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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Un dopo Dropbox

Sono rimasto incuriosito da pCloud e ho provato a eseguire l’installazione completa. Ovviamente non manca l’opzione di invitare terzi a usare il servizio e, nel farlo, guadagnare gigabyte di archivio.

Non sono mai stato interessato a rastrellare gigabyte a qualsiasi prezzo né lo sono ora; sarebbe solo interessante, per curiosità e completezza, se uno di quanti leggono accettasse l’invito, con un clic sul link qui sopra.

Il tutto si inserisce in una riflessione che sto conducendo rispetto ai sistemi di archivio online che ho in uso. Attualmente faccio un grande uso di Dropbox e un modesto uso di iCloud Drive. Mi piacerebbe mollare il primo e adottare integralmente il secondo, solo che dovrei cambiare parte del software che uso ora su iOS e il gioco probabilmente non vale la candela.

Per capire quanto la candela valga, sto esplorando opzioni alternative a Dropbox e appunto.

Grazie in anticipo a chi deciderà – mi raccomando, solo se realmente interessato – di regalare un clic.

La Befana vien di note

Tutte le feste si porta via, tranne GarageBand, che è cresciuto fino a essere un piacere per chiunque si diletti nella musica e oggi compie quindici anni.

Lo segnala MacRumors, che aggiunge una suggestiva timeline delle evoluzioni principali del programma nel tempo.

Le mie doti di musicista sono scarsissime e GarageBand, quelle rare volte che ho tentato, mi ha sempre aiutato in modo semplice, intuitivo ed efficace, su qualsiasi apparecchio.

Non mi aspetto aggiornamenti nella calza, visto quello recente di novembre, ma un sacco di altre soddisfazioni per questo 2019 sì.

Anno nuovo, deficienti vecchi

Mi è capitato di leggere altre reazioni all’annuncio della revisione al ribasso del fatturato Apple e ognuno ha le sue opinioni, vanno rispettate.

Un conto però sono le opinioni e un conto la deficienza, intesa alla lettera come mancanza di.

Da anni evito accuratamente le coperture di Apple scritte in italiano e il deficiente che mi hanno sottoposto casualmente conferma la bontà dell’impostazione nel tempo.

Il suo pezzo evidenzia nella prima riga come, a memoria, l’avviso di revisione al ribasso del fatturato non abbia precedenti per Apple. Deficienza di memoria, ma forse più di uso di Google, perché chiunque potrebbe accorgersi che è successo nel 2002.

Sventuratamente, ho proseguito la lettura. Il deficiente si è prodotto in un triplo salto mortale carpiato scrivendo una cosa tipo il mio caso non rappresenta certamente un campione statistico rilevante, ma rimango sempre un utente medio. Deficienza, in questo caso, di un certo numero di nozioni – non elevatissime – in ambito matematico e logico.

Ho perseverato diabolicamente nell’errore. Il pezzo si conclude con la raccomandazione, sicuramente informatissima, di produrre un MacBook a mille euro, tre quinti del prezzo base attuale. Una mossa che certamente produrrebbe vendite miracolose di milioni di MacBook e compenserebbe i cinque-nove miliardi di fatturato limati da Apple nella revisione al ribasso. Chissà con che margini di guadagno.

All’indomani di una comunicazione in cui si parla esclusivamente di iPhone e si indica esplicitamente MacBook Air come fattore determinante nella crescita del fatturato degli altri comparti di Apple, escluso iPhone; crescita a doppia cifra.

Il deficiente risolverebbe la perdita di fatturato dovuto a mancate vendite di iPhone con un taglio al prezzo dei MacBook.

Non lo linko perché tanto chi vuole lo trova e molti lo avranno già letto. C’è infatti un aspetto nel quale il sito è tutt’altro che deficiente: pubblicità, affiliazioni, sistemi per generare denaro dal traffico web.

I deficienti, qui, sono quelli che digeriscono contenuto del genere senza non dico ribellarsi, ma almeno leggere dell’altro.

Prepararsi al dopo

Grande risalto all’annuncio di Apple per cui le vendite di iPhone saranno ben sotto le previsioni originarie e posso capire che i miliardi di fatturato mancanti stimolino i polpastrelli. Eppure sembra che nessuno voglia veramente inquadrare la notizia nella sua giusta dimensione, men che meno Engadget quando titola Apple sa che l’epoca del cambio annuale di iPhone è finita.

Non è neanche mai iniziata. Lo scorso marzo Horace Dediu di Asymco aveva stimato la vita media di un apparecchio Apple in poco più di quattro anni, aggiungendo che due terzi di tutti gli apparecchi mai venduti da Apple erano in attività.

