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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

I nuovi vestiti dell’imperatore

Nel cercare di obliterare qualsiasi forma di vita software fuori da sé, Microsoft svolse assolutamente il proprio lavoro. Solo che violò le leggi antitrust, strangolò decine di concorrenti invece di offrire prodotti migliori, cercò di appropriarsi di Internet e in generale di farsi il deserto intorno. Cercare di dominare il mondo in sé è legittimo; la slealtà, il gioco sporco, i comportamenti illegali non lo sono. Microsoft non era un problema per quello che voleva, ma per come ci lavorava.

Oggi sarebbe una nuova Microsoft, tutta apertura, open source, vogliamoci bene, tutti benvenuti.

E i nuovi sistemi? Solo più subdoli, più mediati, più sottotraccia. Per esempio, ecco uno dei sommari su Slashdot oggi.

Un lettore di lunga data si dichiara sempre più frustrato dagli ignoranti e dagli sprovveduti nella comunità di PHP. Viene fuori brutto codice disfunzionale, che mai viene migliorato o aggiornato eccetera.

Risponde un altro lettore:

Penso che .NET sia un linguaggio molto più chiaro per lavorare, con l’eccellente ambiente di programmazione e debugger Visual Studio di Microsoft […] molti grandi progetti nella mia città assumono sviluppatori .NET il quale, essendo un linguaggio a forte tipizzazione, produce un codice generalmente migliore di quello di PHP.

C’è tutto, al posto giusto: il problema, la sua soluzione, l’accenno ai posti di lavoro, quello agli strumenti. In altre parole non è una scambio di opinioni come tanti su Slashdot. L’editor ha composto un perfetto contenuto commerciale.

È pubblicità.

La pubblicità erogata come contenuto si chiama nativa. Il problema è che, in quanto pubblicità, per quanto somigli a contenuto, si dichiara contenuto commerciale in un modo o nell’altro. Qui invece abbiamo un sommario di Slashdot esattamente come gli altri.

Se Microsoft ha pagato per avere pubblicità occulta usa .NET e butta via PHP, lo ha fatto in modo altrettanto occulto, che sarebbe grave.

Se non ha pagato e il tutto è spontaneo, siamo davanti a propaganda così subdola e ben organizzata da convincere le persone a pensare nella direzione che desidera. Un bel successo per l’azienda, vagamente preoccupante per le persone libere.

Se poi domani davvero PHP finisse dimenticato, ecco scomparire una comunità che al momento Microsoft non controlla e non dirige, a favore di strumenti propri. Dici che ci vorrà un sacco di tempo? Forse in una sala riunioni qualcuno ha posto la stessa obiezione e gli è stato risposto possiamo permetterci di lavorare a lungo termine.

Microsoft voleva controllare il mondo del software ed eliminare ogni resistenza. Ha solo cambiato abito.

Fantasie da cloud

È abbastanza facile condividere i tre problemi di Apple con iCloud come sono elencati da 9to5Mac:

  • i cinque gigabyte gratuiti sono inadeguati rispetto alle necessità normali e appaiono sproporzionati rispetto a quanto spende l’acquirente tipico, che magari è anche di lungo corso ed è al quinto iPhone o al terzo Mac;
  • la cifratura dei dati non è completa, end-to-end;
  • non è chiarissimo all’utente medio che cosa viene salvato in iCloud e che cosa no.

Il secondo e il terzo punto sono poco interessanti; si chiede ad Apple di applicare cifratura integrale e dare più controllo e informazione sul comportamento in iCloud.

Si può parlare più costruttivamente del primo punto, perché si intravede una difficoltà di base, al contrario degli altri due dove si tratta quasi unicamente di prendere una decisione: per qualche motivo Apple è restia ad ampliare la fascia gratuita di iCloud e quasi certamente la questione è di costi.

9to5Mac propone tre soluzioni:

  • alzare la quota gratuita di gigabyte e assorbirne il costo;
  • prevedere una quota cumulativa per prodotto acquistato. Opero quattro apparecchi Apple sotto un singolo ID Apple e quindi dispongo di cinque gigabyte, esattamente come chi possiede un apparecchio solo e proprio come chi ne possiede ventisei. Non sembra equo; inoltre, chi usa Mac ininterrottamente dal 2000 potrebbe avere più spazio di chi lo usa da settimana scorsa, una sorta di premio fedeltà come scritto nell’articolo;
  • offrire gratis uno spazio consistente ma solo per il primo anno.

Le soluzioni mirano ad aumentare la fruibilità di iCloud per l’utente e contenere il maggiore esborso per Apple.

La seconda mi pare quella più sensata e anche quella che rischia di ingenerare più confusione di gestione. Faccio solo un esempio: è ampiamente possibile che un singolo acquirente operi i suoi apparecchi sotto più ID Apple diversi.

