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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Cioccolata e nonne

È già successo in passato che mi trovassi in mezzo a uno sciopero del personale ferroviario e riuscissi a portare a casa la giornata nonostante i tempi persi e le attese incerte, grazie a portatili e connessione cellulare.

Si è sempre fatta un po’ di fatica, però. Un vago alone di impresa compiuta nonostante le difficoltà. Un pizzico di orgoglio supplementare per avercela fatta.

Ieri no. iPad Pro e iPhone X, un duo da paura. La giornata è interamente trascorsa senza che potessi capire se e quando avrei potuto rispettare gli appuntamenti della giornata ma sulle scadenze, nessun problema. iPad Pro è una macchina da produttività con un rapporto tra prestazioni, superficie di lavoro e peso che non so come sia possibile battere oggi (a parte il prossimo iPad Pro).

Ho preso un po’ di freddo, ma anche una sontuosa cioccolata con panna in una caffetteria persino munita di Wi-Fi. Alla fine il bilancio della giornata si è concluso con una quindicina di euro di spese impreviste, tra caffetteria, giornali, uno spuntino imprevisto. Poteva andare peggio.

Nonostante lo stato di agitazione altrui, il lavoro (che non mi posso permettere di fermare per il capriccio di chi dovrebbe fornire un servizio) è corso spedito. Confesso che forse mi sono anche impegnato più della media, come quando si vuole dimostrare qualcosa a qualcuno che non riesce a capirlo.

Sono un privilegiato e me la sono cavata con una cioccolata con panna. Ci sono invece persone disabili, malate, impossibilitate a lavorare a distanza, con bambini o anziani da accudire. A volte sono anziani che devono prendere un treno per una necessità.

Ho visto in biglietteria una nonna che aveva faticato ad arrivarci, la sua non è stata una passeggiata di piacere a zero gradi, sentirsi dire che non c’era modo di sapere quando sarebbe passato il prossimo treno, magari un’ora, magari due.

Quella nonna stanotte ha gravato sulla coscienza di un ignoto macchinista in sciopero. Non amo la gogna pubblica, ma se conoscessi il suo nome farei fatica a trattenermi.

Astronave scuola

Data astrale oggi, faccio il mio ingresso nell’astronave del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca per iscrivere la primogenita alla scuola primaria. L’operazione è riuscita perfettamente e magari forse il termine di fine gennaio, per un anno scolastico che inizia a settembre, è un attimo maniacale. D’altronde non vorrei criticare l’istituzione se per una volta le cose vengono fatte in anticipo.

Ho saltato la procedura di registrazione perché ho un’utenza Spid e quindi posso entrare direttamente nel sistema. Molto buono, molto veloce; i miei dati anagrafici vengono inseriti direttamente nella domanda. Parlando di amministrazione pubblica, sono cose da un altro pianeta. Poi l’esperienza utente prosegue e si fa più interessante.

I dati in arrivo da Spid contengono tra l’altro sesso e cellulare. Nei campi della domanda però il sesso non figura; sarà per evitare sospetti di discriminazione. Buono che il numero di cellulare sia nel formato completo di prefisso internazionale, +393334567890.

È il momento di inserire i dati dell’altro genitore, quello che ha effettuato l’accesso. Il campo sesso stavolta è presente: non interessa quello del primo genitore, ma quello del secondo sì. O viene registrato ma non visualizzato, per motivi esoterici. Boh.

Diligentemente inserisco il cellulare dell’altro genitore, come richiesto, nello stesso formato con prefisso internazionale che ho appena visto nella sezione che mi riguarda. Errore rosso; ci sono dati sbagliati. Più precisamente, il prefisso internazionale non va inserito. Cerco di capire perché memorizzare numeri di telefono in due formati diversi, ma insomma, il Ministero avrà pure le sue ragioni. Ed è il momento di compilare la sezione relativa alla primogenita. Siamo anche un po’ emozionati, non avevamo mai iscritto qualcuno alla scuola primaria.

