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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Ridi, pagliaccio

Legge di Canio:

Quando in rete si ridicolizza un annuncio Apple, il successo del prodotto è certo.

Dimostrazione a cura di Popular Mechanics, dove si mostrano un po’ di tweet parodistici sulla disposizione delle tre fotocamere sul dorso di iPhone Pro e poi si spiega che cosa, con l’aiuto del software, possono fare. La conclusione:

Insomma, l’aspetto della tripla fotocamera è buffo? Sicuro. Ma sembra poter essere la migliore fotocamera da telefono mai apparsa; e non ci sarà da ridere quando scatterai i primi ritratti in stile professionale con questo mostro.

Come il personaggio dei Pagliacci di Leoncavallo, spesso chi fa ridere rosica dentro. A volte per ragioni importanti, a volte per invidia brutta, a volte per ricomporre la dissonanza cognitiva: c’è da trovare un modo per continuare a dirsi che, nonostante si sia spesa la metà, i risultati sono comunque interi. Impegnativo.

Ridi del duol che t’avvelena il cor!.

Come è umana lei

A breve saranno vent’anni da quando Steve Jobs tenne un keynote in apertura di Macworld New York per annunciare, essenzialmente, Mac OS X e iBook.

Macworld come esposizione non esiste più. Mac OS X si è riprodotto come macOS, iPhoneOS, tvOS, watchOS e iPad OS. I portatili sono diventati una cosa scontata e si vendono a milioni, tanto che non vengono più presentati in un keynote ma semplicemente immessi sul mercato. Le innovazioni principali di iBook erano la sagoma a conchiglia e gli inserti di colore.

Nel frattempo sono arrivati telefoni, tavolette, orologi, centri media per schermi televisivi. In questi venti anni Apple ha trasformato il modo di usare il computer, mettendo un computer in luoghi indicibili come, appunto, un telefono o un orologio.

Sono arrivati l’assistente vocale, l’identificazione biometrica con impronta digitale e ora con impronta 3D del volto, funzioni come Handoff che ti fanno cominciare una email alla scrivania e finire sull’autobus, lavorando indifferentemente da un Mac Pro con schermo a 6K oppure da un iPhone, l’apprendimento automatico dei sistemi.

Per quelli che il loro orologio mentale lo hanno fermato lì, il keynote di ieri è stato zero innovazione. Si aspettano, suppongo, un sistema operativo nuovo ogni sei mesi (nonostante APFS sia recente e sia tanto), un frigorifero Apple, l’interfaccia neuronale, il protocollo dati per la trasmissione del pensiero.

È che si sono fermati e non hanno continuato a osservare. Un anno dopo quel keynote Apple ha iniziato a scardinare il mercato tradizionale dell’ascolto della musica. Più tardi sono arrivati i film.

Ha iniziato a pensare meno allo hardware e più a quello che le persone facevano con lo hardware.

Intanto Steve Jobs tiene un keynote parlando di intersezione tra tecnologia e arti liberali. Altri, invece di pensare a come rendere le macchine più intelligenti grazie a noi, pensano a come rendere noi più intelligenti grazie alle macchine. In altre parole, il prodotto è solo metà della faccenda.

Si arriva a oggi e infatti Tim Cook parla di servizi. Non solo musica, non solo film, ma giochi, editoria, pagamenti. Mac, iPad, iPhone, watch e tv sono quattro linee di business che alimentano l’attività. I servizi sono la quinta. Una volta ne esisteva solo una: Mac. Poi Mac e iPod. Poi Mac e iPhone. Poi Mac, iPhone e iPad. Certo iPhone non fa più sfracelli, iPad non prende più di sorpresa il mondo. Però sono filoni importanti. Mentre watch e i servizi sono gli iPad di ieri e gli iPhone dell’altroieri, la forza in crescita.

