QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

L’avvento dell’approssimazione

Esiste una qualche attività digitale per la quale non sia pronta una web application sporca, maledetta e subito, gratuita o quasi gratuita, con una interfaccia il più possibile delirante è perfetta per eseguire in fretta un lavoro approssimato? No, non c’è. O almeno non me ne sono accorto.

Capisco che il browser sia una tentazione irresistibile per risparmiare sullo sviluppo, ci sono ottime ragioni lato sviluppatore per fare cose che funzionano lì dentro invece che in una app. Poi però è come comprare Android; tutto quello che hai risparmiato tornerà piano piano sotto forma di scomodità e, appunto, approssimazione.

D’accordo con la web application. Solo che bisogna avere un’idea del significato di esperienza utente. Ho visto cursori testo spessi come un alberello, quando dovrebbero inserirsi snelli tra un carattere e un altro; ho visto rotelle di progressione girare all’infinito mentre il browser fa finta di salvare qualche dato da qualche parte (e in realtà gira all’infinito); ho visto riquadri di selezione che sfarfallano, si ridisegnano in continuazione, si ridimensionano con intervalli arbitrari, si comportano come pare a loro.

A un certo punto l’autore della web application si mette a fare la app. Mai che la app facesse esattamente quello che fa la web application. Lo scenario più comune è che manchino comandi e funzioni. Oppure che si comportino in maniera diversa; fantastico Mailchimp che via browser ha un bug ben noto sul trattamento dell’ora legale e via app invece non lo ha. Oppure che si comportino in modo diverso a seconda del browser.

Il punto che lega tutto è proprio l’approssimazione. Il posizionamento di un riquadro di testo è un tanto al chilo, i righelli sono pietose menzogne, le scorciatoie da tastiera funzionano ma non sono tutte quelle che servono oppure sono tutte ma non funzionano. Per avere lavoro preciso bisogna ricorrere a qualcos’altro. Su iPad fai metà lavoro nel browser, metà nella app, alla ricerca delle cose che funzionano lì e però non là, così come il viceversa.

È il nuovo mondo, ok, meglio tenersi questo dove le app per fare le cose fioccano, in confronto a quello prima. Ma quando e come agli sviluppatori è apparso che potevano erogare qualità approssimativa e comunque prosperare?

Fare i compiti con l’iPad e l’Apple Pencil

Ho il privilegio di condividere questa lectio magistralis di Sabino. Chi preferisce può leggerla sul suo blog Melabit. Chi voglia iscriversi al gruppo Slack può scriverlo in fondo alla pagina, nei commenti.

§§§

Fare i compiti con l’iPad e l’Apple Pencil

Il canale Slack Goedel di Lucio “Lux” Bragagnolo è una miniera di discussioni stimolanti (se non siete iscritti fatelo, non ve ne pentirete). Qualche giorno fa Eugenio chiede:

“[…] per mio figlio ho preso un iPad 7 generazione, la differenza con il 4 si sente tutta […]. Ora avrei bisogno del vostro aiuto per un software di annotazioni. Siccome la scuola sarà pure diventata “digitale” ma i professori ancora ragionano “analogico”, c’è una professoressa che invia dei PDF (anche piuttosto corposi) che i ragazzi devono stampare, eseguire degli esercizi, fotografare e rinviare alla docente. Siccome volevo evitare l’acquisto di una stampante solo per questo motivo c’è qualcuno che usa Apple Pencil con Notability o Good Notes (mi sembrano i migliori leggendo le recensioni) disponibile a farmi alcune prove su un PDF? […] Aggiungo una richiesta al volo, da Notability si riescono ad esportare singole pagine in PDF?  Con Anteprima su Mac è un gioco da ragazzi, su iPad non ho ancora trovato una soluzione.“

Ci offriamo subito di dargli una mano e basta pochissimo per accorgersi che i risultati vanno molto al di là delle aspettative: un iPad moderno, non solo il Pro ma anche un normalissimo iPad modello base da 400 euro, è in grado di gestire agevolmente i grossi file PDF inviati dalla professoressa, aprendoli con Notability, GoodNotes ma anche con File (l’applicazione per la gestione dei file integrata da Apple nelle ultime versioni di iOS), e scrivendoci sopra con l’Apple Pencil, quello che secondo me è di gran lunga il miglior accessorio per l’iPad.

