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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

La differenza

Microsoft ha pubblicato un nuovo Surface economico, per cercare di rosicchiare qualche briciola all’iPad ora capace di usare Apple Pencil.

La concorrenza è un bene; il rovescio della medaglia è che compaiono pagine di inutilità leggendaria, tipo caratteristiche e prezzi a confronto.

Come se contassero qualcosa, i prezzi e le caratteristiche.

La vera differenza è che poi per iPad esce Affinity Designer. E altre cento meraviglie che gli altri se le scordano.

A letto con la complicazione

Come tutti gli anni, Apple ha fatto cosa buona e giusta e reso disponibili a chiunque i video – ricercabili – delle sessioni tecniche di Wwdc.

Sono cose dirette principalmente agli sviluppatori, quindi molto tecniche. Eppure a scorrere la lista si trova certamente qualcosa che vale la pena di leggere e invito chiunque ad addomentarsi con qualcosa di almeno vago interesse.

Mi guarderò Swift Generics perché è un concetto che sicuramente meritava più spazio sul mio libriccino. (*Disclaimer**: il libriccino rappresenta a oggi il modo più veloce e semplice di avvicinarsi a Swift fuori da Swift Playgrounds, però è fermo a una versione vecchia del linguaggio. Il novantanove percento di quello che si legge vale anche quando si fa il salto verso la versione aggiornata di Swift; il linguaggio si è tuttavia straordinariamente evoluto dal tempo della pubblicazione).

Qualche esempio? Understanding Crashes and Crash Logs, risposta alla domanda come faccio a capire che cosa non va?. iOS Memory Deep Dive, come funziona l’amministrazione della memoria dentro iOS. Advances in Research and Care Frameworks, aggiornamento sulle architetture di programmazione ResearchKit e CareKit sotto il cofano delle iniziative che mirano a usare iPhone e iPad per aiutare la ricerca e la medicina.

In verità ci sono anche argomenti più semplici, come la serie What’s New: in Safari, in tvOS eccetera. Raccomando di lasciarsi piuttosto tentare dalla complessità. Metti anche che non si capisca proprio tutto, ma una cosa rimanga: è già importante.

L’esperimento Musk

Ci sono sicuramente questioni più urgenti, ma credo ugualmente che la nostra scuola stia avviandosi verso un piano inclinato.

Chi esce con una cultura lo fa nonostante l’istituzione, principalmente grazie al tessuto sociale intorno. I test mostrano chiaramente un divario di alfabetizzazione letteraria e numerica tra nord e sud… e gran parte degli insegnanti al nord arrivano da sud.

Il problema è che la scuola è in ritardo sui ragazzi di oggi e il ritardo è destinato ad ampliarsi senza proroghe.

Da dove ripartire? I temi sono innumerevoli, primo fra tutti il giusto ricollocamento in importanza delle arti liberali. Qui mancano le competenze per progettare una riforma, no, una ricostruzione della scuola italiana. Però una cosetta in ambito tecnologico me la permetto.

Anzi, due: una è che Apple sta mostrando con la sua offerta di software per il corpo insegnante quanto sia sbagliato e anacronistico il concetto delle Lim, le lavagne rifatte in elettronica visto che c’erano già quelle di ardesia. Ogni studente deve avere la propria attrezzatura e giustamente il docente la possibilità di seguire e supportare tutti e ciascuno. Scusa per vendere più iPad? Non entro neanche nel merito. Dico solo che nel 1988 la mia famiglia aveva un computer in cinque persone. Trent’anni dopo, gli stessi componenti di quel nucleo assommano undici computer.

Il numero di computer pro capite è aumentato di undici volte in trent’anni. Tra trent’anni potrebbe benissimo essere raddoppiato. La direzione dell’informatica personale sembra evidente. Altre condizioni a contorno sono discutibili. Avremo un’intelligenza artificiale a disposizione e avrà successo chi saprà demandare meglio il proprio lavoro a lei? Avremo computer inseriti nei tessuti o sottopelle? Non lo so. Scommetterei a mani basse, invece, sul fatto che saper cercare la conoscenza e utilizzare gli strumenti di rete per risolvere i problemi sarà uno skill molto più decisivo della soluzione dei problemi in quanto tale.