Ognuno arriva con la spiegazione che aveva in mente già prima e attendeva solo l’occasione per esprimere: non c’è più innovazione dai tempi di Steve Jobs, i prezzi sono troppo alti, la qualità non è più la stessa, la concorrenza è sempre più vicina e vai con il valzer del disco rotto, ripetere la stessa cosa ogni anno la fa sembrare un po’ più vera.

Nessuno cui venga in mente che, se fossero vere tutte queste motivazioni, ognuna di esse sarebbe fin troppo blanda e, quindi, brandirla a mo’ di clava come se fosse decisiva si rivelerebbe comunque sbagliato.

Una cosa che Apple certamente sapeva, ma Engadget si è ricordata solo dopo il titolo, è che il recente programma di ricambio batteria di iPhone a prezzo ridotto ha spinto molte persone a cambiare batteria invece che comprare un iPhone nuovo. Altra cosa nota sono i problemi in Cina, che esistono da sempre perché in Cina iOS non ha un reale vantaggio competitivo: lì conta solo usare WeChat, usato in mille modi che trascendono la messaggistica, e la piattaforma su cui gira conta poco. E la Cina attualmente è l’unico mercato possibile dove cercare crescita reale.

Come al solito Apple si distinguerà, nel bene o nel male, non tanto per quanti iPhone continuerà o meno a vendere, ma per come si preparerà al futuro dopo iPhone, che arrivi domani o tra un quarto di secolo.

Hardware platonico

L’esposizione di Ikea utilizza spesso la sagoma di un computer per aggiungere verosimiglianza all’arredamento delle stanze-tipo.

La loro idea di un computer-tipo è un Mac, senza il minimo spazio per i dubbi.

Facsimile di Mac per gli arredamenti Ikea

La tavoletta-tipo, invece, è un concept astratto, simile a tutto, uguale a niente.

Facsimile di tavoletta per gli arredamenti Ikea

Fatico a credere che Ikea improvvisi sui dettagli o agisca a caso, specialmente nell’organizzare l’esposizione: è la loro fabbrica di vendite.

Mi chiedo quindi perché tanta concretezza nel riferirsi a Mac, per inseguire invece una immagine platonica di tavoletta.

Il prezzo della nostalgia

Bisogna ricordare che si entra nel nuovo anno con l’addio agli acquisti su Cydia, l’app store del jailbreaking su iOS.

Non è l’addio a Cydia, che persiste; tuttavia non è più possibile acquistarvi software. Che pare il preludio a una successiva decisione più radicale, dato che le ragioni addotte sono principalmente costi e sicurezza.

Jay Saurik Freeman, il genio dietro Cydia, mantiene una piattaforma che è in perdita e lo è ancora di più se permette di acquistare. Peggio ancora, un bug ha causato perdite ulteriori, visto che consentiva di comprare a spese dell’account di terzi in situazioni dove la vittima visitava repository non fidati.

Sarebbe facile atteggiarsi a grillo parlante e alzare il ditino: chi ha difeso il diritto a installare sul proprio iPhone quello che pareva, nel nome della libertà, lo sospende per difendere persone da rischi che potrebbero correre. Non molto diverso, alla fine, da quello che ha sempre promosso Apple.

La cosa da dire invece è un’altra. Mandare avanti un app store, anche artigianale, è una faccenda maledettamente costosa e problematica. Perché qualsiasi occasione di abusare del sistema verrà sfruttata da qualcuno e parare tutto in modo che nessuno si faccia male è pressoché impossibile. Quello che diamo per scontato, in termini di sicurezza e qualità, è il frutto di fatica continua e difficile.

Ho anch’io usato il jailbreaking sul mio iPhone prima edizione e non ho mai cambiato idea. Bella iniziativa, per scopi specifici, per pochi. La libertà, il diritto, la ribellione contro le multinazionali, tutte scemenze. L’unica libertà che si possiede nel mondo della tecnologia è quella di chi possiede la conoscenza; chi non la possiede, a un certo punto del suo cammino deve fidarsi di qualcuno. Saurik ha finito per scoprire che non poteva fidarsi neanche di gente che popolava di prodotti il suo store. Lui di conoscenza ne ha un bel po’.

Il jailbreaking ha fatto il suo tempo, da tempo. Andiamo avanti e, se vogliamo sperimentare e prenderci i nostri rischi, piuttosto usiamo un Raspberry Pi, molto più divertente e istruttivo.

