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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Più compilo per tutti

Nuova edizione degli script di Maarten Sneep per compilare agevolmente TeX dentro BBEdit

Cose specialistiche che interessano pochi, ma guardiamo il contesto: un utilizzatore si accorge che potrebbe automatizzare certi comportamenti nel proprio interesse.

Lo fa grazie a tecnologie di sistema presenti nel computer (AppleScript) e approfitta della rete delle reti per mettere il suo lavoro a disposizione di chiunque.

Domani qualcuno potrebbe migliorare uno script, o aggiungerne uno nuovo, localizzarli in una nuova lingua, dare un contributo.

Questo meccanismo è così promettente che avvilisce vedere Internet considerata una appendice di Facebook. Ritorniamo a guardare al computer come a un amplificatore di intelligenza.

C’è un sacco da fare e, nel grande schema delle cose, compilare TeX dentro BBEdit è molto meno nerd di quello che appare.

Famolo ricaricabile

I pro e i contro delle app in abbonamento li ha ben spiegati l’amico Riccardo. Il modello attuale di App Store spinge verso un annullamento dei prezzi, cosa che fa piacere All’utilizzatore ma penalizza lo sviluppatore e, alla lunga, danneggia l’utilizzatore.

Apple ritiene che la soluzione siano gli abbonamenti alle app e insiste privatamente con gli sviluppatori perché procedano in questo senso. Fare incassare più denaro a chi sviluppa giova anche all’utilizzatore, che può contare su app migliori, solo che alla lunga lo soffoca.

Trovare un equilibrio efficace e semplice è tutt’altro che banale. Butto comunque lì l’idea: più che un abbonamento, rendiamolo un pagamento a tempo; se pago posso usare l’app per un mese, se non la voglio usare non pago e riprenderò a farlo quando la app mi servirà nuovamente. Una specie di ricaricabile per le app.

In questo modo gli sviluppatori incasserebbero cifre più giuste per il loro lavoro e gli utilizzatori potrebbero pagare il giusto senza restare impiccari ad app servite per un singolo progetto o che rimangono silenti per lunghi periodi.

Servirebbe anche ripensare al rapporto tra App Store e licenze open source, che oggi esiste (a dispetto di certe invenzioni paraletterarie) ma è lungi dall’essere ottimale. Per ogni campo applicativo, una app costosa (in modo equo) e performante, più una soluzione open a disposizione di chi può permettersi solo il gratis o il quasi gratis; a me sembra una situazione ragionevole. Diciamolo a Phil Schiller.

Rust Never Sleeps

In rapida successione: ho vinto un Samsung Galaxy S9 Edge, a patto di caricare un documento di identità; ho mancato una consegna Dhl, come documenterebbe il file eseguibile Java allegato e, soprattutto, Giulio Bresaola mi ha fatturato la sua prestazione. Quale, lo scoprirei se aprissi l’archivio .rar accluso.

So che capita a tutti sempre. È che sono in un posto bello, è una giornata di sole e vedo sfilare turisti rilassati. Mi viene da pensare a quanti, anche oggi e anche qui, sono al lavoro perché tutto funzioni e vincono un Samsung a sera, stanchi e stressati. Ci vuole un rispetto sovrano per le fatiche quotidiane e per la costruzione di un mondo dove Giulio Bresaola sia un emarginato che sparisce per mancanza di terreno di coltura.

(Con ringraziamenti a Neil Young).

(Se cerco rust never sleeps su Google la prima cosa che vedo è una voce di Wikipedia. Sempre per pensare a un mondo migliore, vorrei che fosse come minimo il video, se non il sito di Neil Young. Chi ha un parente al lavoro presso Google glielo dica).

Quando la band passò

Alla festa della birra del paesello, finale di serata con la tribute band dedicata a Vasco.

Sul palco, un Mac per la musica e un iPad per le luci.

Il palco delle Deviazioni spappolate alla festa della birra iPad addetto al controllo luci durante il concerto delle Deviazioni spappolate alla festa della birra

Deviazioni spappolate quanto si vuole, ma sanno suonare e anche scegliersi l’equipaggiamento.

La festa del cunicolo

Tradizionalmente avvio una sessione di Angband quando esce una nuova versione e avrei dedicato volentieri qualche momento ferragostano alla bisogna, solo che in questi giorni accendo solo iPad, per il quale non esiste una versione giocabile.