Di tutto questo si è reso conto Elon Musk, l’uomo che sta vincendo la corsa spaziale dei privati, ha portato Tesla sulla bocca di tutti e ne ha mandata una in orbita attorno a Marte intanto che studia come avviare la colonizzazione (è un elenco incompleto).

Musk il quale, avendo due figli in età scolare, ha aperto una scuola sua dove studiano complessivamente una ventina di ragazzi.

Tutto è ampiamente sperimentale, i programmi vengono riscritti ogni anno, può succedere che i ragazzi chiedano un lanciafiamme per un progetto, metà delle materie viene decisa dai ragazzi eccetera. Paga Musk.

L’articolo è pieno di dettagli e rimando alla lettura, davvero interessante.

Ecco: in Italia siamo ancora al compito da portare su chiavetta, che deve essere per forza Office altrimenti l’insegnante non sa che pesci pigliare (e chiamarlo insegnante in questo contesto è un bell’atto di fiducia). Mica si pretende che da domani tutti si mettano a lavorare con Swift Playgrounds.

Mi chiedo però se e in quante scuole si veda, per dire, Wolfram Alpha, che è gratis e va anche su un Android da cinquanta euro.

Soprattutto: in un Paese di sessanta milioni di persone, ce l’abbiamo una scuola dove assieme a venti studenti si fa sperimentazione selvaggia per capire realmente che cosa serve a un ragazzo di oggi per crescere in pienezza e sviluppare tutte le sue risorse? Ne abbiamo una?

Perché è già tardi. I figli di Musk stanno finendo le secondarie inferiori, cioè sono dentro Ad Astra da quasi dieci anni. Se tutto fosse clamorosamente sbagliato, immagino che l’esperimento sarebbe già terminato. Dov’è il nostro esperimento?

Una cosa per volta

La sfida di riportare alla vita un Mac IIsi del 1990 e metterlo su Internet nonché praticare le tipiche attività del computer di oggi, o almeno approssimarle, è sempre avvincente, va da sé. Ci sono il fatto tecnico e le soluzioni ingegnose.

Allo stesso tempo, mi ripeto, diventa rapidamente stucchevole. Bellissimo il retrocomputing e lo adoro, però ormai è stato fatto più o meno tutto quello che può essere fatto. L’ennesimo computer apparentemente inadeguato che diventa adeguato, va bene, purché ci sia almeno qualcosa di intrigante. Che ho trovato verso la fine dell’articolo di ArsTechnica.

Le limitazioni della macchina, a malapena abbastanza potente per fare funzionare più di una applicazione per volta, richiedono di focalizzare al cento percento l’attenzione su una singola attività. Paradossalmente, ho sentito spesso di essere più produttivo quando avevo molte meno risorse a disposizione. Questo teneva la mia attenzione su un singolo problema. […] Mac IIsi ha da tempo un posto solamente nella storia. Comunque, può evidentemente insegnarci ancora una cosa o due.

Per esempio, la ragione del successo di iPad e di iOS. Un certo grado di multitasking è doveroso; per esempio, lavorare su due documenti di tipo diverso, affiancati, è una singola attività, anche se comporta avere due applicazioni sullo schermo. Da tempo spero con forza che arrivi su iOS una versione accettabile del Terminale. Ma mi auguro che iPad non diventi un computer totalmente multitasking come Mac.

Mac e il multitasking totale hanno un sacco di grandi perché; iPad è la macchina ideale per essere produttivi, nonostante il mantra per cui sarebbe adeguato solo al consumo di informazione. Invece è la macchina perfetta per la concentrazione su un problema specifico. Una cosa per volta.

Rispetto profondamente i miei amici appassionati di retrocomputing, ma mi appassiona di più Viticci quando spreme come un limone un iPad nuovo di fabbrica in modi che il comune mortale nemmeno riesce a concepire.

