QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Sereno variabile con ritardi

Mi dispiace per i radi aggiornamenti di questi giorni e, tra oggi e domani, quasi certamente mi sarà impossibile provvedere. Conto di riprendere un ritmo più regolare entro il fine settimana e mi scuso con tutti nel frattempo.

Il mio Mac, comunque, non è ancora esploso.

Per estensione

MacStories dedica una recensione ricca e interessante a Raw Power, una estensione di Foto che mette a disposizione di chi li volesse strumenti di regolazione e modifica essenzialmente simili a quelli disponibili su Aperture, il programma professionale per l’amministrazione delle librerie fotografiche che a un certo punto Apple ha lasciato al suo destino.

A volte è un peccato terminare un software, altre volte è un tradimento, o ancora può trattarsi di una decisione forzata, tuttavia c’è anche spazio per le prese d’atto. Leggiamo che cosa scrive il recensore:

Le estensioni RAW Power per Foto ai adeguano perfettamente al mio mix di scatti e al mio approccio All’editing, con l’offerta di strumenti professionali disponibili a comando in Foto sotto forma di estensione appena ne ho bisogno, che stanno fuori vista quando non servono.

Sembra una situazione buona per tutti, chi senza pretese, chi con tante. Realizzata con un programma solo e la possibilità di estenderlo, invece che con due.

L’evoluzione di Foto può essere criticabile e ci mancherebbe. Nel contempo, se escono buoni prodotti indipendenti, le sue possibilità non sono così distanti dal passato. E il professionista ne approfitta assieme all’amatore, nel modo più esteso possibile.

Vorrei ma non so

Mi trovo bene con Apple quando mi propongono opportunità che non sapevo di volere. Non lo ha inventato Steve Jobs: avrò citato mille volte Henry Ford (che poi è frase apocrifa) con il suo Se avessi chiesto ai miei clienti che cosa volevano, avrebbero risposto: un cavallo più veloce.

Servisse una dimostrazione per negazione dell’opposto, Zte ha avuto una grande idea: chiedere ai clienti che cosa avrebbero voluto in un computer da tasca. Ok, uno smartphone.

La seconda grande idea è stata lanciare un Kickstarter di finanziamento del progetto per dare ai clienti più assidui la possibilità di essere i primi ad avere l’oggetto.

Kickstarter che è stato cancellato dopo avere raccolto trentaseimila dollari a fronte dei cinquecentomila richiesti.

Sintetizzo: gli affezionati clienti hanno detto che cosa volevano e, al momento di estrarre la carta di credito per averlo davvero, si sono dileguati.

Zte afferma che le critiche di chi non ha investito nel Kickstarter riguardano soprattutto le specifiche generali del terminale, giudicate troppo basse; il cliente desiderava qualcosa di più prestante e di conseguenza costoso.

Il cliente Zte? Qualcosa di più costoso? Faccio finta di crederci e aspetto di vederne uno.

Nel frattempo rifletto su quanti sfruttano ogni occasione di fare presente che non possiedono un iPhone perché manca di quello che dicono loro. Sanno quello che vogliono, mica sono gente confusa nella massa.

Gli asparagi e l’immortalità del cloud

Supporti, formati, dati in generale. Ahimé, niente è per sempre. Tocca occuparsene regolarmente, con cura e dedizione. Vedo gente lavare l’auto tutti i sabati che sembra uscita da una sala operatoria. Poi si siede davanti alla tastiera e niente, lì deve vigere l’autoconservazione: creo un bit, adesso fatti vostri e guai al mondo se sparisce.

Spiegato perché si tratti di una pia illusione, giusto una curiosità finale: oggi 20 febbraio 2017, il sistema più garantista sulla conservazione dei dati è il cloud. Sì, quella nuvola virtuale di cui non abbiamo il controllo, dotata di vita propria, cui possiamo accedere per leggere e scrivere dati, e nulla più (il sarcastico dice: per questo i dati sono così affidabili…). Neanche sappiamo dove veramente stanno, in che server, sotto che software, niente di niente (se lo sappiamo, il giorno dopo può essere cambiato tutto).

