QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Strade nascoste

Certo, iPhone 12, HomePod e compagnia sono annunci importanti e ci si tornerà sopra presto. Peraltro, erano attesi e si aggiungono a una continuità.

Intanto Apple fa cose interessanti con ricadute meno eclatanti, ma di rilievo. Per esempio, il suo framework per le mappe ora consente a DuckDuckGo di fornire indicazioni per chi guida o cammina.

DuckDuckGo è un motore di ricerca outsider costruito, a differenza di Google e degli altri, sul rispetto della privacy dei suoi frequentatori; un’impostazione fortemente perseguita da Apple che, guarda caso, trova sbocchi fuori da Cupertino e rappresenta una sorta di certificazione reciproca: se DuckDuckGo si fida del motore di mappe Apple, possiamo fidarci anche noi. Se Apple concede MapKit a DuckDuckGo, significa che quest’ultimo è una realtà da considerare.

Ogni tanto ci provo e torno a Google per una serie di servizi accessori che è innegabile manchino a DuckDuckGo. Nondimeno, il divario continua a ridursi e, per molti utilizzi non sofisticati, i risultati sono di qualità pari a quelli di Google.

Se sceglieremo DuckDuckGo per farci dare indicazioni stradali, resterà una cosa tra noi e lui. Questo, già detto e vale la pena ripeterlo, si avvia a essere un lusso.

Core ingrati

E niente, apre oggi un iMac 2004 per commentare l’unboxing come se fosse quello di una macchina appena uscita.

È una storia terribile e lo so perché quell’iMac l’ho avuto in casa. Una macchina straordinariamente moderna e però, a leggere adesso le sue specifiche, quasi scappa da ridere.

In realtà non è nemmeno così tagliata fuori come potrebbe sembrare, ma si divaga. La parte terribile della storia è: questa tecnologia corre con una fretta spaventosa e ancora non si vede la fine.

C’è anche, della storia, una parte mirabolante: quello che continua ad arrivare, sempre più capace, sempre più veloce, apre opportunità sempre nuove, supera vincoli che il giorno dopo si riconoscono come troppo stretti per essere tollerati.

Dovrebbe essere un tempo di frontiera, di pionierismo. Le capacità a nostra disposizione, non sfruttate o neanche capite, sono uno spreco che fa impallidire anche la peggiore raccolta non differenziata. Le intelligenze migliori del nostro tempo lavorano per darci un potere inimmaginabile; solo che ci chiedono l’ombra di un impegno e per la maggioranza sembra un oltraggio. Meglio lamentarsi o abbaiare alla luna dei rischi, come se fossero arrivati oggi. Il divide oggi è digital solo per contingenza: già quando sono state forgiate le spade in bronzo, quelli con le selci scheggiate sono rimasti indietro.

L’ingratitudine o, peggio, il disprezzo ignorante per i processori che abitano le nostre scrivanie, borse e borsette, tasche è il peggiore atteggiamento che si possa avere verso i doni enormi che riceviamo (certo, pagati di tasca nostra, ma quanto ne varrebbe la pena, se solo fossimo consapevoli).

E John Gruber maligno, a spargere sale sulle ferite:

Oggi, credo, i telefoni si trovano dove si trovavano i PC nel 2004. (Nel contesto di questa discussione considero gli iPad grossi telefoni).

Ingrati, indegni. Bisogna andare a dormire la sera e chiedersi che cosa so fare oggi più di ieri? Perché loro, per quanto ancora stupidi come lombrichi nonostante le chiacchiere sull’intelligenza artificiale, ogni giorno mettono su un gigabyte in più, un milione di transistor extra.

La paura è vecchia

Ah, la sincronicità. Un attimo dopo avere scritto delle paure dei genitori che devono comprare tecnologia per i figli mi ritrovo con le mani impegnate da un libro dove ci sono un sacco di risposte in tema. Il bello è che il libro non parla affatto di quello; parla di Ambient Findability.

Non intendo spiegare di che cosa tratti il libro, solo citare passaggi che riguardano la questione di cui sopra. Il libro, si sappia, risponde veramente a un sacco di domande già nelle prime poche pagine.

Uno dei primi temi considerati è l’alfabetizzazione informativa. Esatto, non informatica; informativa.

