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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Povere famiglie

Di ritorno da una trasferta di un’oretta salvo traffico pesante, ascolto la radio più ascoltata in Italia e sento la pubblicità di una (s)vendita di Office 365 per famiglie al prezzo scontatissimo di 59,99 euro.

È vero che ci sono poveri e ricchi, le disuguaglianze, le difficoltà a macchia di leopardo, la crisi per alcuni mentre altri prosperano e così via. Focolari dove l’euro e ventinove provoca esitazioni e altri che spendono più in giochi che in televisione a suon di canoni e acquisti in-app.

Il punto non è l’importo. È lo spreco.

Girare l’Italia in camper, fermarsi nelle piazze, erogare corsi gratuiti di TextEdit dal titolo Word, ciucciami il calzino. È il sogno a occhi aperti che faccio in queste occasioni.

E poi, ove necessario, Pages e Numbers, o LibreOffice. Seminare cultura e intelligenza, insegnare alla gente come esistano fogli di calcolo che accettano espressioni Python, oppure progettati per il web e la collaborazione, così come LaTeX offre le funzioni di cura del proprio elaborato che Word non avrà mai neanche se lo riscrive un clone di Richard Stallman.

Combattere una povertà, quella di nozioni decenti di tecnologia digitale, che fa a volte più paura di quella economica. Perché quest’ultima è questione di risorse, ma con le risorse si può risolvere. La prima è questione di ignoranza, un difetto di cui il cittadino medio va orgoglioso senza capire il danno che si provoca da solo.

Povere famiglie, quelle che buttano soldi per comprare Office 365.

Fifty-fifty

Non ho cominciato ieri a usare Mac come desktop e iPad come portatile, ma quasi sette anni fa.

Ciò che è cambiato è sicuramente la percentuale del lavoro che svolgo su una o l’altra macchina. Prima Mac faceva la parte del leone e iPad serviva unicamente a mantenere il flusso delle cose durante gli spostamenti.

Oggi la percentuale di lavoro è pressoché in equilibrio, metà qui e metà là.

Le capacità di Mac non sono diminuite in alcun modo, anzi: con Mojave mi trovo benissimo e anche un modesto Mac mini come l’attuale procura tranquillamente tutte le soddisfazioni che cercavo, anche inaspettate: prima di avere problemi con Safari posso aprire approssimativamente il quadruplo delle pagine aperte sul vecchio MacBook Pro, per dire. Non ho ancora raggiunto un conteggio di applicazioni aperte nel Dock tale da mandare in crisi la macchina, quando quella precedente iniziava a dare chiari segni di stanchezza dopo le venticinque.

E il dibbbattito su iPad capace o meno di sostituire Mac? Trovo che nel tempo appaiano sempre più commenti sensati, l’ultimo dei quali è firmato su MacStories da Ryan Christoffel.

Uno dei peggiori errori che si possono fare con un nuovo computer à dare per scontato che tutto funzionerà come in quello vecchio. Proprio come il passaggio da PC a Mac procura alcuni fastidi […], spostarsi su iPad comporta costi di transizioni sensibili.

Il punto, però, è non fermarsi lì; passato il primo impatto, abbracciare la filosofia di uso di iPad può rivelarsi vantaggioso. Non per tutti, certamente per qualcuno sì. Dove le modalità di utilizzo sembrano meno snelle che su Mac, le nuove Shortcut sono spesso preziose, basta volerle comprendere. Alcune cose continuano a essere più svelte su Mac, altre invece lo sono su iPad. Ieri ho disegnato al volo uno schemino in una riunione. Dentro le Note, senza un programma specifico e con il dito invece che con Apple Pencil. Risultato pienamente rispondente alle aspettative del momento. Se avvenisse con regolarità invece che mai – nel mio caso, chiaro – penserei molto più seriamente di prima a una Apple Pencil.

Ho anche lavorato alla valutazione delle competenze digitali di un gruppo di lavoro; sostanzialmente ho posto domande, registrato audio, preso appunti, fotografato momenti estemporanei della situazione. Il vecchio iPad proiettava slide che davano il ritmo e io svolgevo tutte le altre attività su iPad Pro, senza problemi e soprattutto con invasività zero, dato che lo schermo è molto vicino alla superficie della scrivania e mancano barriere, reali o percepite, tra intervistato e intervistatore.

iPad non è un sostituto di Mac, non sempre, non per tutti. Ma è un computer con tutti i crismi.

