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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Pubblicità cattiva

Citazione da un pezzo di John Gruber:

L’industria del tracciamento ha ragione nel ritenere che gli utenti di iOS 14 negheranno a stragrande maggioranza il permesso di farsi tracciare. Non dipende dal fatto che il messaggio informativo di Apple li spaventi senza motivo; dipende dal fatto che il messaggio informativo di Apple spiega con precisione e in linguaggio chiaro che cosa sta succedendo, ed è una cosa repellente. La richiesta del permesso di farsi tracciare è qualcosa che nessuna persona sana di mente accoglierebbe, perché nessuno sano di mente accetterebbe questo tipo di tracciamento.

Il pezzo riferisce che, per alcuni nel mondo della pubblicità online, l’iniziativa di Apple in iOS 14 è eccessiva e provoca danni sproporzionati a un ecosistema vivo e vitale, perché butta via il bambino assieme all’acqua sporca. Non è una cosa da poco, tanto che a seguito delle pressioni Apple ha deciso di posporre l’attivazione della funzione all’anno prossimo. Tuttavia arriverà e per l’industria del tracciamento sarà un colpo duro.

Ancora peggio per i tracciatori andrebbe se, metti mai che niente è impossibile, saltasse fuori che Google copia la funzione ad Apple e la inserisce dentro Android, un sistema operativo che attualmente è un colabrodo by design, strutturato esattamente per sfruttare tutte le occasioni possibili di tracciamento di qualunque dato.

Riassumendo: c’è un settore di business importante, potente, agguerrito, popolato di menti talentuose per quanto la causa sia sbagliata, che fa soldi a palate tracciando la navigazione delle persone oltre il consentito e oltre il ragionevole. Apple mette i bastoni tra le ruote di questo meccanismo con una mossa radicale che non le dà apparentemente alcun vantaggio (in realtà scommette sulla soddisfazione degli utenti per non essere tracciati, ma è un altro discorso).

Steve non c’è più, non si innova più, non escono più prodotti nuovi, si è persa la strada, una volta era tutta campagna. Ma… questa mossa non sa tanto, tantissimo, di Think Different?

Materiali non di consumo

Si arriva al 2020 con gente che ancora nutre il mito di iPad come macchina buona solo per consumare bit e mostra di non seguire Apple Gazette.

Nell’articolo iPad Pro per i contenuti creativi, all’opposto di un apparecchio per consumo di dati si respira aria della nostra epoca. Si può leggere un accenno al fatto che il nuovo iPad Pro è più veloce del novantadue percento dei portatili sul mercato. Si commenta l’interesse di Adobe per portare su iPad Pro le proprie applicazioni più redditizie (non che siano meravigliose le applicazioni di Adobe, ma sono una forza comunque).

Si fa presente alle aziende che, se ragionano ancora secondo i vecchi modelli, sbagliano e in azienda sbagliare può significare danni economici.

Un iPad Pro non serve a tutti, questo è certo. Ad alcuni però serve dannatamente tanto. Altro che per il consumo.

The Microsoft Way

Per motivi ineludibili di lavoro mi tocca sostenere il peso di due account ai servizi online di Microsoft.

Significa che, senza che io abbia chiesto alcunché o espresso alcun consenso, mi arriva in posta periodicamente un rapporto di Network Analytics in cui Microsoft riassume i contatti che ho avuto, quanto sono durati eccetera.

Ovvero, sorvegliano il mio lavoro.

Dopo due o tre rapporti, ho fatto clic sul link di disiscrizione. Il risultato è questo:

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Non c’è dubbio: la situazione è immediatamente comprensibile a chiunque.

Risultato, i rapporti continuano ad arrivare e la sorveglianza a verificarsi, ma che caso. Un modo furbetto di procedere.

Ah, mi ero dimenticato: la comunicazione, qualunque cosa voglia significare, riguarda l’altro account. Non quello da cui ho chiesto di disiscrivermi.

Io lo devo subire e lo subisco. Ma chi la sceglie, questa modalità di trattamento, non la trova perlomeno un tantino frustrante?

Le vecchie liste di una volta

Più si va avanti più diventa difficile trarre giovamento dalle raccolte di liste di scorciatoie e trucchi. Checché ne dicano quelli che si lamentano della scomparsa della findability, lentamente si impara tutto o quasi; le liste troppo dettagliate sono troppo lunghe per essere utili; quelle troppo corte fanno scoprire nulla di nuovo.