La prima cosa che viene chiesta è il codice fiscale; nessun problema. Il cognome, il nome… il sesso. Che è chiaramente indicato nel codice fiscale. La data di nascita. Che è chiaramente indicata nel codice fiscale. Il luogo di nascita. Chiaramente indicato nel codice fiscale. È il nostro primo compito a casa? stanno guardando se siamo attenti alla lezione?

E ora la scuola. Bisogna avere il codice meccanografico ma siamo preparati. Ci sono quattro opzioni di frequentazione a disposizione, tempo più o meno parziale, tempo più o meno pieno. L’esercizio consiste nell’indicare un valore di priorità per ciascuna, da 1 a 4. Eseguo diligentemente. Errore rosso: le possibilità sono quattro ma posso sceglierne al massimo tre. Se lo avessi saputo lo avrei fatto subito. Avrei probabilmente adottato un sistema più funzionale, invece che indurre in errore qualchecentomila utenti su una pagina che comunque ha un costo di mantenimento, però, ok. Dopotutto, errore qui, stranezza là, ma procediamo a una velocità inusitata per la burocrazia che sono abituato a conoscere.

Si possono indicare fino a tre scuole, nel caso si voglia provare a fare domanda per un istituto che non è quello assegnato automaticamente per residenza. Proviamo e dunque inserisco il codice della seconda scuola. Appaiono sempre le quattro opzioni di frequentazione. Mi sono evoluto; ricordo che devo sceglierne al massimo tre. Solo che due di esse non sono attivabili; inutile sceglierle, non saranno attuate. Inutile mostrarle, penso tra me e me, inutile presentare opzioni inutili.

Siamo in fondo. Mancano solo alcune domande cui rispondere SI o NO. Guardo il campo testo, che probabilmente potrebbe contenere oltre un migliaio di caratteri. Riguardo le istruzioni. SI o NO. D’accordo e scrivo tutto in maiuscolo esattamente come da legenda: sai mai che scrivo invece di SI e mando in crisi il centro meccanografico?

Domanda inoltrata, mail di conferma inviata, tutto a posto. Neanche male, per lo stato italiano. Certo, vorrei incontrare quelli che hanno pensato alla user experience. Gente che ha vinto un concorso. Guardarli, studiare i loro movimenti, decifrare i loro complessi processi mentali capaci di dare origine a pagine che comunque, non c’è verso, almeno un piccolo incomodo lo devono sempre erogare. Forse la mancanza di logica è un requisito di legge.

Scendo dall’astronave scuola e mi dirigo verso un meritato riposo. Mi rendo conto tuttavia che, ancora una volta, nonostante tanti sforzi positivi di trovare un linguaggio comune, si tratta di un’astronave aliena.

Ogni maledetta Epifania

Si parla sempre dei buoni propositi come se scattassero all’inizio dell’anno nuovo, quando è evidente a tutti che non se ne parla prima che le feste le portino via.

Il che puntualmente accade ed eccoci qua, a doverlo fare per davvero. Per cui ho cercato di darmi poche indicazioni ad alta probabilità di essere realizzate.

Per prima cosa, voglio scrivere qui ogni giorno. Impegnativo, ma non impossibile. Niente mi disturba più che non avere un post per il giorno che arriva.

Secondariamente, voglio raggiungere un obiettivo preciso con il Terminale. Probabilmente sarà usare decentemente emacs, anche se non sono sicurissimo: la lista delle possibilità è lunga e il tempo limitato.

Terzo, voglio scrivere almeno un Comando rapido significativo. iOS è il luogo dove l’automazione è più inaspettata e arrivano i risultati maggiori con lo sforzo minore.

Penultimo, voglio frequentare con regolarità Swift Playgrounds. Un anno o due e dovrò mostrare qualcosa a una figlia o due.

Infine, voglio diversificare le fonti di reddito. Per un lustro ho lavorato meno della media e fatto molto il papà. Ora che anche secondogenita ha passato il secondo compleanno, voglio continuare a fare il papà; ma le giornate lavorative canoniche tornano normali. Tante occasioni di approfondire, creare, osare ridiventano possibili.

