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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Presto, feste

Domani la vita ricomincia, ma oggi davvero è festa.

Da poco è passata la mezzanotte che ho già ricevuto un dono incredibile e inaspettato e mancano poche ore a un raduno di famiglia dove, a un certo della vita non è scontato, ci sono tutti tranne chi sta vivendo una esperienza unica molto lontano.

Per quello che è l’oggi posso solo ringraziare qualcuno, qualcosa, nessuno, non importa: importa ringraziare.

E così spero di te. Che possa essere un Natale di gioia e leggerezza.

(Una battaglietta a Polytopia, comunque, mettila su).

Buona festa!

Regali gratuiti e una morale a costo zero

Quando sei su Mac da trentacinque anni è difficile avere sorprese e vorresti sempre scoprire qualcosa di nuovo e interessante, solo che spesso non succede (più).

Quando arriva Vectornator: un vettoriale innovativo nell’interfaccia, di buonissime possibilità anche se al primo impatto richiede pazienza, gratuito e disponibile sia su iOS che su Mac.

Per me, che ho bisogno del vettoriale due volte scarse l’anno e certamente sono più che soddisfatto da una scelta decente gratuita, è un salto di qualità notevole. Fino a ora sono andato avanti con Inkscape oppure, per le cose veramente troppo semplici, con… Pages. Vectornator è una bella sorpresa per il 2020 e la regalo a tutti quelli che non hanno la necessità di pagarsi Illustrator o programmi commerciali impegnativi.

Una cosa, su Mac: Vectornator richiede come minimo Catalina. Non sono ancora passato a macOS 10.15 per motivi che spiegherò dettagliatamente a tempo debito e mi sono entusiasmato per Vectornator su iPad Pro.

La morale però è chiara: aggiornare ti porta anche novità che altrimenti non avresti.

Manuali e automatismi

Propositi per il nuovo anno? Al momento ho solo uno di quelli vecchi: approfondire la lettura del manuale di emacs, che peraltro è borderline con il masochismo.

Eppure, nei giorni in cui c’è chi si preoccupa della mancanza di coesione tra macOS e iOS nel momento in cui si permette agli sviluppatori di portare facilmente il software del secondo sopra il primo, trovo che la soluzione sia davvero padroneggiare di più e meglio quello che sta alla base del sistema.

C’è una pagina del 2006, Personalizzare il sistema testuale in Cocoa, che è assai più corta e indolore del manuale di emacs, ma spiega una marea di cose in modo veloce e comprensibile, compresa la pletora di combinazioni di tasti non dichiarate ufficialmente ma presenti in macOS e nelle sue applicazioni.

Vengono, guarda caso, da emacs.

Torno al manuale. Per capire tanti automatismi che ancora non conosco.

L’era dell’acquario

Il New York Times ha dedicato uno dei suoi notevoli speciali web al decennio in cui la tecnologia ha perso l’orientamento e, oltre a non mantenere le sue promesse, ha preso in vari casi direzioni inquietanti, sulla privacy dei navigatori così come sulle tecnologie di sorveglianza indiscriminata.

C’è molto da leggere e in particolare pezzi come le rievocazioni di Phil Schiller e Walt Mossberg sulla nascita di iPad, o Regis McKenna che ricorda come cambiò il confronto con Apple quando Tim Cook divenne amministratore delegato al posto di Steve Jobs. Schiller racconta di come in Apple si chiesero che computer avrebbe potuto costare meno di cinquecento dollari, essere di qualità e offrire un’esperienza gradevole, per rispondersi che avrebbero dovuto tagliare aggressivamente.

La nascita e il successo di iPad si devono alla volontà e capacità di eliminare il non necessario, invece che decidere di mettere più funzioni possibile a scapito della qualità.

Ma divago. Voglio dire un’altra cosa: il Times ha sprecato una grande occasione per spiegare il motivo che ha trasformato la tecnologia, da panacea per il progresso, in una strega da cacciare.

Semplice: per anni, per decenni, chi se ne occupava, chi ci lavorava, chi la comprava, era una piccola frazione del totale. La tecnologia era una boccia di vetro nell’oceano.

Quando lo spazio sembrava poco e si sentiva la necessità di crescere, era facile: bastava una boccia un po’ più grande. Appena fuori da quella piccola c’erano nuovi compratori, nuovi spazi.

