QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Prima dovere poi piacere

Spider-Mac ha replicato al mio commento del suo editoriale sul ribasso delle previsioni di fatturato di Apple.

Sarebbe facile controreplicare, perché la risposta è piena di parecchi spunti gustosi, ma appunto; troppo facile.

Invece ne ho approfittato per leggere un po’ di commenti.

Uno specchio fedele della Rete di oggi, polarizzato, basato sulle simpatie e sul partito preso, dove la razionalità è un optional e prevale la reazione istintiva. Con eccezioni, naturalmente.

Avevo accennato alla presenza di pubblicità sul sito ed è sintomatica l’obiezione: un’elencazione del numero di banner presenti nella home o nella pagina dell’articolo, con l’invito a riflettere se siano pochi o tanti.

Il criterio per decidere evidentemente è personale: se due suona poco, allora è poco; se suona molto, allora è molto. La mancanza di un criterio terzo di misurazione sul quale confrontarsi è un altro segno dei tempi e suona simile al criterio di giudizio per cui un iPhone a milleduecento euro sembra molto per nessun altro motivo che milleduecento pare alto. Quindi è alto.

Da premesse così può arrivare solo una conclusione anch’essa in linea con i tempi: pensare che ci siano soluzioni semplici per situazioni complicate. Vendi meno iPhone? Abbassa i prezzi. Viene da pensare al tempo perso dal consiglio di amministrazione Apple, composto da gente che guadagna milioni di dollari probabilmente anche con qualche merito, quando sarebbe bastato così poco.

Una readership di pancia, la pubblicità, il ragionamento spiccio spacciato per rasoio di Occam: tutto congiura per portare Spider-Mac nel novero dei siti tipici di oggi. Quelli che scrivono per lettori che si aspettano di essere blanditi da opinioni in linea con il loro pensiero.

Spider-Mac ha il dovere di piacere, altrimenti i suoi pochi o pochissimi banner perderanno appiglio e i suoi molti o moltissimi lettori si sentiranno insoddisfatti.

Se questo sembra il prerequisito per svolgere un lavoro di qualità, beh, buon lavoro.

Per alcuni lettori di Spider-Mac il sottoscritto è un pezzo da museo, un relitto del passato fermo a Mac OS 9, sostanzialmente anacronistico e irrilevante. Sono sempre tranquillo quando vedo riferimenti alla persona – significa che mancano argomenti concreti – ma, in questo caso, pure contento di avere un’età che mi ha consentito di leggere Orwell:

If liberty means anything at all it means the right to tell people what they do not want to hear.

Nel mio blogghino, sono libero. Auguro a Spider-Mac e ai suoi lettori lo stesso piacere senza doveri.

Spreco e fastidio

Ho già parlato dell’assurdità di tanti codici numerici e alfanumerici inutilmente obesi rispetto al compito che devono sopportare, con spreco immane di banda, tempo macchina, archivi e pazienza di chi li deve subire.

Concludevo che i codici bisognerebbe lasciarli generare e maneggiare al computer, che con la complessità non ha problemi. E riportare la semplicità e la mnemonicità agli umani, che lavorano meglio e più contenti.

Ne ho avuto la riprova in una recente sosta a McDonald’s. Gli scontrini adesso portano un identificatore unico; quello del mio snack, salvo errori, è

truw07ZuRah2bA1I+Z0YIP+DgbaJLbst1dkyUCH3rbw=

Una entità spaventosa, incomprensibile per un umano. Quarantaquattro caratteri che possono essere maiuscoli, minuscoli, numerici o simbolici.

Per semplicità presumo che gli unici caratteri simbolici possibili siano quelli che vedo, + e =. Consapevole che questo tende a limitare il numero possibile di combinazioni.

Stimo dunque che ognuno dei quarantaquattro caratteri abbia 26+26+10+2 varianti possibili (ventisei maiuscole, altrettante minuscole, dieci cifre numeriche e due simboli): totale, sessantaquattro.

I codici possibili su uno scontrino di McDonald’s sarebbero di conseguenza sessantaquattro elevato alla quarantaquattresima potenza.

Lisp o Python non si spaventano di fronte al compito. (Python è già nel Terminale, basta scrivere python per entrare e quit() per uscire. Per elevare un numero a potenza si usa **. Common Lisp, clisp, lo installo con Homebrew (brew install clisp) e uso expt per l’elevazione a potenza. Come si esca da Common Lisp non lo scrivo perché è più interessante rimanervi).