Se qualcun altro avesse una sua lista, la leggerei molto volentieri. Se potessi contribuire in qualsiasi modo a realizzare un obiettivo, con un consiglio, un’opinione, una pizza, ci sto.

Questa settimana abbiamo scherzato. Avanti con il vero 2020!

Babbo Natale premia iOS

Secondo Sensor Tower, il giorno di Natale si sono spesi in app 277 milioni di dollari, con un incremento dell’11,3 percento sul 2018.

Il 70 percento della spesa è stata effettuata su App Store, per un valore in crescita del 16 percento anno su anno. Il resto è andato su Google Play Store, che è cresciuto del 2,7 percento.

Il numero di apparecchi iOS è una frazione di quello Android, ma genera ancora una volta molta più spesa e, nel caso, molti più regali. Le previsioni che davano nel lungo termine un pareggio o addirittura un sorpasso di Android su iOS in termini economici, sono diventate a termine ancora più lungo.

Appare evidente che babbo Natale abbia un debole per iOS. Tenuto conto di tutto il lavoro che deve svolgere in una notte, è anche un gran complimento per le Mappe di Apple.

Gli assenti hanno torto

Altra perla dall’articolo di Mit Technology Review dedicato al digitale che penalizza gli studenti:

Secondo altri studi, gli studenti di college negli Stati Uniti che hanno usato laptop o apparecchi digitali nelle loro classi hanno fatto peggio al momento degli esami.

Ohibò, pare grave. Sembrerebbe che sia meglio fare a meno del computer se si vuole avere successo all’università. Proviamo a continuare la lettura:

Gli studenti che hanno sostenuto Algebra I online hanno fatto molto peggio di quelli che hanno frequentato il corso in persona.

Senza avere condotto studi autorevoli, azzardo che chi ha studiato solo sulle fotocopie, senza mai mettere piede in aula, abbia fatto peggio di chi ha frequentato.

Oppure si vuole dimostrare che un corso online non porta gli stessi risultati dell’insegnamento diretto. E grazie, c’era bisogno dello studio? Peraltro, in uno scenario del genere l’apparecchio digitale è unicamente uno strumento di visione. Se il corso fosse stato erogato per televisione, sarebbe uguale.

Già detto e da ripetere: oggi il vento è mutato e il presupposto dichiarato è che la tecnologia sia dannosa, ovunque. Se finora ci sia stato eccessivo entusiasmo verso la tecnologia, o le aziende abbiano portato molta acqua al loro mulino a volte per aumentare i fatturati senza troppo rispetto del contesto, male, sono squilibri che è giusto sanare (parliamo di tante scuole che usano il digitale, cioè si sono fatte regalare Office o quasi, e si considerano a posto…). Eccedere sull’altro versante è ugualmente sbagliato.

Giusto per una riflessione più circostanziata sul tema, i risultati dei test scolastici americani dal 1972 al 2019 danno l’idea di risultati altalenanti ma nel complesso stabili.

Se è vero che la grande maggioranza delle scuole ha adottato strumenti tecnologici per studiare, e questi creano danno, perché non si vede? Possiamo chiederci magari con più profitto perché non siano decollati. Ma torniamo a quello che si diceva l’altra volta: strumenti digitali di cattiva qualità danno cattivi risultati, così come il loro cattivo impiego, così come il loro impiego da parte di insegnanti ostili, impreparati o ignoranti, così come la loro somministrazione passiva a ragazzi cui invece andrebbe insegnato, esattamente come si insegna a leggere un testo, o scrivere una ricerca.

Far finta di essere libri

Si accennava al discorso di Capodanno più interessante letto finora, quello di Fabrizio Venerandi sullo stato della nazione degli ebook.

Triste stato e discorso ampiamente condivisibile. Parliamo di un fallimento generale a tutti i livelli, dall’ultimo lettore al primo dei programmatori, nel provare a superare il libro di carta anziché farne una copia in digitale e nel farlo perdere i vantaggi della carta intanto che si sprecano le opportunità del digitale.