A pensarci, watch non è hardware; è un accessorio. Neanche i più radicali tra i sostenitori della riparabilità degli apparecchi vorrebbero la possibilità di ripararsi da soli un watch. Neppure i più fanatici del ricambio dei componenti si azzardano a chiedere di poter cambiare il processore o la scheda video o il disco interno, su watch. watch riguarda quello che fa la gente.

Nei keynote passati, Apple ha mostrato i disabili che approfittano delle sue funzioni di accessibilità per fare cose altrimenti impossibili. Nel keynote di questo settembre, ha mostrato persone che hanno rinviato l’appuntamento con la morte, o consentito quello con una nuova vita, grazie ad watch. Ha presentato non solo giochi in esclusiva per Arcade ma anche nuovi studi medici per fare progredire la ricerca sulle malattie cardiache, quelle dell’udito, sulla salute delle donne.

Tutte persone che poi, quando sono tranquille, guardano un film, ascoltano musica, scattano foto, creano contenuti.

Riesco a mostrare il punto? Apple non mette più in primo piano le doti dello hardware, o lo fa sempre meno, o solo dove è essenziale (il nuovo Mac Pro, il nuovo iPhone). Mette in primo piano le persone.

Per vendere tecnologia, si è umanizzata. Al contrario di chi si è tecnologizzato, vent’anni fa, ed è rimasto ancora lì.

Apple è diventata la più umana delle aziende tecnologiche, senza concorrenza alcuna. Poi, se interessa quanto contrasto abbia lo schermo di iPhone Pro, lo si può sapere. Solo che è sempre più irrilevante e con esso la reazione pavloviana ho pagato meno e faccio le stesse cose. Più brutte, ma è gente che non si rende conto della stupidità della premessa, figuriamoci se vede la conclusione.

Per quanto riguarda la questione dei profitti mostruosi, della Apple trasformata in macchina per soldi, la risposta è semplice: se servi un miliardo di persone soddisfatte, fai un sacco di soldi. Se questo blog venisse letto da un miliardo di persone, ci metterei una pubblicità grande un francobollo e diventerei un milionario.

Ma divago. Pensare a questo: By innovation only, solo per mezzo dell’innovazione. Innovazione che consiste nel pensare non più agli apparecchi, bensì alle persone. Citofonarlo agli androidiani che snocciolano a memoria i giga di Ram dentro il loro clone.

Signori della corte

La prova provata di tante sciocchezze che si ripetono incessanti riguardo all’indispensabilità di Office è l’esistenza nel sito Avvocati e Mac di ampia, avanzata e chiarissima documentazione di uso di LaTeX, Markdown e Pandoc, adoperati per produrre con Mac e iOS atti di valore giudiziario dei quali, per forza di cose, non è facile improvvisare tipografia e impaginazione.

Direi anzi che questa è la testimonianza definitiva.

Stati d’ansia

Grazie a Francesco per avermi segnalato l’intervento di Bruce Schneier, guru della sicurezza, a proposito dei siti malevoli scoperti da Google e capaci di infettare un iPhone con la semplice visita:

Quest’anno il Threat Analysis Group di Google ha scoperto una piccola quantità di siti manomessi per essere usati come vettore di attacchi contro i visitatori, allo scopo di installare software di monitoraggio. Si stima che i siti ricevano migliaia di visitatori ogni settimana.

Sono stati raccolti oltre cinque meccanismi diversi per violare iPhone da iOS 10 fino alle versioni più aggiornate di iOS 12. Questo indica l’esistenza di un gruppo che opera per violare gli iPhone di certe comunità da almeno due anni.

Aggiornamento: Apple sostiene che l’attacco sui siti in questione è stato attivo per un paio di mesi e non per due anni come sostenuto dal Threat Analysis Group. Tutte le vulnerabilità sarebbero state risolte in febbraio, nel giro di dieci giorno a partire dalla loro scoperta (fine aggiornamento).

Non è stato reso noto l’elenco dei siti a rischio visita; ma è emerso che gli stessi contengono software analogo per infettare sistemi Windows e Android e che sono siti frequentati dalla comunità degli Uiguri in Cina, problematica per il regime per via delle sue istanze autonomiste e religiose.