Stefano usa un setup di alto livello, iPad Pro 12.9” e Apple Pencil di seconda generazione, e riporta che:

“Premessa: possiedo un iPad Pro 2018 da 12,9”. Ho scaricato il file e aperto il documento prima in Documents poi in Notability. In Documents l’apertura del file è immediata ma l’esperienza di editing con la Apple Pencil (seconda generazione) non è il massimo. Ma l’esportazione in PDF una volta eseguita la modifica del file è molto veloce. In Notability a mio avviso ottieni il massimo dell’esperienza utente nel fare editing di in un PDF con Apple Pencil: tutto molto fluido. L’esportazione successiva in formato PDF del lavoro svolto richiede circa 20 secondi (file size 27.3 MB). […] Non ho avuto alcun problema con Documents ma il tratto di tocco e fluidità che offre Notability è migliore. L’esportazione del PDF in Notability ha impiegato un lasso di tempo non degno del Pro (ben un minuto !) ma alla fine ha completato il task. Si, credo che la dimensione del file sia la causa di tutto.”

Ma anche un iPad ultimo modello da 10.2” accoppiato ad una Apple Pencil di prima generazione, come quello che uso io, funziona alla grande, non arriverà di sicuro alle prestazioni di un iPad Pro, ma per quello che costa non c’è proprio da lamentarsi.

“Ho provato ad aprire e ad editare il tuo documento sia con Documents che con Notability e Notes+ usando un iPad (non Pro) ultimo modello da 10.2”. […] Notability fra quelli che ho provato è il top: apre il documento in un attimo, lo scorrimento o lo zoom sono fluidi, si può scrivere con molta facilità negli spazi disponibili. Anche l’esportazione è ottima, ci sono un sacco di opzioni e si può scegliere di esportare solo alcune pagine selezionandole in modo visuale. Non sono invece riuscito a esportare tutto il file dopo averlo editato, Notability mi dice che è troppo grosso, la soluzione ovvia sarebbe quella di rimetterlo su iCloud e continuare da lì. È chiaro che sarebbe meglio rimpicciolire il pdf prima di importarlo. Se la prof non sa come si fa e non si può insegnarglielo, magari puoi farlo tu stesso con il Mac prima di passarlo all’iPad, io uso PDF Toolkit+, soldi spesi benissimo. Ho provato anche Notes+, ci sono alcuni aspetti utili come l’area di zoom molto comoda, ma in realtà con una Apple Pencil non è necessario, si può benissimo scrivere sullo schermo senza paura di segni spuri. Purtroppo Notes+ ha un lag fastidioso quando si scrive e anche l’esportazione delle singole pagine è meno comoda che con Notability, perché bisogna inserire a mano i numeri di pagina desiderati, che naturalmente non si ricordano mai la prima volta.“


Basterebbe solo questo per chiudere la questione. Ma l’argomento è stimolante, le scuole sono ancora chiuse causa emergenza COVID-19 e l’insegnamento online sta cambiando, anche se lentamente, le modalità assestate di fare lezione e di studiare. In più, da un anno mi occupo per motivi professionali di file PDF, per cui decido di dedicare qualche ora ad approfondire il problema. Ed ecco un riassunto di quello che ho trovato.

Notability. Fra tutti i programmi di annotazione che ho provato, Notability è di gran lunga il migliore, in particolare se viene accoppiato ad una Apple Pencil. Importare un documento PDF in una nuova nota è un attimo, lo scorrimento del file è fluido e anche tutte le altre funzioni si attivano senza il minimo intoppo. Posso ingrandire leggermente la pagina e svolgere gli esercizi, proprio come se stessi usando un foglio di carta.

Scrittura su una pagina di un documento PDF con Notability e l Figura 1. Scrittura su una pagina di un documento PDF con Notability e l’Apple Pencil.

Con uno schermo più grande come quello da quasi tredici pollici dell’iPad Pro avrei a disposizione un vero foglio A4, ma in fondo dover zoomare (poco) per poter svolgere comodamente gli esercizi è solo un piccolo fastidio, soprattutto se si pensa al costo, poco meno di 600 euro, della configurazione che sto usando.

Un altro grosso punto a favore di Notability riguarda le funzioni di importazione ed esportazione. Posso importare il file PDF da tutti i principali servizi di archiviazione cloud, da File (e quindi da iCloud) a Dropbox, da Google Drive a OneDrive e perfino da Box o da un server Webdav. Posso decidere di importare l’intero documento o solo alcune pagine, selezionando con il tocco le miniature di ciascuna pagina. Posso esportare il documento in formato PDF o come immagini (oltre che nel formato nativo di Notability) e, come per l’importazione, posso inviarlo a tutti i servizi di archiviazione cloud già menzionati e selezionare con facilità le pagine da esportare.

