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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Venti anni e non sentirli

L’ultima volta che Microsoft ha scritto un browser per Mac dovevamo entrare ancora in questo secolo e per Apple era quasi questione di vita o di morte.

Venti e più anni sono passati invano, perché Microsoft ci riprova, con un ircocervo basato sul motore di Chrome che per ragioni sconosciute uno dovrebbe installare invece di installare Chrome e la promessa di essere Mac-like.

Se non altro, Apple è in buona salute e Microsoft promette bene solo sul lunghissimo termine, quando finalmente ci saremo liberati di Windows e sarà una degnissima azienda che vende degnissimi servizi di cloud senza l’idea del dominio totale globale.

Chiamatemi se, e quando, Edge supporta AppleScript.

Libri, storie e storie di libri

Mi scuso per la peraltro rara autopubblicità: sono particolarmente orgoglioso di segnalare la partenza del nuovo sito Apogeonline.

Orgoglioso perché è stato un lavoro lungo e complicato, con mille variabili. La base dati preesistente era sparsa su diverse piattaforme, su diversi sistemi, con diversa organizzazione, e lo sforzo per uniformare e categorizzare è stato imponente. Non esisteva un e-commerce diretto, che ora c’è, e alle tradizionali attività di editoria libraria e webzine si sono aggiunti i corsi, che aprono un fronte di business inedito per la casa editrice Apogeo.

Voglio precisare che il mio coinvolgimento è stato minimo e il lavoro pesante e concreto lo hanno svolto altri. Ma ho dato molto volentieri il contributo che mi è stato chiesto, per quanto piccolo, e sono parte della squadra. Quindi, orgoglioso.

Particolarmente orgoglioso perché, come ho detto, uno dei risultati è la razionalizzazione di oltre quindicimila articoli pubblicati su Apogeonline nel corso di una storia che parte dal secolo scorso. Alcune serie storiche di articoli erano virtualmente impossibili da ritrovare sul vecchio sito; altre erano inaccessibili, nel senso pratico della parola, e quindi non curate e non aggiornate.

Questa grande mole di articoli ora si ritrova sotto una unica interfaccia, è omogenea nella veste, è interamente categorizzata nonché disponibile per l’editing, le correzioni, gli aggiornamenti, per nuovi collegamenti a nuove risorse, per la costruzione di nuovi percorsi di lettura. È un tesoro culturale enorme nel forziere della storia italiana dell’informatica e, assolutamente, non da tutti.

Come addetto ai contenuti di Apogeonline ora mi aspetta da domattina un lavoro consistente, fatto di contenuti nuovi da generare e vecchi da coltivare. Ne sono molto felice. Creare storie attorno alla tecnologia mi appassiona da sempre e, altezzosamente quanto con candore, trovo che Apogeonline si sia sempre distinta dal mucchio.

Chi volesse fare un giro sul sito, che era fermo da prima di Natale mentre dietro le quinte ferveva il lavoro di costruzione della nuova versione, si accorgerà di molti cambiamenti, spero in meglio. Un feedback sarà ovviamente gradito. Grazie!

Volta la carta

Volta la carta si vede il villano…

Dunque, Apple non fa più innovazione. Invece di lavorare esattamente al computer che volevo io come lo volevo io al prezzo che volevo io (oggi il criterio per definire l’innovazione sembra diventato questo), perde tempo con fregnacce come una carta di credito Apple. Steve Jobs non avrebbe mai fatto una cosa del genere.

Peccato che, racconta Ken Segall, già dirigente di Apple, Steve Jobs ci ha provato eccome, nel 2004, quindici anni fa. Semplicemente non ci è riuscito.

Come si fa allora ad aver ragione? Beh, capovolgo il ragionamento. Apple non fa innovazione perché Tim Cook e compagni non riescono a creare niente di nuovo. Perfino il progetto della carta di credito Apple lo aveva già concepito Steve Jobs!

Ed ecco che la premessa è sempre vera. Se Jobs ha fatto una cosa, viene copiato. Se non l’ha fatta, non è innovazione.

Volta la carta e il gallo ti sveglia…

Affari, di Quora

Da tempo l’amico Akko ricava più denaro con il web che con la divulgazione.

La divulgazione, peraltro, lo appassiona comunque ed è per questo che, morte le riviste Apple tradizionali, continua a scrivere indefesso.

Tanto che ha aperto Apple e il resto del bigoncio, uno spazio su Quora, social basato sulla premessa fai una domanda e qualcuno ti risponde.

Akko, poteva essere diversamente?, fa sul serio e risponde a domande su domande, tutte in ambito Apple, come la maggior parte dei sedicenti commentatori Apple italiani neanche riuscirebbe a immaginare in un sogno bagnato.