Vantaggi evolutivi

Scrivevo nel lontano ottobre 2013 del primo computer da tasca al mondo con processore a sessantaquattro bit, iPhone 5S. Per capirci, ero fiero del mio iPad di terza generazione, il primo con schermo Retina, quello che oggi trovo lentissimo a confronto di iPad Pro. È passato davvero tanto tempo, anche ingegneristicamente.

iOS ha supportato le app a trentadue bit per qualche anno, ma dal 2017 non sono più ammesse.

Ed ecco che Google annuncia la transizione di Android ai sessantaquattro bit. Comincia il prossimo agosto, tra soli sette mesi. E va avanti, con eccezioni e interrogativi vari, fino al 2021.

Alla prossima occorrenza della domanda che cosa fa iOS che Android non faccia a costo minore, c’è una risposta aggiuntiva: avere quattro anni di vantaggio evolutivo sulla concorrenza.

Nessuno lo saprà

A DuckDuckGo, il motore di ricerca alternativo che protegge la privacy di chi lo consulta, hanno deciso di appoggiarsi alle Mappe di Apple per cercare luoghi e locali.

All’insegna della massima privacy: Apple non riceve i dati della ricerca, né li ricevono terzi qualsiasi. Appena usati i dati necessari a soddisfare la ricerca, DuckDuckGo li dimentica. Nessuno oltre a noi saprà in che ristorante volevamo andare questa sera.

Sarà un caso che Apple sia l’unica multinazionale della tecnologia con un forte ed effettivo impegno a rispettare la privacy di chi usa i suoi prodotti e trovi una sinergia con DuckDuckGo? No, non lo è. E probabilmente tra cinque anni avrà fatto una differenza notevole nel valore di quello che vende, a prescindere dal prezzo.

Grazie a Massimo per la segnalazione!

Coincidenze alternative

Rileggevo Fraser Speirs che parla del suo passaggio da iPad e MacBook a un Pixelbook, sulla base di quanto è divenuto importante per la sua attività il software Google e quanto iOS manchi di usabilità e completezza quando si voglia usarlo “come un computer”.

Prima di rileggerlo ho passato una giornata di intenso lavoro su Google Sheets sul mio iPad Pro, collegato a una tastiera Bluetooth fisica. La quantità di cose che Google Sheets fa su iPad e NON fa tramite una tastiera collegata a iPad è ingente.

Lo stesso Speirs riconosce che le applicazioni della GSuite di Google non sono molto buone. E scrive sono dispostissimo a credere che non sia colpa di Apple.

Lo credo anch’io, dal momento che vedo su iPad programmi perfettamente dotati di comandi per tastiera fisica, a decine. Il produttore di computer alternativi a iPad fa funzionare male il proprio software su iPad. Che coincidenza.

Lui passa a Pixelbook, dice, perché se dovesse scegliere tra rinunciare a GSuite e rinunciare a iPad sceglierebbe la seconda strada. Io non lo so. GSuite è difficile da sostituire con piena soddisfazione, ma ci si riesce anche se dovendo cumulare più diverse alternative. Ci sono molto alternative; parziali, certo, però molte.

Mentre sostituire un iPad significa mettersi nello zainetto un coso Android o un Surface. Altre alternative non ce ne sono.

Pensare in piccolo

Non ho pensato abbastanza in piccolo, quando ho scartato l’idea di un browser su watch.

Non me ne ero accorto, infatti, ma watchOS 5 ha portato WebKit, il motore Html che sta sotto Safari, anche sugli watch dalla serie 3 compresa in su. E nel giro di neanche tre mesi siamo già ai consigli per ottenere il meglio con le immagini.

Certo, non c’è il browser vero e proprio, si potrebbe cavillare. Tuttavia è chiaro che Apple considera ragionevole presentare contenuto web su watch. In effetti, uno dei link sopra porta a un articolo di MacRumors che spiega come accedere a una pagina web arbitraria via computer da polso. A leggerla, effettivamente suona tutto ragionevole e avevo proprio sbagliato io.

La scoperta della semplicità

Con buona pace dei darwinisti fuori epoca, il valore di una piattaforma continua a essere quello che semplifica più di quello che consente.

A dimostrazione il post di Zoë Smith, una cosa talmente corta e sintetica che spiace citarla; ne dai via metà. Eppure è un diamante perfetto.