L’unica vera limitazione di Notability riguarda l’impossibilità di inviare l’intero documento via Gmail, ma questo dipende dal fatto che il file di partenza è troppo grosso per essere gestito direttamente da Gmail (che ha un limite di 25 MB per gli allegati). Poco male, visto che si può usare il cloud e condividere via mail solo il link. Oppure si può rimpicciolire preventivamente il file PDF, ma di questo parleremo un’altra volta.

Esportazione da Notability: selezione del servizio di esportazione Figura 2. Esportazione da Notability: selezione del servizio di esportazione.

Esportazione da Notability: opzioni di esportazione tramite email Figura 2 bis. Esportazione da Notability: opzioni di esportazione tramite email.

Esportazione da Notability: scelta delle pagine da esportare Figura 2 ter. Esportazione da Notability: scelta delle pagine da esportare.

Notes Plus. Di Notes Plus ho già parlato due anni fa e continua ad essere la mia applicazione preferita per prendere note a mano sul mio venerando iPad 3, soprattutto perché permette di scrivere agevolmente su un’area ingrandita del foglio virtuale dell’iPad anche usando una penna da pochi soldi (e perfino il dito). Si può fare anche con Notability, ma in questo caso l’implementazione è decisamente meno efficace di quella di Notes Plus.

Purtroppo Notes Plus risente il peso degli anni e le sue funzioni non sono state aggiornate a sufficienza per far fronte alla concorrenza di Notability. Lo si vede quando si prova ad importare il file PDF di Eugenio: Notes Plus supporta solo Dropbox e Google Drive, oltre che naturalmente File e quindi iCloud. Non è male, ma rispetto a Notability sembra un po’ pochino. Lo stesso vale per l’esportazione: posso esportare tutto il file o solo alcune pagine, ma devo scrivere a mano i numeri di pagina che desidero, molto comodo per chi ha esperienza e deve fare selezioni complesse, molto meno per l’utente medio. Anche i servizi cloud di esportazione sono un po’ troppo limitati rispetto a Notability.

Ma quello che è davvero seccante è il leggerissimo lag che si avverte quando si prova a scrivere sull’iPad con l’Apple Pencil. È appena percettibile, è vero, ma dà fastidio lo stesso, ed è inaccettabile per un programma così vecchio e blasonato, e che costa pure un pelo più di Notability. Quest’ultimo, da parte sua, non sa nemmeno cosa significhi il termine lag.

Scrittura su un documento PDF con Notes Plus Figura 3. Scrittura su un documento PDF con Notes Plus.

GoodNotes. Due parole anche su GoodNotes 4.1 Ammetto di non averlo provato più di tanto, ma l’impressione è che si comporti altrettanto bene di Notability. L’unica nota negativa di GoodNotes è che permette di esportare tutto il file oppure solo la pagina corrente. Ma a parte questo dettaglio, usare una o l’altra app è più che altro una questione di gusti personali o di dettagli accessori, come la gradevolezza dell’interfaccia grafica o la possibilità, che solo Notability offre, di sincronizzare i documenti con il Mac.

File. Chi non vuole spendere nemmeno un centesimo o non ha bisogno di usare le funzioni più sofisticate di Notability o GoodNotes, può tranquillamente usare l’app File integrata in iOS. È una applicazione minimale, ma per scrivere sul file PDF e poi inviare il documento alla professoressa va più che bene. Secondo Stefano, Files è meno fluido di Notability, io francamente non me ne sono accorto, ma potrebbe trattarsi di sensibilità diverse. Oppure l’iPad Pro è così veloce che esalta anche queste piccolissime differenze, che invece con un iPad liscio rimangono nascoste.


E chi non ha un iPad abbastanza recente, magari uno di quelli non compatibili con l’Apple Pencil? Ci sono speranze di poterlo ancora usare per degli scopi come quello appena descritto? La risposta è sì, ma bisogna accettare qualche compromesso.

Per verificarlo, ho provato a ripetere le prove precedenti con il mio vecchio iPad 3, un tablet che ormai ha ben otto anni ma che continua a funzionare perfettamente, anche se ormai fatica a gestire le (poche) app recenti ancora compatibili (quelle più vecchie non hanno grossi problemi).