Il risultato è

29.642.774.844.752.946.028.434.172.162.224.104.410.437.116.074.403.984.394.101.141.506.025.761.187.823.616

Capisco che McDonald’s generi un numero astronomico di scontrini, ma questo è troppo astronomico. È impossibile persino concepire un numero vicino ai trenta miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi di miliardi. Se non ho sbagliato, già mi viene l’emicrania.

Eppure lo genera il computer. Sono fatti suoi. Ho interagito per curiosità e null’altro, niente di esso mi riguarda una volta abbandonato il locale. Uno spreco, ma non un fastidio.

Gli scontrini contengono anche un codice promozionale. Il mio è

MXAE6IXMJ9RFZ

Tredici caratteri, maiuscole o numeri, per trentasei combinazioni totali. Trentasei alla tredicesima potenza, bazzecole rispetto a prima. I codici possibili sono

170.581.728.179.578.208.256

Centosettanta miliardi di miliardi. Pochi o tanti? La catena di fast food ha smesso di contare gli hamburger serviti al clienti nel 1994, al momento di raggiungere i cento miliardi dopo quarant’anni.

Facciamo finta che siano raddoppiati dal 1994 a oggi. Duecento miliardi. Oltre agli hamburger McDonald’s vende infinite altre cose: facciamo duecentomila miliardi. È evidentemente una esagerazione.

Le promozioni scadono. E non ci sono sempre. Presumo comunque che, messe insieme tutte le filiali mondiali, ci siano mille promozioni l’anno. Diciamo che un codice resta valido per un anno, altra esagerazione, e valga ovunque sul pianeta, esagerazione al quadrato. Quanti scontrini si stampano in un anno? Approssimando sulle approssimazioni, pensando alla crescita della catena, considerando solo gli ultimi anni, potremmo dire… diecimila miliardi.

Spreco e anche fastidio. Quel codice lo devo digitare da qualche parte nel sito o nella app e fornisce diciassette milioni di volte la varietà che serve a coprire una versione assai fantascientifica, per gonfiaggio, del business di McDonald’s. Vuol dire che potrebbe essere ben più corto.

Si parla comunque di una attività planetaria, che ambisce idealmente a servire sette miliardi di persone.

Sai che il codice fiscale italiano, pensato per servire una platea cento volte minore, copre un terzo dello spazio combinatorio coperto dai codici promozionali di McDonald’s? E nella sua enormità è pure disfunzionale.

Spreco, fastidio e frustrazione.

Il costo della distribuzione

Molto rumore per Netflix che toglie dalla sua app l’interfaccia per abbonarsi tramite App Store, come ha già fatto su Google Play. Lasciando solo opzioni di abbonamento esterne ad App Store e Google Play, evita la trattenuta del quindici percento richiesta dal distributore, Apple o Google in questo caso.

(A differenza di quanto si può leggere pressoché ovunque, Netflix ha sempre pagato il quindici percento su App Store).

Il fenomeno è in crescita, con gesti eclatanti come quello di Epic Games che ha messo in vendita Fortnite per Android fuori da Google Play.

È strano però che non si vedano disamine serie. Il tono dei commenti va dalla Apple tax a incassano il quindici percento praticamente senza fare niente. E nessuno che abbia affrontato la questione su un piano strettamente fattuale: quanto costa oggi fare andare avanti un app store?

Può essere che la forbice 70/30 sia stata superata dai tempi. Discord, uno store molto di nicchia (nasce come piattaforma di chat per parlarsi a distanza durante il gioco online), si è fatto pubblicità annunciando una forbice 90/10, con lo slogan nel 2018 distribuire una app non costa più il trenta percento.

Peraltro Steam, distributore indipendente di giochi, applica il rapporto 70/30.

Banda, sicurezza, storage, amministrazione abbonati, strumenti di supporto agli sviluppatori… quale percentuale è veramente accettabile oggi prelevare sul costo di una app che accetta di farsi distribuire? Ed è giusto che ci sia un margine di profitto, oltre alla copertura dei costi? Di che entità?

Sarebbe bello sentire opinioni, appunto, fattuali, non tipo dieci percento per nessun’altra ragione che suona bene dirlo.

Eppure, non trovo alcuna lettura utile.

Una storia in sviluppo

Mi ha scritto (in quanto già cliente, non per altro; è una newsletter) Cortis Clark, autore di Crossword Forge, programma che avevo comprato a suo tempo per creare enigmistica su Mac.

Clark ha venduto Crossword Forge e altri programmi attraverso la sua società Sol Robots, che però ha dovuto lasciare nel 2011 per un calo delle vendite, accettando lavori presso Apple e Google allo scopo di mettere insieme pranzo e cena.