Concreto e immateriale

Come viatico per il nuovo anno scelgo Macincloud, un Mac a disposizione nella Nuvola e anche con prezzi accessibili; esiste persino il piano a consumo, un dollaro l’ora con prepagate da trenta dollari.

Come idea mi ricorda la scelta di molti milanesi che hanno rinunciato all’auto di proprietà perché costa loro molto meno chiamare un taxi quando serve, o usare i servizi di condivisione. Come idea la capisco perfettamente, appena consigliata a una cara amica che purtroppo per lei usa Windows e vorrebbe pubblicare autonomamente un eBook su iTunes. Se deve fare solo quello, con pochi dollari può portare a termine il compito – che richiede un Mac – e ha risolto. Scommetto anche che, sbrigata la pratica e toccato con mano, le verrà più voglia di avere un Mac in casa invece che online.

Un Mac nel cloud sono due estremi che si toccano, è un’idea che attraversa l’intero piano dell’usabilità degli strumenti informatici da quelli più tradizionali a quelli più immateriali. È un paradosso che allarga la mente e incoraggia a pensare in modo creativo.

Personalmente preferisco ancora avere un Mac in casa, saldamente piazzato sulla scrivania. Ma quando sarò dall’altra parte del mondo con il mio iPad, magari mi verrà voglia di fruire per pochi istanti di un Mac. E sarà meglio puntare sul Mac fisico a casa oppure averne uno online, magari con il server a due passi da dove mi trovo?

Pochi modi di iniziare l’anno sono migliori del porsi domande intriganti. Felice 2019 all’insegna di Mac, comunque lo si desideri.

Lo sbilancio di un anno

Si chiude un anno che, da questa parte della scrivania, ha portato problemi hardware, problemi con clienti, problemi logistici, problemi strategici, problemi pratici. Diciamo che se ne sono visti di migliori.

Eppure il bilancio faticoso e semi-insonne del 2018 è in gigantesco attivo per via dell’arrivo della secondogenita, che domani spegnerà la prima candelina. Secondogenita che in parte è responsabile dell’andamento non brillantissimo dell’annata; di fatto non ha ancora regolarizzato il ritmo del sonno e questo, nell’ecosistema familiare, complica di molto la quotidianità lavorativa e no.

Chi mi conosce sa che riesco a essere noioso e pedante, polemico e astioso, testardo e tignoso, però mai moralista. Al tempo stesso, sono ben consapevole di quale sia lo zeitgeist, la visione collettiva di certi temi, e di quanto sia di tendenza buttarla sul sé per dimenticare qualsiasi altra cosa.

Per questo mi sento di sbilanciarmi e scriverlo. Perché lo faccio a moralismo zero, perché va contro il pensiero diffuso e la prassi tipica, perché so che non lo scriverò mai più – qui, almeno – e questo neutralizza i miei difetti noti.

Non tornerei mai indietro e fare una figlia (o un figlio) è la cosa migliore che possa capitare. Fare la seconda figlia, poi, non è la replica di uno spettacolo già visto, ma una esperienza ulteriore.

Se capita la possibilità, conviene coglierla, anche contro tutto e contro tutti.

Il mio Capodanno sarà unico e mai vissuto prima, nonostante ne abbia visti alcune decine. È l’augurio che rivolgo a ciascuno e poi conta poco se a catalizzare la novità sarà una secondogenita o qualsiasi altro evento. Un 2019 unico e irripetibile per ciascuno di noi.

Sempre grazie a chi ha voglia di passare.

Rumore bianco

Immagina di impartire il comando vagrant up dentro una macchina virtuale creata da VirtualBox e scoprire che l’audio degli AirPods si degrada in modo inaccettabile.

Succede davvero: gli AirPods vanno in modalità audio bassa qualità a sedici chilohertz quando si fa partire una macchina virtuale.

Leggendo il post si scopre che la cosa avviene saltuariamente, magari una volta su dieci.

Leggendo i commenti, si apprende che capita con vari altri esemplari di cuffie e auricolari Bluetooth.

Inoltre esiste una soluzione, involuta ma efficace, che prevede l’uso di Audio Midi Setup di Apple.

E si può configurare VirtualBox in modo da eliminare il problema. La versione più recente o quasi di VirtualBox, in quanto le altre funzionano bene da questo punto di vista. Non stupirebbe se – da utente VirtualBox posso testimoniare della frequenza di quanto sto per dire – un prossimo aggiornamento chiudesse definitivamente la questione.