Con Notability non ho avuto nessun problema. Anche se il file proposto da Eugenio è piuttosto grosso, Notability riesce lo stesso ad importarlo in pochi secondi e lo scorrimento lungo il file ha una fluidità più che accettabile. La scrittura, perfino con una normalissima penna con la punta “gommosa”, è piuttosto comoda, basta solo avere l’accortezza di ingrandire a sufficienza l’area di scrittura, a causa della minore precisione delle penne passive rispetto all’Apple Pencil. Nessun problema nemmeno per l’esportazione, veloce in assoluto, e ancora di più se si pensa che si tratta di un tablet di ben otto anni fa.

Anche GoodNotes si comporta molto bene, più o meno come Notability, e come dicevo prima usare l’una o l’altra app è più che altro una questione di gusti personali. Inutile dilungarsi oltre.

La vera sorpresa, ma in negativo, è Notes Plus, troppo lento a scorrere il file, e con un lag in scrittura che ora diventa quasi una tortura. Praticamente inutilizzabile, un vero peccato.

Ho provato anche altre app della mia collezione ma tutte con difetti così seri da renderle di fatto inutilizzabili. La peggiore in assoluto è Creative Notes, che non solo pasticcia durante l’importazione, inserendo a caso più fogli del documento PDF nella stessa pagina, ma che richiede un acquisto in-app per effettuare l’esportazione. Una cosa legittima, sia chiaro, quello che non è legittimo è che non si degni di avvisarti prima di farti accedere all’App Store. Sembra proprio la classica trappola per i meno esperti, abituati a cliccare senza pensarci troppo. Di app truffaldine come queste non se ne sente proprio il bisogno.


  1. Usandolo poco, non l’ho mai aggiornato alla versione 5, la più recente disponibile sull’App Store.

La peggiore applicazione da installare

Quando pareva che le premesse fossero quelle del classico pasticcio all’italiana, o all’europea, non ho esitato a distanziarmi dall’idea di Immuni.

Lo hanno fatto in tanti, compreso qualcuno che è riuscito a fare la voce abbastanza grossa. Immuni ha cambiato modello di funzionamento e ora si appoggia all’architettura studiata apposta da Apple e Google per dare il massimo di privacy e il minimo di rischio per i dati personali.

È open source e possiamo contare su una ragionevole sorveglianza da parte di quelli che hanno la capacità, il tempo e la motivazione di esaminare il suo codice costitutivo.

È pur sempre una app su cui lo stato può dire la sua e questo non depone a suo favore.

Doveva uscire tre mesi fa. Adesso è uscita, ma funziona solo in quattro regioni-test (Abruzzo, Liguria, Marche, Puglia).

È possibile che per mancanza di massa critica serva a pochi o a nessuno.

Non dovrebbe, ma potrebbe forse rosicchiare un po’ di autonomia.

Varie cose non sono ancora perfettamente chiare.

Infine, è una app che può causare ansia o porre problemi prematuri. In fin dei conti, chi avrà l’esito migliore dall’uso di Immuni sarà proprio chi non riceverà mai un messaggio preoccupante.

Ciò detto, sono soddisfatto che il mio giudizio iniziale fosse fondato, dal momento che i presupposti della app sono stati cambiati radicalmente. Il mio post ora è (lasciato volutamente) anacronistico. Non mi sono, non ci siamo sbagliati; abbiamo reclamato a gran voce che si percorresse la strada giusta, come detto sopra, e miracolosamente almeno qualcuno di noi è stato ascoltato.

È la peggiore app da installare; eppure ha fatto fare qualcosa di giusto allo stato, un miracolo. Potrebbe perfino proteggerci.

Io la installo; e mi fermo qui perché posso spiegare quali siano i programmi migliori per un iPhone, ma non dare consigli sulla salute personale.

Non c’è più trippa

Diversi scrittori hanno iniziato la carriera come cronisti di nera oppure nella cucina redazionale, a preparare non le pause pranzo ma le notizie ordinarie, quelle che chiunque potrebbe scrivere.

Il mio aneddoto preferito, per quanto non certificato, è quello su Achille Campanile, tra i maggiori umoristi del XX secolo. Una vedova visita ogni giorno la tomba del marito fino a quando, proprio lì, la coglie un malore fatale.

Campanile titola la notizia Tanto va la gatta al lardo.

