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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Cuore di polso

È terminato lo studio congiunto di Apple e università di Stanford sull’individuazione con Apole Watch di irregolarità cardiache e specialmente fibrillazione attuale.

I risultati sono tecnicamente buoni ma è la cosa che interessa di meno. L’elemento che dovrebbe destare più sensazione è invece l’ampiezza della partecipazione, oltre quattrocentomila partecipanti. Non si era mai potuto allestire uno studio ugualmente controllato e di dimensioni analoghe.

Dei quattrocentomila, circa duemila hanno ricevuto notifiche di irregolarità nel battito e il consiglio di farsi visitare più accuratamente. In molte di queste situazioni, una visita successiva ha individuato fibrillazione attuale, una condizione pericolosa da monitorare.

C’era anche chi temeva una alluvione di falsi negativi e un assalto inutile alle strutture mediche, con spreco di tempo e risorse. Non è avvenuto.

Gli Apple Watch in gioco erano fino alla versione 3, cioè senza funzione Ecg che, almeno in teoria, dovrebbe restituire più accuratezza dei Led verdi.

Per quanto Apple insista a ricordare che non si tratta di apparecchiature mediche e che non bisogna crearsi diagnosi a casa sulla base dei dati di Apple Watch, sappiamo che lo deve fare per non ingenerare false aspettative e per evitare grane legali. Tra dieci anni questa sarà una disruption di prima grandezza, con tanti business di comodo che andranno in frantumi e tante posizioni di retroguardia improvvisamente scoperte di fronte ad apparecchi che possono prendersi cura di una persona ventiquattr’ore al giorno, condizione oggi sostenibile da parte della sanità solo per brevi tratti e per poche persone.

Tanti si ritroveranno a vivere più a lungo, che oggi non possono. Alla fine, l’unica cosa che conti, che smuova il cuore in quanto sede di emozioni, è questa.

In viaggio con Wi-Fi - la barra

Volo da Monterrey (Messico) a Houston (Texas), organizzato da United. Il Wi-Fi di bordo è dotazione di serie. È persino funzionante prima del decollo e mando alcuni messaggi con grande tranquillità.

Ci alziamo in volo e la connessione scompare, giustamente perché l’idea è che il servizio funzioni in quota. Raggiunta la quota, provo a caricare una pagina web. La barra di progressione si lancia con entusiasmo verso metà percorso e poi si ferma, per non dare più segni di vita sino all’atterraggio.

Inviare messaggi dalla posta di decollo (con il Wi-Fi di bordo, intendo) è un inedito gustoso. Certo, i cento minuti successivi potevano essere migliori.

In viaggio con Wi-Fi - la piccolezza

Volo di qualche ora tra Stati Uniti e Messico; la connessione wireless a bordo viene molto pubblicizzata e c’è perfino una spia luminosa dedicata al Wi-Fi, come quella per il divieto di fumo o l’obbligo di allacciare le cinture.

Di più; ai tagli di banda a pagamento si aggiunge anche una promozione straordinaria per la sola messaggistica, disponibile gratis.

Tiro fuori iPad Pro, lancio iMessage e non funziona. Lo steward, interpellato, armeggia con disinvoltura nelle impostazioni dell’apparecchio, per farmi sapere che sarebbe meglio parlare con il supporto via chat.

Sempre con iPad Pro, apro la chat (che funziona benissimo) e vengo a sapere che la promozione gratuita sulla messaggistica riguarda unicamente gli smartphone. Penso a iPhone chiuso nel bagaglio a mano dentro la cappelliera, al mio posto finestrino e alle due persone che dovrei fare alzare per togliermi lo sfizio. Ringrazio per il chiarimento, ricevo la proposta di un coupon per acquistare Internet a metà prezzo e finisce qui.

Sicuramente la connessione funziona, a diffferenza di quanto accaduto con Air France. I prezzi sono paragonabili. Certo, se fai una promozione sui messsaggi, fai miglior figura se la fai sui messaggi. L’idea di farla solo per i telefoni odora un po’ di voglia di profilazione aggressiva.

In viaggio con Wi-Fi - la grande truffa

Tratta intercontinentale Parigi-Detroit e viene naturale collaudare il Wi-Fi di bordo. Anche perché, la sera precedente, i sistemi di Air France si erano rifiutati di effettuare il check-in online, restando irraggiungibili per alcune ore prima di concedersi. Pér una grande compagnia aerea si tratta di una situazione come minimo inusuale.

In sostanza, una truffa. Nominalmente abbiamo a disposizione tre opzioni di navigazione, cinque euro, dieci euro e venti euro, rispettivamente per venti megabyte, cento megabyte, duecento megabyte di dati. Provo ad acquistare il taglio inferiore, ma non c’è verso di effettuare l’acquisto. Il meglio che riesco a ottenere è un messaggio di momentanea indisponibilità. Un’oretta dopo riprovo senza esito, due ore più tardi uguale. Me ne disinteresso e lavoro offline per come posso.