Il novanta fa paura

Ringrazio Mimmo per avermi segnalato Usare R con Emacs e ESS – un ambiente multifunzione.

Con un titolo così può passare per materiale esoterico, ma comincia così:

Pochi anni fa mi sono liberato del foglio di calcolo per scrivere invece codice in R. Nel procedere ho appreso una lezione di valore: più la curva di apprendimento è ripida, maggiore è il ritorno. Il mio tempo investito nell’apprendimento di R ha pagato alla grande e oggi uso questo linguaggio per tutte le mie attività numeriche e di analisi quantitativa.

E ancora:

Dall’anno scorso uso emacs e ancora una volta la regola della curva ripida che porta grandi vantaggi si è dimostrata vera. […] Quasi il novanta percento di tutta la mia attività computazionale ora avviene dentro emacs.

A questo punto, a leggere quel novanta percento, ti viene la paura di stare veramente perdendo qualcosa di grosso a non approfondire.

Distinguersi dalla app

Chi è abbastanza fortunato da avere visto l’inizio del computing personale tende a dimenticarlo, tuttavia faceva parte di una élite planetaria di pochi milioni di persone, su miliardi di popolazione.

Oggi le cose sono leggermente cambiate e ad avere accesso all’informatica, almeno quella di base, è quasi metà del pianeta.

Per chi scrive software la differenza non la fa più l’avere una applicazione, semplicemente esistere; bisogna raggiungere i propri utilizzatori nei modi migliori per loro. Certo, è faticoso. Fa la differenza, però.

Ne scrivo perché Om Malik ha inserito in un suo post anodino sui dieci anni di App Store una frase inaspettata è imprevedibile, che ha insaporito improvvisamente tutto.

Il decimo anniversario di App Store è un promemoria puntuale del fatto che gli entusiasti – derisi in quanto fanboy – aiutano a trasformare le aziende in movimenti culturali. Twitter, nel suo atteggiamento da plantigrado verso il proprio ecosistema, non dovrebbe dimenticare che una larga parte del suo successo viene esattamente da quelli entusiasti.

Le app hanno vinto e chi si ostina a proporre unicamente un‘esperienza web, come Twitter, ha perso. Non importa che sia ancora in piedi e magari cresca pure; snobba il suo tempo e prima o poi arriverà il conto da pagare. Se vuoi distinguerti devi avere una app e magari anche una app bella.

Come mai prima

Il titolo Apple sta costruendo una piattaforma mediale come mai prima (Ryan Christoffel su MacStories) mi sembrava eccessivo e fuori dal tono moderato tipico del sito. Poi ho letto l’incipit.

Hai mai guardato la costruzione di un nuovo edificio senza avere idea di come sarà una volta finito? I progressi arrivano un pezzo per volta e ti lasciano all’oscuro dell’obiettivo fino a che arriva un punto nel quale, in un singolo attimo, improvvisamente tutto acquista un senso.

Ed è vero; l’analisi di Christoffel è completa e suggestiva. Si pone anche domande sensate circa il futuro sviluppo della piattaforma, senza andare sulla fantascienza ma restando nel concreto.

Alla fine me lo sono letto tutto e sono contento di averlo fatto. Mi ha aperto un mondo che non avevo considerato, a partire dal fatto che normalmente associamo l’attività mediale di Apple a iTunes, e invece c’è molto di più, molto più variegato, da TV in avanti.

Lettura raccomandata.

Paranoie e facili costumi

Uno dice che Apple è diversa dalle altre aziende e giù a sentire gli insulti, le maldicenze, sei un credente, prendi i soldi, basta guerre di religione, tutti i computer sono uguali.

Poi legge che un test su oltre diciassettemila app Android ha trovato che, tranquilli, la storia dell’apertura surrettizia del microfono per ascoltare di nascosto le conversazioni a uso pubblicitario è una leggenda urbana.

C’è il fatto trascurabile che oltre novemila di queste app, in compenso, salvano di nascosto schermate del computer da tasca e le spediscono altrove, sempre di nascosto, sempre a fini pubblicitari. Se va bene.

