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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Conserva di mele

Risposta che devo a avariatedeventuali dopo essere stato esortato a chiedere ad Apple che servizio di cloud utilizzi (e di conseguenza dedurne l’affidabilità).

Non l‘ho chiesto ad Apple ma ho trovato chi ha fatto la cosa giusta, ossia ha analizzato il traffico di rete per sapere dove vanno a finire i dati per iCloud.

Viene fuori che Apple fa uso di più servizi, in modo non del tutto spiegato; tuttavia sembra chiaro che l’immagazzinamento vero e proprio dei dati avvenga su spazio comprato da Amazon e quindi, come da specifiche di quest’ultima, la durata nel tempo sia stimabile a nove decimali (99,999999999 percento) con possibilità di accesso a due decimali (99,99 percento). Gli Amazon Web Services, da questo punto di vista, offrono il meglio che esista sul pianeta.

Rimangono ancora cose da chiarire (che cosa venga esattamente salvato sul cloud di Google, e se e quanto venga usato di cloud Microsoft), ma in tema di solidità del servizio, i dati che finiscono su iCloud si conservino al massimo delle possibilità umane attuali.

Opinioni conservatrici

Ogni tanto qualcuno si arrabbia per le mie vedute sulla conservazione dei dati nel tempo, senza capire che sono un ottimista: con le dovute precauzioni e la dovuta attenzione, questa è l’epoca migliore possibile di sempre per conservare dati.

Chi si arrabbia pensa che sia esistita un’età dell’oro in cui niente si perdeva e poi è intervenuto il digitale a complicare tutto. Ha in mente un mito e non c’è niente di male. Solo che era impossibile prima, scegliere una soluzione e poi disinteressarsene per sempre. Figuriamoci ora.

Il punto è che la conservazione dei dati ha un’infinità di sfaccettature ed è una questione estremamente complessa. Prendiamo, per esempio, i videogiochi da bar.

Per fortuna abbiamo Mame: una iniziativa libera, collaborativa e autofinanziata grazie alla quale il lavoro di migliaia di appassionati e illuminati volontari ha tenuto in vita migliaia di giochi di una volta, attraverso un emulatore efficace e versatile che ha compiuto vent’anni.

Lo stesso Mame è un esempio di conservazione del software: da vent’anni funziona grazie all’attenzione continua di persone che se ne occupano, mica perché lo hanno messo in una cassetta di sicurezza. Semmai perché ne esistono milioni di copie.

E i videogiochi? Problema risolto? Le sfaccettature, dicevo, sono infinite. Certamente possiamo lanciare Pac-man (l’originale, intendo) su qualsiasi computer si voglia. Al tempo stesso, emerge la problematica della tecnologia a tubi catodici che sta morendo. Tutti i videogiochi di una volta visualizzavano su un tubo catodico.

La soluzione è ovvia: passare ai cristalli liquidi. Solo che i giochi erano ingegnerizzati tenendo conto delle caratteristiche di un tubo catodico; su uno schermo a cristalli liquidi la resa è diversa da quella che avevano progettato i programmatori.

È una problematica vagamente simile a chi si ritrova una raccolta di diapositive virate al giallo. Che si sono conservate, eh. Ma appunto, il tema della conservazione dei dati non si esaurisce in una battuta. O in un disco.

Dilettanti al lavoro

C’è molto da leggere nell’inchiesta Jamf relativa al 2016 sull’uso di apparecchi Apple in azienda. Cito solo due dati: il 91 percento delle aziende interpellate ha in uso Mac. Il 99 percento usa iPhone e/o iPad.

Prova a dirlo a un viaggiatore nel tempo proveniente da vent’anni fa, è il commento di John Gruber.

L’inchiesta è seria e profonda a sufficienza per avere una buona attendibilità. Ci sono tanti numeri e anche dove difetta l’inglese vale la pena di compulsarla.

Il secolo buio è definitivamente terminato. Molto resta ancora da fare, ma l’alibi del Mac non adatto alle aziende veramente, anno 2017, fa ridere o piangere, secondo interpretazione.

Bel paradosso che l’epoca attuale, dove si usa Mac in nove aziende su dieci, sarebbe quella dei professionisti dimenticati da Apple. Si vede che negli uffici lavorano solo dilettanti.

Le lunghe nottate

Arriverà solo a giugno, la tastiera wireless retroilluminata di Matias.

È una tastiera full size, forse un po’ anacronistica per i tempi odierni, però probabilmente è solo questione di recuperare le antiche abitudini.

Si apparenta via Bluetooth a un massimo di quattro apparecchi.

