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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Un non comune sentire

A seguito dello sproloquio di ieri comprendente IA Writer, devo riportare il dettaglio dei miglioramenti tipografici apportati al programma.

Lo trovo entusiasmante da un punto di vista ideale, indipendentemente dal gradimento o meno per i nuovi font. I quali però sono espressamente studiati per consentire variazioni e aggiustamenti in quantità praticamente infinita per figurare al meglio su ogni apparecchio e in ogni configurazione. Ci sono compensazioni automatiche delle spaziature orizzontali e verticali, un lavoro appassionato per arrivare a un font che riunisca le caratteristiche migliori di monospaziato e proporzionale insieme.

Dove si capisce che la strada è interessante, è qui:

La parte folle è che probabilmente non ti accorgerai di niente. Però lo potresti sentire.

I font sono su GitHub, scaricabili gratuitamente.

A una software house indipendente, che potrebbe tranquillamente cavarsela con un menu di otto font abituali, veramente non so che cosa si potrebbe chiedere di più. Anche solo scaricare i font, che non costa niente, è un sostegno per quanto piccolo alla loro causa, che oggi è tangente alla causa per la buona tipografia.

Forse non si vede, ma la tipografia è una causa cruciale. Perché si sente.

Sviluppi editoriali

Non è solo che Editorial manca da tempo di aggiornamenti significativi: scrivo molto e dunque le antenne sono sempre ritte nella direzione di programmi interessanti per scrivere su iPad come piace a me.

Questo articolo di MacStories mi ha riacceso l’interesse verso IA Writer, che non ho mai considerato e però ha messo nel tempo dalla sua parte un componente importante: la tipografia. Che si aggiunge a flessibilità e potenza notevoli, come scrive Viticci:

[La configurabilità del programma] mi consente di lavorare su articoli del team di MacStories in un text editor che supporta un modello personalizzato simile nell’aspetto al sito vero e proprio.

La cosa che mi trattiene è l’esistenza del programma per qualsiasi piattaforma concepibile, il che mi fa dubitare della effettiva efficacia di IA Writer su una piattaforma specifica. D’altronde di Viticci ci si può solamente fidare.

Intanto un piacevole effetto collaterale dell’articolo è stata la scoperta di Kodex, editor gratuito che si deve ancora sgrezzare – per esempio non conta le parole o i caratteri – e però promette moltissimo su alcuni aspetti, per esempio l’uso delle espressioni regolari e la modalità di lavoro multicursore. L’ho scaricato perché so che non lo userò in pianta stabile, ma mi tornerà utile.

Grazie ai pionieri

Interessante e centrato il punto di vista di Dave Winer:

In 1985, Apple fece qualcosa di audace e ambizioso: incluse la capacità di collegarsi in rete in tutti i Mac che costruivano. Significa che, se le interfacce di programmazione (API) fossero state facili da adottare per gli sviluppatori, su Mac sarebbe arrivata una grande ondata di applicazioni di networking solo per Mac. Non ho dubbi sul fatto che il web sarebbe partito su Mac, magari anni prima che accadesse su NeXT. Ma le API di networking erano impenetrabili, per cui solo pochi sviluppatori […] riuscirono a usarle.

È un bel riassunto del senso di Apple nel mondo tecnologico e anche dei suoi difetti. Apple ha mostrato al mondo che tutti i computer dovevano avere una scheda di rete. Il mondo ha brontolato, criticato, stravolto il messaggio e – con anni di ritardo – lo ha adottato.

È successo in tante altre occasioni. Apple ha mostrato ovviamente a tutti che serviva una interfaccia grafica su uno schermo bitmap e poi che serviva Usb (nessuno se lo filava, prima di iMac), ma anche milioni di colori, uno schermo sensibile al tocco sul telefono, l’elenco sarebbe lungo. Il meglio di Apple è quando mostra la strada al mondo, usualmente un mondo miope (ricordi quando sembrava imprescindibile un lettore Blu-ray sui portatili? E prima ancora un floppy disk?).

Il difetto di Apple è che a volte dimentica la propria stessa natura. Se sei pioniere, ma rendi il tuo lavoro incomprensibile e inaccessibile, quel lavoro si perde.

Pionere resti sempre, però.

La giusta angolazione

L’ho già detto, iPad Pro 12”9 è a stare larghi una delle tre migliori macchine che abbia usato nella vita. Lo uso del tutto intercambiabilmente con il Mac ed è un piacere assoluto.

Uso pochissimo gli animoji invece, ne avrò inviati tre da novembre, dei quali uno di prova.

iPad Pro non ha il notch degli iPhone serie X; l’hardware di riconoscimento facciale è nascosto nella cornice, sul lato corto dove si trova il pulsante di accensione.