Anche in assenza di una attribuzione precisa, quindi, sono tutti concordi nel concludere che ci sia dietro la Cina, direttamente o indirettamente, con il suo desiderio di tenere monitorata la comunità anche senza il consenso di quest’ultima.

Quando mi interrogano sulla privacy tendo a rispondere che Google mi preoccupa molto meno dello stato. Perché Google e compagni possono essere fermati o possono essere elusi, o se non altro ostacolati. Massimo, per esempio, ha iniziato a usare uno smartphone /e/.

Ma uno stato determinato a sapere tutto di te, con mezzi leciti e illeciti, come lo si ferma?

Computer da sogno

Leolandia è un posto dove genitori eroi (esclusi i presenti) portano i bambini a sognare.

L’audio di uno degli spettacoli era alimentato da un PowerBook G4 Titanium.

Un Titanium a Leolandia

Uno dei migliori Mac della mia vita, con cui effettivamente ho potuto sognare per molto tempo. Tutto si tiene.

Una lista di fastidi

Di norma non incrocio blog e canale Slack (le porte sono sempre aperte per chi volesse chiacchiere vane di grande qualità, vane a mia colpa e qualità per merito degli inquilini), però si parlava ultimamente di Mailchimp e vorrei dire due cose in proposito più pubblicamente. Magari possono servire.

Per il distratto, Mailchimp è una piattaforma per gestire newsletter, invii di posta elettronica a destinatari in numero elevato. Liste fino a duemila indirizzi sono gratis e da lì in avanti si paga.

Inviare newsletter, specialmente se fatto per professione, è una cosa complicata. Non devono essere troppe né troppo poche, è importante vedere quanto vengono aperte e lette e da chi, le barriere antispam sono un problema tecnico non indifferente, spedire un numero ingente di email in tempi brevi richiede infrastruttura, posta Html e posta solo testo vanno ugualmente considerate eccetera eccetera eccetera. Mailchimp si offre per risolvere tutte queste questioni ed è una delle punte di lancia di un mercato che offre varie alternative, quasi sempre a livello vastamente inferiore.

Uso Mailchimp per un cliente, su un piano a pagamento, da anni. Per qualcuno è la piattaforma migliore sulla piazza e anche ove non lo fosse, starebbe tranquillamente sul podio. Non ho esperienza sensata della concorrenza e non posso fare confronti, tuttavia – puramente sulla carta – invito chiunque a leggere bene la documentazione di Send with SES, che si appoggia all’infrastruttura Amazon, è gratis fino a tremila email al mese e promette di essere più economico di Mailchimp quando c’è da pagare (c’è un calcolatore di costi), prima di prendere decisioni.

Una piattaforma di newsletter si giudica soprattutto da due caratteristiche: la gestione delle liste di indirizzi e l’interfaccia. Sulla prima parte ho poco da dire; sulla seconda, Mailchimp ha la caratteristica di farmi imbestialire a cadenza regolare grazie a una combinazione di promesse mancate, fragilità, bug e trascuratezze.

Lavoro con Mailchimp soprattutto nell’ambito della composizione delle email da inviare alle liste. Ci sono una interfaccia web e una app per iOS. La prima critica è che lavorare seriamente con la app è problematico. Per fare cose semplici tutto bene, ma appena serve un aggiustamento fine è probabile che la app infastidisca. Ci sono infatti funzioni importanti in Mailchimp che nella app, semplicemente, mancano. Vuoi mandare un test della email a più di un indirizzo? Non si fa. Vuoi controllare se gli indirizzi web dentro la email sono corretti e funzionano? Nella app non si può.

Altre cose sono implementate a livello indegno, per esempio l’editor all’interno dei blocchi di testo. Prova a fare qualcosa di più complicato che scrivere e fai fatica. Una attività come modificare un link web all’interno di un blocco di testo preso da una email precedente – frequentissima se si mandano newsletter a cadenza regolare – è acrobatica o impossibile.