[Mio marito Fabio] è appena passato a Mac da Windows. È stato deliziato da così tante possibilità che io do per scontate.

L’elenco lo lascio al curioso. La parte importante è il commento. Il grassetto è mio.

Non uso Windows da dieci anni […] Forse tutte queste funzioni sono presenti. Ma non sono state scoperte da Fabio, persona intelligente che usa un computer per svolgere un lavoro che non è una versione più articolata di “usare un computer”.

La conclusione la voglio incidere sulla cornice del monitor, per averla sempre davanti:

Nessun inciampo, nessun ritardo di prodotto, nessun mercato sottoperformante, nessuna barra spazio difettosa prodotta dalla enorme Apple di oggi mi ha portato a credere che l’azienda abbia perso di vista i suoi principî di design.

Qualcuno penserà che Smith sia una svitata qualsiasi, un po’ fanatica di Apple. Vada a visitare il suo blog e il design del suo blog soprattutto, prima ancora di guardare la sezione curriculum.

Stomaci di stato

Tra fine anno e inizio anno le congiunzioni astrali hanno fatto sì che mi occupassi simultaneamente di rinnovo patente, rinnovo passaporto e fatturazione elettronica.

I pregi dell’Italia e degli italiani si notano in molte situazioni diverse. Per vedere il peggio dell’Italia e degli italiani, basta e avanza la burocrazia.

Le procedure a spirale, i controsensi, i paradossi, il lessico, il tempo bloccato e la voglia tignosa di complicare e prevaricare senza mai pagare pegno. La ricerca dell’incomprensibilità e dell’inefficienza come strumento di conservazione del potere. Lo stesso potere che hanno il tarlo sul mobile, la muffa nell’angolo, il frutto che marcisce per primo nella cesta.

Se poi si mette in mano a questi indefinibili la tecnologia, è la fine. Tutto quello che è stato sviluppato finora in ambito tecnologico e digitale è nato all’incirca con scopi di potenziamento o semplificazione. Ma i gattopardi hanno capito l’antifona e hanno aggirato il (loro) problema.

Invece di informatizzare la burocrazia, hanno burocratizzato l’informatizzazione.

Tutto quello che poteva aiutarci è stato rivoltato e storpiato fino a farlo diventare una parodia del servizio dichiarato, che sembra inizialmente una svolta seria e, virgola dopo punto e virgola, ostinazione dopo stolidità, sfarina qualunque credibilità.

Vorrei conoscere qualche autore di questi capolavori procedurali, vedere i diagrammi di flusso sulle loro lavagne, sentire come parlano, cercare di capire come pensano soprattutto, e come si fa a diventare così. Quale percorso di studi, quali esperienze, quali attitudini portino alla totale indifferenza verso logica, buonsenso, consequenzialità.

Mi si dirà che operano in condizioni difficili, che ci sono anche quelli bravi, che tutto è molto migliorato e tutto il consueto armamentario di scuse e cavilli. Per carità, rispetto e compassione. Nonché meraviglia per uno stomaco che fa digerire veramente tutto, condizione necessaria per somministrare senza rimorsi la poltiglia amara a chi si presenta allo sportello.

Prima dovere poi piacere

Spider-Mac ha replicato al mio commento del suo editoriale sul ribasso delle previsioni di fatturato di Apple.

Sarebbe facile controreplicare, perché la risposta è piena di parecchi spunti gustosi, ma appunto; troppo facile.

Invece ne ho approfittato per leggere un po’ di commenti.

Uno specchio fedele della Rete di oggi, polarizzato, basato sulle simpatie e sul partito preso, dove la razionalità è un optional e prevale la reazione istintiva. Con eccezioni, naturalmente.

Avevo accennato alla presenza di pubblicità sul sito ed è sintomatica l’obiezione: un’elencazione del numero di banner presenti nella home o nella pagina dell’articolo, con l’invito a riflettere se siano pochi o tanti.

Il criterio per decidere evidentemente è personale: se due suona poco, allora è poco; se suona molto, allora è molto. La mancanza di un criterio terzo di misurazione sul quale confrontarsi è un altro segno dei tempi e suona simile al criterio di giudizio per cui un iPhone a milleduecento euro sembra molto per nessun altro motivo che milleduecento pare alto. Quindi è alto.