Per chi non usasse Android, si era forse già detto che Facebook, Google e Microsoft annidano nelle loro interfacce trucchetti per acquisire dati degli utenti. Banalità: dopotutto, che male potrà mai fare una Microsoft in possesso di dati non richiesti con chiarezza e forniti senza permesso? Al massimo potrà farcire di pubblicità non richiesta il suo sistema operativo.

A forza di considerare il compratore un prodotto da vendere agli inserzionisti, può anche capitare l’inciampo, non so, aggeggi Samsung che spediscono le foto in memoria a contatti a caso (grazie Andy!).

In Apple il compratore è il compratore e basta. E tanto basta a me per preferirla e riconoscerne il ruolo di mosca bianca, in senso del tutto positivo.

Provaci ancora Vlad

Caso vuole che sia entrato in iCloud via browser più o meno in coincidenza di tempi dichiarati. Così ci ho fatto attenzione, anche se poi il messaggio vorrebbe far pensare a un ingresso abusivo da parte di altri.

Ci provano con il phishing

Di norma i phishing di questo genere sono molto più buzzurri. Questo è ragionevolmente pulito e in un attimo di distrazione potrebbe persino sembrare vero. Ovviamente, come si vede dal link in anteprima cortesia di Mail, vero non è.

Decisioni chiave

Anzi… chiavetta.

Un indicatore su ventotto, uno su ventinove e chissà che cosa succede quando stabiliscono la fatturazione.

Ventotto o ventinove? La chiavetta non sa quanto consuma

Banale errore di arrotondamento? Sì, ma può capitare che non siano errori banali.

Immigrati di riguardo

Si saranno casualmente notate polemiche recenti relative all’immigrazione in Italia. Polemiche da cui mi terrò a distanza.

Tuttavia, gira da tempo un messaggio che fa notare come iPhone sia dovuto alla possibilità per un immigrato siriano di trovare asilo negli Stati Uniti e lì concepire Steve Jobs. Qui mi sento di intervenire proprio per il rispetto dovuto a persone che lasciano il proprio Paese alla ricerca di una vita migliore, insultate dall’autore di questo messaggio con la propria ignoranza.

Il padre di Steve Jobs, Abdul Fattah Jandali, era un figlio di papà.

Suo padre, nonno biologico di Jobs, era un milionario che mandò a studiare il figlio in Libano.

Solo che il Paese dei cedri entrò in una fase di forte instabilità politica e Jandali, finito nei guai per il suo attivismo nazionalista, fu nuovamente inviato dal padre ricco a studiare, questa volta negli Stati Uniti.

Abitava a New York e condivideva l’appartamento con un parente: l’ambasciatore della Siria.

Jandali non era un immigrato, bensì uno studente. Non ha avuto asilo ma un permesso di studio. Oggi nessuno chiama immigrati, rifugiati o profughi gli Erasmus o i ragazzi cinesi che affollano Stanford. Poi, già detto, i denari e le conoscenze della sua famiglia non erano quelle di un cittadino siriano scelto a caso.

Se fosse stato in fuga dal suo Paese per fame o guerra o persecuzione, non vi sarebbe tornato a tentare la carriera diplomatica (non la pastorizia, la carriera diplomatica), per poi doversi accontentare di dirigere una raffineria. Se fosse stato un rifugiato in miseria e senza documenti, non sarebbe ritornato agevolmente negli Stati Uniti a insegnare al college e comprarsi un ristorante come ha poi fatto.

Steve Jobs è nato in America nonché cresciuto in America in una famiglia di americani medi e associarlo all’immigrazione è come minimo disonesto.

Tra un rifugiato siriano 2018 e il padre di Steve Jobs c’è un abisso e l’unica similitudine possibile è che sono conterranei. Lucky Luciano e Enrico Fermi sono immigrati negli Stati Uniti, però sono persone diverse dalla maggior parte degli emigrati italiani e non rappresentano la categoria.