Nel 2017 ha risparmiato abbastanza denaro per riprovarci e, fondata Save the Machine, ha lavorato venti mesi allo sviluppo di Simile, app per iOS con cui conta di risalire la china.

Clark mi ha proposto di contribuire al suo successo in vari modi, a partire dallo scaricamento (gratis) di Simile per andare a recensione della app, acquisto di funzioni in-app eccetera.

Per il momento ho solo scaricato la app, che comunque è già qualcosa. Non ho ancora lanciato Simile e non ho idea di quante promesse mantenga, oppure se valga la pena di un acquisto.

Certamente ho riflettuto sul volto umano del mondo del software. Per molti di noi significa storcere il naso davanti a una percepita estorsione di un euro o due; per alcuni è la differenza tra mantenere la famiglia orgogliosamente oppure faticosamente.

Non so se farò parte degli acquirenti di Simile; certamente ha saputo raccontare bene la sua storia e già questo è un titolo di merito.

Un dopo Dropbox

Sono rimasto incuriosito da pCloud e ho provato a eseguire l’installazione completa. Ovviamente non manca l’opzione di invitare terzi a usare il servizio e, nel farlo, guadagnare gigabyte di archivio.

Non sono mai stato interessato a rastrellare gigabyte a qualsiasi prezzo né lo sono ora; sarebbe solo interessante, per curiosità e completezza, se uno di quanti leggono accettasse l’invito, con un clic sul link qui sopra.

Il tutto si inserisce in una riflessione che sto conducendo rispetto ai sistemi di archivio online che ho in uso. Attualmente faccio un grande uso di Dropbox e un modesto uso di iCloud Drive. Mi piacerebbe mollare il primo e adottare integralmente il secondo, solo che dovrei cambiare parte del software che uso ora su iOS e il gioco probabilmente non vale la candela.

Per capire quanto la candela valga, sto esplorando opzioni alternative a Dropbox e appunto.

Grazie in anticipo a chi deciderà – mi raccomando, solo se realmente interessato – di regalare un clic.

La Befana vien di note

Tutte le feste si porta via, tranne GarageBand, che è cresciuto fino a essere un piacere per chiunque si diletti nella musica e oggi compie quindici anni.

Lo segnala MacRumors, che aggiunge una suggestiva timeline delle evoluzioni principali del programma nel tempo.

Le mie doti di musicista sono scarsissime e GarageBand, quelle rare volte che ho tentato, mi ha sempre aiutato in modo semplice, intuitivo ed efficace, su qualsiasi apparecchio.

Non mi aspetto aggiornamenti nella calza, visto quello recente di novembre, ma un sacco di altre soddisfazioni per questo 2019 sì.

Anno nuovo, deficienti vecchi

Mi è capitato di leggere altre reazioni all’annuncio della revisione al ribasso del fatturato Apple e ognuno ha le sue opinioni, vanno rispettate.

Un conto però sono le opinioni e un conto la deficienza, intesa alla lettera come mancanza di.

Da anni evito accuratamente le coperture di Apple scritte in italiano e il deficiente che mi hanno sottoposto casualmente conferma la bontà dell’impostazione nel tempo.

Il suo pezzo evidenzia nella prima riga come, a memoria, l’avviso di revisione al ribasso del fatturato non abbia precedenti per Apple. Deficienza di memoria, ma forse più di uso di Google, perché chiunque potrebbe accorgersi che è successo nel 2002.

Sventuratamente, ho proseguito la lettura. Il deficiente si è prodotto in un triplo salto mortale carpiato scrivendo una cosa tipo il mio caso non rappresenta certamente un campione statistico rilevante, ma rimango sempre un utente medio. Deficienza, in questo caso, di un certo numero di nozioni – non elevatissime – in ambito matematico e logico.

Ho perseverato diabolicamente nell’errore. Il pezzo si conclude con la raccomandazione, sicuramente informatissima, di produrre un MacBook a mille euro, tre quinti del prezzo base attuale. Una mossa che certamente produrrebbe vendite miracolose di milioni di MacBook e compenserebbe i cinque-nove miliardi di fatturato limati da Apple nella revisione al ribasso. Chissà con che margini di guadagno.

All’indomani di una comunicazione in cui si parla esclusivamente di iPhone e si indica esplicitamente MacBook Air come fattore determinante nella crescita del fatturato degli altri comparti di Apple, escluso iPhone; crescita a doppia cifra.