Il ragazzo americano medio guarda quattro ore di televisione tutti i giorni […]

Ogni volta che sento parlare del dominio della televisione e del declino dell’alfabetizzazione, sento scarsa connessione. Posso preoccuparmi della salute di questa generazione satura di media, ma non della loro capacità di leggere e scrivere. La nostra cultura non ricompensa l’analfabetismo. Al contrario, è quasi impossibile funzionare nella società moderna senza padroneggiare la comunicazione scritta. Chi non sa compilare un modulo, è nei guai. Il tasso di alfabetizzazione negli Stati Uniti è del novantasette percento. In gran parte dell’Europa è del novantanove percento.

Bravo genio, sento dire. E allora l’analfabetismo funzionale che piaga la nostra società? Ecco, il testo non se ne occupa, dicevo. In compenso parla dell’alfabetizzazione informativa. E chiude il paragrafo precedente così:

Tuttavia non è abbastanza.

Per spiegare il motivo.

I nostri ragazzi si avviano a ereditare un paesaggio mediale che toglie il fiato e la calma. Libri, riviste, quotidiani, poster, telefoni, televisori, videoregistratori, videogiochi, posta elettronica, Sms, messaggistica istantanea, siti, blog, wiki e l’elenco prosegue. È emozionante avere a disposizione tutte queste fonti di informazioni e gli strumenti per comunicare…

Ma…

La complessità dell’ambiente chiede nuove forme di alfabetizzazione.

Vorrei averlo scritto in corpo duecento.

Sono finiti i giorni in cui potevamo cercare la “risposta giusta” nell’enciclopedia di famiglia. Oggi possiamo cercare in molti posti. C’è tantissimo da trovare, solo che prima dobbiamo sapere che cosa cercare e di chi fidarci.

Altra frase da corpo duecento:

Nell’èra dell’informazione, l’alfabetizzazione informativa transmediale è una capacità di importanza vitale.

A questo punto arriva la definizione di alfabetizzazione informativa secondo la American Library Association:

Un insieme di abilità che consente agli individui di riconoscere quando è necessaria informazione e saperla trovare, valutare e usare con efficacia.

Rispetto all’analfabetismo funzionale siamo lì, alla fine. Chiamiamo la stessa cosa o quasi la stessa cosa in modi diversi. Il problema è lo stesso.

Ora uno potrebbe chiedersi che cosa ha a che vedere l’alfabetizzazione informativa con il problema di dare un cellulare in mano ai figli. I problemi in questo senso, lo abbiamo visto sopra, sono notevoli.

In effetti è vero. Non c’è alcun nesso. Ambient Findability è del 2005.

Non c’era iPhone, al massimo qualche esperimento pionieristico tipo Palm, che in ogni caso stava nelle mani di un campione di popolazione ridottissimo in percentuale. Non c’era Android. I cellulari non andavano in mano ai bambini e facevano generalmente schifo.

Eppure già ci si preoccupava dell’esposizione mediale dei più giovani. L’avvento dei cellulari non ha aggiunto alcunché. Chi si preoccupa dei cellulari si preoccupa di qualcosa che non ha cambiato alcunché; ha solo, probabilmente, rubato del tempo alla televisione, lato timori, patologie, allarmi, moniti. È una paura vecchia, c’è sempre stata, ci sarà sempre, sappiamo che è sterile.

Si dirà che quanto sopra sarà stato scritto da un nerd, qualcuno addentro nella tecnologia, lontano dai problemi veri delle famiglie.

[Peter Morville],(https://semanticstudios.com/about/) uno dei padri dell’architettura dell’informazione, autore di Ambient Findability, ha due figlie. È laureato, in lettere. Ha cominciato a lavorare come bibliotecario.

Ecco dove sta il nesso. I nostri figli dovranno crescere alfabetizzati informativamente e non solo alla vecchia maniera. Ognuno scelga come fare, quando farlo e perché. Teniamo presente le parole del bibliotecario:

I lavoratori della conoscenza sono pagati per la loro abilità di trovare, filtrare, analizzare, creare e in generale maneggiare l’informazione. Quelli privi di queste capacità si perdono sul lato sbagliato del digital divide.

Quando bisognerebbe coltivare queste capacità? Con che strumenti? Ognuno dica la sua. Io lancerei l’ennesimo allarme: gli analfabeti informativi avranno un futuro più complicato degli altri. E penso che imparare a trattare l’informazione con tutti gli strumenti a disposizione sia di importanza cruciale. Preoccuparsi dei figli è anche questo; invece che nutrire il terrore di che cosa faranno con WhatsApp, si insegni loro a usarlo con cura, controllo, consapevolezza. Perché da grandi non finiscano sul lato sbagliato a causa dell’analfabetismo informativo, ecco il problema vero, dei genitori.