Scherzi a parte, il servizio S3 di Amazon offre, al meglio delle sue possibilità, il 99,999999999 percento di durata dei dati sull’anno e il 99,99 percento di reperibilità del dato.

per esempio, se archivi diecimila oggetti su Amazon S3, puoi aspettarti in media di perdere un oggetto ogni dieci milioni di anni.

La questione dei decimali non è uno scherzetto: Backblaze, per dire, ne offre tre in meno. Vuol dire che, a circostanze identiche, perderebbe un oggetto ogni “soli” diecimila anni.

La cosa curiosa è che la gran parte di quelli ossessionati dall’immortalità dei dati non lo usano. Perché ha un costo a canone. L’immortalità dei dati dovrebbe essere gratis.

In realtà si può spendere meno, selezionando i dati meno importanti, che è possibile scegliere di fare custodire in maniera meno sicura: le informazioni più sacrificabili. Si può spendere ancora meno impegnandosi con Amazon ad archiviare i dati a volontà, ma andandoli a riprendere con la minore frequenza possibile: è il principio di Glacier.

Un bel paradosso: il sistema migliore per conservare i dati a lungo è usare sistemi di cui non abbiamo il controllo e, per giunta, composti da hardware di qualità assolutamente discutibile per ogni pezzo singolo. Nel cloud i dischi sono come il filo interdentale in bagno: usi, si spezza, lo getti, ne prendi un altro senza remore.

I sistemi più fragili e di minore qualità, organizzati con sapienza, creano le soluzioni di archiviazione più robuste (ti parleranno di Blu-ray: col cavolo che arrivi ai nove decimali, e parliamo di costi).

Da rifletterci. E pensare che c’è ancora gente in giro che ti consiglia, che so, Hitachi, perché ne ha comprato uno al cugggino e si è trovato bene.

Gli asparagi e l’immortalità dei dati

Discussa l’impossibile immortalità, ma sarebbe meglio dire immutabilità, dei supporti e dei formati, rimane la questione al cuore del problema.

Come posso conservare i miei dati per sempre?

Già detto che per sempre è una illusione (l’universo in cui ci troviamo finirà, o ricomincerà, o tutt’e due le cose, ma sempre con un reset totale), rimane la più umana aspirazione di più a lungo possibile.

Il problema è che siamo umani e quindi riusciamo solo a praticare soluzioni umane: imperfette, fallibili, precarie.

Ma perché gli ingegneri non si impegnano a trovare una soluzione definitiva?

Anche in questo caso l’informatica è diventata Shangri-La, la terra dei sogni. Ogni giorno ci si sveglia dovendosi guadagnare il pane, prendiamo raffreddori, mettiamo peso e perdiamo peso, andiamo dal dentista, andiamo in palestra. Ogni due giorni il nostro corpo è composto da cellule totalmente diverse da quelle di due giorni prima: eppure ci mettiamo davanti a un computer, premiamo-clicchiamo-tocchiamo-diciamo salva e deve essere immutabile, per sempre. Nel frattempo cambia il clima e molte miglia più in là in un freddo lago scozzese si distende una misteriosa creatura.

Ancora una volta, una verità spiacevole: la conservazione dei dati dipende da te, non dall’hardware, non dal software. Anche perché, se avessero risolto il problema della conservazione eterna dei dati nel 1976 con l’Apple I, oggi avremmo audiocassette immortali.

Eh, una volta non era così, certo. La cara vecchia carta, la pellicola e c’è sempre un genio che tira in ballo le incisioni rupestri. Senza avere la minima idea di quante siano scomparse per sempre e quante, benissimo conservate, mai verranno lette da alcuno, sepolte sotto una montagna o un deposito alluvionale. Dei versi di Saffo rimangono pochi frammenti; il problema non è su che cosa scrivesse, ma che le copie di riserva non sono bastate. La pergamena sfida i secoli, solo che è costosissima e ingombrante; la tua libreria di casa, per ospitare pergamena al posto della carta acida e deperibile che usa oggi, andrebbe triplicata nel volume e decuplicata nei costi. Se serve un preventivo, sono disponibile.

Di tante statue greche e romane, quelle che abbiamo ritrovato, esistono solo pezzi o monconi. Esistono meritorie fondazioni che restaurano i film su pellicola, perché le vecchie pizze si leggono ancora b-e-n-i-s-s-i-m-o, solo che i colori se ne vanno, l’audio si degrada, le inquadrature si fanno sempre più slavate.