Il deficiente risolverebbe la perdita di fatturato dovuto a mancate vendite di iPhone con un taglio al prezzo dei MacBook.

Non lo linko perché tanto chi vuole lo trova e molti lo avranno già letto. C’è infatti un aspetto nel quale il sito è tutt’altro che deficiente: pubblicità, affiliazioni, sistemi per generare denaro dal traffico web.

I deficienti, qui, sono quelli che digeriscono contenuto del genere senza non dico ribellarsi, ma almeno leggere dell’altro.

Prepararsi al dopo

Grande risalto all’annuncio di Apple per cui le vendite di iPhone saranno ben sotto le previsioni originarie e posso capire che i miliardi di fatturato mancanti stimolino i polpastrelli. Eppure sembra che nessuno voglia veramente inquadrare la notizia nella sua giusta dimensione, men che meno Engadget quando titola Apple sa che l’epoca del cambio annuale di iPhone è finita.

Non è neanche mai iniziata. Lo scorso marzo Horace Dediu di Asymco aveva stimato la vita media di un apparecchio Apple in poco più di quattro anni, aggiungendo che due terzi di tutti gli apparecchi mai venduti da Apple erano in attività.

Ognuno arriva con la spiegazione che aveva in mente già prima e attendeva solo l’occasione per esprimere: non c’è più innovazione dai tempi di Steve Jobs, i prezzi sono troppo alti, la qualità non è più la stessa, la concorrenza è sempre più vicina e vai con il valzer del disco rotto, ripetere la stessa cosa ogni anno la fa sembrare un po’ più vera.

Nessuno cui venga in mente che, se fossero vere tutte queste motivazioni, ognuna di esse sarebbe fin troppo blanda e, quindi, brandirla a mo’ di clava come se fosse decisiva si rivelerebbe comunque sbagliato.

Una cosa che Apple certamente sapeva, ma Engadget si è ricordata solo dopo il titolo, è che il recente programma di ricambio batteria di iPhone a prezzo ridotto ha spinto molte persone a cambiare batteria invece che comprare un iPhone nuovo. Altra cosa nota sono i problemi in Cina, che esistono da sempre perché in Cina iOS non ha un reale vantaggio competitivo: lì conta solo usare WeChat, usato in mille modi che trascendono la messaggistica, e la piattaforma su cui gira conta poco. E la Cina attualmente è l’unico mercato possibile dove cercare crescita reale.

Come al solito Apple si distinguerà, nel bene o nel male, non tanto per quanti iPhone continuerà o meno a vendere, ma per come si preparerà al futuro dopo iPhone, che arrivi domani o tra un quarto di secolo.

Hardware platonico

L’esposizione di Ikea utilizza spesso la sagoma di un computer per aggiungere verosimiglianza all’arredamento delle stanze-tipo.

La loro idea di un computer-tipo è un Mac, senza il minimo spazio per i dubbi.

Facsimile di Mac per gli arredamenti Ikea

La tavoletta-tipo, invece, è un concept astratto, simile a tutto, uguale a niente.

Facsimile di tavoletta per gli arredamenti Ikea

Fatico a credere che Ikea improvvisi sui dettagli o agisca a caso, specialmente nell’organizzare l’esposizione: è la loro fabbrica di vendite.

Mi chiedo quindi perché tanta concretezza nel riferirsi a Mac, per inseguire invece una immagine platonica di tavoletta.

Il prezzo della nostalgia

Bisogna ricordare che si entra nel nuovo anno con l’addio agli acquisti su Cydia, l’app store del jailbreaking su iOS.

Non è l’addio a Cydia, che persiste; tuttavia non è più possibile acquistarvi software. Che pare il preludio a una successiva decisione più radicale, dato che le ragioni addotte sono principalmente costi e sicurezza.

Jay Saurik Freeman, il genio dietro Cydia, mantiene una piattaforma che è in perdita e lo è ancora di più se permette di acquistare. Peggio ancora, un bug ha causato perdite ulteriori, visto che consentiva di comprare a spese dell’account di terzi in situazioni dove la vittima visitava repository non fidati.

Sarebbe facile atteggiarsi a grillo parlante e alzare il ditino: chi ha difeso il diritto a installare sul proprio iPhone quello che pareva, nel nome della libertà, lo sospende per difendere persone da rischi che potrebbero correre. Non molto diverso, alla fine, da quello che ha sempre promosso Apple.

