sono molte funzioni nuove e altrettante potenziate; chiunque, anche non facendolo, verrà accolto da una schermata di lavoro ancora sotto standard per estetica e utilità… ma si vede che è stato un lavoro ciclopico di razionalizzazione e semplificazione.

In passato l’ho usato per missioni speciali e, dopo pochi minuti, c’era il rischio emicrania. Questa versione, aperta per giocarci all’indomani dell’annuncio, lascia molta più serenità nello spirito.

L’open source è una forza salvifica nella nostra società e va difeso e sostenuto. Inkscape tuttavia non si poteva proprio guardare, potente e repellente al tempo stesso.

È ugualmente potente e assai meno repellente, oggi. Vale assolutamente la pena di esaminarlo. Torna su Mac un’alternativa in più per il disegno vettoriale e più valida di prima.

Undici non è abbastanza

Prima di decidermi tra iPad Pro 12”9 e 11” è stata dura.

Ryan Christoffel di MacStories mi ha fatto un grosso favore con il suo confronto tra iPad Pro 12”9 e iPad Pro 11”.

È una prova accurata e puntigliosa, che ha dato tempo all’ecosistema di maturare prima di essere valutato.

Il suo scopo era verificare se e quanto l’uso di iPad Pro 11” sia penalizzante rispetto a quello con lo schermo più grande, in linea con i miei dubbi.

I risultati mi hanno confortato. Christoffel riferisce di finestre affiancate più confortevoli del previsto e visione a pagina piena meno soddisfacente delle aspettative, controintuitivo ma importante per me che, come lui, lavoro a schermo pieno almeno la metà del tempo.

Un punto dove proprio non avrei potuto farcela è la tastiera fisica; quella per l’11” è leggermente più piccola, con i tasti leggermente più ristretti. Da tempo uso la stessa tastiera per Mac e iPad e avere due formati diversi darebbe gran fastidio alla memoria dei miei polpastrelli.

Alla fine rimango non solo convinto della scelta ma anche privo di ripensamenti. Che è una bella cosa. Se iPad Pro è una macchina dove veramente si svolge lavoro fitto per un tempo significativo, undici pollici non sono abbastanza.

Ohm Sweet Ohm

Nel paradiso di musicisti c’era un posto libero accanto alla poltrona di Edgar Froese: quello riservato a Florian Schneider, che lo ha appena occupato.

Non saprei collegare in modo significativo l’epopea dei Kraftwerk con quella di Apple; del resto il loro percorso musicale è lontanissimo da tutto quello che è accaduto sulla West Coast anche se talmente moderno e anticipatore da fare male.

Li ho scoperti da ignorante totale, quando si sono fatti notare financo in televisione per le esecuzioni di The Robots con lo sguardo fisso e le camicie rosse, la grafica post-costruttivista, la ritmica elettronica gelida, il tono mitteleuropeo. Ho capito che c’era di più sotto l’immagine. C’è una fetta consistente di musica commerciale contemporanea che deve praticamente tutto a loro.

Adoro i loro ritmi geometrici e l’evoluzione del linguaggio che li ha portati gradualmente dall’immaginario del dopoguerra industriale al Computer World; il cittadino medio guardava con orrore alle calcolatrici tascabili, che avrebbero prodotto un pianeta di analfabeti aritmetici destinati a soccombere quando la catastrofe imprevista avrebbe tolto di mezzo l’energia elettrica, e intanto loro cantavano I’m the operator / With my pocket calculator.

(La catastrofe imprevista, a questo giro, ha azzerato tutto tranne le reti e il digitale, senza cui saremmo regrediti di cinquant’anni. Giusto per dire).

Quando il mio iPhone 5 da sedici gigabyte era saturo e dovevo prendere decisioni spietate sulle app che potevano abitarlo, ho cancellato tutta la musica per fare spazio, tranne le cose migliori dei Kraftwerk.