Non funziona più perché la boccia si è allargata fino a comprendere la totalità delle acque disponibili. Tutti hanno un computer in tasca, i programmi disponibili sono talmente tanti che il loro numero non conta, da domani o dopo avremo talmente tanti indirizzi IP che il loro possesso varrà poco o nulla, dopo che per mezzo secolo sono stati una risorsa da tesaurizzare e usare con giudizio. Aree vergini non ne esistono più e comunque si guadagna meglio a fornire servizi migliori a chi già è cliente che sfruttare giacimenti di consumatori cinesi, indiani, africani che al più daranno qualche punto percentuale extra nei bilanci e non altro, grane escluse.

Come si cresce? Nessuno di chi c’è stato dentro fino a oggi era abituato alla nuova risposta: a spese di un altro come te. Concorrenza. Strategia. Efficienza. Quello che nell’alimentare sanno da secoli, nell’automobile da decenni.

Nella tecnologia nessuno lo sapeva, erano tutti abituati a pescare giusto un po’ più lontano. Nessuno era stato abituato a parità di condizioni competitive, rispetto delle regole comuni, interoperabilità. Neanche al rispetto delle leggi, dato che il potere per metà trascurava il settore, per metà non lo capiva. Sicurezza? Via, per qualche hacker. Non si vedeva la possibilità di colpire il programma nucleare di uno stato o intraprendere un programma di sorveglianza capace di brutalizzare la libertà di un miliardo di persone.

Cambierà, nel tempo, con fatica e con perdite. Il punto è che non si è perso l’orientamento. Non c’era mai stato. Arriveremo all’era dell’Acquario agognata dagli hippy, con pazienza, quando saremo usciti dall’era dell’acquario dove un’azienda di tecnologia poteva più o meno permettersi tutto e ignorare chi aveva davanti, vicino, sopra o sotto.

Loro non sanno chi sono io

Il valore degli annunci pubblicitari pubblicati su Safari sarebbe sceso del sessanta percento in due anni, da quando Apple ha iniziato a dotare Safari della Intelligent Tracking Prevention, protezione contro il tracciamento indebito della navigazione web a fini di profilazione.

Il resto del mercato pubblicitario è rimasto sostanzialmente quello che era e la cosa potrebbe giovare a Google o a Facebook, che di misure a protezione della privacy di chi naviga non ne mettono, o le mettono in modo che ad approfittarne siano programmaticamente in molto pochi.

Intelligent Tracking Prevention non impedisce la profilazione, che ha un senso; se proprio dobbiamo vedere pubblicità, meglio che sia centrata sui nostri gusti invece che sparata a caso. Il punto è come si vengono a conoscere i gusti.

Se facciamo la spesa da CostoMeno e abbiamo la carta fedeltà, CostoMeno fa ragionamenti su quello che compriamo e propone magari sconti specifici che ci potrebbero interessare più di altri. Ci sta. Se però CostoMeno ci mettesse alle calcagna un investigatore che spiffera che cosa compriamo quanto entriamo da ComproTutto, sarebbe poco simpatico. È quello che fa Intelligent Tracking Prevention: il sito che vende pantaloni guarda quello che facciamo sulle sue pagine, ma non può (più) seguirci quando ci trasferiamo sul sito che vende giochi da tavolo.

Cosa che invece è diventata la regola sul web, dove un sito potrebbe avere anche decine di tracker impiccioni che rivelano i nostri comportamenti ad altrettanti terzi incomodi.

Il rapporto linkato a inizio post spiega che le aziende hanno a disposizione altri mezzi per creare pubbblicità mirata. Per esempio, seguire il cliente sul proprio sito, che è cosa onesta e ragionevole; magari seguirlo bene, in modo che sia disposto a condividere più informazioni per essere servito meglio.

Così vincono tutti in un gioco più onesto, più equo per le piccole realtà che mancano della malizia tecnica e strategica dei colossi del web. Safari e Intelligent Tracking Prevention riportano l’anarchia del web a un livello più accettabile e simile a quello del mondo fisico; mossa di questi tempi assai apprezzabile. È giusto che chi naviga goda di un ragionevole rispetto della propria privacy e ci si arriverà in molto tempo, con pianto e stridore di denti da parte di aziende senza scrupoli.

Però la marcia è finalmente cominciata.