Pensi che invece la tua raccolta di diapositive sia pristina e intatta, con gli stessi colori e la stessa precisione di venti-trenta-cinquanta anni fa quando è stata scattata la foto? Non starei così tranquillo. I vinili si consumano a ogni ascolto e comunque, anche se letti con il laser, vengono toccati. Tutti hanno presente che succede al marmo di Carrara quando, sui monumenti, ogni passante lascia un lieve tocco del polpastrello. L’Ultima Cena di Leonardo a Milano ha visite contingentate perché persino il respiro dei visitatori va tenuto sotto controllo e in quel caso la scelta dei materiali pittorici non è stata felicissima dal punto di vista della conservazione.

Le nostre cose sono caduche. I nostri dati pure.

Per conservare al meglio i nostri pavimenti ce ne prendiamo cura quotidianamente o quasi. Non si capisce perché i nostri dati siano fatti per essere abbandonati su un disco e, per questo fatto, resteranno intonsi per l’eternità. Non è sul digitale che prenderemo la rivincita contro la nostra condizione umana.

Domani potrebbe cambiare. Sono allo studio cristalli olografici che si autoriparano e contengono, se non per sempre molto ma molto a lungo, in volumi risibili una quantità immensa di informazioni. Analoga speranza suscitano le memorie organiche, essenzialmente Dna riconvertito a uso archiviazione.

Niente di questo è disponibile a prezzo accettabile e in numeri di massa. Per il momento l’unica soluzione valida per conservare validamente i dati è provvedere regolarmente a ridondare, con più copie, e diversificare nei metodi di memorizzazione. E una cassetta di sicurezza termoregolata, imbottita, sottovuoto, isolata…? Nah. I dati, qualunque sia la tecnologia oggi, piano piano si degradano. Si chiama bit rot, putrefazione dei bit.

Se infine qualcuno fosse veramente testardo e determinato a trovare un sistema di memorizzazione che ci penso adesso e poi non ci penso più, si ricordi che deve essere schermato dai raggi cosmici. Tante buone cose.

Gli asparagi e l’immortalità dei formati

Mio papà aveva una discreta collezione di disegni vettoriali realizzata con AppleWorks, programma che dopo varie peripezie dentro e fuori di Apple non esiste più da anni.

Alcune forme di documenti AppleWorks si recuperano agevolmente con una edizione ’09 di iWork (Pages, Numbers, Keynote), ma non i disegni vettoriali.

Fortunatamente esiste EazyDraw. Bisogna acquistare una versione precisa del software, che è ancora in grado di leggere quei documenti. Successivamente, volendo, si può aggiornare alla versione più moderna di EazyDraw, che offre tante cose in più ma perde quella compatibilità, esattamente come l’hanno persa i nuovi Pages, Numbers e Keynote.

E MacDraw? FreeHand? MacWrite? AppleWriter IIe? Quill di Psion?

Rimango sempre sconcertato da come persone perfettamente responsabili, con intelligenze superiori alla media, titoli di studio qualificati, famiglie funzionali, menti elevate e socialità evoluta si mettano davanti al computer per trasformarsi in sacchi di patate a responsabilità zero.

La responsabilità della lettura nel tempo dei formati che produci è tua. Non è dello sviluppatore, non è della software house, non è di Apple ma neanche di Samsung, non è dello Stato e non è del coniuge. È tua.

C’è una ragione per questo. Se per caso hai un figlio, ne sei responsabile per diciotto anni. Un domani potresti cambiare indirizzo o anche Paese, parlare un’altra lingua, iniziare a viaggiare o smettere, iscriverti a Airbnb e avere un nuovo sconosciuto tutte le sere a russare sul divano. Quali che siano le condizioni a contorno, rimani responsabile di tuo figlio. Lo stesso vale per i tuoi documenti e per il formato in cui si trovano.

Se l’applicazione che lavora con quel formato si aggiorna, è tuo dovere verificare che i documenti restino leggibili. Nel caso, devi provvedere ad aggiornare i documenti secondo un cammino di compatibilità che, se agisci tempestivamente, sarà semplice ed economico. Se lasci passare vent’anni, sarà complicato e costoso.