In questo panorama di noia strisciante e progressiva mi piace segnalare Tristan Hume e il suo elenco di consigli potenzialmente interessanti su macOS.

È lungo ma non troppo, comunque facile da leggere. Qualcosa di buono l’ho trovato e a volte si tratta di cose che si sapevano, prima di dimenticarsene.

Carina anche la sezione delle app e i bonus su iOS.

Niente di che, però era tanto che mi fermavo molto prima di scorrere una lista fino in fondo e stavolta l’ho fatto.

Le buone pratiche

Secondo il sondaggio 2020 della comunità mondiale degli sviluppatori su Ruby On Rails, un terzo degli oltre duemila che hanno risposto usa come editor Visual Studio di Microsoft, che ha la maggioranza relativa. Per fare un governo servirebbero però alleanze, visto come ci sia spazio nelle risposte per Vim, Sublime Text, RubyMine, Atom, Emacs, TextMate e altri.

In compenso, quasi tre su quattro usano macOS. Settantatré percento, per essere esatti. A usare Ruby on Rails su Windows è il tre percento.

Si può pensare quello che si vuole, degli sviluppatori. Comunque sia, è gente che si guadagna da vivere attraverso il proprio lavoro e conosce bene hardware e software. Se usano un certo software o un certo hardware, lo fanno in genere a ragion veduta e perché è la cosa migliore per le loro necessità.

Gli imbolsiti

Mostri sacri dell’epoca digitale che invecchiano senza dignità.

Richard Stallman, l’uomo capace di iniziare la rivoluzione del software libero, in balia dei minus habens politicamente corretti.

Cory Doctorow, ispiratore di Creative Commons e pioniere di una nuova legislazione più adatta al copyright al tempo dei computer, ora pubblica un libro su come distruggere il surveillance capitalism: un concentrato di ideologia cieca, pregiudizi, luoghi comunissimi più che comuni, radicalista come chiunque abbia voglia di tutto tranne che di cambiare veramente qualcosa. Il suo bersaglio sono le aziende della Big Tech (che è di moda attaccare) con il loro sistema che finisce per privarci del libero arbitrio a forza di raccolta dati e profilazione.

Ma c’è speranza, il sistema si può distruggere. Non svelo come; faccio solo presente che non è esattamente una intuizione da Nobel, né è particolarmente originale. Facebook e Google sono il male assoluto. Parlando di abusi di tracciamento e sorveglianza, mi aspettavo due paroline sulla Cina, una dittatura al lavoro per arrivare al totale controllo informativo sulle persone, che nemmeno il Grande Fratello di Orwell. Ma non si può usare la parola magica capitalism, quindi non vende. Che tristezza finire così, doppia tristezza pensando che parliamo di un quarantanovenne.

Jaron Lanier, maitre à penser per eccellenza quando il Web decollava, oggi riesce nell’impresa di pubblicizzare il proprio libro Dieci argomenti per cancellare all’istante i tuoi account di social media e intanto farsi intervistare da GQ per affermare che Facebook potrebbe avere vinto, il che potrebbe significare – bum! – la fine della democrazia per questo secolo, però Facebook potrebbe anche non avere vinto, e allora invece il contrario.

Tutto questo intanto che viene pagato da Microsoft per fare il guru e progettare modalità di interazione per Teams, un altro gioiellino che, se mi pagassero un centesimo di quello che prende Lanier, distruggerei volentieri con un libro ad hoc, senza bisogno di inventare niente, tutta esperienza. Come se Microsoft non fosse Big Tech. Come se non facesse soldi attraverso Facebook. Come se fosse realmente preoccupata dei contenuti erogati da Facebook tanto da avere sospeso le proprie inserzioni. L’anno scorso invece ci ha speso centoquindici milioni di dollari, chissà quanto erano diversi i contenuti.

Microsoft è azionista, per quanto minuscolo, di Facebook. Per Lanier, tuttavia, Facebook è cattivo e Microsoft è un cliente.

È opportuno ricordare che Doctorow e Lanier si sono costruiti una carriera a spiegarci quanto è bella Internet e adesso la mantengono con il racconto di quanto sia terribile. D’accordo che l’età avanza, ma l’impressione è che la rotta non esista, sostituita dal semplice girare le vele per prendere il vento in poppa e pazienza se si va al contrario, o verso il niente. Altra impressione: pecunia non olet.

Cavalli bolsi.

Affamati di energia

Evidenza empirica: Teams e Meet consumano circa il doppio della batteria che consuma Zoom.