È impensabile che nel 2019 si possa avere l’esigenza di lavorare su Mailchimp nella pienezza delle funzioni da un iPad Pro? Direi proprio no. Ho lavorato su Mailchimp con il vecchio iPad di terza generazione ed era un esercizio di tenacia, sicuro. iPad Pro 12”9 di autunno 2018 è un computer fatto e finito. Eppure la app non è all’altezza di un impiego professionale.

Che si fa se devi portare a casa l’email su iPad? Lavori via browser, come faresti su un desktop. Appunto. Attenzione, però: alcune cosette non funzionano. Quando si tratta di impartire il comando finale di spedizione, c’è una sovrapposizione di elementi non prevista. Il tocco sul pulsante A attiva l’opzione B. Per essere sicuri di fare le cose nel modo giusto bisogna tornare nella app, dove l’invio funziona a perfezione.

Comporre una email in Mailchimp su iPad significa lavorare saltando più volte dalla app al browser e viceversa, secondo la cosa da fare al momento. Si fa tutto, ma l’eleganza e la fluidità che si possono avere in iOS con una buona app sotto le dita, ce la si scorda. Occhio perché Mailchimp salva da solo i contenuti ogni venti secondi. Se commuti da app a browser e viceversa, stai attento a vedere la versione salvata e aggiornata di quello che stai facendo. Se hai troppa fretta rischi di fare pasticci.

Il tutto dopo che la app ha fatto miglioramenti giganteschi. Fino all’anno scorso era uno scherzo, oppure il lavoro di un programmatore che ci lavora giornalmente il tempo della seduta in bagno. Adesso è solo incompleta.

Pazienza, si potrebbe dire. Vuoi mettere, lavorare su un desktop con uno schermone comodo?

A parte che lo schermone comodo potrebbe essere collegato a un iPad, Mailchimp in quanto tale commette un peccato mortale: alletta con una promessa ambiziosa e poi disattesa.

Un sistema modulare di composizione delle email.

È una bellissima idea: blocco titolo, blocco testo, blocco immagine, blocco immagine con didascalia, blocco gallery con due-quattro-sei-immagini, blocco immagine più testo a lato, blocco separatore, blocco titolo più sottotitolo… invece che comporre faticosamente l’Html, prendo i blocchi e li trascino nella loro giusta successione. I blocchi si possono editare, duplicare, spostare, cancellare. Per avere la mia immagine grafica, preparo template, modelli con dentro gli attributi di corpo, carattere, allineamento che voglio io. Tutte le volte che mi serve scrivere una nuova email, evoco il template giusto e poi modifico i blocchi come mi servono nell’occasione.

Ambizioso ed efficace. I blocchi praticamente diventano oggetti software, mattoni da costruzione riutilizzabil…

Ops.

Si riutilizzano solo dentro quella email. Se dentro una email hai un blocco eccezionale, che arriva da un template ma ha subito modifiche, e vuoi usarlo dentro un’altra email, non puoi.

Significa che fai un sacco di avanti e indietro tra template e email per mantenere tutto aggiornato. Sembrerebbe esiziale, invece è grave. Quando fai molte newsletter fai esperimenti continui, cambiamenti piccoli e grandi per avvicinarti alla formula magica che convince il maggior numero di destinatari a leggere. Significa che il template non va mai bene per la prossima volta. Se hai due esperimenti diversi di uguale successo, che vuoi conservare, devi avere due template della stessa email. Finisce che devi essere bravo a palleggiare una infinità di email e template, un disastro annunciato di confusione e malaorganizzazione.

Se hai una email che ti entusiasma, e viene da un template modificato, puoi duplicarla e riutilizzarla. Intanto però il template rimane non aggiornato. Da qualunque parte la giri si perde un sacco di tempo e arriva sempre il giorno in cui si fa prima a reinventare la ruota che andarla a cercare.