Nasce uno scandalo che arriva fino alla scrivania del direttore del quotidiano, il quale pensa o è un pazzo, o è un genio e – preferita la seconda ipotesi – lo mette a lavorare alla terza pagina, per tradizione quella dai contenuti più nobili e culturalmente elevati.

Questo tipo di esperienza oggi sarebbe impossibile. Un novello Campanile dovrebbe scrivere un titolo ottimizzato per i motori di ricerca, cioè omologato alla massa.

Le notizie hanno perso qualunque valore e non stupisce un’altra notizia, relativa al prossimo passo: MSN sostituisce i curatori delle news con l’intelligenza artificiale.

Il sito è avvantaggiato dal fatto che da anni non produce news proprie e paga siti partner per ripubblicare le loro. Nondimeno, le persone interessate dalla decisione sono una cinquantina ed è assolutamente una prima volta per un ambito editoriale di queste dimensioni.

Preferisco la controtendenza di Apple, che ha scelto per Apple News un curatore umano e di rango, anche a scapito del ritorno economico.

Spero di potermi ancora permettere il lusso di leggere un titolo sorprendente, un paragrafo fulminante, un paradosso prepotente, qualcosa che solletichi la mente.

La mia intelligenza è sempre stata quello che è, comunque mai bassa come una artificiale.

Pari opportunità

Le mie conoscenze di scripting o programmazione sono ben poca cosa se confrontate con il sapere di Dr. Drang.

C’è un però.

Negli ultimi quattro mani, scrive lui a proposito di sistemi per automatizzare il salvataggio in iCloud Drive di documenti scritti su iPad con Drafts, è passato da Mac-only (solo Mac) a Mac-mainly (principalmente Mac) fino a diventare iPad-mainly (principalmente iPad).

Ho cominciato esattamente la stessa transizione ma nel 2010. Sei anni di anticipo.

Se lui mi ha raggiunto nell’uso di iPad, posso farlo anch’io in quello di Python. C’è speranza.

(Per inciso, l’articolo – non è una novità – è piuttosto interessante).

Il ruolo della telematica

Da circa sempre, ogni due venerdì la compagnia degli amici si ritrova a giocare a Dungeons & Dragons. Tradizionalmente il master, che dà vita e consistenza al mondo in cui agiscono i personaggi dei giocatori, prepara la mappa di gioco sulla quale si svolgono i combattimenti, su fogli A3 oppure su battle mat dove disegnare a pennarello.

Si può andare molto più in là di questo, però non è la direzione che ho scelto svariati anni fa. Toccava a me fare il master e ho stabilito che avremmo giocato con mappe digitali e avatar digitali su Roll20, un sistema nato apposta.

Ci incontravamo di persona ma sul tavolo la mappa non c’era; bisognava collegarsi a Roll20 e interagire con la piattaforma di gioco.

All’inizio non è stato semplice. La tecnologia di rete e anche da portare al tavolo di una serata tra amici non era quella di adesso. Lo stesso Roll20 aveva molti spigoli da tollerare.

Lentamente, con qualche sbuffo e qualche occasionale inceppamento, il gioco su Roll20 è diventato familiare. Posso oggi fare il master da un iPad quando all’inizio a malapena ci si poteva gestire il personaggio; anche gli amici più riottosi verso la telematica hanno finito, per lavoro o per diletto, di dotarsi di un portatile o di un iPad. Tutto l’insieme è maturato.

Così è arrivato il lockdown e noi non abbiamo battuto ciglio, lato gioco di ruolo: semplicemente ci sediamo ognuno al proprio tavolo invece che tutti al medesimo. Ci vediamo in faccia, fioccano le stesse battutacce di una serata in presenza, nessuno deve viaggiare per tornare a casa e quindi le sessioni durano più a lungo, Roll20 era studiato esattamente per situazioni come questa e fa egregiamente il suo lavoro.

Ovviamente manca l’incontro di persona. Ovviamente chi ama la fisicità delle miniature di gioco o dei dadi multipoliedrici, e in presenza usava Roll20 ma lanciava i dadi veri, lavora con succedanei digitali. Naturalmente non vediamo l’ora di darci una pacca sulla spalla nel ritrovarsi e mettersi a giocare.

Ciò detto, a nessuno è neanche lontanamente passato per la testa di sospendere le nostre sessioni in attesa di potersi nuovamente riunire. Anzi, un sottoinsieme della compagnia, vista la semplicità di collegarsi con gli amici dallo studio o dal salotto, ora gioca tutti i venerdì invece che alternare.