Non ci si può credere: il servizio è sommariamente identico, eppure c’è una evidente differenza di programmazione sotto al cofano.

Se si sta alla scrivania importa magari poco; in mobilità, non ci sono dubbi sulla scelta ideale e viene naturale anche mettere in secondo piano le perplessità sulla privacy garantita da Zoom.

Fosse per me io farei comunque tutto in Jitsi. È che tutto non si può avere.

Compiti a caso

I compiti di un ragazzino vengono massacrati dalla piattaforma di apprendimento remoto su cui si esercita.

La mamma vede che il voto, spietato, compare una frazione di secondo dopo la consegna dell’elaborato e capisce: dietro non ci sono insegnanti ma un algoritmo. E invece di dire al figlio di studiare, studia lei una soluzione.

Due frasi compiute, seguite da un’insalata di parole composta da tutte le parole chiave applicabili. Voto pieno in tutte le esercitazioni. Studenti su Edgenuity, ecco il vostro biglietto. [Mio figlio] è passato da F ad A+ senza imparare alcunché.

(F è un’insufficienza gravissima negli Stati Uniti, A+ il massimo).

Proviamo a pensare a una, facciamo finta che lo sia, intelligenza artificiale pensata per sostituire gli studenti. Assurdo, vero? Ecco. Pensiamo a una (sedicente) intelligenza artificiale pensata per sostituire i professori. Assurdo, vero?

L’apprendimento meccanizzato, gli algoritmi, chiamiamola pure intelligenza artificiale se fa stare meglio, devono servire a dare più possibilità ai docenti, non a rimpiazzarli. Devono aiutare gli studenti a imparare meglio e di più, non a trovare scorciatoie (anche se questa è stata una lezione formidabile, ancorché involontaria, di informatica). Non c’è bisogno di passare il test di Turing per software di apprendimento remoto, ma quello del buonsenso.

La didattica digitale serve più che mai. Però quelli che ci lavorano, qualcosa devono averlo studiato pure loro, o non funziona.

Talento non calcolato

Ma in quante altre società potrebbe nascere un software come la Calcolatrice Grafica nel modo in cui è nata per Mac?

Una storia incredibile di clandestinità, ingegno e collaborazione solidale cui si è già accennato.

Ora The Loop ha rilanciato la stessa storia, stavolta raccontata in video.

Ascoltata, invece che letta, è ancora più straordinaria, in senso etimologico.

Se l’inglese è ostico e i sottotitoli di YouTube non bastano, qui sotto c’è un estratto da Macintosh Story: la storia espresso della Calcolatrice Grafica.

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La Calcolatrice del clandestino

Ron Avitzur è il padre della Calcolatrice Grafica, nome in codice NuCalc. Uno dei pezzi di software più eleganti mai presentati da Apple, che è stato per lungo tempo dotazione standard di Mac OS e, nei negozi più lungimiranti, costituiva una demo imbattibile.

Ma non avrebbe mai dovuto essere inserita nella dotazione dei Mac e, se è accaduto, lo si deve a una serie incredibile di circostanze.

Dopo avere iniziato a lavorare alla Calcolatrice Grafica a scuola, Avitzur viene assunto con un contratto a termine da Apple, per lavorare a un progetto segreto. Nel 1993 il progetto viene annullato. Ma Avitzur non vuole saperne di lasciare il lavoro a metà e il suo badge magnetico gli permette ancora di entrare in Apple, per cui continua a recarsi in ditta, anche se il suo lavoro ufficialmente non esiste più.

Avitzur entra in modalità skunkwork (skunk in inglese è la puzzola). Con questa parola si definisce in gergo una persona che lavora praticamente di nascosto, nella fiducia che la bontà del suo progetto convincerà qualcuno. Gli ingegneri lo conoscono e apprezzano molto le demo della Calcolatrice che lui organizza semiclandestinamente. Ma nessuno ha il potere o la volontà di farlo entrare ufficialmente in un team di sviluppo.

Avitzur non ha idea di come modificare la Calcolatrice per farla funzionare sul nuovo processore PowerPC su cui si sta portando Apple. Una sera di agosto, dopo cena, nel suo ufficio entrano due tizi che gli annunciano le loro intenzioni: stare lì fino a quando non abbiano adattato la Calcolatrice a PowerPC.

Dopo sei ore e innumerevoli modifiche a cinquantamila righe di codice, il software funziona cinquanta volte più veloce sul nuovo processore che su quello vecchio. Gran risultato, per le demo. Ma il prodotto è ben lontano dall’essere completo.