Di fianco a me una ragazza ostinata con portatile e telefono continua a provare a riprovare. In dodici ore riuscirà a ottenere l’acquisto del taglio da venti euro, che riuscirà a sfruttare per sette mega su duecento prima che il sistema si blocchi definitivamente. Almeno tre interventi del personale di bordo sembrano avere portato niente più che empatia e probabilmente un qualche tipo di rimborso.

Su una tratta di quel tipo, su sedili Premium Economy spaziosi, con prese per la ricarica e intratteniménto in volo personalizzato a buon livello, un fiasco così sembra problematico.

Triplo multitasking

Due app su iPad Pro in modalità affiancata e lo sapevo. Mi scappa un dito che striscia da destra ed ecco apparire la terza app, in modalità galleggiante.

Già avere le app affiancate è un progresso sostanziale nella produttività con iPad. La terza finestra è meno determinante ma aggiunge possibilità ulteriori.

Inutile dire che, da questo punto vista il modello da 12”9, è scelta clamorosamente superiore. Mai avuto ripensamenti e questo è un colpo direi decisivo.

In viaggio con Wi-Fi

Passerò diversi giorni tra Stati Uniti e Messico e sono curioso soprattutto di verificare le condizioni dei Wi-Fi di bordo sugli aeromobili.

Sono passati i tempi quando dovevi spegnere spietatamente ogni apparecchio elettronico durante il decollo pena alluvioni e invasioni di cavallette. Apparentemente, gli aerei continuano a stare in aria nonostante la presenza di passeggeri che comunicano e, se disgraziatamente cadono, lo devono a fattori ben più importanti.

Sarà interessante.

Tutto e dovunque

Merita attenzione il lavoro di PureOS, impegnata nel sogno utopico eppure necessario di offrire una piattaforma interamente libera, open source, dal primo hardware all’ultimo software. Attenzione doppia nel momento in cui annuncia un framework che rende responsive le app come fossero siti web; in funzione dello schermo in cui si trovano i menu si allargano, restringono, diventano pulsanti, spariscono per essere suscitati da un gesto eccetera. Il codice è uno solo e la app offre sempre la migliore interfaccia possibile.

Risultato lodevole per una iniziativa che non ha miliardi da spendere e si regge sull’entusiasmo. Diverso è pensare che siano più avanti degli altri. Steve Throughthon-Smith, che è uno sviluppatore solitario e miliardi da spendere ugualmente non ne ha, ha appena presentato lo strumento Marzipanify, che sfrutta il lavoro di Apple (progetto Marzipan) dedicato a fare funzionare su Mac le app di iOS per applicarlo velocemente alle app già esistenti.

Questo lavoro è inevitabilmente provvisorio perché Apple cambierà tutto quello che ritiene sia da cambiare mentre ci si avvicina al raduno mondiale degli sviluppatori, Wwdc. Eppure la fattibilità è dimostrata e si tratterà solo di smussare gli angoli dì Marzipanify per arrivare agli utenti comuni.

Nota interessante: l’evoluzione va evidentemente nella direzione di avere app che girano dovunque e non un sistema operativo comune tra desktop e mobile. Cioè vanno in fumo anni di sciocchezze propalate da analisti e giornalisti davvero poco preparati sull’idea dell’inevitabile fusione tra iOS e macOS.

Dove funzionano computer da tasca oggi si trovano iOS oppure Android, che hanno come contraltare sul desktop macOS oppure ChromeOS. C’era anche Microsoft, unica a sostenere l’idea del sistema operativo unico. Oggi il sistema operativo Microsoft, a livello di computer da tasca, è irrilevante.

Giusto un promemoria per i ragazzi di PureOS che sono gente simpatica. OK le app, ma è meglio un sistema operativo dedicato all’apparecchio su cui gira che un ibrido con la pretesa di fare funzionare tutto e dovunque come se i compromessi n0n facessero più parte del lavoro di sviluppo software.

In viaggio con Wi-Fi

Passerò diversi giorni tra Stati Uniti e Messico e sono curioso soprattutto di verificare le condizioni dei Wi-Fi di bordo sugli aeromobili.

Sono passati i tempi quando dovevi spegnere spietatamente ogni apparecchio elettronico durante il decollo pena alluvioni e invasioni di cavallette. Apparentemente, gli aerei continuano a stare in aria nonostante la presenza di passeggeri che comunicano e, se disgraziatamente cadono, lo devono a fattori ben più importanti.

Sarà interessante. Spero.

Riparare il linguaggio

La progettazione dei MacBook Pro soffre o soffriva di un problema causato dall’usura prematura dei cavi che collegano il video alla scheda logica e su iFixit, che vive attorno alla riparazione degli oggetti hardware, non pare vero di poterlo chiamare flexgate: il nuovo scandalo da mettere sulla bocca di tutti, la nuova parola d’ordine da giocarsi ogniqualvolta possibile, per darsi l’aria di saperla lunga, di parlare il gergo degli iniziati.

