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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

La gallina

Un classico del mondo Windows quando si fa notare l’avanzata di Apple nelle aziende è l’alzata di spalle seguita da qualche frase fatta attorno al luogo comune di standard di mercato.

È che un articolo di Computerworld fa a pezzi il luogo comune di cui sopra con una serie di dati e di aziende che non avevo mai visto tutti assieme, a formare un quadro impressionante se si pensa all’irrilevanza che per decenni hanno attribuito ai Mac.

Lascio il piacere della scoperta dei contenuti. Mi limito a riportare che vengono citati nomi come Ibm, Sap, Walmart, Delta, General Electric, Bank of America. I numeri di adozione sono sempre significativi. La ragione del cambio di marea?

Il trionfo del pensiero a lungo termine sui benefici immediati.

Le aziende più evolute e consapevoli hanno capito che la gallina di domani vale più dell’uovo oggi. E pianificano negli anni invece di vivere alla giornata.

Le volpi del marketing

C’è molta sollecitudine nel criticare iPhone X prima che arrivi in vendita e prima che sia stato possibile collaudarlo. Se fosse pieno di difetti sarebbe più che giusto segnalarlo; è bene sapere che lo schermo di un Pixel 2 XL non è il massimo.

Ma appunto, a seguito di una prova con la macchina in mano. Così, sulla carta, somiglia più a sollecitudine di qualche reparto marketing concorrente. Come se gli argomenti a favore dei propri prodotti non bastassero e ci volesse anche del discredito verso quelli degli altri.

Non per niente le critiche più sospette riguardano proprio le funzioni dove iPhone X, sempre sulla carta, è decisamente più avanti. Secondo Bloomberg, Apple avrebbe abbassato le specifiche dei componenti hardware di Face ID per via delle difficoltà incontrate dai fornitori nel produrre componenti all’altezza.

Se è vero, ce ne accorgeremo e faremo tanto di cappello a Bloomberg. Ora la mancanza di verificabilità della tesi, assai generica nella sua articolazione, insospettisce.

E il modulo di machine learning Core ML, che secondo Wired potrebbe essere usato da un aggressore per carpire segreti collegati alle foto? Come nota iMore, le foto sono a disposizione di qualsiasi app qualificata e quindi un aggressore avrebbe molta più comodità e comfort a usare il proprio modulo, su un server fidato, invece di rischiare di farsi scoprire a usare le risorse dell’apparecchio. Ovvero, si solleva un problema inesistente rispetto a un altro fiore all‘occhiello di iPhone X.

Quasi come a cercare di degradare l’immagine di iPhone X in modo preventivo, prima di qualsiasi vero riscontro.

Quasi come se fossero certe piccole volpi del marketing a parlare dell’uva e darla per acerba vista l’impossibilità ad arrivarci.

Leggi che ti passa

A seguito di una ricerca complicata ho finito per aprire su iBooks la raccolta degli ebook pubblicati da Apple.

Non posso dire di essere sorpreso; però bisogna averla davanti per crederci. Vorrei avere davanti quelli che lamentano la mancanza del manuale per dire loro che ce sono a centinaia, in millemila lingue compreso l’italiano, aggiornati.

Poi i testi sulla programmazione, Swift in prima fila.

E l’education, iTunes U, i programmi per gli insegnanti e le scuole. E chissà quant’altro, dato che è umanamente impossibile scorrere con attenzione l’elenco intero e sicuramente manca qualcosa.

Così tanto da imparare e giornate così corte.

Donne di polso

È davvero una bella e inaspettata lettura l’articolo di Serenity Caldwell su iMore dedicato ai computer da polso, alias smartwatch, con quadrante piccolo.

C’è anche una tabella superinteressante in fondo.

Il problema è che l’articolo, pure ben scritto, è anche davvero lungo. Così provo a riassumerlo in grande sintesi.

Tante donne, ma anche diversi uomini, hanno un polso piccolo. watch da trentotto millimetri è più piacevole da usare della versione a quarantadue millimetri.

Solo che praticamente non esistono alternative a watch sulle dimensioni ridotte. A parità di funzioni tutti i concorrenti sono più grandi e a parità di dimensioni si trovano meno funzioni (non sono veri computer da polso, ma sottoinsiemi).

La situazione era così tre anni fa, quando è nato watch, ed è rimasta uguale. In tre anni i concorrenti di watch non hanno trovato il modo di offrire le stesse funzioni nelle stesse dimensioni.

Forse che Apple ha un qualche vantaggio tecnologico sul resto del mondo?

E poi vengono a dirti che tutti i computer sono uguali e ci faccio le stesse cose e costa meno. Certo, ma hai al polso l’equivalente tecnologico – scrive Caldwell, non io – di uno schiavettone. E allora il prezzo si spiega meglio.

Felice di trascriverla

Ho sempre cercato un servizio di speech-to-text decente per trascrivere in forma di testo file audio raccolti durante interviste, presentazioni, podcast.