Ah, le email già inviate vengono conservate solo come Html. Hai la speranza di copiare un brano di codice per riutilizzarlo? Buona fortuna. La metafora dei blocchi scompare e capire dove inizia e dove finisce l’Html che serve è una impresa.

La composizione della email e l’assemblaggio dei blocchi sarebbero eccellenti, se bene implementati. Invece è tutto legnoso, lento, approssimativo, snervante. La modifica dei blocchi è eccessivamente modale e i parametri modificabili sono spezzettati qua e là. Noioso. Alcune decisioni di design sono fatte apposta per disturbare: se vuoi inserire un link e anche un tag alt, serve un clic apposito per fare comparire il campo. Va da sé che la zona da cliccare occupa spazio come lo avrebbe occupato il campo testo da evocare. Bastava mettere il campo testo subito e fare risparmiare un clic a milioni di utenti, cioè milioni di clic.

Oggetti, abbiamo detto. Parliamo di immagini. Si può fare editing delle immagini entrando in una istanza della Creative Cloud Adobe. L’interfaccia è veramente oscura, nondimeno è una bella comodità. Quando si inserisce una immagine dentro una email, come è d’uopo, puoi associare a essa una didascalia, un tag alt, un link.

Il giorno dopo, in un’altra email, rimetti quell’immagine, che dovrebbe avere lo stesso link, lo stesso tag, magari pure lo stesso testo. Vanno reinseriti.

L’editor di testo è particolarmente frustrante. Ha una modalità visuale e una codice, come WordPress o altri sistemi analoghi. La modalità codice, tuttavia, è praticamente inutile e particolarmente ostile. E se provi a compiere certe operazioni in modo visuale, per esempio cambiare il link associato a una parola, auguri.

Scavalcare temporaneamente le impostazioni da template di un blocco testo è sempre difficile e presto si impara a perdere un mucchio di tempo nei template oppure rinunciare alla creatività del momento, opzioni ugualmente negative.

Mentre si smadonna nel sistema cercando di lavorare in modo organizzato e certo, quello che meno fa sentire le carenze dell’implementazione, il sistema stesso genera non-breakable space a capocchia dentro il testo. Ogni tanto uno spazio normale diventa non-breakable e tiene sempre insieme le due parole che collega, andando a capo se necessario. Un giorno il blocco testo che ti ha sempre fatto tanto comodo cambia aspetto. Il testo fluisce diversamente. Vai a vedere e sono i non-breakable space emersi qui e là.

Queste sono solo macroscoperte e se uno vuole andare per il sottile ha da divertirsi. Per esempio, l’editor di testo converte automaticamente i caratteri nelle loro entità quando necessario (in Html non si scrive è, si scrive `) e lo fa sempre in forma testuale. Ove facesse comodo averli invece in forma decimale (e scrivere così &232;), bisogna andare a mano.

C’è un sistema per controllare se i link inseriti nella email funzionano. Funziona. Tranne qualche volta.

Più utenti possono collaborare a una stessa email e lasciare commenti. Che vengono persi dopo l’invio e non sono visibili una volta predisposto l’invio stesso. Se hai lavorato per bene e programmato l’invio con una settimana di anticipo, e qualcuno lascia un commento importante, non lo si vede. Analogamente, per visionare una email in invio bisogna sospendere l’invio. Esiste una possibilità di visione in sola lettura. Inspiegabilmente, cliccare sul nome della newsletter, che è la cosa più ovvia, non la attiva; bisogna disseppellirla da un menu a comparsa.

Mailchimp è un buon sistema che però soffre lacune di design micidiali. Difficile che una email ben fatta non prenda un pomeriggio, tra errori, rifacimenti, stranezze, legnosità, imperfezioni, ostacoli involontari all’utilizzo del sistema. Il giorno in cui scopri che non si adatta all’ora legale nonostante le impostazioni di fuso corrette, e l’invio non avviene all’ora che si voleva bensì all’ora solare, inizi a impostare gli invii all’ora sbagliata, per averla giusta, oppure impostare un fuso orario diverso dal nostro.