La cosa da dire invece è un’altra. Mandare avanti un app store, anche artigianale, è una faccenda maledettamente costosa e problematica. Perché qualsiasi occasione di abusare del sistema verrà sfruttata da qualcuno e parare tutto in modo che nessuno si faccia male è pressoché impossibile. Quello che diamo per scontato, in termini di sicurezza e qualità, è il frutto di fatica continua e difficile.

Ho anch’io usato il jailbreaking sul mio iPhone prima edizione e non ho mai cambiato idea. Bella iniziativa, per scopi specifici, per pochi. La libertà, il diritto, la ribellione contro le multinazionali, tutte scemenze. L’unica libertà che si possiede nel mondo della tecnologia è quella di chi possiede la conoscenza; chi non la possiede, a un certo punto del suo cammino deve fidarsi di qualcuno. Saurik ha finito per scoprire che non poteva fidarsi neanche di gente che popolava di prodotti il suo store. Lui di conoscenza ne ha un bel po’.

Il jailbreaking ha fatto il suo tempo, da tempo. Andiamo avanti e, se vogliamo sperimentare e prenderci i nostri rischi, piuttosto usiamo un Raspberry Pi, molto più divertente e istruttivo.

Concreto e immateriale

Come viatico per il nuovo anno scelgo Macincloud, un Mac a disposizione nella Nuvola e anche con prezzi accessibili; esiste persino il piano a consumo, un dollaro l’ora con prepagate da trenta dollari.

Come idea mi ricorda la scelta di molti milanesi che hanno rinunciato all’auto di proprietà perché costa loro molto meno chiamare un taxi quando serve, o usare i servizi di condivisione. Come idea la capisco perfettamente, appena consigliata a una cara amica che purtroppo per lei usa Windows e vorrebbe pubblicare autonomamente un eBook su iTunes. Se deve fare solo quello, con pochi dollari può portare a termine il compito – che richiede un Mac – e ha risolto. Scommetto anche che, sbrigata la pratica e toccato con mano, le verrà più voglia di avere un Mac in casa invece che online.

Un Mac nel cloud sono due estremi che si toccano, è un’idea che attraversa l’intero piano dell’usabilità degli strumenti informatici da quelli più tradizionali a quelli più immateriali. È un paradosso che allarga la mente e incoraggia a pensare in modo creativo.

Personalmente preferisco ancora avere un Mac in casa, saldamente piazzato sulla scrivania. Ma quando sarò dall’altra parte del mondo con il mio iPad, magari mi verrà voglia di fruire per pochi istanti di un Mac. E sarà meglio puntare sul Mac fisico a casa oppure averne uno online, magari con il server a due passi da dove mi trovo?

Pochi modi di iniziare l’anno sono migliori del porsi domande intriganti. Felice 2019 all’insegna di Mac, comunque lo si desideri.

Lo sbilancio di un anno

Si chiude un anno che, da questa parte della scrivania, ha portato problemi hardware, problemi con clienti, problemi logistici, problemi strategici, problemi pratici. Diciamo che se ne sono visti di migliori.

Eppure il bilancio faticoso e semi-insonne del 2018 è in gigantesco attivo per via dell’arrivo della secondogenita, che domani spegnerà la prima candelina. Secondogenita che in parte è responsabile dell’andamento non brillantissimo dell’annata; di fatto non ha ancora regolarizzato il ritmo del sonno e questo, nell’ecosistema familiare, complica di molto la quotidianità lavorativa e no.

Chi mi conosce sa che riesco a essere noioso e pedante, polemico e astioso, testardo e tignoso, però mai moralista. Al tempo stesso, sono ben consapevole di quale sia lo zeitgeist, la visione collettiva di certi temi, e di quanto sia di tendenza buttarla sul sé per dimenticare qualsiasi altra cosa.

Per questo mi sento di sbilanciarmi e scriverlo. Perché lo faccio a moralismo zero, perché va contro il pensiero diffuso e la prassi tipica, perché so che non lo scriverò mai più – qui, almeno – e questo neutralizza i miei difetti noti.

Non tornerei mai indietro e fare una figlia (o un figlio) è la cosa migliore che possa capitare. Fare la seconda figlia, poi, non è la replica di uno spettacolo già visto, ma una esperienza ulteriore.

Se capita la possibilità, conviene coglierla, anche contro tutto e contro tutti.

Il mio Capodanno sarà unico e mai vissuto prima, nonostante ne abbia visti alcune decine. È l’augurio che rivolgo a ciascuno e poi conta poco se a catalizzare la novità sarà una secondogenita o qualsiasi altro evento. Un 2019 unico e irripetibile per ciascuno di noi.

Sempre grazie a chi ha voglia di passare.