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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Ricordando Siracusa

Della Sicilia ho ricordi stupendi, comunque pensavo a John e alle sue inimitabili recensioni di macOS, allora Mac OS X e seguenti, su Ars Technica.

Rimangono inimitabili. Federico Viticci tuttavia ci va molto vicino con la sua recensione di iPadOS e iOS.

Completamente da leggere anche se ci vuole molto. Lo stile di Federico è molto diverso da quello di John e può solo andare così, anche perché nel parlare di iOS e iPadOS è del tutto controproducente andare sotto il cofano della macchina, dove nulla sostanzialmente ci interessa.

Le aperture grafiche delle ventitré (!) pagine sono spettacolari come mai, il lavoro fatto è egregio. C’è una marea di cose interessanti ed estrarre poche cose significative, stavolta, non funziona. Però Federico dice una cosa importante verso la conclusione:

Mi si permetta di riassumere questa recensione annuale di iOS e iPadOS con un eufemismo: il 2020 è stato un anno difficile per tutti. Riguardo al nostro angolo di Internet, questo comprende anche ingegneri e progettisti: qualunque opinione abbiamo sull’azienda, è rimarchevole che siano riusciti a preparare il (primo) rilascio di iOS e iPadOS 14 e far progredire il loro ecosistema di app in modo sostanziale senza alcuna catastrofe pubblica. Non chiedo compassione per una azienda da mille miliardi di dollari: dico che alla fine dei conti, i sistemi operativi sono fatti da persone. E le persone che lavorano in Apple hanno fatto accadere tutto questo malgrado tutti i piani del 2020 per mettere i bastoni tra le ruote di chiunque.

Sulla frase i sistemi operativi sono fatti da persone c’è il link a una toccante riflessione di John Siracusa nel trentesimo anniversario di Macintosh. Non è retorica.

A me piace particolarmente il penultimo paragrafo:

La creatività che iOS 14 ha aperto, che Apple se lo aspettasse o meno, non è una moda sciocca: è la prova bella e ispiratrice del nostro genio che trascende la tecnologia e trasforma il computer che usiamo di più, lo smartphone, in milioni di differenti permutazioni di sé; ognuna diversa dall’altra, ciascuna con una storia differente da raccontare.

Ed è perché soffro sempre quando mi dicono che va usato lo stesso programma per tutti, lo stesso sistema per tutti; va bene, forse, nei più rigorosi collegi svizzeri. Qua siamo umani e usiamo il computer per esprimerci.