Lo cerco decente perché quello perfetto non esiste; mi basta un buon compromesso di affidabilità e possibilità di arrivare in tempo ragionevole a un transcript ragionevolmente buono.

Forse l’ho trovato con HappyScribe. Il servizio è a consumo, con un prezzo assolutamente accessibile di nove centesimi di euro al minuto; gli ho dato in pasto un file da oltre quaranta minuti e me la sono cavata con poco più di quattro euro, prezzo più che equo.

In cambio c’è non solo il file testo, cioè il minimo sindacale, ma anche una interfaccia web semplicissima dove è possibile eseguire editing manuale del transcript restando sincronizzati con la traccia audio.

L’editing è veramente essenziale, ma è quello che serve e permette di arrivare a esportare sul computer una trascrizione testuale che finalmente esenta dalla noiosa sbobinatura.

Faccio girare; se serve, è una possibilità a basso costo. Inoltre, proprio per questo, collaudarlo con spesa modica per valutare l’effettiva rispondenza al bisogno è semplicissimo.

Il Delta delle decisioni

Eravamo rimasti ai trentaseimila computer da tasca Windows Phone diventati insostenibili per la polizia di New York e sostituiti da iPhone.

Adesso sappiamo che la compagnia aerea Delta cestinerà ventitremila Nokia e quattordicimila Surface a favore di altrettanti iPhone e iPad Pro.

Mentre a New York si è trovato subito il capro espiatorio nella persona del responsabile informatico Jessica Tisch, a livello di Delta non si sa chi abbia preso nel 2014 la luminosa decisione di adottare hardware da buttare tre anni dopo a decine di migliaia.

Un tocco, un voto

Rifuggo totalmente da considerazioni politiche in merito al Referendum sull’autonomia lombardo e invito i commentatori a rifuggirne in egual modo.

Voglio invece registrare il fatto tecnologico. Che il sistema sia valido o meno, sicuro o colabrodo, costoso o economico, frega niente da un punto di vista sistemico. È una questione di iterazioni e di contesto; se il colore degli apparecchi fosse sbagliato, domani qualcuno potrebbe rifare la stessa cosa con il colore giusto e la portata dell’avvenimento resterebbe tale e quale.

L’avvenimento è che per la prima volta, in ambito istituzionale e con numeri di questa portata (milioni di aventi diritto al voto), si vota con il tocco su una tavoletta.

Si dà per scontato che quanti si saranno presentati ai seggi si troveranno sufficientemente a proprio agio con una tavoletta da poter votare (e ai promotori, ovviamente, interessa che questo avvenga nei numeri più elevati). L’interazione con uno schermo touch è stata promossa a forma di comunicazione basilare al punto da applicarla al voto.

Dietro a questo fatto c’è una evoluzione culturale enorme della popolazione. In meglio o in peggio, è altra questione. Da oggi, per l’istituzione, toccare lo schermo vale quanto trascinare la matita. I regolamenti su elezioni di altro tipo rimarranno comunque tiranni a lungo; tuttavia ignorare questo segno dei tempi, a livello tecnologico, sarà sempre più difficile.

La vertigine dell’abisso

Pomeriggio trascorso a cercare di installare Archimista su un Mac aggiornato, diciamo così, a Snow Leopard (10.6.8).

Gli sviluppatori, bontà loro, hanno creato unicamente i file eseguibili per Windows; tuttavia persone volonterose hanno redatto una guida all’installazione su Mac. Sì, il software è stato realizzato con componenti open source e la ragione per cui i binari esistono solo per Windows è la pigrizia, o l’incapacità, o la cattiveria, boh.

I dieci passi della guida sono tutti collaudati, solo che sono arrivato a completare il terzo; una tempesta quasi perfetta di errori e circoli viziosi ha consumato quasi tutto il tempo a disposizione.

La faccio breve: sulla macchina in questione, curl dava un errore di certificati e di fatto non scaricava certo software. A parte questo, c’era bisogno di git, che non si poteva installare perché da Internet arrivava un file con compressione xz. xz era installato, ma Homebrew – attraverso cui accadeva tutto – non riusciva ad accedervi e ogni tentativo di risolvere la situazione restituiva errori di permessi apparentemente insormontabili.

Così tentavo di installare ex novo xz, solo che Homebrew dava per scontata la preesistenza di git, il quale non poteva essere installato senza xz…

Passo dopo passo ho installato git autonomamente, fuori dall’ambito di Homebrew; poi ho eradicato a mano qualsiasi traccia di xz dalla macchina, per procedere a una vera reinstallazione radicale. Il sistema ha mosso obiezioni, ma ho cambiato i permessi sempre a mano, nonché temporaneamente, per tacitarlo.

Infine, con un colpo di fortuna, ho capito che il problema dei certificati consisteva in un file di autorizzazioni che era presente, solamente vuoto. Nella documentazione di Homebrew ho trovato la soluzione al caso e finalmente ho potuto cominciare l’installazione vera e propria.