Allora ho cercato succedanei. Il consiglio di quest’anno è certamente Cataclysm: Dark Days Ahead, ambientato in un allucinato e straniante dopobomba. Ho provato ad avviare il gioco senza leggere le istruzioni e in capo a pochi minuti virtuali il mio personaggio veniva sbranato dagli zombi.

Cataclysm è un mondo vero, che richiede tempo e impegno per sopravvivervi. Più leggero è sicuramente Brogue, una variante di NetHack che su iPad è un capolavoro di esperienza grafica e giocabilità. L’impegno per arrivare in fondo al mitico ventiseiesimo livello, tuttavia, è consistente.

Tutto gratis, tutto leggero, scaricabile con poco. Se qualcosa contribuirà ad animare anche per pochi minuti il giorno di festa, ne sarò solo contento.

Paradossale augurare buon Ferragosto con l’immaginarsi dentro un cunicolo a combattere i mostri più disparati, ma neanche tanto. L’idea è che alla fine prevarrà il gusto del gioco sulla pigrizia. E avremo vinto anche se perdiamo.

Buona festa e grazie per essere qui!

Tutto da vedere

Già detto: diverse attività umane sono gradevolissime da soli, ma in compagnia moltiplicano il loro valore ed ecco perché, pur se resto tifoso di FreeCiv, mi sono fatto coinvolgere, agosto galeotto, in The Battle of Polytopia.

Come strategico a turni a tema confronto/scontro di civiltà, ha il merito di essere molto veloce da capire e giocare, senza però banalizzarsi e perdere la complessità che è il sale di questi giochi.

C’è ancora da fare invece in tema di accessibilità: nel gruppo di gioco abbiamo un amico fortemente ipovedente e il testo in Battle of Polytopia è ai limiti della leggibilità anche per me che mantengo per ora una vista piuttosto buona.

Ho lasciato feedback perché la questione è importante e il rimedio è relativamente semplice in termini di sviluppo. Capisco che uno studio indipendente svedese non abbia le risorse di Supercell; tuttavia l’accessibilità non ha scusanti. Quello che si può leggere in rete, o su un iPad, deve essere fruibile a chiunque. L’accessibilità di sistema in iOS fa mille cose, ma non tutte e comunque la sua presenza è una pessima scusa per trascurare il lavoro da svolgere in prima battuta.

Ciò detto, The Battle of Polytopia si fa apprezzare e chi volesse può trovarmi sotto l’identificativo Zf37pI6KgzGLOIL9.

Il falò delle parità

MacBook Pro di punta e Xps15 di Dell condividono lo stesso processore Core i9, quindi offriranno prestazioni equivalenti, giusto?

Giusto, finché sono alimentati. Se lavorano con la batteria, MacBook Pro mantiene prestazioni costanti mentre invece Xps15 crolla e vince il premio portatile che funziona quando non lo è.

Nel frattempo, iPhone X dell’anno scorso batte nei test di velocità S9 e S9+ Samsung di quest’anno.

Quando ti dicono che tutto è uguale a tutto, alzano fumo.

Così si fa

Pezzo magistrale di Daniel Eran Dilger su Roughly Drafted, dedicato al doppio binario delle sciocchezze articolate attorno al business hardware di Apple.

Ogni volta che Apple è entrata in un nuovo segmento di mercato, si è levato il canto delle sirene espertoidi a fare salti mortali per giustificare la logica secondo cui sarà impossibile persino metterci piede nel nuovo mercato, per non parlare di cambiare le regole o raggiungere il successo commerciale.

Allo stesso tempo, i medesimi critici avanzano di frequente l’idea che Apple non abbia neanche bisogno di provare ad avere successo con lo hardware, forte del suo pubblico di fanatici che comprerà ciecamente qualsiasi prodotto inadeguato presentato a prezzo eccessivo. In ambedue i casi hanno torto ed ecco perché.

Vero: come si può sostenere che watch non avrà successo, per fare un esempio, e contemporaneamente rimarcare che Apple vende senza problemi a un pubblico che acquista a prescindere? Le premesse si contraddicono.

È il primo pezzo di una serie che promette molto bene per chi voglia conoscere bene Apple e capire come funzioni la sua attività. Con fatti a provare le opinioni: per esempio, gli insuccessi. Prodotti che il pubblico cieco, stranamente, non ha sostenuto come gli altri.