Aggiungo in coda che, volendo raccontare una storia interessante di immigrazione e tecnologia, ne esistono di notevoli. Per esempio quella di Philippe Kahn, francese che (tra l’altro) fondò Borland, negli anni novanta multinazionale del software capace di contrastare Microsoft.

Kahn, uomo eclettico e per esempio sassofonista capace di pubblicare un album credibile, era un immigrato clandestino.

Le autorità se ne accorsero solo quando era diventato datore di lavoro di numerosi americani.

Certo, parlare di Philippe Kahn e Borland non permette di biascicare moralismo su Facebook e farsi condividere dalle teste vuote di tutto tranne che la propaganda.

Azioni e reazioni

L’articolo che segue è stato scritto per *Macworld Italia** a fine 2004. Lo ripropongo perché tornano periodicamente interpretazioni libere dell’investimento di Microsoft in Apple del 1997 e altre amenità.

Passare all’azione

Attualità, passati, futuri e demistificazioni sulla misteriosa azienda AAPL

È passato il tempo in cui si facevano fruttare i risparmi investendoli i buoni del Tesoro. Ora a pagare è il rischio, e il rischio, recita la saggezza popolare del Bar Sport, significa investire in azioni.

La si può vedere in altri modi. Per esempio qualcuno pensa che il mercato azionario sia gioco sì di azzardo, ma l’unico in cui il banco non ha vantaggio e quindi quello dove è veramente possibile vincere nel lungo termine.

Ecco qualche domanda e qualche risposta per quando si intende passare all’azione e l’azione è rappresentata dal simbolo AAPL.

Non intendo occuparmi di banali dettagli pratici come trovare un broker o quale sia il modo più conveniente per aprire un conto corrente bancario negli Stati Uniti. Uno che fa pensieri su AAPL ma non sa come procedere è meglio che non proceda; si farà meno male.

La madre di tutte le sciocchezze

Un sacco di sempliciotti è ancora convinto che Microsoft abbia comprato AAPL. Nel 1997 Microsoft comprò azioni AAPL per 150 milioni di dollari: una frazione minuscola dell’azionariato complessivo della società, che in quel momento aveva oltre due miliardi di dollari in cassa tra denaro liquido e a breve termine.

Le azioni comprate da Microsoft erano senza diritto di voto, e comprate per cinque anni. Nel 2002 sono state vendute e oggi Microsoft non possiede neanche un centesimo di AAPL, né l’ha salvata da alcunché (AAPL aveva già in tasca tutti i soldi che le servivano), né ha mai avuto la possibilità di far pesare neanche un singolo voto su una singola decisione.

Chi ci crede ci guadagna

Scrivo queste note il 12 dicembre 2004. Non lo sa praticamente nessuno, ma esattamente 24 anni fa, nel 1980, AAPL divenne società per azioni. 10 mila dollari investiti in azioni AAPL il 12 dicembre 1980 equivalevano, il 29 novembre 2004, a 95.220,87 dollari, con un guadagno dell’852,21 percento sull’investimento iniziale.

Chi non ci avesse creduto dall’inizio ma lo avesse fatto dal ritorno di Steve Jobs, e avesse investito 10 mila dollari in AAPL il 28 novembre 1997, si sarebbe ritrovato sette anni dopo con 77.115,49 dollari in saccoccia.

Qualcuno ricorderà che, a fine 1997, il valore delle azioni AAPL era intorno ai dieci-undici dollari. Sulla stampa cosiddetta specializzata e secondo molti analisti il titolo più ricorrente era Apple is doomed, Apple è spacciata. Altri, forse meno specializzati ma più sensati, si fidarono a investire in azioni evidentemente sottovalutate, che con ottima probabilità avrebbero potuto solo aumentare di valore. I fatti dimostrano che avevano ragione i sensati e non gli specializzati.