La paura è lenta

Leggo surreali scambi di pareri di genitori terrorizzati dall’idea che la scuola chieda al figlio dodicenne di usare, tra gli altri materiali didattici, il tablet. (Il nome in gergo serve a trasmettere istantaneamente l’ostilità verso l’oggetto alieno). Per questioni economiche? Macché. Per il timore che faccia brutti incontri in rete, o che passi la giornata con gli amici su WhatsApp, o che vada in iperconnessione per citare un bravissimo psicologo, e scarsissimo tecnologo, molto à la page negli ambienti più ricchi di analfabeti tecnologici.

L’idea dominante è che convenga mettere la testa in un buco e aspettare, aspettare, aspettare, nella speranza che a un certo punto il figlio sia magicamente in grado di prendere in mano l’oggetto senza farsi male. Certamente non per merito dell’esperienza.

L’amara verità è che il figlio non verrà educato, né accompagnato, né supportato nell’adozione della tecnologia e saranno guai, o frustrazione. Ancora più amara è un’altra verità: per tante famiglie Internet significa Facebook e WhatsApp. Come se alimentazione volesse dire bomboloni e patatine fritte, o adolescenza significasse masturbazione e cattive compagnie. Sono tutti discorsi, come dire, appena più complessi.

Ma il punto è diverso. Mi sovviene dell’evento Apple di presentazione di watch Series 6 e della funzione di Family Setup: si usa un singolo iPhone per abilitare più watch, che possono andare per esempio a un figlio per sapere se è davvero a scuola, consentirgli chiamate ai soli contatti autorizzati, naturalmente comunicare con la famiglia.

Che sia un bene o un male potrà essere discusso all’infinito. È che i genitori sono divorati dal conflitto tra la pressione sociale di dare un cellulare ai propri figli e il timore panico che venga usato male (in molte famiglie, visto chi darà l’esempio, finirà senza dubbio così).

Ecco. Del cellulare al figlio, intanto che se ne fa una questione di sicurezza nazionale, non c’è bisogno. Basta l’orologio. A dire che le paure si materializzano quando la tecnologia è già scappata avanti da un pezzo.

L’uovo o la gallina

NetHack, a dirla tutta, andrebbe giocato su Mac per essere pienamente apprezzato.

Solo che, quando hai avuto in mano per abbastanza tempo un iPad Pro, non vuoi fermarti davanti a niente e nessuno. Tranne, a volte, l’incertezza.

Si potrebbe infatti cominciare da Pathos, in effetti un remake dell’originale, validissimo.

Oppure da iNetHack2, in tutto e per tutto l’esperienza dell’originale.

Il fatto è che, per cominciare, con Pathos si impara più in fretta. Ma sono certo che con l’andare del gioco, la sua interfaccia maggiormente verbosa (in senso visivo) diventerà pesante.

Con iNetHack2 invece, una volta sufficientemente addentro il gioco, si andrà come treni, sempre a livello di interfaccia. A patto di sopportare l’inizio, perché la curva di apprendimento iniziale è frustrante.

Si va per l’uovo oggi o la gallina domani? Beninteso, NetHack si può anche giocare online (su iPad previa disponibilità di tastiera esterna) e in altri modi numerosi oltre il bisogno di elencarli in questa sede. Ma ogni tanto una domanda oziosa di design ludico ci può stare.

Poterselo permettere

Il panorama cambierà drasticamente nei prossimi giorni, non c’è dubbio. Noto comunque che oggi la prima pagina del sito Apple non contiene neanche un riferimento a iPhone, l’oggetto che produce i due terzi del fatturato, l’apparecchio per il quale Apple trascurerebbe Mac.

Non ci sono neanche Mac. watch ha molto spazio e poi iPad Air, appena uscito in edizione rinnovata. Fanno presenza anche servizi e contenuti.

Chi continua a usare i criteri degli anni novanta per giudicare Apple può solo prendere atto che il mondo è cambiato e bisogna cambiare anche i criteri.

Certo, non tutti possono permettersi la rinuncia a un pregiudizio.

Grand Hotel Excel

Non è tanto che il governo britannico si sia dimenticato per strada sedicimila vittime del virus a causa di un file Csv portato in Excel per creare un file in formato .xsl, troppo antiquato per funzionare.

È un po’ di più la fissazione di usare Excel come se fosse il programma tuttofare. Buono per gli scadenziari così come per elaborare big data, il perfetto alibi per l’ignorante che rifiuta di padroneggiare uno strumento adatto al suo lavoro, tanto c’è Excel.