Nel frattempo un amico di Avitzur, Greg Robbins, termina il suo contratto con Apple e Avitzur gli chiede aiuto. Robbins accetta, si reca dal suo ex manager e annuncia che da quel momento lavora sotto Avitzur. Il quale dal canto suo inizia a spiegare in giro che avrebbe lavorato sotto Robbins. Stabilita una parvenza di ufficialità nessuno disturba più di tanto i due, che lavorano dodici ore al giorno sette giorni su sette.

Se qualcuno chiede spiegazioni, Avitzur dà una demo e illustra la sua situazione. Non avendo mutui né famiglia, può vivere dei suoi risparmi. Molti ingegneri in Apple hanno visto annullare progetti in cui sono coinvolti e Avitzur riscuote comprensione da tutti.

In settembre Apple riassegna a qualcuno l’ufficio dove lavorava Avitzur, ufficialmente vuoto. Emerge la questione. I badge di Avitzur e Robbins vengono disattivati e i due sono invitati a non farsi più vedere.

Ma intanto in Apple è stagione di licenziamenti e tremila persone stanno restando a casa. Avitzur e Robbins non sono a libro paga e il loro progetto ufficialmente non esiste. Continuano a vestire i vecchi badge, inutili per entrare ma funzionali per darsi un contegno. Gironzolano davanti all’entrata fino a quando non arriva qualcuno con un badge funzionante e, facendo finta di niente, gli si accodano. Molte persone li conoscono e, abituate a vederli in giro, nessuno fa domande.

La Calcolatrice Grafica a quel punto era un buon programma, ma non un prodotto finito. Gli ingegneri sono bravi a programmare, non a giudicare la qualità di quello che programmano. Nel frattempo la storia di Avitzur e Robbins è diventata piuttosto conosciuta ai piani bassi di Apple e la coppia viene contattata da due addetti al controllo qualità. Il loro lavoro normale è noioso; uno dei due ha un dottorato in matematica e ammira l’idea della Calcolatrice. Si offrono di dare una mano negli orari extralavorativi, senza dirlo ai loro superiori.

Nel frattempo un amico di Avitzur, esperto nella programmazione di grafica 3D, prende due giorni di ferie e dà una mano a realizzare tutta la parte di rendering grafico delle equazioni della Calcolatrice. Avitzur sostiene che, fosse toccato a lui, ci avrebbe messo un mese.

Rimane il problema che il progetto della Calcolatrice Grafica non esiste ufficialmente e stanti così le cose sarà difficile che entri a fare parte del software di sistema.

Una notte, alle due, nell’ufficio di Avitzur entra un perfetto sconosciuto, l’ingegnere responsabile della creazione fisica del master del disco di sistema di Mac OS. Se gli verrà consegnata una copia del software il giorno prima della produzione di massa dei dischi, spiega, la Calcolatrice potrebbe anche fare parte della dotazione.

La possibilità che la Calcolatrice possa veramente farcela a diventare realtà dà ad Avitzur possibilità che neanche con un contratto ufficiale avrebbe potuto avere. Per esempio, le macchine PowerPC disponibili sono pochissime. Ma gli ingegneri dell’hardware le portano a mezzanotte passata nell’ufficio di Avitzur, di nascosto, per riportarle in laboratorio altrettanto di nascosto, a collaudi eseguiti.

A ottobre quanti hanno aiutato il progetto di nascosto chiedoro alla coppia di dare una demo del prodotto finito ai loro superiori. Avitzur accetta, pensando che sia giusto dare in qualche modo ufficialità al progetto. La demo ha un successo oltre ogni previsione e i dirigenti chiedono ad Avitzur come mai non abbiano visto niente fino a quel momento. Lui spiega la situazione. Dopo avere capito che non è uno scherzo, i dirigenti gli raccomandano di non ripetere quella storia in giro.

Si verifica un paradosso. Essendo parte del software di sistema, la Calcolatrice viene sottoposta al controllo qualità (da parte degli stessi che ci avevano lavorato di nascosto). Il gruppo di localizzazione riceve l’ordine di tradurla in venti lingue. Il gruppo addetto alle interfacce deve verificarne la facilità di utilizzo. Ma Avitzur e Robbins, riferimenti del progetto, sono clandestini che non potrebbero neanche entrare nell’edificio da soli. Per avere un badge devono essere sotto contratto da parte di qualcuno, ma i contratti devono essere approvati dall’ufficio legale e loro, legalmente, sono fuorilegge. Un giorno, alla reception, l’ennesimo ingegnere tallonato per guadagnare l’ingresso si insospettisce e chiede l’intervento della sicurezza.