Va letto tutto, assimilato e metabolizzato per poi trasformarlo in energia: fare un passo avanti nel creare il solito ebook, fare una richiesta in più al proprio editore, insistere a scuola, in ufficio, ovunque abbia un senso. Così come sono, a qualsiasi livello, gli ebook non vanno, punto.

Venerandi sa molto più di me sugli ebook e quindi avanzo la mia idea sommessamente: ho paura che l’ebook ideale, alla fine dei conti, sia una app e non un ebook. Una volta che si fa digitale sul serio parliamo di programmazione e poco conta che sia JavaScript dentro una pagine HTML. Potrei sbagliarmi.

Su Apple ne so un pochino più io e mi permetto una correzione marginale a un discorso altrimenti perfetto. Scrive Venerandi:

I grossi distributori/player come Apple o Amazon sono – paradossalmente – i primi ad avere inserito un grosso freno a mano. Hanno usato i propri formati proprietari, le proprie applicazioni di lettura e i propri DRM per rallentare qualunque sviluppo degli ebook che non fosse quello del porting digitale di libri di carta.

Questo non è esatto e, anzi, ho l’impressione che – nel disastro degli ebook oggi – i Drm contino poco o nulla. Anche ove contassero, non è questione di Apple, ma degli editori. Sono gli editori che vogliono i Drm.

Non convinti? Beh, è tutto già successo. Le riflessioni di Steve Jobs sullo stato della musica le ho già rievocate, da quanto sono vecchie e lì c’è già tutto. Musica e non libri, certamente, ma basta leggere: il Drm è una spina nel fianco di chi lo deve amministrare e ne farebbe volentieri a meno. Come è andata a finire con la musica? Apple è stato il primo distributore importante ad abbandonare il Drm, cioè a convincere le major ad abbandonarlo. Oggi la musica digitale è sostanzialmente libera da Drm.

La strada aperta con iBooks Author e lasciata a metà – il programma è abbandonato a se stesso o quasi – neanche riguardava gli ebook, nonostante il nome: il suo scopo era promuovere iPad da una ennesima angolazione e, magari, stimolare gli insegnanti a produrre loro dispense in formato iPad. Pages esporta in ePub e non fa niente di speciale in mezzo, ma certo non è un freno a mano; semplicemente una ennesima occasione perduta delle mille che Venerandi cita. Gli ePub creati con Pages non hanno alcun Drm.

Serie TV e film vengono ancora distribuiti con Drm e Apple, ancora una volta, non c’entra: a volere la protezione anticopia sono i produttori, non il distributore.

Sicuramente un libro senza Drm è un prodotto più salutare e più apprezzato: lavoro con Apogeo da alcuni anni e le vendite vanno bene, quelle di carta e quelle degli ebook. Quelle degli ebook vanno molto meglio della media e questo potrebbe essere anche dovuto all’assenza di Drm. Ma da qui a rovesciare la situazione descritta da Venerandi ce ne corre.

Globalmente, l’ebook continua a fingere di essere un libro di carta per non farsi scoprire. Per capire quanto siamo indietro, è sufficiente leggere un ebook – anche un bon ebook – su un computer da tasca, tipo iPhone, e giudicare l’esperienza dal punto di vista della tipografia e del piacere della lettura. È un disastro, a partire da una constatazione di design semplice quanto inquietante: nel dare al lettore umano un controllo di base sull’impaginazione, i reader di ebook permettono una cattiva formattazione del testo. È l’antitesi dell’idea di libro e la dimostrazione pratica di quanto scrive Venerandi: nessuno investe abbastanza perché le cose siano fatte bene.

Siamo tutti responsabili e va tenuto in conto per l’anno che ci aspetta.

Analisi illogica

Assieme agli anni Dieci possiamo lasciarci alle spalle anche gli analisti.

Su Asymco Horace Dediu ha chiamato le carte in modo direi definitivo e il bluff regge solo per chi ci vuole credere ancora, a tutti i costi (letteralmente: si fanno pagare), chissà perché.