Invece una soluzione possibile potrebbe venire dalla stessa Apple: quella attualmente applicata per le fotografie.

Attualmente iCloud accoglie Streaming Foto, cioè le mille foto più recenti oppure gli ultimi trenta giorni di scatti, e scarta quanto esce da questi limiti. Per un istante ignoriamo la questione del backup automatico delle foto su iCloud e consideriamo solo la loro memorizzazione primaria.

Come si fa a conservare foto su iCloud senza che spariscano una volta che escono dai confini di Streaming Foto? Si crea un album. L’album si conserva indefinitamente ed è indipendente dal limite dei cinque gigabyte.

Si tratta, soprattutto, di una soluzione che incoraggia un uso intelligente e responsabile di iCloud. L’ho impiegata per numerosi album e implica sapere che cosa si vuole memorizzare, assemblare l’album, dargli un nome, invitare eventuali spettatori… insomma serve un minimo di classificazione e di organizzazione. Qualcosa di molto sano e ben diverso dal buttare in rete tonnellate di scatti a casaccio che nessun guarderà mai più, pretendendone la conservazione eterna.

Facciamolo anche con i documenti. Diciamo che iCloud memorizza automaticamente gli ultimi cinquanta documenti o gli ultimi trenta giorni, dopo di che elimina quanto va oltre, a meno che l’utente si prenda cura di un documento a rischio di cancellazione. Come? Per esempio, associandogli metadati.

In questo modo si promuoverebbe un uso consapevole dei documenti e dei metadati e finirebbe su iCloud in modo stabile solo quanto si è ragionevolmente convinti di voler conservare, con un impatto sulle economie di iCloud altrettanto ragionevole.

In questo scenario non sarebbe male se iCloud si ispirasse alla sincronizzazione selettiva di Dropbox e permettesse di eliminare documenti da iCloud su un apparecchio e lasciarli invece sugli altri. Chi ha un terabyte di dati su iMac e un iPhone da trentadue gigabyte sa che cosa intendo: a volte la sincronizzazione totale non è desiderabile.

Altre opzioni?

La riparabilità nel 2018

iFixit assegna ai MacBook Pro ultimo modello un punto su dieci a proposito di riparabilità.

Vivo entro un’ora da un Apple Store, per non parlare dei rivenditori autorizzati, e ho la sensazione che nell’anno 2018 si tratti di qualcosa di sopravvalutato.

Scrivo queste note circondato da giochi per neonati e bambini. Molti di questi hanno un indice di reparabilità simile o forse inferiore; le viti richiedono un cacciavite a sezione triangolare, sono incassate nella plastica ed è probabile che toglierle provochi la rottura di qualche pezzo.

Ma poi vorrei sapere chi compra le scarpe in base alla riparabilità. Scommetto che chiunque le porta a riparare da uno specialista.

E lo spazzolino da denti? Le infradito? Il televisore ultrapiatto?

Sì, sono esempi parzialmente provocatori. Io però comprerei un MacBook Pro per quello che può fare, non per quello che può fare il Genius bar.

Il silenzio dei digitanti

Questa cosa delle tastiere dei MacBook Pro mi sembra definitivamente scappata di mano, o di polpastrelli.

Con le nuove configurazioni è arrivata anche una nuova versione della tastiera. E tutti a verificare se veramente è più silenziosa delle precedenti.

Le precedenti tastiere si guastavano più frequentamente dei modelli prima di loro, sicuro. Certamente non è la maggioranza delle tastiere, quella che si guasta. I guasti sono più frequenti, ma la grande maggioranza delle tastiere funziona. Altrimenti Apple non si dedicherebbe a ridurre il rumore, ma vedrebbe di farle funzionare.

Notare come tutti si esprimano riguardo alla rumorosità ma stranamente non sappiano dire se in qualche modo i problemi di guasti siano stati affrontati. Ma le tastiere non si guastavano? Se le usate per ascoltarne il rumore, e sono tastiere che si guastano, dovrebbero guastarsi, no?

Gli assalti alla logica e al buonsenso sconfinano nella farsa. Apple sta affrontando alcune class action intentate per spillarle soldi proprio a causa delle tastiere e ho letto che potrebbe essere intervenuta sulle nuove tastiere proprio per ridurre l’incidenza dei guasti, evitando di dirlo in pubblico per non complicare il quadro legale e adottando invece il pretesto della rumorosità ridotta.

Non so se sia vero. Però il pensiero di tutti i cacciatori di scandalo con l’orecchio alla tastiera per misurare il rumore, quando invece è stata modificata per non guastarsi, mi fa prudere i polpastrelli dal ridere.