Il telegioco di ruolo non può e non vuole rimpiazzare i nostri incontri. Torneremo a trovarci. Nell’impossibilità di farlo, tuttavia, supplisce in modo molto efficace.

Perché?

Perché eravamo preparati, anche senza saperlo. Avevamo tutti esperienza pluriennale di un sistema che permetteva di giocare assieme a persone lontane; quando usarlo è diventato necessario, abbiamo solo acceso le videocamere e tutto il resto era ampiamente collaudato.

Perché siamo motivati. Ci piace stare insieme anche solo per videoconferenza; ci divertiamo a giocare a D&D. Siamo disposti a superare qualche piccolo ostacolo pur di farlo anche a distanza.

Invece di lamentarci dei difetti del gioco via Internet, ne sfruttiamo e amplifichiamo i pregi.

Finirà che quest’estate, periodo in cui spesso per ferie e viaggi mancava il numero giusto per riunirsi, ci incontreremo comunque in rete, dal mare o dai monti.

Questo è il ruolo della telematica. Collega le persone come sarebbe altrimenti impossibile.

Ora, se penso a tanti insegnanti e tanti uomini di azienda che sono andati nel panico di fronte al proseguire la loro attività in rete, sono perplesso. Persone impreparate. Persone incapaci di lavorare sul lato positivo della situazione. Persone poco motivate e posso capirlo ma, fuori dai denti, pagate per quello che fanno. Possibile essere incapaci di usare con profitto strumenti di lavoro che esistono da lustri?

Nel nostro gruppo abbiamo amici che accendono un computer solo se costretti. Bisognava spiegargli tutto. L’abbiamo fatto. Funziona.

Un consiglio, anzi tre, per chiunque. Sii preparato alla telematica. Lavora sul lato positivo delle cose. Se non trovi una motivazione, almeno fallo per denaro. Non farlo è autolesionista e queste settimane dovrebbero averlo mostrato in modo chiaro.

Un cieco che guida un altro cieco

…gli insegna a programmare.

Quattro minuti e mezzo di video su Jordyn Castor, ingegnere software di Apple nata non vedente, che insegna coding attraverso Swift Playgrounds su iPad a studenti ipovedenti (comunque più vedenti di lei).

Ragazzi e ragazze felici attorno a un drone e carriolate di iPad, in un servizio televisivo indipendente e non un articolo scritto da Apple per il proprio sito.

Dopo avere visto questo, pensi alle polemiche su iPad, se sia un vero computer oppure no, e le derubrichi molto velocemente.

Le idi di giugno

La Francia è sulla strada per varare la propria applicazione di tracciamento contatti e il dibattito ferve.

Lo trovo irrilevante. Da un punto di vista dell’utilità, quando devo rispondere a qualcuno nel più breve tempo, dico andava fatta a marzo. Si discute sulle percentuali di adozione necessarie in modo veramente inutile. Se proprio, quanto vale una vita? Ove Immuni avesse salvato una singola vita, per me avrebbe ripagato ogni sforzo.

Il punto non è neanche questo. La Francia fa la app e la condanna da subito all’insuccesso, perché non adotta ExposureNotification e di conseguenza su iOS non funziona in background. Ciao pepp.

A quest’ultimo link sta la spiegazione, perché non l’ho aggiornato (anche se l’aggiornamento si trova nei commenti). Alla Francia non interessa che la app funzioni per i cittadini; deve funzionare per lo stato. Raccogliere dati per centralizzarli e da lì chissà. All’Italia magari sarebbe interessato, ma a governare è gente pavida e ignorante ancora più dei francesi e così hanno – fortunatamente per noi – scelto la strada giusta per paura di perdere consenso.

A questo proposito, tutti si spera che i contagi continuino a calare e che il livello di normalità aumenti. Dopo di che veramente tutti, al governo, nelle regioni, nei comuni, dovrebbero prendere atto di avere sulla coscienza abbastanza morti da riempire uno stadio e lasciare le loro poltrone, per sempre. Chi ne ha di più, chi ne ha di meno, ma anche qui, non riuscirei a dormire la notte se ne avessi uno, solo uno, non cento o mille. Quanto vale una vita?

La Mongolia non è più quella delle barzellette. Ha una capitale da un milione e mezzo di abitanti con densità abitativa comparabile a quella di Bergamo e collegamenti continui in aereo, treno, auto con Cina e Russia, due nazioni che di coronavirus possono dire qualcosa.

