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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Virus e probiviri

Ho avuto una interessante conversazione con Stefano Paganini a proposito dell’obbligo di installazione di antivirus sui sistemi informatici che amministrano dati personali (ovvero tutti) in ambiti vari come il giornalismo, la ricerca scientifica, l’azienda eccetera. Il tema era Su Mac, dove un antivirus è sostanzialmente inutile, che si fa?

In punta di Safari

Il post sull’anniversario di Safari ha suscitato vari commenti, compresi quelli di mkdir a proposito dei quali intendo chiarire il mio pensiero.

“…non possiede la forza trainante di un miliardo di computer da tasca, i più utilizzati e versatili…” questa frase sembra di Ballmer…

Non entro nel merito dello stile-Ballmer. Il senso della frase è che gli apparecchi iOS hanno grandemente e decisivamente contribuito a portare l’attenzione su Safari. Senza i numeri portati da queste macchine, Safari – anzi: WebKit – sarebbe rimasto probabilmente una faccenda per pochi e non avrebbe avuto l’impatto che invece ha avuto nel mondo web. Si noti che Safari non è il browser più diffuso né lo è mai stato; non è mai stato monopolista e non ha soffocato alcun altro browser esistente. Nessun sito ha mai risposto a una persona puoi entrare solo se usi Safari.

Per alcuni essere FLOSS potrebbe essere una feature migliore di un millisecondo in meno nella renderizzazione, senza contare che Firefox è velocissimo: batte spesso Chrome nei bench come Motion Mark.

Certamente. Molte persone usano Firefox, che è un ottimo browser e l’essere open source è sicuramente un valore (parlo come socio di LibreItalia, per dire). Questo nulla toglie all’impatto e ai meriti di WebKit.

Inoltre esiste una versione 100% FLOSS di Chrome: Chromium.

Che è un’ottima cosa. Qualsiasi gruppo di volontari sufficientemente motivato potrebbe fare esattamente la stessa cosa con Safari. Non lo vedo come un demerito di Safari.

Che dire di Safari: ha preso codice libero (il “motore WebKit” da KHTML) per farne un app chiusa.

Indubbio. Adesso alzino la mano quanti hanno usato Konqueror, primo browser a usare il motore Khtml da cui è partito il lavoro su WebKit. Ci sono poche mani. In anni di rilevazioni di traffico web posso giurare di non avere mai visto citato Khtml o Konqueror. La percentuale di uso è certamente inferiore all’uno percento.

In altre parole: Khtml è una iniziativa bellissima e nobile, che novantanove persone su cento non hanno mai visto.

Safari ha portato i vantaggi di Khtml a decine di milioni di persone che altrimenti li avrebbero ignorati. WebKit ha ampliato a dismisura questa cifra. Oggi, tagliata con l’accetta, due terzi dei navigatori web hanno beneficiato di WebKit. Siamo sopra il miliardo di persone. Trovo il compromesso accettabile di fronte al risultato.

Se non altro ha contribuito ad affinare il codice WebKit che viene usato anche da altri browser Open Source come Chromium, disponibile pure in vari repository di distro free GNU/Linux oltre che in diverse live.

Infatti ed è molto positivo. In realtà Chromium usa Blink, che è un fork (reinterpretazione) di WebKit. Proprio come WebKit è un fork di Khtml. È così che funziona l’open source: a volte, da un progetto, nasce una variante del progetto con ambizioni più elevate.

Se non ci fosse stato WebKit, non ci sarebbe Chrome e non ci sarebbe Chromium. Ci sarebbe certo Khtml; a usarlo saremmo quattro gatti e là fuori miliardi di persone userebbero altro. Magari ancora schiave del vecchio. Se per stare fuori dalla replica dell’incubo Internet Explorer fa comodo un browser chiuso per quanto con motore aperto, datemelo. Subito. Perché di là usano un browser chiuso con motore chiuso.

Già al lavoro

Immagini gentilmente e deliziosamente fornite da Claudio che così chiosa:

Pitti Uomo – Stazione Leopolda – Firenze, allestimento sfilata Woolmark

Mac al lavoro alla Leopolda per Pitti Uomo

Tanto per inquadrare l’ambiente…

Allestimento della sfilata Pitti Uomo alla Leopolda

Tre Mac su tre portatili non è male.

Asino chi non legge

Ripenso ai moduli anagrafici bovinamente compilati a mano in stampatello con penna biro al momento dell’allargamento della famiglia, quando inquadro con iPad un codice numerico di trenta cifre e lui automaticamente lo legge dando corso alla pratica.