Questo implica che, se sveglio l’apparecchio mentre sta in posizione orizzontale, FaceID richiede che punti lo sguardo verso destra o verso sinistra, dove si trovano i sensori. Appare una freccia a indicare la direzione dove guardare e un avviso nel caso la fotocamera sia coperta dal palmo della mano. Analogamente, se iPad sta in verticale con la fotocamera in basso, un messaggio avvisa di guardare in giù (senza volerlo scientemente verificare, è facilissimo impugnare l’iPad Pro 2019 in modo da ignorare dove stia la fotocamera).

Sembrerebbe tutto scontato e invece ho inviato il quarto animoji. Con mia totale sorpresa, ottengo l’effetto di guardare nell’obiettivo se lo faccio verso il centro dello schermo.

Evidentemente il software effettua una sorta di compensazione e permette di guardare in camera anche se la camera si trova a lato.

Ciò non accade quando mi identifico con FaceID. È aperto il dibattito sul fatto che il software di gestione degli animoji sia più recente e sofisticato di quello di autenticazione, oppure se per qualsivoglia motivo si desideri evitare di avere uno strato software di elaborazione dei dati di FaceID al momento di autenticarsi. Il che sembrerebbe anche comprensibile.

In tutti i casi, si è trattato di un classico Apple moment, quelle cose che ti sorprendono perché accade esattamente la cosa giusta in modo naturale. It just works. Accadono ancora.

Consumo (ir)responsabile

Articoli come Gli AirPods sono una tragedia impressionano e non per il contenuto, ma per il contesto dentro al quale evidentemente nascono.

L’idea di base, una riga per riassumerne cento, è che gli AirPods siano una iattura per la civiltà perché fatti di plastica e difficili da riciclare.

Fin qui è una posizione che si può condividere, o meno. Il contesto attorno è terrificante. Varie frasi iniziano con molti pensano che o varianti sul tema, come se la cosa avesse rilevanza fattuale. L’idea che gli AirPods siano simboli di ricchezza ostentata (!) arriva mostrando una foto di Kanye West che impugna il suo portatile in modo noncurante (come peraltro è capitato spessissimo di fare anche a me, che il portatile me lo devo sudare) e una tizia che vende orecchini porta-AirPods.

Naturalmente non manca la tirata moralistica sui ricchi occidentali che progettano AirPods e i poveri orientali che li assemblano dopo che i poverissimi africani hanno estratto i metalli oggetto di conflitti. Il tutto senza il minimo accenno a che cosa si stia facendo o non facendo in merito, dati, informazioni serie su eventuali tendenze, niente.

Tanta demagogia, pillole raccolte in giro per Internet e buttate lì senza un senso logico, argomentazioni un tanto al chilo: la tecnologia Bluetooth prende il nome dal re che voleva unificare la Danimarca e adesso invece connota apparecchi con batterie che dopo due anni muoiono. Vergogna!

La critica agli AirPods è libera, le contraddizioni del nostro tempo sono importanti (come peraltro in tutti i tempi), nessun problema; questo modo di ragionare, mettere insieme fattoidi in una articolessa come se bastasse a legittimare una tesi, l’assenza totale di fact-checking e di autoverifica del proprio prodotto… tutto questo lo vedo sempre più spesso sui media e lo sento nelle conversazioni, e fa più paura.

Preferisco relazionarmi con un programmatore alienato che prende ogni frase alla lettera invece di avere a che fare con i fustigatori di costumi (o meglio consumi) del XXI secolo. Gente che, senza quei consumi, non esisterebbe. Al termine della lettura dell’articolo, ho capito che il tempo necessario mi è costato molto più di un paio di AirPods.

Iniziano a scavare

Ammetto di non avere prove concrete, né riscontri sul campo. Però mi fido di John Gruber anche quando non sono d’accordo con lui e certamente non si espone senza avere come minimo qualche ragione.

Questa la sua valutazione preliminare della nuova versione di Android:

Avrebbero dovuto chiamarlo Android R intendendo “rip-off” [scopiazzatura]. Questa è l’interfaccia di iPhone X. La faccia tosta di questa scopiazzatura è deprimente. Non hanno un orgoglio a Google? Non hanno un senso della vergogna?

Anche quando sembra sia stato toccato il fondo, si scopre di poter scendere ancora.

Il fascino della spirale

A pensarci dopo, era ovvio. E però per arrivarci dovevo vederlo.

Inkbot Design mostra all’inizio di una lunga pagina dedicata all’evoluzione del logo Apple che la mela attuale è costruita a partire dalle circonferenze che si trovano nella spirale logaritmica della sezione aurea.

È una cosa così semplice – vedendola – e sofisticata che si rischia la sindrome di Stendhal.

Sono innamorato.