La tragedia l’ha evidenziata John Gruber: la scelta di un formato inadeguato provoca la scomparsa di righe sufficienti a contenere i dati di sedicimila vittime e nessuno se ne accorge subito perché in questo caso Excel non mostra alcun messaggio di errore.

Avviso per gli aspiranti geni del machine learning che affrontano la frontiera del futuro armati di Excel, lo stesso Excel usato per il Fantacalcio: è un programma che può mangiarsi dati senza neanche avvisare.

E un’altra vicenda nazionalgrottesca va a popolare l’Hotel California di Microsoft, entrare è questione di un momento, poi non se ne esce più.

Advert different

Man mano che si avvicina il momento in cui iOS offrirà agli utilizzatori il controllo sul loro tracciamento da parte delle app a scopi pubblicitari, tema nascosto e immenso che dovrebbe ricevere molta più attenzione, aumenta il fuoco avverso.

Il Chief Revenue Officer (attenzione alla carica, dice molto) David Fischer di Facebook ha dichiarato che i modelli di business basati sulla pubblicità personalizzata sono sotto assalto da parte di Apple. E fin qui, ognuno tira l’acqua al suo mulino. Ma poi:

Esistono tanti modelli di business. Apple ne ha uno basato sulla vendita di hardware di lusso o abbonamento a servizi, principalmente a consumatori abbastanza fortunati da poter disporre liberamente di molto reddito, in alcune delle nazioni più ricche del mondo.

Certo mi sento fortunato, ma per altre cose, tipo la sanità e l’acqua corrente. Se hai una base di un miliardo di utilizzatori, sicuramente sono persone che possono concedersi un computer e quindi hanno da mangiare e da coprirsi; chiamarlo lusso (luxury) come se fosse Armani, mi sembra tanto.

[Il modello di business di Apple] mi sta bene, ma non credo sia appropriato derivarne il dettare la linea ad altri modelli di business.

E qui suona strano. L’idea è che un modello di business non dovrebbe condizionarne altri. Esattamente quello che Fischer vuole fare nel dire che Apple dovrebbe accettare quello di Facebook.

La verità è che nel modello di business di Apple è prevista la privacy per chi ne usa le tecnologie. E Fischer qui dice la verità senza accorgersene: la privacy è un lusso, nel nuovo mondo. I poveri e i noncuranti, ricchi o meno, facciano senza, per fare guadagnare Facebook.

Facebook potrebbe avere un argomento più solido se iOS vietasse il tracciamento, tout court.

Invece iOS passerà il controllo all’individuo. Che sarà molto più libero di adesso nel rispondere sì o no. (La libertà totale non esiste; ma questa libertà aumenterà e molto).

Sai che cosa? si parla di pubblicità personalizzata. Se io ricevessi su Facebook pubblicità divertenti, coinvolgenti, interessanti, degne di attenzione, utili per la mia vita, risponderei sì. Dove sta il problema.

La questione si riduce a la pubblicità attuale è a grandi linee uno schifo che farà rispondere no a un sacco di persone.

Il tuo prodotto è pessimo? Allora sì, sul mio hardware di lusso non ce lo voglio. Riparliamone quando mi proporrai pubblicità di autentico valore. Dove think different vogliamo advert different. Senza pregiudizi né ostilità. Ben venga la buona pubblicità, così come i buoni computer da tasca.

L’anello mancante

Quel filmato .mov forse andrebbe convertito in Mpeg-4 per avere la sicurezza di una compatibilità totale. Solo che per motivi misteriosi non trovo Handbrake sul disco.

Decido di farne a meno.

trovo in tre secondi un comando da dare a ffmpeg nel Terminale. Non trovo ffmpeg, ma possiedo l’anello mancante, quello che connette il mio primitivo uso dell’interfaccia grafica all’evoluta filosofia di Unix: Homebrew.

Senza l’anello mancante rimarrei al palo. In pochi minuti HomeBrew dirime decine e decine di dipendenze, pacchetti accessori, pulizie autunnali, aggiorna perfino Mutt che non c’entra niente, manca solo che mi ordini una pizza.

Posso dare finalmente il comando trovato in rete e, voilà, la conversione è pronta.

Non userò mai più Handbrake (ottimo programma, peraltro). Continuerò a usare Homebrew.

Senza tante storie

MacRumors nota le gratifiche che Tim Cook e altri dirigenti chiave di Apple hanno ricevuto per il loro rendimento lavorativo. Di solido non c’è neanche un dollaro; sono tutte opzioni di riscatto di azioni, esercitabili da qui al 2025.