È ancora presto per vantarsi di avere fatto girare Archimista su Mac e tuttavia ho scoperto varie cose interessanti sull’uso del Terminale per installare software. Ho anche verificato che, se si dispone di codice già scaricato, è sufficiente piazzarlo nella cartella delle cache di Homebrew. Lui si accorgerà che il pacchetto è già presente, invece di cercare di scaricarlo da un sito che non è più attivo (una delle condizioni a contorno che ha reso ancora più saporito il pomeriggio).

Lavorare con il Terminale può diventare infernale, quando si finisce in situazioni circolari come quella appena vissuta, dove puoi fare a solo quando avrai completato b, il quale dipende da c, che non parte senza a.

Contemporaneamente, Homebrew è una sorta di nirvana del mondo Unix, con una capacità di descrivere errori, problemi e soluzioni chilometri avanti a qualunque altro software abbia mai usato. Fa venire la voglia di provare il brivido dell’abisso, seppure consci che si rischia di non risalire mai più.

Dammi due parole

Affascinante spiegazione sul Machine Learning Journal di tutto quello che succede dietro le quinte e dentro il processore quando il microfono capta il segnale Ehi Siri.

Solo due parole, ma occorre una unità dedicata che stia tutto il giorno a controllare se vengono pronunciate, che non si tratti di un falso allarme, nel rispetto della durata della batteria e con la velocità giusta per emulare una normale conversazione: obiettivi impegnativi nel programmare un iPhone, che diventano sfida quando c’è di mezzo un watch con risorse computazionali, a confronto, limitate.

Il commento più pertinente è quello di John Gruber:

Machine Learning Journal è la nuova Apple “aperta” al suo meglio.

Android invecchia bene

È venuta alla luce una vulnerabilità detta Krack che mette in pericolo di intercettazione un numero enorme di reti Wi-Fi.

Tutti i produttori si sono attrezzati e chi non aveva già provveduto a mettere in sicurezza la situazione lo sta facendo; nel giro di poche settimane il problema non sussisterà più. Ovviamente parliamo di sistemi operativi aggiornati all’ultimissima versione e all’ultimissima patch dell’ultimissima versione.

Come racconta Ars Technica, Android 6 è particolarmente vulnerabile. Si usano espressioni come colpito duro e devastante.

Se oggi un apparecchio Android usa la versione 6, Marshmallow, significa che quasi certamente non verrà mai aggiornato. La versione più recente di Android è la 8, Oreo, due passi più avanti.

La versione più recente di iOS è la 11. Due passi più indietro, per confronto, c’è iOS 9.

Le probabilità che oggi un apparecchio con iOS 9 venga aggiornato a iOS 11 sono certo molto basse.

L’unico problema è che iOS 9 è utilizzato dal nove percento delle utenze. Uno su undici.

Marshmallow è impiegato dal trentadue percento delle utenze. Uno su tre.

Aggiungo che la percentuale di chi usa uno iOS sotto la versione 9 è il due percento.

La percentuale di chi usa un Android sotto la versione 6 è il cinquanta percento.

Evidentemente sono sistemi che invecchiano bene. Forse giusto un po’ duri d’orecchio sulla sicurezza, via.

L’accerchiamento

Microsoft ha presentato Surface Book 2, con prezzo a partire da 1.499 dollari (e un quindici pollici parte da 2.499 dollari).

Ho ricevuto intanto il comunicato stampa, datato 16 ottobre, che annuncia in preordine il nuovo Mate 10 Pro di Huawei a partire da 845 euro, ma soprattutto Mate 10 Porsche Design, disponibile dalla metà di novembre a 1.395 euro.

Apple è accerchiata. Se vuoi dire che Windows o Android costano meno e fanno le stesse cose, lo puoi dire gratis (fanno le stesse cose) trovando una ciofeca che costa meno.

Se invece vuoi dire che la qualità di Windows o di Android è pari a quella Apple, puoi fare notare che ci sono sistemi di prezzo paragonabile, se non superiore.

Quello che mi torna a fatica è l’intersezione degli insiemi. Vorrei sentire qualcuno smontare Surface Book 2 o un Mate 10 con la motivazione che puoi pagare molto meno e avere un apparecchio che fa le stesse cose.

Oppure qualcun altro che smonti le ciofeche con la dimostrazione evidente della maggiore qualità di questi apparecchi.

Non ne ho ancora trovati. Windows e Android sono ancora Shangri-La, la terra dei sogni dove quando serve puoi dire che costa meno e, quando cambia il vento, dire che c’è la qualità. Tutto e il suo contrario.

Una redazione e quattro Mac

L’immagine qui sotto mi arriva (grazie!) da Matteo che commenta:

Proviene dalla redazione di un nuovo settimanale francese, Ebdo, dove, come puoi notare, stanno utilizzando i soliti Mac non professionali…

Riunione di redazione a Ebdo