No, non sono assunti. No, neanche sotto contratto. Sì, devono avere accesso all’edificio, per via di software incluso in Mac OS. Alla fine ottengono un badge da vendor, come i camerieri della cafeteria e gli addetti alla riparazione delle fotocopiatrici. Però funziona.

Di nuovo paradossalmente, a quel punto Apple mette il suo peso a difesa del lavoro fatto. Wolfram Research, che ha creato il software Mathematica, chiede che la Calcolatrice venga ritirata per non intralciare sul suo mercato. Un programmatore indipendente accusa, falsamente, Avitzur di violazione di brevetto. Ma le battaglie legali e burocratiche venfono superate e nel gennaio 1994 la Calcolatrice Grafica viene infine completata. È stata inclusa in oltre venti milioni di macchine da allora. Ufficialmente, non è mai esistita.

La Calcolatrice Grafica non fa più parte di Mac OS, sostituita all’incirca da Grapher a partire da Mac OS X 10.4 alias Tiger, ma è viva e vegeta, con tanto di versione iOS (il link va all’App Store americano; su quello italiano nono sono riuscito a identificarla con certezza). Ron Avitzur ha dato vita a Pacific Tech. Sul sito si possono trovare i Viewer gratuiti per vedere i documenti creati dal programma senza bisogno di averlo, la storia originale, varie ed eventuali.

Ron Avitzur non ha mai occupato la ribalta ma per quello che ha fatto, e come, con la Calcolatrice Grafica merita un posto nella storia del Mac. Lui e le sue massime preferite. Una: Il segreto della programmazione è avere amici tosti. Due: Il primo 90 percento del lavoro è facile, il secondo 90 percento del lavoro ti esaurisce, l’ultimo 90 percento del lavoro fa la bontà del prodotto.

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Dissonanze cognitive

iPhone costa troppo, è esagerato, è un lusso inutile replicabile alla metà del costo.

iPhone 11 è il computer da tasca più venduto nel primo semestre del 2020.

Secondo, terzo e quarto in classifica, messi insieme, neanche lo sfiorano. Per superarlo bisogna aggiungere anche il quinto, che peraltro è iPhone SE.

I dati del 2019 erano lusinghieri ma molto meno. Questa è superiorità schiacciante.

Oppure.

L’insostenibile Apple Tax del trenta percento, gli sviluppatori infuriati, il margine eccessivo.

Tutto discutibile, eh. Intanto App Store ha creato in America trecentomila posti di lavoro da aprile 2019.

Potevano essere di più se Apple si prendesse il dieci percento che il trenta? Possibile, se ci fosse una controprova. Quale altro store ha fatto meglio, su un lato o sull’altro? Personalmente, dopo la pandemia, sono stupito che ci sia un saldo positivo, prima ancora di vedere se è grande o piccolo.

C’è troppa gente che non vuole credere alla realtà delle cose e, per conciliare la realtà in questione con le proprie convinzioni, si fabbrica storie ad hoc.

Dissonanze cognitive. La prima fu quella della volpe, che vedeva l’uva troppo in alto e la dichiarò acerba.

Un’eccezione utopica

Così come la moneta cattiva scaccia la buona nei proverbi, gli strumenti tuttofare soverchiano quelli monofunzione.

Gli strumenti tuttofare sono la piaga della Prima Grande Era dell’informatica, che sarà sì e no a metà svolgimento.

La gente si illude che il principio del coltellino svizzero non sia una brillante idea per affrontare situazioni impreviste di provvisorietà, ma una soluzione sbrigativa a tutti i problemi.

Così si siedono a tavola per mangiare con il coltellino svizzero; riparano un motore con il coltellino svizzero; temperano le matite con il coltellino svizzero; tagliano la carta con il coltellino svizzero. Segano un ramo, ingrandiscono un particolare, aprono una latta con il coltellino svizzero.

Come? È gente che non ha capito? Provo a dirlo da molto ma non trovo ascolto. Ammiro forchette, chiavi inglesi, temperini, forbici, seghetti, lenti, apriscatole. Comprendo la grandezza di Unix, tanti pezzi monofunzione che si collegano per raggiungere obiettivi complessi. Venero personaggi come Jef Raskin, capace di creare un linguaggio con sette istruzioni che permette di usare le iniziali dei comandi e al resto pensa il sistema. Macchine dove ogni routine contiene la propria diagnostica ed è quindi a prova di errore. Ha una visione.