Da premesse così può arrivare solo una conclusione anch’essa in linea con i tempi: pensare che ci siano soluzioni semplici per situazioni complicate. Vendi meno iPhone? Abbassa i prezzi. Viene da pensare al tempo perso dal consiglio di amministrazione Apple, composto da gente che guadagna milioni di dollari probabilmente anche con qualche merito, quando sarebbe bastato così poco.

Una readership di pancia, la pubblicità, il ragionamento spiccio spacciato per rasoio di Occam: tutto congiura per portare Spider-Mac nel novero dei siti tipici di oggi. Quelli che scrivono per lettori che si aspettano di essere blanditi da opinioni in linea con il loro pensiero.

Spider-Mac ha il dovere di piacere, altrimenti i suoi pochi o pochissimi banner perderanno appiglio e i suoi molti o moltissimi lettori si sentiranno insoddisfatti.

Se questo sembra il prerequisito per svolgere un lavoro di qualità, beh, buon lavoro.

Per alcuni lettori di Spider-Mac il sottoscritto è un pezzo da museo, un relitto del passato fermo a Mac OS 9, sostanzialmente anacronistico e irrilevante. Sono sempre tranquillo quando vedo riferimenti alla persona – significa che mancano argomenti concreti – ma, in questo caso, pure contento di avere un’età che mi ha consentito di leggere Orwell:

If liberty means anything at all it means the right to tell people what they do not want to hear.

Nel mio blogghino, sono libero. Auguro a Spider-Mac e ai suoi lettori lo stesso piacere senza doveri.

Spreco e fastidio

Ho già parlato dell’assurdità di tanti codici numerici e alfanumerici inutilmente obesi rispetto al compito che devono sopportare, con spreco immane di banda, tempo macchina, archivi e pazienza di chi li deve subire.

Concludevo che i codici bisognerebbe lasciarli generare e maneggiare al computer, che con la complessità non ha problemi. E riportare la semplicità e la mnemonicità agli umani, che lavorano meglio e più contenti.

Ne ho avuto la riprova in una recente sosta a McDonald’s. Gli scontrini adesso portano un identificatore unico; quello del mio snack, salvo errori, è

truw07ZuRah2bA1I+Z0YIP+DgbaJLbst1dkyUCH3rbw=

Una entità spaventosa, incomprensibile per un umano. Quarantaquattro caratteri che possono essere maiuscoli, minuscoli, numerici o simbolici.

Per semplicità presumo che gli unici caratteri simbolici possibili siano quelli che vedo, + e =. Consapevole che questo tende a limitare il numero possibile di combinazioni.

Stimo dunque che ognuno dei quarantaquattro caratteri abbia 26+26+10+2 varianti possibili (ventisei maiuscole, altrettante minuscole, dieci cifre numeriche e due simboli): totale, sessantaquattro.

I codici possibili su uno scontrino di McDonald’s sarebbero di conseguenza sessantaquattro elevato alla quarantaquattresima potenza.

Lisp o Python non si spaventano di fronte al compito. (Python è già nel Terminale, basta scrivere python per entrare e quit() per uscire. Per elevare un numero a potenza si usa **. Common Lisp, clisp, lo installo con Homebrew (brew install clisp) e uso expt per l’elevazione a potenza. Come si esca da Common Lisp non lo scrivo perché è più interessante rimanervi).

Il risultato è

29.642.774.844.752.946.028.434.172.162.224.104.410.437.116.074.403.984.394.101.141.506.025.761.187.823.616

Capisco che McDonald’s generi un numero astronomico di scontrini, ma questo è troppo astronomico. È impossibile persino concepire un numero vicino ai trenta miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi. Se non ho sbagliato, già mi viene l’emicrania.

Eppure lo genera il computer. Sono fatti suoi. Ho interagito per curiosità e null’altro, niente di esso mi riguarda una volta abbandonato il locale. Uno spreco, ma non un fastidio.

Gli scontrini contengono anche un codice promozionale. Il mio è

MXAE6IXMJ9RFZ

Tredici caratteri, maiuscole o numeri, per trentasei combinazioni totali. Trentasei alla tredicesima potenza, bazzecole rispetto a prima. I codici possibili sono

170.581.728.179.578.208.256

Centosettanta miliardi di miliardi. Pochi o tanti? La catena di fast food ha smesso di contare gli hamburger serviti al clienti nel 1994, al momento di raggiungere i cento miliardi dopo quarant’anni.

Facciamo finta che siano raddoppiati dal 1994 a oggi. Duecento miliardi. Oltre agli hamburger McDonald’s vende infinite altre cose: facciamo duecentomila miliardi. È evidentemente una esagerazione.