C’è chi non crede se non vede

Non è semplicissimo trovare gratis uno storico completo dell’andamento delle azioni AAPL dall’inizio a oggi. Yahoo offre un ottimo servizio a http://finance.yahoo.com/q/hp?s=AAPL, che però parte solo dal 7 luglio 1984 [Aggiornamento: il link attuale è questo]. La risposta completa si trova in un indirizzo semisconosciuto e lungo. Ma mai come a questo riguardo… vale la pena di trascriverlo: http://www.corporate-ir.net/ireye/ir_site.zhtml?ticker=aapl&script=345&layout=7&item_id=aapl.

Quando ci sono i record

Il 30 novembre 2004 la quotazione AAPL era a 68,95 dollari per azione, il quinto valore più alto nella storia della società, il massimo degli ultimi quattro anni. Il primato assoluto è di 72,10 dollari per azione, registrato il 22 marzo del 2000.

Quando ci sono gli split

Qualcuno si chiederà come sia possibile che il valore più alto di AAPL sia stato di settantadue dollari, visto che a memoria di uomo si sono raggiunti anche i cento. Il fatto è che le aziende americane usano effettuare il cosiddetto split. Quando il prezzo delle azioni ai aggira su quota cento, le azioni stesse vengono spezzate in due e un titolo da cento si trasforma in due titoli da cinquanta. Non cambia assolutamente nient’altro, se non per il fatto che il numero delle azioni esistenti raddoppia e che i numeri a due cifre sono più comodi da trattare di quelli a tre. Nella storia di AAPL si sono verificati esattamente due split.

Chi comanda in AAPL

È opinione comune che chi ha più azioni in mano comandi la società. Non è propriamente vero. Steve Jobs, comandante in capo di AAPL, possiede l’1,26 percento delle azioni AAPL e letteralmente nessuno può contraddirlo, almeno fino a che non ricevesse la sfiducia del consiglio di amministrazione. Nella tabella che compare in queste pagine ci sono maggiori particolari. Tutto è molto più complicato di così. Esistono tipi diversi di azioni, esistono le stock option (diritto e non è sempre semplice capire in modo immediata l’intera distribuzione delle quote tra gli azionisti, ma in concreto detenere azioni AAPL è un fatto di potere solo fino a un certo punto.

Quando comprare e quando vendere

Vuoi comprare azioni AAPL? Bravo, bella scelta. Intanto deve passare abbastanza tempo. Se vuoi guadagnarci sopra a un mese o a sei mesi, non sei un investitore ma uno speculatore e allora devi rovinarti la vita a leggere ricerche di mercato, studi di settore e documentazione burocratica aziendale di una noia pazzesca.

Se invece sei una persona seria, cerca di individuare la fine di un ciclo fisiologico di discesa del valore delle azioni. Compra a quel punto e poi aspetta pazientemente di vedere i frutti dell’investimento.

Le persone che comprano azioni sono, quanto a emotività, peggiori di quelle che giocano al lotto. Quelli del lotto credono che un numero in ritardo debba uscire più sicuramente di un numero appena uscito, e tendono a rovinarsi. Ma, se non interpretano i sogni, il ritardo è l’unico criterio (sbagliato) di valutazione che hanno.

Quelli delle azioni, d’altro canto, fanno di qualsiasi cosa un criterio (sbagliato) di valutazione. Ogni azienda ha le sue indiosincrasie e AAPL non fa eccezione. Per esempio, dopo Macworld Expo il prezzo delle azioni tende a deprimersi. Non importa che i risultati siano buoni, i prodotti esistenti siano bene accolti e vengano presentati nuovi prodotti molto appetibili. Siccome AAPL non ha presentato il teletrasporto di Star Trek oppure il mouse antigravità, regolarmente annunciati sui siti di gossip informatico, il prezzo scende.

Gli analisti

Molti danno ascolto all’opinione degli analisti di mercato. Sono sedicenti specialisti, spesso aziende prestigiose nel campo, che assegnano un rating, ossia una valutazione di quello che conviene fare con questo o quel titolo.