Florian Schneider non saliva sul palco dal 2008 e forse da anche prima. Non ci ho mai fatto così caso ma troverei bello se, tra i robot messi al posto dei musicisti a suonare i bis dei loro concerti, il suo fosse stato sempre presente. Certo non è l’immortalità, ma la dematerializzazione dell’artista e quella gli si addice. Ho sempre sperato che i Kraftwerk arrivassero a completare la loro digitalizzazione fino a reincarnarsi sul palco in robot capaci di sostituirli in tutto.

Gli dedico Ohm Sweet Ohm, dei tanti che meriterebbero.

Il bello sta dentro

Eh sì, settimane in cui si parla di cose virtuali e l’interlocutore sente sempre il bisogno di aggiungere in coda che, comunque, bello il virtuale, però la realtà è un’altra cosa. Come se qualcuno potesse seriamente metterlo in dubbio o come se uno dovesse ripeterselo, magari nei momenti in cui la fede nella realtà vacilla.

Ho una posizione leggermente diversa e la questione riguarda, per esempio, gli amici di All About Apple a Savona, che sono meritatamente apparsi con un video su La Stampa online.

Savona è in una regione diversa dalla mia e quindi anche il più velleitario dei miei desideri di essere lì in questo momento è destinato a non realizzarsi.

È bastato poco; è bastato quel video su La Stampa. Mi sono documentato sulla visita virtuale al museo e l’ho eseguita.

È un posto che conosco fisicamente non dico a memoria, però abbastanza bene. Ci sono stato più volte, da solo e in famiglia, per me è casa.

La visita virtuale, senza sentire il pavimento sotto i piedi, senza poter cliccare sul mouse di NeXT, dovrebbe essere un’altra cosa. E invece.

Il bello sta dentro. Sta nelle emozioni che un’esperienza può suscitare. Che siano emozioni online, offline, virtuali, reali, nominali, frattali, lo lascio agli esegeti. Mi sono sentito bene, ho rivisto gli amici, ho ripercorso le mie visite. Tutte cose che non si vedono, nella visita virtuale. Ma ci sono, eccome se ci sono.

In questo periodo specialmente, vale anche la pena di pagare un biglietto al termine del giro. Anche simbolico, anche minimo, anche ininfluente. Non è mai ininfluente e in questo momento è tutto ciò su cui il museo può contare.

Si noti che valgono uguale, il contante e PayPal. Nessuno che arrivi a spiegarti come la banconota in mano sia tutta un’altra cosa.

La linea di comando

MacRumors aggiorna sul lavoro congiunto di Apple e Google per inserire in iOS a Android una infrastruttura di sistema utilizzabile da applicazioni fidate addette al contact tracing. La pubblicazione ufficiale è sempre più vicina e ora sappiamo di alcune condizioni al contorno:

  • Le uniche app ammesse sono quelle create da o per conto di un governo.
  • Le app devono chiedere il permesso all’utilizzatore prima di accedere all’infrastruttura.
  • Le app devono chiedere il permesso all’utilizzatore prima di condividere il risultato positivo di un test con le autorità sanitarie.
  • Le app dovrebbero raccogliere il minor quantitativo possibile di dati.
  • Le app possono usare i dati raccolti solo per contrastare la pandemia. Ogni altro utilizzo, compresa la pubblicità mirata, è proibito.
  • Le app non possono accedere ai servizi di sistema per la geolocalizzazione.
  • Solo una app per nazione potrà accedere all’infrastruttura, salvo laddove un Paese opti ufficialmente per un approccio locale al problema.

Ogni tanto qualcuno si fa avanti a sostenere che le app di tracciamento contatti siano una fatica inutile. Se anche dessero risultato zero, avrebbero mostrato validamente quali soggetti, nel mondo globalizzato, ha senso stiano in cima alla linea di comando. Indizio: sono quelli nati con la riga di comando.

Tutto un altro discorso

Prima di entrare in maggiore dettaglio sui numeri, voglio dire solo una cosa su COVID-19. È qualcosa con cui l’Italia si confronta da gennaio. E ritengo che il modo in cui abbiamo risposto, ciò che siamo stati ispirati a fare, racconti una storia importante sulla grande stabilità dell’Italia come nazione e sulla continua rilevanza dei nostri prodotti e delle vite dei nostri cittadini. È una situazione che parla anche della nostra capacità unica di essere creativi, di pensare sempre in un’ottica di lungo periodo e di andare avanti dove altri possono sentire la tentazione di ritirarsi.

