QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Musica, maestri

Horace Dediu traccia l’elenco delle aziende che fornivano servizi musicali negli ultimi quindici anni e sono sparite o diventate irrilevanti.

Tra le altre, AOL MusicNow, Yahoo! Music Unlimited, Spiralfrog, MTV URGE, MSN Music, Musicmatch Jukebox, Wal-Mart Music Downloads, Ruckus, PassAlong, Rhapsody, iMesh and BearShare.

Tutte usavano un formato anticopia (Drm) di Microsoft e i loro brani, una volta cessato il servizio, sono divenuti illeggibili o, nel migliore dei casi, destinati a perdersi al primo problema software per impossibilità di avere un ripristino, un backup o comunque un contatto con i server che certificano l’integrità del formato.

Una delle ragioni di scomparsa di questi servizi è che Microsoft li accoltellò alla schiena quando, dopo avere concesso le licenze per l’uso del formato, le ritirò per fare posto al suo Zune Marketplace. Un fallimento, dopo di che il servizio si convertì in Xbox Music. Un altro fallimento e il suo nome divenne Groove.

Entro fine anno Groove cesserà di esistere.

Apple e Microsoft hanno iniziato a occuparsi di musica circa nello stesso periodo, ma oggi Apple è la numero uno nel settore e Microsoft si avvia verso lo zero.

Da tempo la musica distribuita da Apple è priva di Drm: una scelta difficile da concretizzare per la diffidenza delle multinazionali della musica, che Steve Jobs contribuì a superare con una famosa lettera aperta.

Dediu avvia una riflessione sofisticata sulle difficoltà di fornire un buon servizio verticale quando le tue fondamenta sono orizzontali: come essere compatibile con l’universo e nel contempo offrire una qualità elevata su qualunque ramo dell’attività.

Più semplicemente, direi che che la musica è una cartina di tornasole: se riesci a offrire un servizio gradito, hai certo capito qualcosa di come pensano i tuoi clienti. Se, d’altro canto, tutto quello che hai da offrire è un euro in meno, probabilmente non sei il più adatto a occuparti di musica.

Ho in cuffia le Piano Improvisations di Keith Emerson. A parte la recente scomparsa del loro esecutore, non possono essere contenuto cheap. E a nessuno verrà mai in mente di dire che i pianoforti sono tutti uguali.

Obsolescenza sprogrammata

Siamo davvero nei guai. Futuremark si è chiesta ma sarà vero che gli aggiornamenti di iOS rallentano i vecchi iPhone e che magari è fatto pure con intenzione, per spingere all’acquisto del nuovo?.

E ha verificato le prestazioni effettive di processore e circuiteria grafica con iOS 10 e poi con iOS 11, a cominciare da iPhone 5s (il più vecchio ancora riconosciuto dal nuovo sistema) per arrivare fino a iPhone 7.

Ahimé, l’obsolescenza programmata in questo senso non esiste. Le prestazioni rimangono costanti al netto di fluttuazioni minimali che sono impercettibili nell’uso quaotidiano.

Ossia, non è vero che un nuovo iOS fa andare più lenti i vecchi iPhone.

Anni e anni e tonnellate di illazioni gratuite. E portatori insani di stupidaggini che da domani riprenderanno a berciare di avere ragione loro, comunque, perché la loro posizione è quella giusta a prescindere, checché ne dicano i grafici.

Niente è più scatenante per un invasato della prova provata di esserlo senza ragione. Siamo nei guai.

Controllo assoluto

Ogni tanto mi fermo a considerare i motivi per i quali seguire Apple è interessante e diverso dal seguire altre aziende.

Uno di quelli più solidi è l’ossessione di Apple verso la padronanza di ogni componente riguardante la propria attività. L’azienda lavora il proprio hardware, il proprio software e ultimamente, con l’inaugurazione di Apple Park, ha tenuto a battesimo lo Steve Jobs Theatre; in pratica ha acquisito il controllo persino dello spazio per le presentazioni.

E da alcuni anni si è dedicata anche ai processori, quelli che stanno dentro i prodotti iOS, tvOS, watchOS.

Se Apple arrivasse in fondo, se riuscisse a dominare ogni fase del processo produttivo, si sarebbe creata una situazione profondamente interessante e anomala. Nessuna azienda è mai andata neppure vicina a realizzare qualcosa del genere, perlomeno su queste dimensioni e con questa complessità.

Nel frattempo, lo capisco solo ora e lo trovo pazzesco se ripenso al passato, Apple vende più microprocessori di Intel. Microprocessori che fanno mangiare la polvere alla concorrenza diretta. E che si vendono certamente per i loro meriti, ma anche perché compaiono in macchine le quali, per la loro integrazione tra hardware e software nonché per il controllo mantenuto da Apple sulla loro realizzazione, si fanno apprezzare sul mercato.

Più parti del processo produttivo sono in mano ad Apple, più i prodotti hanno chance di risultare superiori rispetto alla concorrenza. C’è un circolo virtuoso di sinergie che si autorafforza. Chiedersi fin dove il gioco possa funzionare è affascinante.

Pausa

Di un altro tempo

Con gli amici è persino doveroso discutere a volte, ma litigare mai: al massimo si ammette la correzione fraterna.