Tanti per cinque per mille

Faccio il verso a Wikipedia: se ogni lettore di questa pagina desse il cinque per mille a All About Apple, farebbe opera non buona ma straordinaria per un’iniziativa sempre più insanely great man mano che passano gli anni.

All About Apple ha fatto la sua parte, con quindici ragioni per meritarsi il contributo che non fanno una grinza. Per chi li ha conosciuti di persona, poi, veramente non ci sono dubbi.

Almeno quella parte di rapina statale su cui possiamo decidere, decidiamo bene.

L’automazione non è mai troppa

Manca meno di un mese alla Worldwide Developer Conference e penso che gli occhi vadano puntati soprattutto sul futuro dell’automazione per Mac e iOS.

La ragione l’ha spiegata molto bene Jason Snell su Six Colors: sta arrivando il cosiddetto Marzipan, un sottosistema software che permetterà agli sviluppatori di portare agevolmente app iOS su macOS e in via definitiva di produrre applicazioni che in un unico package contengono il codice necessario per funzionare su qualsiasi apparecchio Apple.

Questo significa che arriveranno su Mac anche i Comandi rapidi e magari la possibilità di lanciarli tramite Siri. Come si interfacceranno con Automator e AppleScript è argomento intrigante perché le soluzioni possono essere più di una e non c’è dubbio che, anche nelle ipotesi più catastrofiche, qualche forma di integrazione, se non ci sarà, verrà elaborata dagli sviluppatori. L’automazione su iOS si è sviluppata abbondamentemente malgrado Apple, che ha preso atto a cose fatte anche se per fortuna sembra stare facendolo con intelligenza.

Personalmente non vedo l’ora di vedere automazione globale per macOS e iOS. Da quando ho preso iPad Pro, più o meno ci passo sopra la metà del tempo-macchina, che per l’altra metà va su Mac. Sistemi per comandare rapidamente una macchina dall’altra, in ambedue le direzioni, mi sembrano conclusione logica e necessaria.

Bellissimo sarebbe l’assenza di soluzioni chiare, unite all’arrivo dei Comandi rapidi su macOS. Scommetto che nascerebbero darwinianamente metodi assai interessanti. Continuo a reiterarlo: il nostro uso futuro delle macchine deve arrivare ad automatizzare tutto quello che è automatizzabile. Che è l’unico modo per non venire automatizzati.

Sotto l’impermeabile

Gli iPhone recenti sono resistenti alla polvere e all’acqua, classificati secondo uno standard denominato IP che prevede una serie importante di prove e specifiche. La materia sembra semplice e invece è complessa, come testimonia questo articolo (pure divulgativo) di C|Net.

Poi c’è OnePlus, che produce il telefono omonimo. Lì hanno avuto un’idea brillante: invece che impegnarsi a certificare i loro modelli secondo uno standard internazionale riconosciuto, hanno girato un video dove buttano OnePlus 7 Pro in un secchio d’acqua.

Guarda caso, OnePlus è uno di quei tanti esempi di come iPhone, ma costa meno. In questo caso si capisce benissimo dove stia il risparmio e di quale tipo di equivalenza in prestazioni si parli.

Fidarsi è bene; io mi fiderei più di una certificazione ufficiale, certo ottenuta dovendo impiegare del tempo e del denaro. Non vorrei dover scoprire a mie spese che cosa OnePlus nasconde sotto quell’impermeabile lì.

Umani dal passato

L’amico Riccardo ne ha fatta una grandiosa: ha cominciato a guardare una conferenza sulle origini dell’interfaccia umana Apple, pubblicata dal Computer History Museum e tenuta nel 1997 da Larry Tesler e Chris Espinosa.

A suon di prendere appunti, l’ha trascritta pressoché per intero.

Guardarla è suggestivo, ma leggerla consente di capire e senza avere assimilato quello che si pensava negli Ottanta è inconcepibile credere di poter dire qualcosa di sensato alla fine dei Dieci.

Da guardare, da leggere, da ripetere entrambe le operazioni. Di materiale così ne esiste veramente poco anche dopo lustri di ricerche e retrospettive.

Piccole innovazioni

Mentre leggevo su SixColors la trascrizione dell’annuncio degli ultimi risultati finanziari pensavo che:

  • hanno ridefinito l’uso del personal computer;
  • hanno creato la musica digitale personale;
  • hanno trasformato il cellulare in calcolatore;
  • hanno reso le tavolette elettroniche un oggetto realmente for the rest of us;
  • hanno cambiato per sempre il concetto di orologio;
  • hanno messo un processore negli auricolari.

Questo senza tirare in ballo traguardi minori, perlomeno quantitativamente, come portare a casa la sperimentazione più allargata mai effettuata sulle malattie del cuore oppure porre le basi del desktop publishing o ancora mettere in piedi i negozi monomarca più produttivi al mondo.

E però ragazzi, questi non innovano.