Altri usano Windows, usano WordPress, Excel. Si vantano di avere una soluzione a tutto, invece che a quanto serve, cento modi per risolvere un problema per il quale serve una soluzione e novantanove sono stati sviluppati invano, mettono infinite pezze con immensi coltellini svizzeri.

Non venerano nessuno, credo. Probabilmente hanno ragione. Per tutto quello che è sporco maledetto e subito, hanno sicuramente ragione. Esiste però l’utopia della ricerca della bellezza. È esistito Arthur Clarke, autore di Profiles of the Future: An Inquiry into the Limits of the Possible:

La creazione di ricchezza è certamente da non disprezzare, ma nel lungo periodo le uniche attività umane realmente preziose sono la ricerca della conoscenza e la creazione di bellezza. Non c’è discussione, se non su quale delle due venga prima.

Detesto l’utopia, con una eccezione.

Il virus del sapere

All’inizio si sono levate voci critiche su certe opportunità di uso della mascherina. Oggi sappiamo che protegge gli altri, protegge in qualche misura anche chi la indossa e che è fondamentale per ridurre il rischio.

Sempre all’inizio sono stato fortemente critico verso Immuni per via delle premesse su cui si avviava a basarsi. Per fortuna ha prevalso il buonsenso ed è diventata magari la peggiore delle applicazioni da installare, ma da installare.

Se le voci critiche sulla mascherina si basavano su nozioni discutibili, su Immuni c’è stato un tiro a segno notevole. Si è sparsa la bufala della sua inutilità nel caso non fosse stata installata almeno dal sessanta percento degli utilizzatori. Come sempre, si è partiti da un grano di verità per diffondere una bugia.

Poi la polemica sulle poche segnalazioni generate da Immuni, come se il suo scopo fosse produrre segnalazioni. Il suo scopo è evidenziare situazioni di rischio; se il virus venisse battuto e Immuni desse zero segnalazioni, saremmo tutti a brindare. Se ne fa poche, è perché il rischio è poco e speriamo che duri così, anzi, che migliori invece di peggiorare.

Su Facebook circolano anche personaggi enigmatici secondo cui il fatto che Immuni venga popolata su base volontaria delle segnalazioni di positività vuol dire che la app non serve a niente. Il diritto alla privacy sanitaria è sacro ancora più di tutti gli altri diritti di privacy e Immuni, per fortuna, lo tutela. In certe situazioni questo può farci arrabbiare, ma è giusto così.

Ci sono naturalmente gli ostaggi di Immuni. Purtroppo il quantitativo di intelligenza che possiamo sperare di ritrovare nella macchina statale è limitato; non è colpa di Immuni, però.

Abbiamo anche i critici della possibile imprecisione del calcolo dei contatti a rischio effettuato via Bluetooth, che di per sé nasce per fare tutt’altre cose. Apple e Google sembrano fare da questo punto di vista il possibile. Può darsi che il sistema non sia perfetto, ma nessuno lo è. Tamponi e sierologici vari producono falsi negativi e falsi positivi; più la diffusione del contagio è bassa, più [il numero di esiti falsi tende ad aumentare][https://www.scientificamerican.com/article/what-covid-19-antibody-tests-can-and-cannot-tell-us/]. La sicurezza al cento percento, in ambito coronavirus, non esiste, men che meno su Immuni. C’è da farsene una ragione.

Intanto iOS e Android si apprestano a fare diventare la parte passiva di Immuni una funzione di sistema; per sapere se siamo stati a contatto con un soggetto positivo, a partire da iOS 13.7 non servirà alcuna app. L’efficacia del tracciamento aumenterà ed è una cosa buona. La funzione va attivata volontariamente e la parte attiva di Immuni richiederà sempre Immuni, quindi chi vuole – con scarso senso civico ma a buon diritto personale – restarne fuori potrà continuare a farlo.

Immuni non è la soluzione; è un anello della catena. Ce la faremo solo con una catena completa e solida. Ci dà però più conoscenza a livello personale, che sta a noi trattare come meglio crediamo verso famiglia, amici, colleghi. Moltiplicato per tutti, è sapere collettivo che ci aiuta a contenere la pandemia e ancora più a sperare per il meglio.