È un buon riassunto di tutta l’esperienza complessiva della piattaforma. Alla quale, se toccasse a me la decisione di acquisto, affiancherei sempre almeno una alternativa da valutare. Perché ti risolve un sacco di problemi in modo un sacco fastidioso.

Argomenti ripetitivi

Uno di quelli che ti fanno amare il Terminale anche se non ci sei abituato è Brett Terpstra. Basta guardare come, altre magie dell’articolo escluse, automatizza l’inserimento in un comando dell’argomento usato nel comando precedente.

Più facile a guardare che a dirlo. E c’è una spiegazione di come funziona la history di bash relativamente ai comandi appena digitati che veramente non avevo letto da nessuna altra parte. Complimenti.

Cinquanta di questi fallimenti

Il progetto venne cancellato e tolsero i computer ai programmatori, che però lavoravano in un ambiente rilassato con poca o nessuna pressione produttiva.

La cancellazione era dovuta ai difetti del progetto, troppo ambizioso, mal documentato, uscito dai vincoli di budget prima che si potesse vedere alcunché di apprezzabile. I programmatori sapevano tuttavia di potere fare meglio di quello che c’era.

Trovarono un computer inutilizzato in un altro reparto, ben più modesto nelle specifiche. Misero a frutto le loro caparità e riuscirono a produrre autonomamente gli strumenti essenziali di un sistema operativo, strumenti che presto iniziarono a essere usati dagli altri reparti.

Erano i Bell Labs, il fallimento quello di Multics, il computer quello dal laboratorio di acustica, la loro rivincita Unics (pronunciato come eunuchs: ironicamente voleva essere Multics senza palle), i personaggi gente del calibro di Ken Thompson e Brian Kernighan

Sono passati cinquant’anni; il frutto del loro lavoro sta nelle tasche di tre quarti dell’umanità, a crescere. Unix non è certamente in procinto di essere rimpiazzato da qualcos’altro.

La vera nostalgia è per quei tempi nei quali un programmatore poteva trovarsi spalle al muro e allora scatenare veramente il proprio genio, c’erano persone pagate per dispiegare liberamente il proprio talento in assenza di condizionamenti, arrivava in regalo un cucciolo di alligatore che restava in azienda come animale di compagnia (fino a che non spaventò una segretaria).

Una azienda privata sviluppava software libero e gratuito, per smettere solo quando fu smembrata dal governo. Allora un gruppo capitanato da Richard Stallman si mise a produrre una versione libera (GNU, Gnu’s Not Unix) di Unix che libero non era più. Steve Jobs e il suo team in NeXT adattarono Bsd, Berleley Software Distribution, alle loro esigenze, a creare strumenti che ancora perdurano in macOS. Lo studente finlandese Linus Torvalds si mise a creare un proprio nucleo di sistema operativo, un kernel, a partire da quei mattoni di costruzione: Linux.

Queste sono altre storie, certo. Storie di successo. Tutte fondate su un grande fallimento e un gruppo di programmatori rimasti senza computer.

Cambiamento e privilegi

Ho avuto il privilegio di leggere Giulio a proposito della recente decisione di FileMaker Inc. di rispolverare il nome Claris e annunciare una strategia tutta nuova.

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È la prima volta a mia memoria che Apple acquisisce qualcosa e la passa a FileMaker (normalmente sempre trattata come un oggetto separato, sia come risorse che come fatturato).

FileMaker sta valutando la possibilità di eseguire codice Javascript direttamente (e supporta direttamente JSON da due versioni).

FileMaker ha cambiato modello di business anni fa, adesso sta cambiando anche offerta di prodotto: non solo Claris Connect ma anche una offerta di cloud molto più specifica, ottimizzata e ingegnerizzata, seppur basata comunque su istanze Amazon Web Services. E Claris Connect opererà solo su cloud, e FileMaker sta spingendo molto a livello di spostare su cloud tutto quanto.