Ha due batterie ricaricabili, una per la tastiera (un anno) e una per la retroilluminazione (da una a due settimane). Geniale.

Gli manca una Touch Bar, ma non è che si possa pretendere.

9to5Mac ha provato il modello già esistente, uguale tranne che per la retroilluminazione. Ne dice bene.

Quella retroilluminazione sembra un’amica ideale per certe lunghe notti d’estate che sono lunghe lo stesso, a dispetto dell’ora legale e della posizione del Sole nell’emisfero boreale.

Adesso devo solo spostarmi il compleanno di un semestre.

Il bene del fare

Facile di questi tempi guardare a Internet per i lati negativi: gli imbecilli scatenati, le post-verità, gli attacchi d’odio.

La rete potrebbe anche servire ad altro ed effettivamente è piena di quello che ci si riversa. Significa che l’unica vera strategia verso gli imbecilli è ignorarli e, invece, immettere nel traffico cose buone. Fare del bene. Anche solo fare una buona domanda, come questa:

Ehi, signori di Hoefler, ho cominciato a lavorare su questa famiglia di caratteri e mi piacerebbe qualche osservazione.

(Tipo Scusate, lì in Ferrari c’è qualcuno che mi dà un consiglio sul motore che ho iniziato a progettare?).

Facile di questi tempi guardare a iPad perché le vendite sono in flessione, perché non dà l’accesso al filesystem, perché la tastiera non consente ancora il pieno governo della macchina e iOS è tuttora immaturo a questo riguardo eccetera.

Con un iPad si può fare moltissimo e l’unica vera strategia è guardare a raggiungere nuovi obiettivi, invece che ostinarci a voler applicare su iPad i nostri automatismi sviluppati con Mac.

La risposta al tweet è arrivata da Hoefler con una serie di osservazioni appuntate a penna sul font in lavorazione.

Appuntate con Apple Pencil, tramite Notability.

La domanda, la risposta, la velocità della risposta, l’efficacia dei consigli, l’eleganza del risultato: tutto questo, in questa situazione, profuma di bravura e saper fare. Saper fare bene.

Porto a casa due belle lezioni, una su iPad e una su come guardare alla rete.

Chi automatizza trova

Divento noioso, ripetitivo e petulante sull’argomento dell’automazione del nostro computing. Dall’uso più efficiente dell’interfaccia fino allo scripting e ai programmi che fanno lavorare il computer da solo, se usiamo il computer nel modo più manuale e immediato, perdiamo tempo, produttività e possibilità. Stiamo attaccati alla tastiera o chi per lei mentre potremmo fare cose migliori. Questo, alla lunga, genera danni.

Un esempio di questi giorni è un modesto e spettacolare articolo di Dr. Drang dedicato a un argomento apparentemente anodino come la funzione di ricerca e sostituzione su BBEdit.

A prima vista, un cerca-e-sostituisci è routine. Dr. Drang mostra le opzioni di esecuzione da tastiera delle opzioni a disposizione; discute della ricerca veloce in diretta nel documento, che in casi determinati porta a un gran risparmio di tempo; e ricorda le combinazioni da tastiera che riempiono subito con il testo selezionato il campo di ricerca e quello di sostituzione, senza dover aprire la finestra.

Non sono degno di allacciare le scarpe a Dr. Drang e però, lavorando da anni con BBEdit, conosco tutto quello di cui ha trattato. E garantisco che il lavoro di ricerca e sostituzione in BBEdit, con la padronanza delle combinazioni da tastiera – personalizzabili! – procura vantaggi enormi rispetto all’uso più immediato dell’interfaccia. Scrive Drang:

La ragione per cui non mi spreco con gli editor di testo semplici, perfino quelli con funzioni intelligenti quali la formattazione Markdown istantanea, è che le loro funzioni limitate ti mantengono a un livello da novizio, non importa da quanto tempo li utilizzi. Gli editor di testo seri possiedono una profondità che ricompensa chi ne approfitta.

E così vale per qualunque altro programma evoluto e ogni campo di attività su Mac. L’automazione è tutto, a partire dalle combinazioni di tastiera.

Note di configurazione

Dopo un numero di cadute e maltrattamenti effettivamente eccessivo, con un principio di piegatura della scocca, danni alla protezione esterna della fotocamera e una crepa a tutta larghezza dello schermo touch, iPhone 5 ha segnalato che era il momento di prendere provvedimenti: lo schermo touch si è staccato dal corpo durante una telefonata, mettendosi praticamente a penzolare.