Attualmente la Mongolia ha centoquaranta casi di Covid-19, tutti importati, tutti sotto controllo. Il tasso di trasmissione della malattia è zero. I morti sono zero. I nostri, ufficiali, più di trentaduemila.

Come hanno fatto? Con il lockdown. Solo che lo hanno iniziato il 23 gennaio. Con zero casi interni. E poi hanno unito al lockdown un’azione aggressiva e preventiva per dare zero chance al virus.

I nostri campioni di destra, di sinistra, maggioranze e opposizioni, di tutti i colori e tutti gli odori, un mese dopo il 23 gennaio dovevano ancora capire.

Che almeno ci diano la app, non importa quanto serva. È un argomento di conversazione, mostra un governo che ha calato le brache davanti ai sostenitori delle libertà individuali e questo deve essere motivo di soddisfazione. Che arrivi alle idi di giugno, o luglio, ma che arrivi.

Così poi torniamo a cose più interessanti, come i font nascosti di Catalina e poi ovviamente WWDC online.

Chi dà e chi toglie

Steve Jobs faceva del levare la sua ragione di vita del design industriale e Jonathan Ive, oltre che levare, voleva che i prodotti fossero sempre più essenziali e sempre più immateriali.

Anche un po’ per fortuna, perché se non avessero tolto il lettore di floppy da iMac, la porta modem dai PowerBook, le porte seriali, LocalTalk, il pulsante del programmatore per resettare la scheda logica dall’esterno, il lettore ottico, i connettori Scsi, Vga, MiniDisplay. FireWire eccetera eccetera, oggi avremmo sistemi, come dire, appena ridondanti.

Chiaro che sui tempi si possa eccepire, oppure che qualcuno sia affezionato a cose vecchie e non voglia passare a cose nuove. Si è fatta polemica sulla (perfettamente reversibile)eliminazione di telnet dal corredo Unix di Mac, ci sono nostalgici a oltranza di HyperCard, ogni volta che esce una nuova versione principale di FileMaker qualcuno si lamenta di qualcosa, il prezzo, le funzioni, l’interfaccia, la compatibilità, tutto.

Apple si prepara inoltre a rimuovere i linguaggi di scripting da macOS e ne sentiremo delle belle, molto peggio di quando è uscito Catalina e le applicazioni a trentadue bit hanno smesso di funzionare, con soli quattordici anni di preavviso. Chi li usa veramente li installerà, come fa da tempo dal momento che le versioni incluse in macOS sono sempre arretrate e a volte arretratissime. Gli altri si lamenteranno.

Il panorama è questo e Apple è cattiva. Ma non si è visto niente, in fatto di cattiveria, fino a pochi giorni fa: Texas Instruments ha eliminato l’esecuzione di programmi assembly e C da alcuni modelli di calcolatrice programmabile.

E non si risolve reinstallando. Il motivo: in una versione obsoleta del sistema operativo c’è un bug che consente di bypassare la modalità di funzionamento restrittiva da adottare per gli studenti che vogliono portare la calcolatrice all’esame.

Ci sono linguaggi alternativi a disposizione, ma sono mortalmente lenti o male implementati. Chi leggerà il pezzo troverà commenti letteralmente infuriati, della serie anni di duro lavoro che se ne vanno in fumo.

Si sistema tutto per chi vuole, eh. C’è chi si diletta tranquillamente con HyperCard ancora oggi, grazie all’emulazione o al browser. In ogni caso, chi perderà (per modo di dire) Python o Ruby troverà Swift; chi ha perso l’assembly su TI-84 Plus CE, e contava sulle sue prestazioni, può solo masticare amaro.

La scoperta di Linus

Certo che Apple passerà a processori Arm appena potrà, per la ragione che Linus Torvalds (creatore di Linux, uno dei programmatori più importanti della storia) ha aggiornato il proprio computer principale.

In effetti, la cosa più entusiasmante della mia settimana è stata aggiornare il mio computer principale che, per la prima volta in quindici anni, non è basato su processore Intel. No, non sono ancora passato ad Arm, ma adesso sto maneggiando un Threadripper 3970x AMD. I miei build di test ‘allmodconfig’ ora sono veloci il triplo di prima, cosa abbastanza irrilevante nei periodi di calma, ma che si farà certamente sentire durante la prossima fase periodica di merge.