Non mi stupirei quindi se in quattro-cinque anni FileMaker Pro come prodotto fosse molto ridimensionato (o comunque non evoluto) ma che Claris si trasformasse in una sorta di braccio armato di Apple per i servizi generici. In fondo, il cloud è totalmente apiattaforma (quindi anche per Windows e Android, nonché la fine delle guerre di religione) e FileMaker come ambiente di sviluppo professionale deve evolversi in qualcosa di diverso, o morire.

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Giulio non è l’ultimo arrivato nel mondo FileMaker e anzi è uno dei primissimi per bravura, intraprendenza, competenze. Sempre parlando di privilegi ho potuto vivere una giornata a sentirlo parlare di FileMaker e rimane una di quelle migliori di sempre nel mio conteggio professionale.

FileMaker deve evolversi o morire, dice. Vale per qualsiasi software e gli sviluppatori FileMaker, che sono complessivamente più intelligenti della media, capiranno il messaggio. A testimonianza della bontà della loro scelta hanno avuto una quantità di anni di soli progressi incrementali enorme, per una piattaforma software, e anche questo è stato un privilegio. Ma neanche FileMaker può durare uguale a se stesso per sempre in un mercato dove le condizioni a contorno continuano a mutare. Anche potersi preparare per tempo a un cambiamento importante è un privilegio.

Tutti a scuola

Da qui al 2021 47.100 studenti e 4.900 insegnanti di Glasgow riceveranno gratis un iPad. Tutti.

Ciascuno sarà responsabile della propria macchina, che li aiuterà lungo il loro corso di studi.

Sappiamo che il 90 percento dei posti di lavoro in Scozia implica attività digitali e i nostri studenti saranno bene equipaggiati al momento di entrare nel mondo professionale.

Cosa interessante è che a passare gli iPad alla città di Glasgow non è Apple, ma un gruppo informatico canadese. Il costo dell’iniziativa è sui trecento milioni di sterline.

Glasgow non è la California. È una bella città per chi c’è stato, europea, scozzese. C’è il benessere europeo e le condizioni di vita non sono dissimili dalle città italiane medio-grandi virtuose.

Lì ci sono soldi per pensare al presente e al futuro dei ragazzi a scuola e non mi risulta che si paghino più tasse che qui.

Così, sono riflessioni. Forse i soldi immessi nella scuola italiana dovrebbero entrare, appunto, nelle scuole. Forse invece vanno in altre direzioni. Mah.

Carta conta

Mi mancavano un po’ gli interventi di Horace Dediu su Asymco e sono rimasto soddisfatto. Apple Car(d) riesce a catturare la realtà di Card con una analisi non pedestre, al contrario della quasi totalità di quanto si possa leggere in giro.

Perché la capacità principe di Dediu è contestualizzare.

Il vecchio cliché vuole che ci vengano promesse auto volanti ma si finisca per avere x, dove x sta per qualcosa di più banale o elementare. […] Lo si dice usualmente per svalutare gli sviluppi della tecnologia neggli ultimi decenni. Invece di costruire grandi cose, si costruiscono minuzie. L’ironia è che x spesso diventa qualcosa di ubiquo e popolarissimo. Magari genera molto profitto e potrebbe persino cambiare i comportamenti. In verità, le alternative alle auto volanti sono sovente idee migliori.

Tutti conosciamo le auto e sappiamo quello che possono fare. Viene spontaneo immaginare il futuro dell’auto come qualcosa che si comporti alla stregua di ciò che conosciamo, ma faccia qualcosa in più. Nel caso dell’auto, muoversi su tre dimensioni invece che due.

È invece probabile che al posto dell’auto volante (o senza pilota, per stare nell’attualità) avremo qualcosa di inaspettato, apparentemente meno clamoroso, più utile, migliore.