In Analista, analizzati Dediu espone la verifica dei pronostici degli analisti sul titolo Apple a dodici mesi, formulate dodici mesi fa, confrontabili oggi con la realtà. Basta una riga:

Le probabilità di un target di valore corretto sono inferiori di quelle attribuibili al caso.

Gli analisti lavorano peggio di chi tiri a indovinare.

La conclusione di Dediu è che sia certo legittimo inserire considerazioni personali o collettive sull’intorno del titolo, a modificare i dati che possono uscire da una analisi razionale e scientifica degli andamenti.

A patto che i risultati siano misurati, che si impari dagli errori, che si abbia il coraggio di esporre una teoria coerente in base al quale si raggiungono margini di errore che straniscono per ampiezza.

Analisti, restate negli anni Dieci e lasciateci in pace. Un invito rivolto anche alle redazioni che ne diffondono i deliri.

Eterne domande bollenti

Edoardo ha anticipato gli anni Venti con un post su Facebook che ha suscitato alcuni commenti molto interessanti e che meriterebbero di portare la discussione lontano, anche sul versante del fare:

Staccare la discussione da dove è originata non sta bene e riporterò lì le informazioni salienti di questo post. Il fatto è che Facebook è un luogo senza memoria e questo pretesto è ottimo per mettere già in modo ordinato alcune cose che altrimenti continuerebbero a ballare nella testa.

Un ebook di Gödel, Escher Bach: An Eternal Golden Braid esiste.

Fa schifo, suppongo sia clandestino ed è nient’altro che un pessimo dump del libro in formato ebook, senza alcuna cura di nulla. Lo ha fatto un cinese. Però esiste, è su GitHub e quindi chiunque potrebbe provare a partire da lì se non altro per inserire un po’ di tipografia che ce ne sarebbe bisogno.

Ovviamente Edoardo ha ragione, non c’è alcun ebook relativo all’edizione italiana. Magari si potrebbe compiere uno sforzo collettivo e farne un ebook clandestino… è anche un testo che si presta a creare in ePub molto più che l’edizione elettronica del libro di carta.

L’autore di Gödel, Escher, Bach: an Eternal Golden Braid, Douglas Hofstadter, ha impaginato e composto il libro autonomamente.

Il libro è uscito nel 1980. Al tempo, TeX, il linguaggio di composizione tipografica di Donald Knuth, era nel mezzo dello sviluppo della seconda edizione, arrivata nel 1982. Knuth ha iniziato a lavorarvi nel 1978, mentre Hofstadter era già a buon punto nella lavorazione del libro. Anche volendo, non avrebbe fatto in tempo a usare TeX. Invece ha impiegato TV-Edit, un editor scritto nella sua terza versione da Pentti Kavarna. Linko per scrupolo: l’introduzione sulla mia edizione del 1980, una delle prime se non la prima, conferma. Non ho trovato emulatori, ma una scheda con i comandi principali.

A volte è difficile persino la traduzione, altro che l’ebook.

Ho lavorato per qualche tempo in una piccola casa editrice che deteneva i diritti della prima edizione di Mastering Regular Expressions, di Jeffrey Friedl.

Era un libro straordinario, non per niente giunto oggi alla terza edizione, e tentammo di tradurlo. Fu un disastro.

L’editore originale, O’Reilly, non poteva mandarci alcun sorgente: il libro era stato composto tipograficamente dall’autore. Lo contattammo e lui, di malavoglia, inviò un paio di blob binari senza alcuna altra spiegazione. A fatica arrivammo a capire che Friedl, esperto (a dire poco) di Unix, si era costruito un processo ad hoc che tra awk, sed, tron, troff e mille altri comandi produceva come output un file PostScript che corrispondeva al libro a partire da un sorgente che non ci avrebbe spedito. Né avremmo mai avuto nozione di come esattamente funzionasse il suo processo.

Va aggiunto che Mastering Regular Expressions conteneva un intero set di caratteri e segni grafici creati dall’autore per evidenziare, circoscrivere, contrassegnare, segnalare pezzi essenziali dell’esposizione o del codice.