Per questo nutro tenerezza nei confronti di qualche amico che, in corrispondenza di un annuncio Apple, arriva il giorno dopo a dire che è rimasto deluso, e se ci fosse ancora Lui, non è più come una volta, in molti la pensano come me eccetera eccetera. Il punto è di volta in volta il prezzo di MacBook Pro che non è quello che voleva lui, oppure l’assenza di innovazione, oppure il mancato annuncio di iPhone durante la presentazione dei Mac e viceversa e via discorrendo.

Immancabilmente è un amico che ha vissuto l’età d’oro dell’informatica personale e ha partecipato con entusiasmo e ardore alla comunità di allora.

Tanto che crede di essere ancora lì, in quel tempo.

Siamo in un altro tempo. A dimostrazione: per l’annuncio di iPhone X, Apple ha invitato a Cupertino Sofia Viscardi.

Sofia Viscardi è (anagraficamente ancora per un po’) un’adolescente milanese piuttosto seguita su YouTube. Il suo canale ha più di settecentomila iscritti.

Il video creato a seguito della sua visita ad Apple Park è stato guardato da oltre duecentomila persone.

È facile perdersi in qualche giudizio di merito su Sofia, che peraltro ha diciotto o diciannove anni e il diritto di scoprire il mondo come è doveroso fare alla sua età. Sarebbe guardare il dito e perdere di vista la luna.

La luna è che Apple ha fatto bene a portarsi Sofia a Cupertino.

La luna è che una decisione di questo tipo è moderata. Nella loro comunicazione i concorrenti, quelli seri, quelli professionali, quelli che costano sempre un euro meno, quelli che servono le aziende, quelli che ti lasciano usare la chiavetta e sono aperti, si lanciano in frequentazioni che a confronto Sofia Viscardi (senza offesa Sofia, è solo per spiegare) fa la figura del premio Nobel per la fisica.

Il panorama dell’informatica – che già come parola viene da un altro secolo e sarebbe tempo di accantonare – visto con gli occhiali degli anni novanta non è solo vecchio; è scomparso. Resta solo l’illusione che le riviste di settore fossero la popolarizzazione della tecnologia digitale e che il mondo comunicasse via email.

Errore. Le riviste di settore erano rivolte, comunque, a una élite per quanto allargata. La popolarizzazione della tecnologia digitale è questa, quando il computer sta in tutte le tasche e lo usano miliardi (miliardi) di individui. Che ovviamente si parlano per email quando proprio non ne possono fare a meno. Oggi la nuova frontiera del polveroso è Facebook e, se appena appena è rimasta un po’ di giovinezza interiore, ci si trova in altri consessi, non ultimo YouTube.

Ecco, amici, correzione fraterna. Certi giudizi non sono mai stati così irrilevanti, di molte lunghezze. Il guaio è che nemmeno c’entra Apple o l’ultimo iPhone; c’è proprio uno sfasamento rispetto al mondo effettivo. È inutile voler essere quello che non si è o fingere di non avere vissuto un’altra epoca; analogamente, è assurdo voler trasferire l’anacronismo su un’entità che con le persone, le tecnologie, le comunità e gli strumenti di oggi, ci ha a che fare quotidianamente e vende pure qualche miliardo (miliardo) di apparecchi. Potrà sparire domani, ma non è anacronistica. E prenderebbe il suo posto qualcosa di altrettanto attuale, non il Bel Tempo Andato.

Il prezzo? Un affarone!

Da una autorevolissima ricerca che ho condotto negli spogliatoi del centro sportivo tra i compagni di cimento agonistico, risulta un vivo interesse per la novità iPhone X.

Nonostante questo, nessuno è al corrente della data di uscita né delle sue prerogative più immediate, tipo il riconoscimento facciale ma anche l’ingombro ridotto a risoluzione elevata, o la mancanza del tasto Home.

Tutti sanno quanto costa, ma nessuno ne è scandalizzato: semplicemente dicono costa troppo oppure ci sto facendo un pensierino. Nessuna tirata, nessun moralismo, nessuna vanteria, nessun ditino alzato. Nessuno ha rievocato il conte Oliver del Gruppo Tnt e il suo intercalare preferito nelle trattative con il ricettatore Bing.

A volte la mente collettiva prende cantonate epiche. A volte è più saggia dei criticoni.

La felicità nella semplicità

Mi trovo in un picco di lavoro anche più intenso dei soliti e, ovunque hardware o software possano semplificare o risolvere una situazione con un risparmio di tempo, sono salvifici.

Tra l’incudine e il martello

Un tizio su Hackernoon denuncia iPhone X e Face ID come orwelliani e inquietanti. La tesi è che, per il fatto stesso che vengano raccolti dati biometrici relativi alla faccia delle persone, gli hacker troveranno modo di approfittarne e in un modo o nell’altro la privacy nel mondo scomparirà.

L’ottsider

Si sa che Apple ha annunciato la nuova linea di iPhone e i commenti non mancano.

Fatevi un viaggio

Dedicato a tutte le menti finissime che di fronte all’annuncio di iPhone X hanno iniziato a copiare e incollare su Facebook piuttosto fatevi un viaggio.