Ma in che formato devo salvare per essere sicuro che i documenti resteranno leggibili per sempre?

Spiacente, questa sicurezza non c’è. Un buon approccio è salvare nel formato più semplice che hai a disposizione. Un file in formato testo (quindi anche Html, Xml, Markdown eccetera) sarà sempre leggibile nel futuro prevedibile. Per quanto riguarda le immagini, se salvi in un formato molto comune e usato sul web, tipo Png, Gif, Jpeg, Tiff, è pressoché certo che nel futuro prevedibile ci sarà sempre qualche programma che riesce a leggerla. Se salvi in un formato aperto, non proprietà di una azienda, le probabilità a favore aumentano. Tra venticinque anni forse nessuna delle multinazionali che ci forniscono hardware e software esisterà nella forma attuale, ma Html resterà attivo e vitale. Eccetera; è compito di ognuno trovare i formati aperti e supportati che promettono una leggibilità futura.

Attenzione ai formati lossy, che permettono la fruibilità ma distruggono l’informazione. Una immagine Jpeg ha perso una quantità enorme di informazione rispetto all’originale e così un file Mp3.

Attenzione perché alcuni formati aziendali in realtà sono aperti e altri formati complessi non sono che contenitori. Pdf di Adobe non è aperto ma è documentato e consultabile, i file di Pages sembrano ermetici ma in realtà sono Zip con dentro Xml e un’anteprima Pdf, se prendi il testo di un documento LibreOffice e lo incolli in Wordpress appare una struttura Html con dentro testo normale. Un eBook ePub ha una estensione che, cambiata in .zip, permette di aprire una cartella contenente essenzialmente Html, ovvero testo.

Futuro prevedibile perché per sempre non esiste, è una costruzione mentale. Tuo figlio potrebbe andare in gita con la scuola e tornare con un bernoccolo. È improbabile che succeda, ma può succedere e niente può eliminare la possibilità (se lo chiudi in casa, si farà un bernoccolo in qualche altro modo).

Quando la frittata è fatta e ti ritrovi con formati del secolo scorso, ci sono varie linee di azione. Ci sono emulatori, ci sono macchine virtuali, ci sono posti che tengono in funzione macchine del passato con programmi del passato, ci sono programmi misconosciuti che leggono formati misconosciuti. GraphicConverter ha perso un po’ dello smalto che aveva come programma di elaborazione della grafica, ma come coltellino svizzero per aprire i formati grafici più assurdi e incredibili, non lo batte nessuno.

Rimane una legge ahimé ineludibile, composta da due articoli.

  • La responsabilità è tua.
  • Più a lungo ignori il problema, più la soluzione sarà complessa e costosa.

L’autore del programma cui ti sei affidato ha tanta relazione con i documenti che produci quanto gli asparagi e l’immortalità dell’anima: nessuna.

Gli asparagi e l’immortalità dei supporti

La mamma di un mio amico ha vinto un iPhone 7 facendo la spesa All’Esselunga. A me è capitato di sentire che due persone hanno vinto un iPhone 7 mentre mi trovavo al bar dell’Esselunga. Io non ho vinto un iPhone 7 All’Esselunga; in casa ne abbiamo uno (non mio) e lo abbiamo acquistato All’Apple Store. Un mio amico ha acquistato un iPhone 7, ma online. Un altro mio amico non ha comprato iPhone 7 ma ha un contratto con Vodafone che gliene lascia usare uno per due anni.

Nessuno di noi ricava dalla propria esperienza personale una completa rappresentazione della realtà. Se pensassi che gli iPhone 7 si comprano, tutti, sarei smentito dalla mamma del mio amico. La quale, se immagina che tutti gli iPhone in giro siano stati vinti facendo la spesa, è in errore.

E adesso, chiedo scusa per la lunga premessa, veniamo ai dischi rigidi e in generale al tema della conservazione dei dati.