Come chiunque all’epoca, producevamo libri con InDesign: rifare tutta la simbologia ideata da Friedl e introdurla a mano in un impaginato (gran parte di essa andava tra una riga e un’altra, fuori dai margini, attorno a gruppi di caratteri eccetera) andava oltre ogni budget ipotizzabile.

Le idee per superare queste difficoltà c’erano, ma il denaro per farcela con qualità e tempi accettabili no. Se al tempo fossero andati per la maggiore gli ebook, a partire da quello che avevamo a disposizione, probabilmente avremmo subito ingerito del cianuro per risolverla in fretta.

Tutto questo mi porta a un importante post di Fabrizio Venerandi sullo stato dell’editoria in ebook, di cui farò menzione prossimamente. (Questo link è stato gentilmente velocizzato da Handoff: scrivo su Mac ma la pagina era aperta su iPad. Handoff è una bellezza, anche se non c’entra niente).

Classifiche atipiche

App che risultano essere le più inutilmente fastidiose nel momento in cui cambi computer da tasca, riparti da un backup e ti aspetti di essere operativo dal primo momento, senonché ti mettono in mezzo ostacoli procedurali di classico cattivo design: PosteID e WhatsApp a pari merito.

Motivazione: invece di considerare i problemi di sicurezza di un cambio di apparecchio e risolverli con un design sagace al servizio dell’utente, scaricano sull’utente stesso ogni difficoltà di gestione, con la stessa mentalità degli uffici statali degli anni settanta.

Per fortuna inizia un anno nuovo. Speriamo di passare tanto tempo su app che ci aiutano e favoriscono invece di colpevolizzarci. È l’augurio di oggi.

Toccarlo piano

Sono finiti gli anni Dieci, non è finito il secondo decennio del secolo, a dispetto di qualsiasi cosa si leggerà.

Proviamo a semplificare per il cenone: sono stati gli anni del touch.

Gli anni Zero sono stati quelli dei social. Gli anni Venti saranno quelli della voce.

Gli anni Novanta quelli di Internet. Gli anni Ottanta quelli del mouse. Gli anni Settanta quelli della tastiera.

La storia umana degli ultimi cinquant’anni descritta attraverso le interfacce dominanti. E devono ancora arrivare i primi.

Sarà un anno bello? Sì. È possibile costruirlo insieme e pertanto, sì, lo sarà. Per tutti noi e le persone che portiamo nel cuore.

Apple contro il mondo

L’azienda più cenerentola, odiata e derisa dagli omologati è diventata in vent’anni il centro della tecnologia digitale e si capisce come i giudizi, se formulati da gente con una vita di informatica sulle spalle, possano non essere del tutto ragionati.

C’è però un limite a tutto. Apple fa cose cattive, cose discutibili (che meritano una discussione) e cose buone. Come tutti. Quando fa cose buone in modo speciale, prende le distanze e vola via, da sola. In altre situazioni fa parte del nostro mondo.

Esempio di cosa cattiva: Apple News ha smesso di supportare i feed Rss. È un controsenso, un ossimoro, notizie senza la possibilità di un feed Rss. Rss è una cosa buona.

Esempio di cosa discutibile: un medico porta Apple in tribunale perché watch userebbe senza autorizzazione e senza pagare diritti un suo brevetto sulla metodologia per cogliere segni di fibrillazione atriale nel battito cardiaco.

Detta così lascia scettici, vedremo che cosa decide il tribunale. Rimane il fatto che watch abbia già tolto dai pasticci qualche decina di cardiopatici che non lo sapevano, o che non se ne curavano, o che rischiavano. Se il dottor Joseph Wiesel detiene davvero un brevetto utile a salvare vite in talune circostanze, qualche passo concreto in più per farlo usare – oltre a chiedere soldi a terzi – ci starebbe.

Esempio di cosa buona nonostante tutto: secondo Vox il mancato decollo del mercato degli ebook è colpa di Apple.