Chi è in cerca di informazione vera, seria, entusiasta su Apple dovrebbe investire più tempo su Quora chez Akko e meno su certe trappole per erogare pubblicità mediocre con il pretesto di informare.

Idee da computare

Oggi sono dalle parti di TEDxModena (e saluto molto volentieri chi fosse presente).

Faccio lo spettatore. Se fossi stato uno speaker avrei probabilmente tenuto una presentazione sul web che vorrei. Per dire che dobbiamo semplicemente trovare quello che merita, usarlo e mantenerci degni di quello che ci viene offerto.

Uno degli esempi che avrei fatto è WolframAlpha, il motore di ricerca computazionale che compie dieci anni proprio oggi. Niente tracciamenti, niente spazzatura, niente forum di scimmie urlatrici, niente fake news, niente pubblicità invasiva.

Cioè moltissimo. Uno specchio dello spirito con cui è partita Internet e che dovremmo ritrovare dentro noi, prima di chiedere alcunché fuori da noi.

Strip Different

Più che la festa per l’apertura formale di Apple Park, più che il ricordo di Steve Jobs, più che il concerto – pare – di Lady Gaga, quello che mi porto a casa dal resoconto di MacRumors è che la struttura del palco a strisce arcobaleno è stata progettata dal team di Jony Ive.

È fatta per essere smontata e montata in tempi molto brevi. Nonché per essere riconoscibile da altre, un palco Apple.

Un palco progettato da un’azienda impegnata per mestiere su tutt’altro. Che però non disdegna di avere le idee più che chiare su come debba essere costruito il proprio quartier generale. E così le scale di vetro dei propri negozi. Oppure, appunto, lo stage per uno o più eventi speciali.

Si può pensare, nel bene o nel male a scelta, che sia un’azienda come tutte le altre?

Tu chiamale se vuoi evasioni

Nella eccellente analisi di Horace Dediu sullo stato di Apple e di iPhone colgo questa perla:

Dal lancio di iPhone, le vendite di Apple hanno raggiunto 1,918 trilioni di dollari, circa mezzo trilione dei quali si è accumulato sotto forma di reddito.

Di questo mezzo trilione di guadagni, 360 miliardi sono andati agli azionisti e 131 miliardi sono stati pagati in tasse.

Equivale a una tassazione sul reddito del ventisei percento circa.

Si può ovviamente discutere sulla percentuale e se sia etica, appropriata o altro.

Però, quando si parla delle evasioni o elusioni fiscali di Apple, si dovrebbe quanto meno alzare un sopracciglio. O l’analisi di Dediu è numericamente sbagliata, cose che fatico a credere una volta letto l’articolo, o in effetti Apple le tasse le paga. I tredici miliardi chiesti all’Irlanda dalla Commissione Europea sono il dieci percento della cifra di cui sopra, giusto per contestualizzare.

Un classico che emoziona

World of Warcraft come è oggi è impegnativo e appassionante.

Così come è nato quindici anni fa, chiedeva pazienza e restituiva emozione.

Non ho tempo per giocare stabilmente e guardo magari a un giorno nel quale girerò per Azeroth scortato dalle figlie, ma questo agosto WoW Classic lo voglio provare in ogni caso.

Di cose impegnative e appassionanti sono pieno, mentre l’emozione rimane merce rara.

Un non comune sentire

A seguito dello sproloquio di ieri comprendente IA Writer, devo riportare il dettaglio dei miglioramenti tipografici apportati al programma.

Lo trovo entusiasmante da un punto di vista ideale, indipendentemente dal gradimento o meno per i nuovi font. I quali però sono espressamente studiati per consentire variazioni e aggiustamenti in quantità praticamente infinita per figurare al meglio su ogni apparecchio e in ogni configurazione. Ci sono compensazioni automatiche delle spaziature orizzontali e verticali, un lavoro appassionato per arrivare a un font che riunisca le caratteristiche migliori di monospaziato e proporzionale insieme.

Dove si capisce che la strada è interessante, è qui:

La parte folle è che probabilmente non ti accorgerai di niente. Però lo potresti sentire.

I font sono su GitHub, scaricabili gratuitamente.

A una software house indipendente, che potrebbe tranquillamente cavarsela con un menu di otto font abituali, veramente non so che cosa si potrebbe chiedere di più. Anche solo scaricare i font, che non costa niente, è un sostegno per quanto piccolo alla loro causa, che oggi è tangente alla causa per la buona tipografia.

Forse non si vede, ma la tipografia è una causa cruciale. Perché si sente.

Sviluppi editoriali

Non è solo che Editorial manca da tempo di aggiornamenti significativi: scrivo molto e dunque le antenne sono sempre ritte nella direzione di programmi interessanti per scrivere su iPad come piace a me.