Scampoli d’assenza

Capita: una persona costruisce un universo, di idee, di prodotti, di creazioni, di immagini, di racconti, di capitali, di qualsiasi cosa. A un certo punto lascia. In un certo senso succede anche con i figli, che quando sono pronti per camminare con le loro gambe fanno da soli. E la grandezza si misura anche per come si è preparato il proprio lasciare.

Capita: Guido van Rossum abbandona i panni di Benevolent Dictator di Python, linguaggio tra i più popolari (su Mac basta scrivere python nel Terminale per trovarselo davanti e quit() per rimetterlo a dormire. In mezzo, di tutto). Guido ha creato Python a fine anni ottanta e stava nel ruolo da oltre trent’anni: il Benevolent Dictator è figura tipica in un progetto open source, autorità suprema che decide le direzioni da prendere e scioglie le indecisioni.

Capita: Dopo ventidue anni di lavoro straordinario, James Ohlen abbandona Bioware.

Personalmente ho adorato la serie Baldur’s Gate, disponibile a vario titolo per macOS e iOS. Ohlen ha ricreato perfettamente lo spirito di *Dungeons & Dragons** e scommetto che avrà raggiunto lo stesso risultato con le altre ambientazioni in cui si è cimentato. Sono anche felice che la sua prossima attività sarà proprio di creazione di contenuti per D&D:

Chissà se nei prossimi anni qualcuno scriverà nella comunità Python si stava meglio quando c’era Guido o si lamenterà dei giochi Bioware perché Ohlen lavora ad altro. Chi ha orecchie intenda.

(Grazie a Rocco Tanica e Claudio Bisio per l’ispirazione del titolo).

Diti e lune

Salta fuori che i nuovi MacBook Pro hanno il disco a stato solido più performante di sempre, con prestazioni in scrittura che valgono dieci volte la media del mercato o dei volte quelle del concorrente più vicino.

Una cosa fuori dal mondo. È giocare in un altro campionato.

E chi se ne frega. È un record, è un segno di eccellenza ingegneristica e progettuale. Spariscono sempre in momenti come questo quelli che Apple trascura i Mac. Chissà come fanno, visto che un traguardo del genere, senza pazzesca integrazione hardware/software, è irraggiungibile. Useranno Ssd provenienti da Hogwarts.

Ma è guardare il dito. Se sei in debito tecnico, puoi avere il disco più veloce dell’universo e il debito continua a restare.

La Luna è J.D. Martinez dei Red Sox di Boston. Un battitore che, prima, faticava a trovare il rendimento. Allora ha iniziato ad acquisire con iPad i video delle sue battute in partita e in allenamento, per individuare e correggere i propri difetti.

I compagni di squadra ridacchiavano. Ora hanno smesso: Martinez ha firmato un contratto di 110 milioni di dollari per cinque anni.

Una capacità, lavoro per migliorarla, strumenti per farlo se usati con cervello. Il senso dell’informatica è tutto qui.

La festa dei dieci anni

Si capisce che App Store ha lasciato il segno sulla società quando arriva il suo decimo anniversario e ne parlano i deejay alla radio, in prime time. Alla radio si parla di qualcosa solo se interessa una vasta maggioranza ed è innegabile che le app abbiano cambiato il modo di intendere il software e di distribuirlo, oltre a trasformare il telefono cellulare in un computer da tasca.

Che tutti usino App Store (tra quello originale e le sue copiette) è pacifico; che tutti capiscano come funziona e come è arrivato fino a noi, zero. Né potrebbe essere diverso; quelli che vanno allo stadio a protestare contro la campagna acquisti del club nulla sanno dei meccanismi che veramente tengono in piedi il calciomercato.

Siccome in dieci anni App Store e il meccanismo che lo fa funzionare hanno digerito app nell’ordine dei milioni, è chiaro che possano esserci applicazioni per un motivo o per un altro controverse. Dall’esperienza e da articoli assolutamente da leggere come quello di Ryan Christoffel su MacStories, sappiamo che la pubblicazione su App Store di app controverse è accaduta spesso e volentieri. Certe volte la app è stata eliminata, certe altre si è guadagnata il diritto a restare; certe volte Apple ha deciso saggiamente, certe altre ha preso cantonate; certe volte le regole di approvazione hanno finito per migliorare e certe altre no.

Chiaro che il rapporto tra i positivi e i negativi non è equo: App Store del 2018 è un luogo spettacolarmente migliore di quello del 2008. Si è andati avanti, complessivamente, facendo di sicuro anche qualche passo indietro tra i molti nella direzione giusta. La maggior parte delle controversie ha portato a un progresso.

Poi ci sono quelli che, come i tifosi allo stadio, sentono il bisogno di dire la loro senza avere la minima idea di come funziona. Un caso esemplare è accaduto di recente con la app Ruspadana, accusata di razzismo.