Solo che la parola flexgate, così affascinante e sensazionalista, forse dà anche fastidio; è infatti presente nel titolo della pagina, ma non nel titolo dell’articolo. Sa di modifica effettuata a posteriori. Senza alcuna prova per affermarlo con certezza, si può nutrire il dubbio che sia dovuto a commenti di questo tenore:

A latere: il termine “flexgate” suscita in me una forte reazione negativa. Il Watergate fu uno scandalo enorme che portò, unica volta nella storia, alle dimissioni di un Presidente americano. Anche nel contesto delle riparazioni tecniche problematiche, questo difetto fatica a qualificarsi come scandalo di qualsiasi tipo. È un problema frustrante ma relativamente minore, che Apple deve ancora risolvere. Giusto lamentarsene, ma non tutti i lamenti si meritano il suffisso “gate”. Il termine usato in questo modo perde di significato e alimenta scorrettamente l’idea che Apple abbia commesso qualche azione orribile.

Commento discutibile magari, però circostanziato. Lo leggi, fai due più due e forse concludi che a gonfiare troppo uno scandalo che non lo è rischi di alienarti lettori, magari lettori intelligenti ed equilibrati nel giudizio, più preziosi del becerume che fa massa.

Ho scritto soffriva perché sarebbe arrivato un correttivo alla situazione, in forma di un cavo video due millimetri più lungo di prima, come tale più adatto ad assecondare le ripetute aperture e chiusure dello schermo.

Ma sia chiaro: è un tentativo di soluzione senza ammettere che esista il problema, specifica il titolo. Il meme che vuole le aziende informatiche renitenti ad ammettere un problema è invulnerabile a qualunque attacco della realtà, la quale mostra spietatamente che un programma straordinario di riparazione gratuita costa molto meno di un danno alla reputazione causato da un numero molto elevato di prodotti difettosi. In mancanza di programmi di riparazione, si deve supporre che il problema sia circoscritto e quando cento persone manifestano un problema, su un milione di macchine vendute, significa che il problema è circoscritto.

Lo hardware, comunque, si cambia. Il modo di trattare questi temi sui media, una volta la carta e oggi i pixel, sembra invece impossibile da riparare. Ci vorrebbe un iFixit per il giornalismo.

Andare in bianco

Condivido con John Gruber l’idea che il restyling del logo di Slack sia stato un grande errore.

Non me ne sarei mai occupato se lo sfondo viola dell’icona su iOS non fosse stato sostituito da uno sfondo bianco.

Criticare un logo è uno sport da sempliciotti. Bisognerebbe sapere o almeno intuire di estetica, colore, proporzioni e un sacco di altre discipline, o stare dignitosamente zitti.

Sperimentare una mancanza di funzionalità tuttavia è tutt’altra cosa. Secondo Slack, la modifica rende più leggibili le notifiche nel badge dell’icona.

Sono utente intenso, soddisfatto e appassionato di Slack, lo promuovo ovunque e i suoi pregi superano largamente i difetti. La nuova icona, però letteralmente non la vedo nel Dock di iPad Pro. Per accorgermi che c’è, mi ci vuole una seconda occhiata.

Posso essere l’unico al mondo a riscontrare questa esperienza. Pazienza, sarò l’unico al mondo a dire che il nuovo sfondo bianco è fantozzianamente quella cosa pazzesca.

In doppia cifra

Onore e stima perenni per Dr. Drang, rafforzati dal fatto che solo lui può arrivare a scoprire come BBEdit sappia recuperare da una espressione regolare fino a novantanove risultati parziali e, per conseguenza, sarebbe meglio richiedere questi ultimi con un numero a due cifre, per non incappare in equivoci anche sottili, difficili da cogliere.

Onore e stima perenni a BBEdit per farlo e, in generale, avere un eccellente supporto per le regex. Cambiano la vita a chi scrive e, più in generale, a chi amministra sistemi.

Cose che (non) contano

Pare che si stia vendendo un watch ogni secondo, in accordo alle stime – da prendere con pinze per il lavoro in fonderia – di Strategy Analytics.

watch coprirebbe la maggioranza assoluta del mercato, lasciando il secondo – Samsung – al tredici percento, poco più di un quarto rispetto al cinquantuno.

Cose che contano pochissimo o non contano. Sarebbe facile linkare gli scettici di qualche anno fa e metterli a confronto con una stima da tre milioni di unità vendute al mese. Poco interessante; è successo con iPod, con iPhone, iPad, è successo sempre in questo secolo. Quelli della prima ora brontolano e piano piano vengono lasciati alla loro incompetenza.

Pare che Phil Schiller, il responsabile marketing, possa permettersi di bocciare un’idea o un progetto dicendo o scrivendo semplicemente NFW, no fucking way.

Sembra una nozione di nessun conto messa in un articolo sulla mappa del potere interno ad Apple giusto per aggiungere pepe a una minestra insipida.

Tuttavia la giudico significativa perché, sulle orme di Steve Jobs, la cosa più importante per le prossime fortune di Apple e di chi ne adotta i prodotti è che si sappia dire no a tutte le idee e le proposte non indispensabili. Che poi avvenga in modi poco urbani, posto che sia vero, è pura nota di costume.