O anche la questione degli altri: se chi compra Apple ha il cervello lavato dal marketing, perché una Microsoft o una Google non fanno semplicemente lo stesso?

Gran buona lettura, di cui mi permetto di anticipare la conclusione logica: il business di Apple è molto facile da comprendere ed è semplice nelle sue linee essenziali. Solo che va controcorrente rispetto al pensiero comune e risulta incomprensibile a chi voglia rimanere ancorato a quest’ultimo.

Già che abbiamo fatto trentuno

Oggi HyperCard compie trentuno anni e lo voglio ricordare in modo adeguato, cioè ricordare come se ne è già parlato: un capolavoro del software che giustamente suscita nostalgie ed è una cosa bella (quanti software possono davvero suscitare una nostalgia?). Purché si vada oltre la lacrimuccia e la commemorazione, per accettare sfide di oggi con identico spirito.

In quanto la percentuale di nostalgia per il software, in realtà, è bassa. Quella alta è la nostalgia di come eravamo trentun anni fa e ci sta tutta, ma la verità finale è che la parte migliore della vita arriva tra un attimo.

E infatti c’è chi ha rifatto HyperCard nel Web, aspetto grafico, interfaccia e tutto.

Non c’è miglior sordo

Apple si è trovata davanti a una a una commissione parlamentare statunitense a spiegare che iPhone non registra né ascolta di nascosto le conversazioni che avvengono in sua presenza.

Atto dovuto, per carità, ma va ricordato che di tutti i possibili attentati alla privacy, quello microfonico è il meno probabile di tutti. Specialmente su iOS, dove una app deve chiedere forzatamente al proprietario il permesso di accedere al microfono, altrimenti non può nemmeno se vuole. Permesso che è sempre revocabile.

L’unico audio che gli apparecchi sono autorizzati a captare – anche questo è disattivabile – è ehi Siri, che attiva un sistema di conversazione chiaramente consapevole e volontaria.

Aggiungiamo che il filtro dell’approvazione di App Store diminuisce di molto le chance di violazione, reale o tentata, delle regole.

Da questo punto di vista, Apple è non solo un’isola felice, ma anche l’unica. Le aziende paragonabili non si fanno troppi problemi anzi, ci badano solo per tenere pulita la facciata.

Per quanto sapere di sistemi tipo Alphonso abbia il potenziale di irritare, le app che ne fanno uso devono comunque chiedere il permesso e il meccanismo si basa su hash di brevi campioni audio; nessuna registrazione, nessun riconoscimento, nessuna comprensione. Irritante, ma ragionevole. E questo è il peggio che offra l’ecosistema Apple. Quando si parla di prezzi e differenze, si confrontano un sistema che non ascolta le tue conversazioni e un altro che dipende, vediamo, a seconda, può succedere, c’è da fare attenzione, non sai mai.

Nel mondo delle app, non c’è miglior sordo di iPhone.

La campagna per il dedetox

Sono finalmente a fare lavorativamente niente per qualche giorno e mi capita di leggere un servizio sul digital detox. L’opportunità di approfittare delle vacanze come occasione per spegnere tutto, uscire dalla rete e disintossicarsi. Suppongo da una intossicazione.

Questa è gente che sta davvero male e il digitale non c’entra.

In questi pochi giorni scatto qualche foto di più alle figlie, per inviarle – le foto – ai nonni. Che sono felici. Nelle congiunzioni astrali favorevoli ci sta anche un FaceTime, sempre i nonni, sempre le figlie, sempre persone felici.

Via browser ho noleggiato un’auto pagandola meno, prenotato i biglietti per un parco a tema, scaricato orari di mezzi pubblici locali, visionato calendari di feste paesane, invitato amici, scoperto luoghi ideali per passare un pomeriggio di vacanza.

La messaggistica in generale è risultata indispensabile per tenere i contatti con le persone che contano maggiormente in questo periodo: parenti, amici, conoscenze che festeggiano un compleanno, vecchi compagni di scuola, contatti che magari una volta l’anno ma vanno mantenuti e così via.

La sera c’è qualche occasione in più di leggere, con impegno e senza, articoli e libri, blog e giornali. Su iPad più spesso che su Mac.

I social li uso pochissimo. Continuo a usarli pochissimo. Insomma, una normalità banale che fa quasi venire l’emicrania per eccesso di semplicità.