Prima che COVID-19 fosse all’orizzonte, avevamo anticipato che il primo trimestre dell’anno sarebbe stato per l’Italia un periodo prolifico e di grandi energie. E quando la pandemia ha colpito, siamo stati capaci non solo di fare crescere il Paese, grazie a nuove riforme potenti che hanno risposto alle esigenze dei cittadini, ma anche di distinguerci per come abbiamo adempito ai nostri doveri più ampi rispetto alle comunità nelle quali viviamo e lavoriamo.

L’introduzione di Tim Cook ai risultati finanziari recenti di Apple secondo la trascrizione di Six Colors, se solo avesse detto Italia in luogo di Apple, cittadini al posto di clienti, riforme invece di prodotti.

Se solo ci fosse un Apple Passport.

Quando il gioco

Che cosa era in calo da quattro anni e improvvisamente si è messo a crescere? Il numero dei download di app su iPad, per esempio.

I dati di Sensor Tower dicono che nel primo trimestre dell’anno si sono scaricate 1,1 miliardi di app per iPad e la spesa ha superato i due miliardi di dollari.

A beneficiarne maggiormente in assoluto è stata la categoria giochi, come al solito al primo posto. Ma la crescita maggiore in percentuale spetta alla categoria Education, che è cresciuta del 78 percento e ha superato ogni suo record precedente.

Il mercato delle app lo si conosce: la spesa di un euro e spiccioli viene considerata un lusso semi-inutile in tempi normali, figuriamoci in questi. Eppure, chi vede la necessità – o l’opportunità – di investire qualche moneta per sé o per un piccolo lo fa. E lo fa su iPad, evidentemente considerato macchina adeguata per beneficiarne.

Che in una situazione incerta ci si affidi a iPad in misura maggiore di prima è un dato interessante. A volte è un computer, a,volte no, ci si programma ma non del tutto, non è il portatile ideale eccetera eccetera eccetera ma ho la sensazione che, se sapessi di dover partire per la classica isola deserta con il bagaglio minimo, prenderei iPad.

Credo anche che non sarei l’unico a farlo. Ognuno sulla sua isola, certo.

Sottintesi

Molti commenti sulle app di tracciamento contatti e specialmente sulla nostra vertono sulla massa critica di adozione piuttosto alta, che dovrebbe esserci per garantire un funzionamento ottimale.

(Veramente? Se ad Ancona tutti la adottano, ma a Viterbo nessuno, ad Ancona comunque servirà un sacco, anche se la media di utilizzo è minore del necessario stimato).

Il sottinteso è che, prevedibilmente non raggiungendo i numeri desiderati, la app non serva e non vada fatta.

Tra le obiezioni alle lezioni a distanza è che non raggiungono tutti gli studenti.

(Neanche le lezioni in aula lo fanno).

Il sottinteso è che, non essendo ecumeniche, le lezioni a distanza siano sbagliate e da non tenere.

Adesso si comincia a sentire che il lockdown è stato una cosa sbagliata perché non totale.

Se il sottinteso fosse che quindi non andava praticato, sarebbe ben triste. Anche perché nelle terapie intensive faticano per fare respirare tutti e c’è stato un momento in cui non ci riuscivano; visto che non c’erano abbastanza ventilatori per tutti, era il caso di toglierlo anche a chi era così fortunato da averlo?

Questo argomento del non abbastanza è diventato veramente un sintomo di inutilità del pensiero. Se ci sono risorse di pensiero in una testa, il bene della comunità richiede che vengano usate per capire che cosa fare in più e meglio. Che cosa non va lo si vede tutti e aiuta solo fino a un certo punto. Quello che occorre è costruire, non criticare senza dare alternative migliori.

Nessun sottinteso, qui.