L’unità ha lavorato per 1.548 giorni, quattro anni più quasi tre mesi, direi non male per un iPhone, specie così malridotto. Pagato 729 euro a dicembre 2012, è costato 47 centesimi al giorno. A Milano è la metà di un caffè.

Non aggiorno perché un iPhone 5 continua a essere esattamente quello che mi serve, cioè un terminale di connessione usabile senza remore con una sola mano. Ho scelto invece la riparazione-sostituzione, con un iPhone 5 rigenerato in cambio del modello rotto e 289 euro.

Per tenere la media di costo del vecchio iPhone, deve durare almeno una buona parte di due anni. È plausibile.

L’attivazione del nuovo apparecchio è stata indolore ma abbastanza lunga. L’ecosistema è diventato complesso: ripristini il backup del vecchio apparecchio ma poi devi riaccoppiare watch, per esempio. iCloud chiede varie volte di inserire la password e in generale bisogna prestare un po’ di attenzione.

Vedo come prossimo passo evolutivo dell’ecosistema una funzione che potrei chiamare Apple Setup oppure, che so, Coordinator, Orchestra: una app che condensa in modo semplice la configurazione e la gestione degli apparecchi Apple di proprietà, da Mac a watch e tv e, sulla base degli elementi di configurazione noti, permette con un pulsante o poco più di avvicendare un iPhone vecchio con un iPhone nuovo, aggiungere un apparecchio, levarne uno, aggiornarlo eccetera. Il tutto da qualsiasi macchina del parco personale.

Concettualmente, i dati di configurazione delle varie macchine stanno su iCloud e il sistema presuppone che l’apparecchio all’opera e quello su cui si opera stiano nella stessa rete Wi-Fi. Idealmente è più che fattibile; occorre una grande quantità di lavoro a monte per uniformare il più possibile i singoli processi di configurazione di ciascun tipo di apparecchio. Grande lavoro, ma è esattamente quello che una Apple potrebbe ambire a svolgere nell’ignavia generale della concorrenza.

C’è sempre un motivo

A colloquio con un amico che ha ricevuto per lavoro una massiccia quantità di file Word, con l’estensione .doc del tempo che fu.

Anteprima vede perfettamente il contenuto dei file: sono lunghe tabelle di più pagine, strutturate su tre colonne.

Pages, però, nell’aprirli mostra solo la terza colonna; le prime due spariscono. Anche LibreOffice. Anche TextEdit. Anche un Pages ’09.

Certo, si tratta di una tabella con tre colonne, ma è una tabella con tre colonne. Qualunque altra complicazione è assente. Chi adduce il problema della compatibilità per sostenere la necessità di usare Word, sostiene un software costruito per riuscire comunque a creare casi di incompatibilità. Volutamente, a spese della produttività e dell’efficienza delle vittime, pardon, degli utilizzatori.

Prova e riprova, tuttavia, l’amico scova Bean in un metaforico cassetto della scrivania. E risolve.

C’è sempre un modo in Word per tradire la collaborazione. C’è sempre un motivo per farne a meno. Si può farne a meno.

Sereno variabile con ritardi

Mi dispiace per i radi aggiornamenti di questi giorni e, tra oggi e domani, quasi certamente mi sarà impossibile provvedere. Conto di riprendere un ritmo più regolare entro il fine settimana e mi scuso con tutti nel frattempo.

Il mio Mac, comunque, non è ancora esploso.

Per estensione

MacStories dedica una recensione ricca e interessante a Raw Power, una estensione di Foto che mette a disposizione di chi li volesse strumenti di regolazione e modifica essenzialmente simili a quelli disponibili su Aperture, il programma professionale per l’amministrazione delle librerie fotografiche che a un certo punto Apple ha lasciato al suo destino.

A volte è un peccato terminare un software, altre volte è un tradimento, o ancora può trattarsi di una decisione forzata, tuttavia c’è anche spazio per le prese d’atto. Leggiamo che cosa scrive il recensore:

Le estensioni RAW Power per Foto ai adeguano perfettamente al mio mix di scatti e al mio approccio All’editing, con l’offerta di strumenti professionali disponibili a comando in Foto sotto forma di estensione appena ne ho bisogno, che stanno fuori vista quando non servono.

Sembra una situazione buona per tutti, chi senza pretese, chi con tante. Realizzata con un programma solo e la possibilità di estenderlo, invece che con due.

L’evoluzione di Foto può essere criticabile e ci mancherebbe. Nel contempo, se escono buoni prodotti indipendenti, le sue possibilità non sono così distanti dal passato. E il professionista ne approfitta assieme all’amatore, nel modo più esteso possibile.