A parte il gergo, che riguarda l’aggiornamento del kernel di Linux, la situazione è chiara.

Apple era passata a Intel quando (semplifico) Ibm non riusciva più a progettare processori portatili competitivi. È ora delle nemesi. Intel fatica a stare dietro la concorrenza in vari campi e non ha la situazione di monopolio privilegiato dei tempi felici del cartello Wintel, quando poteva vendere agli sprovveduti i megahertz del processore come se fossero stati una misura di velocità, anche perché con Microsoft si adoperava per abbattere qualunque alternativa.

Per chi abbia avuto la fortuna di essere nato più tardi: è come se oggi si vendessero orologi al quarzo più veloci degli orologi meccanici, visto che questi ultimi spaccano il secondo in circa quattro vibrazioni e invece i primi ne usano trentaduemilasettecentosessantotto.

Intel ovviamente è un colosso. Ci vorranno anni perché si ridimensioni veramente. Succederà. Di Linus, quando parla di processori, ci si può fidare.

La macchina delle illusioni

Da quando è stato avviato il progetto Titan ho fatto due figlie e portato la prima alle soglie della scuola primaria.

A interrompere il trend arriva l’articolo di Jean-Louis Gassée che fa giustizia di tante stupidaggini date in pasto ai lettori e spiega che la Apple Car, salvo meraviglie segrete che ancora nessuno ha saputo anticipare, è lontana e soprattutto molto improbabile. Finalmente (anche se ulteriori ipotetiche paternità sarebbero benissimo accolte).

Che una società abituata a profitti del trenta percento abbia interesse a competere in un mercato dove bisogna essere grandi maestri per fare il dieci (ci riesce solo Toyota, con un fatturato superiore a quello di Apple), e dove una Tesla ha impiegato anni per uscire dai profitti negativi, è improbabile. E se nel cilindro di Tim Cook c’è one more thing a riguardo, deve essere veramente clamorosa. Nessuno l’ha mai scoperta. Se include anche un impianto di produzione di auto mai visto prima sul pianeta, questo è avvolto nella più totale segretezza, invisibile a un satellite, protetto da una catena del silenzio perfetta. Un conto è nascondere una funzione di macOS, un altro un impianto industriale.

Ma tranquilli: se cronicamente incapaci di amare alla follia i propri acquisti, al punto di volerli conoscere intimamente e fare coppia per lavorare e divertirsi insieme meglio di prima, e costretti a sospirare di sogni impossibili o improbabili per trovare un senso alla vita, nessun problema: la macchina delle illusioni ha già aperto un nuovo fronte con Apple Glass. Escono nel 2021, nel 2022, che importanza ha? L’importante è avere un clic per distrarsi.

Sento i congiunti, metti che sia in arrivo qualche pargolo.

Quattro innovazioni

Cambiare la modalità di utilizzo di una categoria di prodotti. C’erano i computer, poi è arrivato Macintosh. Qualunque computer in vendita oggi discende da lì. Qualunque sistema operativo ha una interfaccia grafica possibile che si ispira a quei principî.

Cambiare la destinazione di utilizzo di una categoria di prodotti. C’era chi definiva iPhone un telefono perché, in una schermata con dodici app, ce n’era una che effettivamente faceva telefonare. Le cose che facciamo con un iPhone, o con Android se è per quello, sono tuttora insospettabili per tanti dirigenti Nokia che ancora soffrono di incubi notturni.

Cambiare il concetto alla base di un prodotto. Sono esistiti computer a tavoletta ben prima di iPad, ma iPad ha saputo rivoltare come il classico calzino il concetto fondante.

Catalizzare l’innovazione. Mettere sul piatto qualcosa che non sai dove andrà a parare, pronto a essere sorpreso da quello che ci farà il mondo. Magari per arrivarci devi essere innovativo tu stesso, magari no; quello che conta è che il qualcosa permetta di esplorare, sperimentare, aprire strade nuove.

Non so se lo studio in corso di allestimento a Stanford porterà veramente all’impiego di watch come strumento di diagnosi preventiva di Covid-19. Penso che neanche a Stanford lo sappiano.

Se però lo studio avesse successo, watch sarebbe stato catalizzatore di una innovazione formidabile che veramente, totalmente nessuno avrebbe saputo non dico prevedere, ma neanche immaginare.

Vorrei vederli, quelli che Apple non innova più. Già per il fatto stesso che una ricerca autorevole sia avviata, una autocritica costituirebbe una posizione onesta.