L’articolo ce la mette tutta per sostenere una tesi impossibile, tira in ballo i millennial, rispolvera la causa persa da Apple che la accusava di avere cospirato assieme ai grandi editori per tenere alti i prezzi degli ebook. Resta il fatto che Amazon detiene praticamente un monopolio e che il pubblico decide quando spendere e quando no, così che, se il prezzo è magari troppo alto, guarda tu, non compra.

Apple ha creato un modello di distribuzione della musica che ha aiutato non poco il mercato. Ha portato lo stesso modello nel software, con App Store, e ha erogato miliardi di guadagni agli sviluppatori, miliardi che altrimenti non sarebbero esistiti o circa. Ha portato lo stesso modello nei libri, dove però penso venda tra il dieci e il venti percento del totale. Cioè è ininfluente nel dettare le dinamiche globali, causa o non causa.

Sembra che il decollo del mercato degli ebook dovesse essere un obbligo di legge; la verità è che Amazon pratica politiche micidiali nei confronti di tutti, dagli autori al pubblico, e che nel novantanove percento dei casi gli ebook sono un prodotto di qualità mediocre.

Apple ha fatto solo bene a portare nel mercato un modello di distribuzione che, bene applicato, porta libertà di mercato e perfino troppa, se uno guarda ai prezzi della musica e delle app.

Auspico un 2020 dove si possa parlare di Apple in maniera più serena e meno surreale. Farà la fine dei tipici propositi da anno nuovo, ma provare almeno a dirlo costa pochissimo.

Una scuola a due piani

Dopo anni di comunicazione pro-tecnologia, stiamo entrando in un’epoca di comunicazione anti-tecnologia e che questo succeda anche parlando di scuola mi rende perplesso.

Si prenda un articolo come quello di Mit Technology Review, mica gente scappata di casa: Come la tecnologia in classe tiene arretrati gli studenti.

Gli educatori amano gli apparecchi digitali, ma ci sono poche prove che aiutino i bambini, specialmente quelli che ne hanno più bisogno.

Vero che non siamo in Italia: da noi scrivere che gli educatori amano gli apparecchi digitali è falso almeno nell’ottanta percento dei casi e credo di essere ottimista.

Poi però l’articolo comincia con un esempio, un bambino di sei anni – Kevin – stimolato da una app su iPad a combinare 8 e 3.

Kevin non ce la fa. Siccome fatica a leggere, normalissimo a quell’età, attiva la riproduzione audio e ascolta la richiesta. Non ce la fa ugualmente.

L’autrice dell’articolo gli chiede se sappia il significato di combinare. Kevin non lo sa e non me ne stupisco. L’autrice suggerisce che significhi sommare e Kevin finalmente riesce.

Questo sarebbe un esempio dei problemi dell’applicazione della tecnologia all’istruzione.

A me sembra un esempio di software scritto da deficienti e usato nell’assenza di attenzione da parte di un maestro. Se al posto di iPad ci fosse stato un libro cartaceo, sarebbe andata diversamente?

L’articolo – su cui tornerò – contiene numeroso altro materiale, ma per ora basti una considerazione forse troppo semplice per Mit Technology Review.

La tecnologia digitale, per banalizzare all’eccesso, è fatta di due piani: hardware e software.

La scuola italiana, per restare su un piano familiare, fatica a salire al primo piano e ad accettare l’hardware come strumento possibile per insegnare e imparare. Faticosamente, dieci passi avanti e nove indietro, ci arriviamo, anche se il cammino è lungo assai.

Ciò che non è chiaro a molti è che la salita al secondo piano è quella veramente difficile: riempite le aule di apparecchi digitali, ci aspetta – si vedono già i prodromi – una valanga di software totalmente inadatto al contesto, agli scopi, a chi dovrà presentarlo agli studenti, agli studenti.

I risultati saranno modesti o scadenti o negativi, tu pensa. La colpa sarà del digitale.

Tornerò sull’articolo, perché tocca molti altri punti e riesce a distorcere con grande efficacia il problema, per mostrare la tecnologia applicata all’istruzione come causa di tanti problemi quando in realtà, dei problemi, si limita a mostrare l’effetto. Garbage in, garbage out.