Le promozioni scadono. E non ci sono sempre. Presumo comunque che, messe insieme tutte le filiali mondiali, ci siano mille promozioni l’anno. Diciamo che un codice resta valido per un anno, altra esagerazione, e valga ovunque sul pianeta, esagerazione al quadrato. Quanti scontrini si stampano in un anno? Approssimando sulle approssimazioni, pensando alla crescita della catena, considerando solo gli ultimi anni, potremmo dire… diecimila miliardi.

Spreco e anche fastidio. Quel codice lo devo digitare da qualche parte nel sito o nella app e fornisce diciassette milioni di volte la varietà che serve a coprire una versione assai fantascientifica, per gonfiaggio, del business di McDonald’s. Vuol dire che potrebbe essere ben più corto.

Si parla comunque di una attività planetaria, che ambisce idealmente a servire sette miliardi di persone.

Sai che il codice fiscale italiano, pensato per servire una platea cento volte minore, copre un terzo dello spazio combinatorio coperto dai codici promozionali di McDonald’s? E nella sua enormità è pure disfunzionale.

Spreco, fastidio e frustrazione.

Il costo della distribuzione

Molto rumore per Netflix che toglie dalla sua app l’interfaccia per abbonarsi tramite App Store, come ha già fatto su Google Play. Lasciando solo opzioni di abbonamento esterne ad App Store e Google Play, evita la trattenuta del quindici percento richiesta dal distributore, Apple o Google in questo caso.

(A differenza di quanto si può leggere pressoché ovunque, Netflix ha sempre pagato il quindici percento su App Store).

Il fenomeno è in crescita, con gesti eclatanti come quello di Epic Games che ha messo in vendita Fortnite per Android fuori da Google Play.

È strano però che non si vedano disamine serie. Il tono dei commenti va dalla Apple tax a incassano il quindici percento praticamente senza fare niente. E nessuno che abbia affrontato la questione su un piano strettamente fattuale: quanto costa oggi fare andare avanti un app store?

Può essere che la forbice 70/30 sia stata superata dai tempi. Discord, uno store molto di nicchia (nasce come piattaforma di chat per parlarsi a distanza durante il gioco online), si è fatto pubblicità annunciando una forbice 90/10, con lo slogan nel 2018 distribuire una app non costa più il trenta percento.

Peraltro Steam, distributore indipendente di giochi, applica il rapporto 70/30.

Banda, sicurezza, storage, amministrazione abbonati, strumenti di supporto agli sviluppatori… quale percentuale è veramente accettabile oggi prelevare sul costo di una app che accetta di farsi distribuire? Ed è giusto che ci sia un margine di profitto, oltre alla copertura dei costi? Di che entità?

Sarebbe bello sentire opinioni, appunto, fattuali, non tipo dieci percento per nessun’altra ragione che suona bene dirlo.

Eppure, non trovo alcuna lettura utile.

Una storia in sviluppo

Mi ha scritto (in quanto già cliente, non per altro; è una newsletter) Cortis Clark, autore di Crossword Forge, programma che avevo comprato a suo tempo per creare enigmistica su Mac.

Clark ha venduto Crossword Forge e altri programmi attraverso la sua società Sol Robots, che però ha dovuto lasciare nel 2011 per un calo delle vendite, accettando lavori presso Apple e Google allo scopo di mettere insieme pranzo e cena.

Nel 2017 ha risparmiato abbastanza denaro per riprovarci e, fondata Save the Machine, ha lavorato venti mesi allo sviluppo di Simile, app per iOS con cui conta di risalire la china.

Clark mi ha proposto di contribuire al suo successo in vari modi, a partire dallo scaricamento (gratis) di Simile per andare a recensione della app, acquisto di funzioni in-app eccetera.

Per il momento ho solo scaricato la app, che comunque è già qualcosa. Non ho ancora lanciato Simile e non ho idea di quante promesse mantenga, oppure se valga la pena di un acquisto.

Certamente ho riflettuto sul volto umano del mondo del software. Per molti di noi significa storcere il naso davanti a una percepita estorsione di un euro o due; per alcuni è la differenza tra mantenere la famiglia orgogliosamente oppure faticosamente.

Non so se farò parte degli acquirenti di Simile; certamente ha saputo raccontare bene la sua storia e già questo è un titolo di merito.