La app, levata dallo Store nel giro di tre ore, era demoralizzante da tutti i punti di vista, compreso quello tecnico. Doveva sparire in tre secondi, o neanche apparire.

Ma quanto siano stati demoralizzanti i moralizzatori, con le iperboli sceme, le frasi fatte, i ditini puntati, il turpiloquio gratuito, la demagogia imparata a memoria, il vuoto pneumatico cerebrale, i solleciti al boicottaggio, le reazioni scomposte, il correttore ortografico drammaticamente spento, la puzza di gregge becero seppure ammaestrato, è veramente indicibile.

Chi ha bisogno di una scusa per assumere un antiacido può leggere questo thread di Twitter dove si salvano in pochi e, guarda caso, quelli che hanno l’idea di come funzioni.

Gli altri probabilmente pensavano che con i dieci anni si festeggiasse la loro età mentale.

Favole aumentate

In un intervallo della serata di gioco di ruolo:

Abbiamo preso uno stagista veramente bravo. Sta preparando una app di fiabe in realtà aumentata. Che se solo funzionasse decentemente su Android… stiamo collaudando su un modello di punta e sì, ogni tanto vede il pavimento. Ogni tanto.

Lo sviluppo della app per iPhone invece procede a gonfie vele e il pavimento viene sempre visto nel modo giusto per applicargli la realtà aumentata.

Favola aumentata è invece che Android faccia tutto allo stesso modo e costi pure meno. Un modello di punta fa risparmiare poco o nulla e il risultato, appena si tocca tecnologia di punta, è fantastico: nel senso che bisogna crederci come alle favole.

Grandi speranze

Per quanto il gioco preferito di moltissimi sia faccio le pulci al nuovo sistema operativo apposta per lamentarmi che dopo dieci o venti anni di evoluzione non compaiono più funzioni clamorose come quando il sistema era appena nato, constato che da tempo non ero in attesa speranzosa di una nuova versione di iOS come adesso che sta per arrivare la dodicesima iterazione.

Apple spinge chiaramente novità come la realtà aumentata o gli animoji; a leggere un primo resoconto della beta, mi entusiasmo per Siri Shortcuts, Screen Time, FaceTime fino a trentadue partecipanti simultanei, Apple Books che sostituisce iBooks, Apple News che finalmente magari diventa anche cosa italiana, unificazione dei gesti tra iPhone e iPad.

Solo alcune delle voci dell’elenco, bello lungo anche per una versione dichiaratamente orientata più a chiudere buchi che aprire fronti.

Per non parlare di macOS Mojave, ché appunto, ne parliamo un’altra volta.

L’atmosfera mi piace, c’è molto da sperare.

La differenza

Microsoft ha pubblicato un nuovo Surface economico, per cercare di rosicchiare qualche briciola all’iPad ora capace di usare Apple Pencil.

La concorrenza è un bene; il rovescio della medaglia è che compaiono pagine di inutilità leggendaria, tipo caratteristiche e prezzi a confronto.

Come se contassero qualcosa, i prezzi e le caratteristiche.

La vera differenza è che poi per iPad esce Affinity Designer. E altre cento meraviglie che gli altri se le scordano.

A letto con la complicazione

Come tutti gli anni, Apple ha fatto cosa buona e giusta e reso disponibili a chiunque i video – ricercabili – delle sessioni tecniche di Wwdc.

Sono cose dirette principalmente agli sviluppatori, quindi molto tecniche. Eppure a scorrere la lista si trova certamente qualcosa che vale la pena di leggere e invito chiunque ad addomentarsi con qualcosa di almeno vago interesse.

Mi guarderò Swift Generics perché è un concetto che sicuramente meritava più spazio sul mio libriccino. (*Disclaimer**: il libriccino rappresenta a oggi il modo più veloce e semplice di avvicinarsi a Swift fuori da Swift Playgrounds, però è fermo a una versione vecchia del linguaggio. Il novantanove percento di quello che si legge vale anche quando si fa il salto verso la versione aggiornata di Swift; il linguaggio si è tuttavia straordinariamente evoluto dal tempo della pubblicazione).

Qualche esempio? Understanding Crashes and Crash Logs, risposta alla domanda come faccio a capire che cosa non va?. iOS Memory Deep Dive, come funziona l’amministrazione della memoria dentro iOS. Advances in Research and Care Frameworks, aggiornamento sulle architetture di programmazione ResearchKit e CareKit sotto il cofano delle iniziative che mirano a usare iPhone e iPad per aiutare la ricerca e la medicina.

In verità ci sono anche argomenti più semplici, come la serie What’s New: in Safari, in tvOS eccetera. Raccomando di lasciarsi piuttosto tentare dalla complessità. Metti anche che non si capisca proprio tutto, ma una cosa rimanga: è già importante.