So che per qualcuno la disintossicazione riguarda proprio i social, ma mi trovo in questo caso nella parte di chi beve una birra al mese e sente dire quanto fa bene rinunciare all’alcool. Fa benissimo, come anche una birra con le persone giuste.

Ci sono anche quelli che consigliano di spegnere gli apparecchi, staccare Internet, dimenticare la posta. Quella di lavoro, certo. Ma il resto? Mi vedo isolato dal mondo, dagli affetti, dalle amicizie, dalle cose interessanti, dalle occasioni, dalle informazioni utili per la mia vacanza, dal piacere di vedere tua figlia correre nel prato e scattarle una foto per i nonni. Un deficiente (letterale, mancante di qualcosa) alienato (sempre letterale, lascio l’esercizio al lettore).

Gli apparecchi digitali e la rete, come del resto il basilico e il tosaerba, vanno usati bene con rispetto per la loro funzione e senso della misura. Spegnerli per guarire da una intossicazione presunta è un segno di uso scorretto e semmai la cura sarebbe un corso, più che un digiuno.

La funzione più imbecille di iOS 12 sarà il computo del tempo passato davanti allo schermo, che se sei intelligente non è un problema e dunque non ti interessa, mentre se sei un cretino (letterale, eh?) non basterà a fermarti. Mai visto qualcuno che smette di fumare perché vede messaggi e immagini splatter sui pacchetti di sigarette. Visti diversi che hanno smesso di fumare per mille altre motivazioni, molto più concrete e non sempre materiali o medicali.

La verità è che la campagna da fare è quella per il dedetox. Invece che astinenze più modaiole delle mode, uso brillante, creativo, positivo, amplificazione dell’intelligenza.

Ma anche fare del mare non guasta. Montagna, collina, città…

La quadratura del quadrante

Da qualche tempo il mio watch è problematico. Ha smesso di aggiornare il circolo interno delle attività (l’alzarsi in piedi durante il giorno) e molto spesso, anche se non sempre, non invia più notifiche.

Ho provato a reinstallare il sistema, senza successo, e sto cercando di capire se su Internet qualcuno ha una soluzione, ma non è il punto. Invece, proprio smanettando e smadonnando attorno alle app e alle impostazioni, ho iniziato a riflettere sulle peculiarità delle app per watch.

Per alcune situazioni, tutto sommato è meglio non avere una app. Il caso eclatante è quello di WhatsApp, che – quando le cose mi funzionano – mostra notifiche dei messaggi che arrivano e che posso ignorare se è il caso, oppure tenerne conto e rispondere subito, con la dettatura o la scrittura manuale. È di fatto tutto quello che può servire usando WhatsApp via polso; il tutto senza una app. Non serve.

A volte c’è la app e ti passa la voglia di usarla. Slack su watch è comodissimo con le notifiche e provare ad addentrarsi nella app è più inutile che dannoso per il morale.

La app di Slack per watch ha chiuso i battenti qualche mese fa e adesso si usa il servizio come WhatsApp, attraverso le notifiche.

Anche se Slack non ha dato motivazioni ufficiali, si può pensare che corrispondano a quelle di tante altre app che sono sparite in questi mesi: scarso utilizzo.

Ci ho provato più volte a usare l’app di Slack su watch: era terribile. Meglio adesso che se ne fa a meno. Per forza c’era scarso utilizzo; era inutilizzabile.

E difatti dovrebbe esserci una terza categoria: le app indispensabili. Non sono un grande utilizzatore di app su watch, ma di fatto non ne ho ancora trovate.

Probabilmente parte del problema è questa: manca ancora non tanto la killer app, quella che ti fa comprare l’apparecchio pur di averla, ma solidi casi di uso che vadano oltre quanto viene fornito preimpostato con un watch tirato fuori dalla scatola.

Così come parte della spiegazione è che Apple ora chiede app che siano native e autonome, per quanti desiderassero usare watch indipendentemente da iPhone. L’impegno richiesto per questo obiettivo è ben diverso da quello di scrivere sostanzialmente una camera dell’eco per quello che succede su iPhone.

Si può supporre che la prima ondata di app per watch, quando questo era una semplice estensione del terminale da tasca, abbia esaurito la sua ragione di esistenza. La seconda ondata, sempre come supposizione, inizierà ad arrivare quando gli sviluppatori avranno le idee più chiare su che cosa mettere sul quadrante dell’orologio per farne qualcosa di utile.