Mi chiedo se sarebbe stato più corretto titolare Una volta su dieci la versione più recente di VirtualBox abbassa la qualità dell’audio via Bluetooth, però si risolve facile.

È che gli auricolari fanno più rumore se sono Apple.

Secondo quantità

Una delle soddisfazioni del successo di iOS è che continua a smentire le teorie meramente quantitative riguardanti le dinamiche di una piattaforma, teorie che andavano per la maggiore negli anni di Windows (una per tutte: il mito per cui c’erano più virus su Windows perché Windows era più diffuso).

Ulteriore conferma a fine anno: secondo i dati di Sensor Tower, gli autori di app che hanno incassato almeno un milione di dollari su App Store nel 2018 sono il doppio di quelli che hanno realizzato la stessa impresa su Google Play.

Si noti che Android rappresenta i tre quarti del mercato, ma gli autori milionari sono un terzo del totale. Il trend è di lenta rimonta di Android su iOS. Molto lenta; se nel 2017 il rapporto era di due a uno, quest’anno è stato di 1,9 a uno.

Ancora più interessante è spacchettare il dato nelle categorie di app. Il mito è che contino solo i giochi, giusto? Su App Store è vero è trentatré percento, proprio perché le app milionarie sono giochi in un solo caso su tre.

Su Google Play è abbastanza vero; le app milionarie sono giochi in due casi su tre. Il resto conta pochissimo.

Ecco perché anche nel 2019 si potranno fare tutti i raffronti quantitativi del mondo e però, per uno sviluppatore in cerca di riconoscimenti tangibili, iOS continuerà a essere un obiettivo qualitativamente assai superiore.

Sessanta e lode

Non si fa in tempo a commentare le virtù nascoste dei processori Arm di Apple che salta fuori la notizia del supporto dei sessanta fotogrammi al secondo per Fortnite su iOS.

Per contestualizzare, Fortnite è il gioco di combattimento del momento e sessanta fotogrammi per secondo sono il Graal di chi gioca, perché permettono una visione fluida del terreno di gioco e una minore latenza, cioè vantaggio nei confronti di chi vede meno fotogrammi. Una frazione di secondo può decidere una battaglia.

Arrivare a questo risultato sui computer da tasca ha dell”incredibile e difatti non è per tutti: il supporto di Epic Games si ferma ai tre modelli 2018 di iPhone. Sugli iPhone precedenti il gioco stresserebbe l’architettura fino a provocare surriscaldamenti e consumi di batteria problematici o del tutto inaccettabili. Anche su quelli appena usciti, pare sia da usare la qualità grafica media e non quella alta, pena perdite di fotogrammi o appunto temperature operative sgradevoli.

Se pare poco, si confronti la situazione con quella di Android, dove Epic ha annunciato di stare lavorando allo stesso obiettivo e la data prevista è campa cavallo

Divergenze parallele

Anche se nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente per esigenze di mercato, i processori Arm finiranno per soppiantare quelli Intel in più di una situazione. Certo non completamente, però in modo tale che avere un processore Intel a bordo di qualsiasi cosa sarà una informazione assolutamente non scontata.

È più questione di quando, che di se. Si vede nell’evoluzione dei chip che Apple progetta su misura per gli apparecchi iOS. L’attuale A12, che è appunto la dodicesima iterazione del progetto, sul singolo compito si presenta praticamente alla pari con gli Intel più aggiornati.

Il senso comune vuole che su più compiti, invece, la superiorità di Intel sia ancora notevole. Un Mac svolge durante l’uso una quantità di compiti enormemente superiore a quella che del chip di un iPhone, che mostra a schermo una cosa sola e dietro le quinte ne svolge, al più, poche.

È ora di allontanarsi dal senso comune, perché un computer scientist di nome Daniel Lemire ha pubblicato l’evidenza di una superiorità progressivamente crescente dei processori Arm di Apple contro gli Skylake Intel quando il parallelismo a livello di memoria sale oltre certe soglie. Il testo di Lemire è complicato e dà per scontate molte cose, ma i grafici non lasciano dubbi: quando un processore ha più richieste del sistema operativo da eseguire in parallelo, si comporta molto meglio se è un A12.

Manca ancora molto prima di piazzare un processore Arm in un Mac e avere i livelli prestazionali cui siamo abituati. La differenza è che anni fa si trattava di una cosa impensabile. Oggi ci si interroga sulla fattibilità. Domani si lavorerà sulle rifiniture necessarie per riuscirci.

Sarà un momento epocale in questa per ora breve storia dell’informatica planetaria.