Un futuro non compresso

È apparsa ironia varia sulle opzioni di espansione di un Mac Pro che possono portare il prezzo sopra i cinquantamila euro. Trovo che la risposta più seria sia stata scritta da MacDailyNews:

È un Mac professionale, non un giocattolo. Queste macchine sono per professionisti che spendono molto, molto più del costo di un nuovo Mac Pro e di Pro Display XDRs in fotocamere, treppiedi, illuminazione, equipaggiamento audio, tecnici eccetera. C’è stato un tempo in cui compravamo sistemi Avid Media Composer e Symphony che costavano con facilità l’equivalente di due, tre o anche quattro Mac Pro di oggi superaccessoriati e anche muniti di stand Apple Pro per gli schermi. Se devi chiedere quanto costa, Mac Pro non è per te; si presume che a te serva un iMac, un Mac mini o un MacBook Air.

Ho sentito varie volte commentare oramai siamo al top, che altro vuoi mettere in un computer? e invariabilmente, anno dopo anno, abbiamo visto computer sempre più potenti e sofisticati del momento in cui pareva di avere toccato il punto più alto, insuperabile.

Stavolta ho sentito una novità: chi ha bisogno di una macchina del genere per editare audio o video, che tanto li guardano con un telefono?

Anni fa, di fronte all’ennesimo non c’è più niente di nuovo da mettere in un computer, profetizzai arriveremo alla fine della crescita dell’informatica quando sparirà la compressione dei dati e non era del tutto una sciocchezza.

Abbiamo computer da tasca che fotografano e filmano con raffinatezza impressionante e poi… producono una immagine Jpeg. Sistemi audio mai così evoluti, alle prese con Mp3. In compenso, chi lavora davvero professionalmente si ritrova con Raw da centinaia di megabyte, foto misurate in gigapixel, video che vanno ottimizzati per gli 8k e quindi vanno ripresi in qualità superiore per poterlo fare in tranquillità. Se Mac Pro può lavorare con mille tracce audio contemporanee non è per vantarsene al bar: qualcuno, magari a Hollywood per carità, ma qualcuno ne avrà davvero bisogno. E potrebbe avere da spendere centomila dollari in hardware all’interno del budget di una produzione che conta di incassare milioni.

In altri comparti, ci sono ricercatori e sviluppatori che aspettavano una macchina da riempire di Ram ultraperformante per fare cose turche con macchine virtuali locali, o calcoli che non vogliono o non possono eseguire nel cloud.

Insomma, negli ambiti professionali di fascia molto alta abbondano (relativamente al proprio campo) persone che hanno bisogno di potenze disumane per lavorare su file immensi. Il fatto che poi questo ricada in uno streaming supercompresso di Spotify è una questione differente.

Tra vent’anni avremo AirPods o chi per loro, forniti della potenza di elaborazione di un iPhone attuale. Ciononostante, la grande maggioranza delle persone continuerà a usare dati compressi. Di converso, serviranno Mac Pro da cinquecentomila dollari.

E non mancherà il rosicone che ci ironizza sopra.

Chi non vuol sentire

Che bello leggere Asymco: ieri il vento ha ripulito il cielo e l’aria nei dintorni di casa mia e Horace Dediu ha questo potere di fare lo stesso, rendendo evidenti tendenze che lo sarebbero se i media non si muovessero come i proverbiali ciechi che si reggono a vicenda e finiscono nel fosso (con tutto il rispetto eh).

Dediu mostra come sia stato iPod a cambiare la percezione di Apple presso il grande pubblico e iniziare la grande crescita che ha portato a oggi.

Le forze di marea che hanno portato Apple dove si trova oggi, nella storia, sono state Apple ][, Mac, iPhone, iPad. E iPod, da nessuno ricordato se non da chi tiene conto delle cifre.

Cifre alla mano, nonostante la reticenza di Apple nel collegare precisamente gli incassi ai prodotti, la prossima forza trainante per Tim Cook e compagnia sarà… AirPods.

A breve, gli AirPods avranno realizzato più di quanto abbia fatto iPod.

C’è una conseguenza mediale: a breve sentiremo gente blaterare di Apple che non pensa più a Mac perché troppo impegnata sulle cuffiette.

Gente che diceva la stessa cosa di iPhone.

E che le cuffiette antirumore le ha indipendentemente da che cosa si trovi dentro le loro orecchie. Proprio non ci sentono e soprattutto non vogliono sentire.

L’Ottusa muraglia

Potrebbe essere una notizia migliore, perché l’amministrazione statale cinese rinuncia a Windows entro il 2022 non perché ci sia di meglio, ma per questioni politiche e commerciali.

È il diktat di un regime oppressivo, non una scelta basata su criteri ragionevoli.