Ti trovi bene con Seagate? Bravo. Ti si è rotto un LaCie? Mi dispiace. Consiglieresti a tutti un Western Digital? Buon pro ti faccia. La tua esperienza personale (la mia, quella di chiunque) conta zero virgola zero zero zero zero zero zero zero zero uno e così il tuo consiglio. Molto meno di così a dirla tutta, ma basta il concetto. Nessuno di noi ricava dalla propria esperienza con i dischi rigidi (Ssd, audiocassette, floppy disk) una completa rappresentazione della realtà.

Per esempio: Backblaze (servizi di backup online) ha una base installata di quasi ottantamila dischi e raccoglie costantemente i dati sul loro funzionamento. Le statistiche del 2016 riguardano un miliardo di ore di funzionamento e registrano quasi duemila guasti, sugli ottantamila supporti, nei dintorni del due percento.

I dati sono consultabili per tipologia di disco, dimensione, fabbricante.

Hai una vasta esperienza di dischi, con i tuoi ottanta supporti? Ammesso che tu abbia una documentazione completa e articolata, vale un millesimo di quella di Backblaze. Quando avrai fatto le tue analisi altre novecentonovantanove volte, inizieranno ad avere un qualche valore. Prima ti dirò che la mamma di un mio amico, iPhone 7 lo ha vinto all’Esselunga.

Tra lei e le dinamiche di acquisto degli iPhone esiste la stessa relazione che regola i rapporti tra asparagi e immortalità dell’anima descritta da Achille Campanile, o tra Apple Pencil e Surface Pen: non c’è niente in comune.

Così come tra la tua (mia, di chiunque) rispettabilissima esperienza personale con i dischi e la rappresentazione completa della realtà.

A seguire altre sezioni dell’argomento, sempre dominate dallo stesso tema: l’esperienza personale informatica sta alla realtà complessiva come gli asparagi all’immortalità dell’anima.

Utile e più utile

È già la seconda volta in poche settimane che un disco tra quelli di casa dà problemi e Utility Disco riferisce l’impossibilità di ripararlo, solo che poi neanche lo reinizializza.

Ed è la seconda volta che apro diskutil, il quale sistema le cose in souplesse.

Linko la pagina del manuale perché ne consiglio vivamente la lettura. Costa mezz’ora di concentrazione, dopo di che si è praticamente imparato a usare sempre e comunque diskutil al posto di Utility Disco.

Per i più frettolosi, alla fine della pagina man ci sono gli esempi pratici. L’ho già scritto e lo reitero.

Neanche si avvicinano

Grave errore oggi: ho dedicato a Facebook più di sette minuti.

Mi sono trovato a discutere di uranio impoverito, dei numeri di versione di macOS e di tutta una serie di altre sciocchezze.

Nel frattempo Marco aveva usato Facebook in modo migliore, con la sua testimonianza diretta di uso di iPad Pro e Apple Pencil.

Ce ne sono tante, di alternative: da quelle più economiche (Wacom Creative Stylus più tablet qualsiasi) a quelle più costose (i nuovi tablet Wacom da 16”), ma semplici e intuitivi come Apple Pencil e iPad Pro non ce n’è. Not even close.

Not even close, nemmeno si avvicinano. Devo imparare a lasciare Facebook ai frustrati e usare quel tempo per fare cose belle.

Aggiornamento: theoksantiago segnala questo bellissimo articolo sull’esperienza di Kyle Lambert, illustratore, con iPad Pro. Da leggere e da guardare. Lui sembrerebbe un professionista.

Invisi ai naviganti

Mi dispiace per la foto, poco chiara a causa dei sobbalzi dell’auto, la scarsa luce e l’obsolescenza dei mezzi.

Si intravede comunque il navigatore di serie del veicolo indicare un orario di arrivo che si discosta di un’ora da quanto indica iPhone, su un viaggio di due ore.

Aveva ragione iPhone, poiché circa un quarto d’ora più tardi il navigatore di serie ha aggiustato il proprio orario di arrivo. Ma un quarto d’ora è tanto, o è lento, secondo come si vuole interpretarlo.

La forza di iPhone sta nel poter assumere dignitosamente qualunque veste, da quella fotografica a quella di assistente di viaggio. Ma se surclassa l’equipaggiamento dedicato, vuol dire che è ancora più forte. Oppure, che i fabbricanti non hanno capito e producono oggetti per il loro fatturato, più che per i propri clienti.

iPhone contro navigatore