Se l’andamento di Apple sarà positivo, potrebbero diventare decine di milioni di dollari; molto meno in caso contrario. Negli Stati Uniti è una prassi consolidata di compenso, che mira a favorire la permanenza in azienda dei più validi.

In una recente intervista, Cook ha dichiarato che certamente arriverà il momento di prendere decisioni diverse, ma ora come ora gli riesce impossibile concepire l’idea di essere fuori da Apple. Il che porta rapidamente a chiedersi se, per il futuro prossimo, sia il giusto amministratore delegato per l’azienda che fu di Steve Jobs.

Di polemiche se ne sono viste diverse e pure di critiche. Di sicuro è persona diversa da un visionario e possiede talento personale enorme, ma nessuna genialità e una competenza tecnologica ordinaria. La sua diversità da Jobs è totale, eppure il risultato netto per Apple sembra essere positivo.

Tim Cook è un uomo d’ordine, all’opposto di un irregolare come Jobs. È incapace di dirigere in prima persona lo sviluppo di un progetto e di prendersi rischi a fronte di guadagni potenziali. Mai avrebbe scommesso o scommetterebbe il futuro di Apple come Jobs ha fatto con iPhone.

Tuttavia ha fatto la cosa giusta nel valorizzare le proprie capacità invece di imitare quelle del suo predecessore. Cook lavora di diplomazia ed equilibrio per avere nei posti giusti gente capace di prendere i rischi di cui sopra e mandare avanti i progetti. Jobs accentrava, lui delega.

Al momento ha firmato, figurativamente, Apple Watch e AirPods, per lo scaffale dedicato alle classiche proposte hardware di Apple. In più ha lanciato i servizi e progetti che sembrano noiosamente orientati al soldo, Apple Card su tutti, e però sfruttano in maniera puntuale e molto efficace L’ecosistema che si è creato negli anni. Si sono già venduti miliardi (miliardi) di apparecchi Apple e sarà sempre più difficile che possa continuare a succedere; il suo opus magnum consiste nell’avere creato strutture e premesse per garantire stabilità e prosperità regolari, per quanto è possibile prevedere del futuro, a partire da una catena di produzione e distribuzione superiore a qualunque altra.

Insomma, un uomo di governance, per parlare in aziendalese; supply chain e operation, dove Jobs era tutto micromanagement e industrial design. D’altronde Cook ha semplicemente continuato a far quello che faceva da Chief Operating Officer, solo applicandolo all’intera azienda invece che alla catena di produzione: tendere alla massima efficienza e precisione.

Molto è andato per il verso giusto, qualcosa poteva certo andare meglio (e la cronaca attuale degli ultimi rilasci software mostra che ci sono spazi per migliorare). Complessivamente il business è cresciuto a livelli spaziali, il titolo è salito, gli indici di soddisfazione restano altissimi.

Cook è il primo amministratore delegato nella storia del mondo ad avere portato un’azienda sopra i duemila miliardi di dollari di capitalizzazione. Inoltre ha compreso appieno la necessità di dare all’azienda una voce sociale ed etica; nel 2020 non si possono fare affari senza sbandierare il green o la lotta alle diseguaglianze; a suo merito e a differenza di molti altri colleghi, lui sembra ragionevolmente sincero e a tratti fin troppo calato nella parte.

Di Jobs si citava spesso il campo di distorsione della realtà, la capacità di farti vedere cose che non c’erano o di fartele sembrare più grandi, più belle, più preziose del vero. In Tim Cook questo tratto è completamente assente; peraltro, eccelle nel governare e moderare un team capace di portare avanti il lavoro e realizzare prodotti capaci di distinguersi. È importante ricordare che ha anche saputo correggere la sua rotta in vari momenti, per esempio sul recruiting; a inizio mandato ha commesso diversi errori nella scelta di persone che hanno faticato a condividere la logica di Apple, o nemmeno si sono sforzate. Ora le scelte sono da tempo più azzeccate e sicure.

Tante parole per dire che, con uno stile sobrio e lineare, senza tante storie Tim Cook ha preso la barra del timone dalle mani di Steve Jobs e ha navigato in modo produttivo e apprezzabile. Si può sempre fare meglio e tutti hanno difetti; nondimeno, pensarlo a capo di Apple da qui al 2025 suona rassicurante e persino promettente; c’è da attuare un ricambio generazionale, c’è da riposizionare l’azienda nell’epoca dal coronavirus, c’è da cogliere l’evoluzione dell’informatica personale che va verso direzioni sempre meno prevedibili. Io voto Tim Cook.