Nondimeno, Windows sparirà dal trenta percento dei computer di stato entro il 2020, il cinquanta percento entro il 2021, l’ultimo venti percento per fine 2022.

Il punto è che si può fare. Si parla di un numero tra venti e trenta milioni di postazioni. Dire enorme è poco.

Oltre la Grande muraglia faranno a meno di Windows. Misteriosamente non avranno problemi di compatibilità, formati di interscambio, standard di diritto e di fatto, tradizioni aziendali e altre inezie.

Eppure so che domani uscirà di casa e continuerò a trovarmi di fronte l’Ottusa muraglia di quelli che senza Windows non si può vivere, la scelta obbligata, lo standard industriale, tutte le solite cazzate.

Sono cazzate. E il governo cinese, oltre a non andare per il sottile con chi disobbedisce, è pesantemente pragmatico. Se ordinano di farlo, è fattibile. Se decidono di farlo, comunque, è perché gli conviene.

Quelle piccole attenzioni

Ho scritto al supporto di Bare Bones perché da un paio di versioni BBEdit non mostra correttamente a video il logo Apple che si ottiene da tastiera con Opzione-Maiuscole-8.

Nel documento il carattere è corretto e, per esempio, si vede giusto nella pagina Html prodotta nel browser a partire da un file Html o Markdown. Ma nella finestra di BBEdit appare solo un punto interrogativo rovesciato.

Mi hanno risposto subito.

Mi hanno ringraziato per avere scritto ancora (ovvero hanno verificato che sono un cliente storico. Per la precisione, in vent’anni avrò scritto al supporto quattro volte, non quattrocento).

Mi hanno spiegato con precisione che si tratta dell’effetto indesiderato di una modifica e che la prossima versione di aggiornamento sistemerà le cose.

Mi hanno chiesto se desidero essere informato quando è disponibile una versione preliminare dell’aggiornamento di BBEdit che sistema le cose.

Mi hanno fatto gli auguri di Natale a nome di tutti.

Sono minuzie e di supporti tecnici gentili, tempestivi e competenti se ne trovano tanti.

Eppure l’esperienza complessiva rimane un gradino sopra al 99 percento del resto. Per piccoli dettagli, magari carinerie. Eppure fanno la differenza, sembra di parlare con conoscenti anche se li ho incrociati una sola volta nella vita ed era nello scorso secolo.

It still doesn’t suck.

Dove eravamo

ZdNet ha proclamato il Device of the Decade, l’aggeggio del decennio: iPad.

Annunciato il 27 gennaio 2010, ovvero all’inizio degli anni Dieci che si chiudono tra tre settimane.

Il sito celebra a modo suo, con il titolo Perché ci ha messo nove anni ad avere il proprio sistema operativo?.

Le domande da porre sarebbero altre. Apple è stata accusata di avere smarrito la strada dell’innovazione e l’idea del device of the decade rimasto tale per dieci anni sembrerebbe un appoggio alla tesi.

Non fosse che nel frattempo sono stati lanciati Apple Watch, AirPods, AirPods Pro, due Mac Pro di alterne fortune ma riprogettati da capo a piedi, gli amati odiati Servizi di ogni tipo…

Dove erano tutti gli altri in questi dieci anni? Se Apple non fa più innovazione, come mai nessun altro ha superato iPad durante tutto questo tempo?

C’era anche il vantaggio del sistema operativo che ci ha messo dieci anni per arrivare. Per altri, non è mai neppure partito.

Il tempo per programmare

Il fatto stesso che 9to5Mac titoli Tim Cook è in Giappone a incontrare sviluppatori di app di età tra i tredici e gli ottantaquattro anni dovrebbe farci (ri)pensare al ruolo della programmazione come fatto della vita e elemento di cultura generale, più che di specializzazione o strettamente professione.

Masako san e Hikari san sono eccezioni, sicuro. Per quanto ancora?

Interessante anche la visita di Cook a una scuola primaria, dove evidentemente fanno qualcosa meglio che insegnare a usare Office.

Schermo piccolo, gente mormora

C’è Dr. Drang che si diverte a scrivere un programmino in Python per risolvere la prova di abilità linguistica di una trasmissione televisiva.

(Programmino nel senso della lunghezza; la dissertazione è interessante e certamente ci ha speso sopra ben più di un quarto d’ora).

Alla fine mostra un output del programmino.

Su un iPhone, dentro Pythonista.

La sensazione è quella di un computer al lavoro sul software che gli è stato ordinato di eseguire. Ma forse mi sbaglio ed è solo un telefono.