È ora, Card. Certamente Apple preparava già la carta di credito mentre sviluppava Pay. La carta di credito, dopo, sembra qualcosa di scontato o banale, che certo non cambierà il mondo e certo non è all’altezza della fama innovatrice di Apple.

La domanda, tuttavia, è un’altra: che cosa stia già preparando Apple come tappa successiva del percorso iniziato con Pay e, più in generale, sullo sviluppo di un ecosistema che facilita la vita in tutti i campi, anche la salute, anche l’economia individuale.

Che cosa si fa dopo avere fatto una carte di credito? Qual è il corrispondente dell’auto volante, che non vedremo, per avere invece una idea migliore? Darsi una risposta interessante è tutt’altro che facile.

L’inferno del brutto designer

Tendi a conoscere il funzionamento delle cose intorno a te e, quando sei in vacanza, puoi ritrovarti circondato da cose aliene, delle quali scopri il funzionamento per la prima volta o per breve tempo. L’esperienza complessiva colpisce per lo stato comatoso in cui versa il design delle cose di ogni giorno.

Ho accostato perfettamente al casello autostradale, uno di quelli automatici. Il lettore del Bancomat era ai limiti della mia apertura alare e ho completato la manovra a fatica. Per una persona brevilinea sarebbe stato impossibile, senza alzarsi in piedi dentro l’auto o scendere. È la prima volta che mi capita, ma non dovrebbe essercene una. Chi ha posizionato quel lettore era confuso, distratto o cattivo dentro.

Tra case vacanza, hotel, amici ospitanti e altro ho girato numerose chiavi in altrettante serrature e usato ancora più miscelatori in bagni e cucine. Occhi bendati, un tentativo: sicuro di ottenere l’acqua calda, o aprire? Think again, ripensaci. Le tue probabilità sono orrendamente molto più vicine al cinquanta percento di quanto credi. Menzione d’onore per certe porte con maniglia a tre stadi: in alto chiudi, in basso apri, in mezzo il neutro. L’interazione del meccanismo con la chiave è pura serendipità, per capirla devi rinunciare a cercarla.

Potrei andare avanti a lungo ma preferisco chiudere con il top assoluto: il tagliaerba sicuro.

Una maniglia e un pulsante. Il tagliaerba funziona solo se ambedue sono sollecitati, una stretta, l’altro premuto. Il bello però è che parte solo se uno dei due elementi viene azionato per primo.

Quale dei due? C’è un aiuto meccanico a spiegarlo, vero? Un componente è bloccato e si sblocca solo se l’altro componente è azionato.

L’aiuto non c’è. Maniglia e pulsante sono completamente indipendenti. Se cominci dall’elemento sbagliato il tagliaerba non parte, senza un perché. Ci sono numeri su maniglia e pulsante, a indicare il primo da utilizzare? No. Un’icona? No. C’è una ragione evidente e logica per partire obbligatoriamente da un componente? No, perché servono tutti e due e se ne molli uno l’apparecchio si spegne. Eppure.

Ti salvi solo con il pensiero laterale: ipotizzi che a concepire il sistema sia stato un emulo di Lewis Carroll che si divertiva, come nel racconto di Alice, a smontare la logica e ricostruirla per divertimento a testa in giù. E allora, senza ragione alcuna, cambi la sequenza di impugnatura. Il tagliaerba parte e sembra un piccolo miracolo.

Dici che devi essere intelligente? No. Il sistema deve essere a prova di stupido. Ho visto una persona controllare le lame del tagliaerba elettrico, in cerca di un intoppo, senza scollegare il cavo… non c’erano intoppi, se non un design criptico. Quella persona si è esposta involontariamente a un rischio maggiore del dovuto, a causa del cattivo design. Il metodo per fare partire il tagliaerba deve essere ovvio come quello per fermarlo.

L’inferno è pieno di brutti designer di brutti strumenti, condannati per l’eternità a leggere La caffettiera del masochista. A rovescio.