L’età della ribellione

Proprio un oggi di quindici anni fa nasceva Safari. L’età in cui si scoprono il mondo e anche la voglia di cambiarlo, nella quale le posizioni costituite e il si è sempre fatto così appaiono insopportabilmente datati.

Safari è un adolescente che i suoi sogni li ha realizzati. Ha demolito lo stato delle cose precedente e dato vita a una epoca di apertura e progresso continuo. Qualsiasi modifica viene apportata a Safari non deve compromettere la velocità di base del motore; che differenza da prima, quando le modifiche servivano a emarginare i browser diversi da quello orwelliano.

All’epoca nella quale capitava di essere esclusi da un sito perché non conformarsi al conformismo ne è succeduta un’altra, dove il primo interesse di un sito ben fatto è assicurare la migliore esperienza su qualsiasi schermo, con qualunque browser.

È Safari ad averne il merito, per avere un motore open source e per avere attraverso iOS numeri sufficienti per guadagnarsi autorevolezza, senza alcun monopolio né abuso dello stesso. Safari non è mai stato il browser più diffuso ma continua a essere quello più influente, oggi in compagnia di Chrome che peraltro nasce da una costola di Safari. Firefox ė open source fino al midollo, ma non possiede la forza trainante di un miliardo di computer da tasca, i più utilizzati e versatili.

Grazie a Safari il web, almeno quanto a strumenti di navigazione, è un luogo molto migliore di quindici anni fa. Al contrario di tante ribellioni adolescenziali, questa ha veramente portato un mondo differente.

Studiare analisi

Su Fortune appare una analisi quasi enciclopedica dello stato della nazione Apple relativamente al design.

Mentre l’inizio è di quelli apocalittici, sempre in bilico su un possibile disastro imminente che poi non arriva, lo svolgimento è molto più interessante, con una vera disamina di come stiano andando le cose e di come andassero prima.

La grande verità che emerge è Apple rarely gets it right first, raramente ci azzecca al primo colpo. Questione di iterare e di saper individuare un percorso di crescita sensato, while addibg more, and more powerful, features, intanto che si aggiungono più funzioni e più potenti.

L’articolo rivela forse più di quanto vorrebbe: la tabella dei flop elenca solo prodotti molto vecchi e in generale il design c’entra poco. I grafici di capitalizzazione e fatturato non fanno pensare alla catastrofe proseima ventura.

Impressiona comunque quanto sia necessario scrivere per raccontare la storia e lo stato del design di un’organizzazione all’avanguardia che detta la linea da decenni. Per raggiungere un giudizio degno di essere valutato bisogna studiare e molto.

Un cavetto che si rompe, o una batteria difettosa, rivelano molto più di se stessi – e dei proprietari – che la qualità del lavoro di centomila persone e del team di design più performante al mondo.

Li disegnano così

Ogni tanto Apple lavora al suo meglio e una di queste occasioni consiste nella nota di supporto riguardante le falle di sicurezza Meltdown e Spectre.

Ci sono la giusta parte di tecnica e chiarezza, nella giusta lunghezza. È chiara la parte teorica al pari delle conseguenze pratiche.

Per avere più tecnica, al prezzo della chiarezza, Ars Technica.

Per avere più chiarezza, con meno tecnica, Misterakko su Quora.

Da ricordare: non è questione di sistemi operativi o, fino a un certo punto, di hardware (anche se watch è immune). Sono attacchi basati sui sistemi moderni usati per spingere al massimo le possibilità dei processori, i quali tendono a usare le stesse tecniche indipendentemente da chi li fabbrica.

Non esistono minacce concrete note e gli aggiornamenti già arrivati o in arrivo dovrebbero minimizzare i problemi. Spectre è una bruttissima bestia sul piano teorico ed eliminare il problema richiederà cambiamenti nella progettazione dei processori nonché nella programmazione delle app. Mai come in questa occasione la raccomandazione di scaricare solo software sensato e solo da fonti sicure è appropriata.

Rispetto ai processori, è proprio il caso di dirlo: non sono cattivi processori. È che li disegnano così.

Prima del New York Times

Mi gioco subito il momento annuale di autoincensamento, per avere scritto a giugno quello che The Old Gray Lady ha scoperto a dicembre: certe app contengono software che, sia pure senza analizzare il parlato, riescono a identificare via audio parte del contesto in cui vengono usate, a scopo di profilazione pubblicitaria.

Disturba più che altro la presenza di app per bambini, i quali d’altronde non avevano bisogno di attendere le app per essere appetiti dagli inserzionisti.

Ciò detto, sempre leggere la descrizione di una app sullo Store. E ricordare che una app si installa senza avere accesso a microfono o fotocamera; siamo noi a darglielo, su richiesta esplicita.