Questo articolo di MacStories mi ha riacceso l’interesse verso IA Writer, che non ho mai considerato e però ha messo nel tempo dalla sua parte un componente importante: la tipografia. Che si aggiunge a flessibilità e potenza notevoli, come scrive Viticci:

[La configurabilità del programma] mi consente di lavorare su articoli del team di MacStories in un text editor che supporta un modello personalizzato simile nell’aspetto al sito vero e proprio.

La cosa che mi trattiene è l’esistenza del programma per qualsiasi piattaforma concepibile, il che mi fa dubitare della effettiva efficacia di IA Writer su una piattaforma specifica. D’altronde di Viticci ci si può solamente fidare.

Intanto un piacevole effetto collaterale dell’articolo è stata la scoperta di Kodex, editor gratuito che si deve ancora sgrezzare – per esempio non conta le parole o i caratteri – e però promette moltissimo su alcuni aspetti, per esempio l’uso delle espressioni regolari e la modalità di lavoro multicursore. L’ho scaricato perché so che non lo userò in pianta stabile, ma mi tornerà utile.

Grazie ai pionieri

Interessante e centrato il punto di vista di Dave Winer:

In 1985, Apple fece qualcosa di audace e ambizioso: incluse la capacità di collegarsi in rete in tutti i Mac che costruivano. Significa che, se le interfacce di programmazione (API) fossero state facili da adottare per gli sviluppatori, su Mac sarebbe arrivata una grande ondata di applicazioni di networking solo per Mac. Non ho dubbi sul fatto che il web sarebbe partito su Mac, magari anni prima che accadesse su NeXT. Ma le API di networking erano impenetrabili, per cui solo pochi sviluppatori […] riuscirono a usarle.

È un bel riassunto del senso di Apple nel mondo tecnologico e anche dei suoi difetti. Apple ha mostrato al mondo che tutti i computer dovevano avere una scheda di rete. Il mondo ha brontolato, criticato, stravolto il messaggio e – con anni di ritardo – lo ha adottato.

È successo in tante altre occasioni. Apple ha mostrato ovviamente a tutti che serviva una interfaccia grafica su uno schermo bitmap e poi che serviva Usb (nessuno se lo filava, prima di iMac), ma anche milioni di colori, uno schermo sensibile al tocco sul telefono, l’elenco sarebbe lungo. Il meglio di Apple è quando mostra la strada al mondo, usualmente un mondo miope (ricordi quando sembrava imprescindibile un lettore Blu-ray sui portatili? E prima ancora un floppy disk?).

Il difetto di Apple è che a volte dimentica la propria stessa natura. Se sei pioniere, ma rendi il tuo lavoro incomprensibile e inaccessibile, quel lavoro si perde.

Pionere resti sempre, però.

La giusta angolazione

L’ho già detto, iPad Pro 12”9 è a stare larghi una delle tre migliori macchine che abbia usato nella vita. Lo uso del tutto intercambiabilmente con il Mac ed è un piacere assoluto.

Uso pochissimo gli animoji invece, ne avrò inviati tre da novembre, dei quali uno di prova.

iPad Pro non ha il notch degli iPhone serie X; l’hardware di riconoscimento facciale è nascosto nella cornice, sul lato corto dove si trova il pulsante di accensione.

Questo implica che, se sveglio l’apparecchio mentre sta in posizione orizzontale, FaceID richiede che punti lo sguardo verso destra o verso sinistra, dove si trovano i sensori. Appare una freccia a indicare la direzione dove guardare e un avviso nel caso la fotocamera sia coperta dal palmo della mano. Analogamente, se iPad sta in verticale con la fotocamera in basso, un messaggio avvisa di guardare in giù (senza volerlo scientemente verificare, è facilissimo impugnare l’iPad Pro 2019 in modo da ignorare dove stia la fotocamera).

Sembrerebbe tutto scontato e invece ho inviato il quarto animoji. Con mia totale sorpresa, ottengo l’effetto di guardare nell’obiettivo se lo faccio verso il centro dello schermo.

Evidentemente il software effettua una sorta di compensazione e permette di guardare in camera anche se la camera si trova a lato.

Ciò non accade quando mi identifico con FaceID. È aperto il dibattito sul fatto che il software di gestione degli animoji sia più recente e sofisticato di quello di autenticazione, oppure se per qualsivoglia motivo si desideri evitare di avere uno strato software di elaborazione dei dati di FaceID al momento di autenticarsi. Il che sembrerebbe anche comprensibile.

In tutti i casi, si è trattato di un classico Apple moment, quelle cose che ti sorprendono perché accade esattamente la cosa giusta in modo naturale. It just works. Accadono ancora.