Nel caso di AAPL, gli analisti che ne sanno veramente qualcosa sono due o tre. Gli altri non capiscono assolutamente niente di come fa i soldi AAPL e quindi sparano nel buio, applicando ciecamente criteri che ritengono validi solo perché “funzionano” su un’altra azienda, che fa i soldi in modo diverso.

C’è chi si fida degli analisti. Il mio parere molto personale si basa sulla radice del nome, che potrebbe avere attinenza con la parte del corpo utilizzata per eseguire le analisi stesse.

((( firma )))
Lucio Bragagnolo (lux@mac.com) avrebbe voluto avere più soldi da investire in AAPL a fine 1997.
((( fine firma )))

((( tabella )))

Azionisti e dirigenti

Numero di azioni in mano alle persone più influenti in AAPL:

Steve Jobs, capo supremo 5.060.002
Fred Anderson, ex Chief Financial Officer 2.672
Bill Campbell, consigliere di amministrazione 100.502
Tim Cook, sovrintendente alla logistica 5.903
Al Gore, già vicepresidente degli Stati Uniti, consigliere di amministrazione 10.000
Millard Drexler, consigliere di amministrazione 100.000
Jon Rubinstein, responsabile dell’hardware 161.087
Avie Tevanian, responsabile del software 1.501.252
Totale delle 16 persone che contano in Apple tra dirigenti e consiglieri 10.203.443

I cinque milioni di azioni in mano a Steve Jobs corrispondono all’1,26 percento dell’azienda. Le sedici persone che contano detengono in totale il 2,51 percento di AAPL.
((( fine tabella )))

((( box 1 )))

Come diventare un analista (truffatore) di successo

Si raccoglie un indirizzario di potenziali investitori ricchi di denaro, diciamo diecimila. Si scrive a cinquemila di essi affermando che il titolo salirà e agli altri cinquemila sostenendo che scenderà. Passata la scadenza, si scrive di nuovo ai cinquemila. A metà di questi si scrive che il titolo salirà, agli altri che scenderà. 2.500 investitori avranno a questo punto ricevuto due previsioni corrette consecutive. Continuando, si può avere un centinaio di persone che avranno ricevuto sei o sette previsioni esatte consecutive. Gli si propone un abbonamento al nostro servizio di previsioni e si diventa ricchi.
Ovviamente è solo una storiella e non si diventa analisti così. Il fatto vero è che nessuno controlla la precisione degli analisti nel tempo…
((( fine box 1 )))

((( box 2 )))

Un’azione simbolica

Chi stima particolarmente AAPL per la sua tecnologia può compiere un atto simbolico: comprare una singola azione, magari per incorniciarla, o per mostrarla agli amici. Lo si può fare da http://www.oneshare.com. ((( schermata del sito, possibilmente scegliendo lo stock Apple )))
[Aggiornamento: Oneshare non esiste più, anche perché qualunque banca oramai consente l’acquisto di azioni estere. Il sottoscritto è in possesso di una azione Apple, per esempio]. ((( fine box 2 )))

(((box 3 )))

Materiale per secchioni

Chi volesse diventare veramente specialista AAPL inizi dai cosiddetti moduli 10-K della Securities & Exchange Commission e consulti il motore Edgar. Ogni azienda statunitense deve compilare periodicamente il modulo e c’è dentro veramente tutto quello che è possibile sapere senza essere nel consiglio di amministrazione. Per farsi un’idea dei pareri degli analisti si può partire da newratings.
((( fine box 3 )))

((( box 4 )))

C’è da pagare il ticker?

Un ticker è un programmino che aggiorna in tempo il più possibile reale sull’andamento di uno o più titoli. Su Versiontracker (http://www.versiontracker.com/macosx) basta cercare ticker per avere più scelta di quella che è umanamente immaginabile. Il ticker è il complemento indispensabile per chi ha perso la testa e deve controllare le azioni AAPL ogni mezzo minuto.
[Aggiornamento: Versiontraker non esiste più. Una ricerca analoga su App Store o su Google porta alla luce innumerevoli alternative. Lo stesso Google fornisce quotazioni azionarie in tempo semireale].
((( fine box 4 )))