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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Secondo stadio

È scomparso da poco Alberto Arbasino. Della sua sterminata produzione voglio ricordare un suo aforisma:

La carriera dello scrittore italiano ha tre tempi: brillante promessa, solito stronzo, venerato maestro.

Prendiamo ora Skype. La citazione, stavolta, arriva da Dave Winer:

Quelli che fanno Skype dovrebbero guardare la televisione via cavo. Che cosa c’è che non funziona? Perché così tanti esperti intervistati in remoto appaiono e si sentono così da schifo? Andiamo, si può fare meglio!

Alla sua comparsa, Skype aveva fatto rumore con un approccio innovativo che decentralizzava la rete e lo rendeva formidabile, in prestazioni e possibilità.

Poi i soliti noti hanno allungato le mani e Skype ha perso il suo gioello, l’architettura. È stato scientemente reso intercettabile e la qualità, beh, si legga Winer che non può essere tacciato di fanatismi in questo senso.

Il primo stadio à la Arbasino è passato. Ho l’impressione che si resterà indefinitamente al secondo.

L’inghippo della profondità

Non mi ero reso conto del problema e potrebbe anche esserci una soluzione.

Alcuni bimbi della scuola materna si sono visti ieri tramite Jitsi e naturalmente c’erano le relative famiglie, un genitore, a volte due, fratellini sorelline e animali, viventi o simulacri.

(Sempre più convinto: Jitsi per il personale dove non ci sia modo di usare FaceTime, Valarea per il professionale. Il resto è dietro).

Tornando ai bimbi, betatester come nessuno, il problema dei moderni sistemi di videoconferenza è che funzionano meglio se si parla uno alla volta. Servono disciplina e diligenza, nonché tanta empatia e controllo per non interrompere (e sapersi interrompere). Chiaro che magari adulti motivati possono provarci con profitto, mentre con bambini (e relative famiglie) è impossibile. Tutti parlano con tutti.

La parte interessante è che i genitori hanno vissuto il momento con un risvolto comportamentale proprio dei ritrovi fisici: in occasione di una festa, di una merenda, un picnic tra più persone, può capitare che una persona parli e tutti ascoltino. Mi sembra però che accada in pochi momenti.

Nella maggior parte del tempo, ciascuno parla con una persona diversa o al massimo con poche persone. Nel macrogruppo si creano i capannelli, tendenzialmente di due-cinque persone. Nessuno ascolta tutto quello che viene detto nel raduno, ma ascolta e si rivolge a un insieme ristretto di persone. Nei capannelli c’è un turnover; si formano e si disfano, c’è chi passa dall’uno all’altro, crescono o si riducono.

È chiarissimo che un sistema attuale di videoconferenza non ha alcuna idea di questo. Ma è così che ci si parla in grandi gruppi.

Ambienti virtuali immersivi come Second Life hanno affrontato il problema radicalmente, con la creazione di una spazialità che simula in tutto quella ordinaria. D’altronde è chiaro che, prima di avere famiglie medie che in modo semplice e familiare portano in un prato virtuale i propri avatar bimbi compresi, passano ancora cinquant’anni. Dunque?

Il prossimo sistema di videoconferenza che immagino permette di disporre gli avatar dei partecipanti in profondità su un piano 2,5D (tre dimensioni simulate sullo schermo), più vicini, più lontani, secondo l’interesse del momento. Quando le persone coinvolte manifestano un interesse simile, si forma un capannello. Il sistema aggiusta automaticamente l’audio di ciascun partecipante in funzione della disposizione degli avatar: più flebili quelli più lontani, più forti quelli vicini. Una funzione tipo forchetta sul bicchiere permette di chiedere l’attenzione collettiva, con un meccanismo antiabuso.

È complesso ma fattibile e ho già ragionato su vari dettagli che non sto a esporre qui per non allungare troppo. Da nessuna parte ci vuole rocket science comunque, basta buonsenso. Sistemi come Discord consentono di aggiustare manualmente l’audio di ciascun partecipante a una chat. Si tratta di aggiungere logica che automatizzi la cosa in funzione di un criterio. Complesso, fattibile.

Ecco, se lo brevetti non pretendo per forza le royalty, ma almeno la citazione come pioniere sì e un caffè, grazie.

Eppur non si muove

Deliziosa spiegazione di che cosa sta dietro meccanicamente e fisicamente al design della nuova Magic Keyboard di iPad Pro, da parte di Dr. Drang.

A chi si chiede se sia stabile, se funzioni, se non si ribalti eccetera risponde senza dare una risposta (le tastiere non sono ancora disponibili ai non iniziati) ma mostrando con chiarezza cristallina forze, pesi ed equilibri in gioco.

È anche una bella dimostrazione di come il design di prodotto sia ben più articolato di quanto si possa pensare. Nella testa di tanti, una tastiera è una tastiera.

La banda, bassotti

Dicono che quando la vita ricomincerà a scorrere senza l’occhio quotidiano alle curve epidemiologiche, molte cose comunque non saranno più come prima.

Immagino si riferiscano in primo luogo ai politici che si sono distinti nelle primissime fasi della pandemia per i loro comportamenti e pronunciamenti scriteriati.

Penso però ad altro e noto che per un mese Netflix ridurrà del 25 percento il proprio traffico dati sulla rete europea.

Una mossa similare viene adottata da Amazon.

Anche YouTube taglia la qualità dei propri video in Europa.

Così fa Disney Plus in previsione del lancio nel Vecchio Continente.

Succede anche con Apple TV+.

Non è un caso. Lo ha chiesto l’Europa.

Incapaci da tutto il continente hanno dato vita a un’Europa dove non c’è abbastanza spazio per tutti i dati in una situazione di emergenza.

Penso se succedesse con i tubi dell’acqua, le condutture del gas, i cavi dell’energia elettrica.

Spero di non sentire nel 2020 l’obiezione che la rete non è un bisogno primario. Lo manderei a spiegarlo alla gente che dalla sera alla mattina si è ritrovata a fare smart working. Che è telelavoro bieco, lo smart working è un’altra cosa.

Non parlo di me; lavoro autonomamente da tempo e so come ci si organizza, singolo e azienda, per andare in videoconferenza quando serve e nel modo più produttivo.

Parlo di chi è convinto di dover stare in videoconferenza otto ore e adesso va via l’audio, poi cade la linea, poi il video stenta, le orecchie dolgono, le slide finalmente vengono guardate da utenti finali invece che da autori; se in condivisione schermo le slide non si leggono, è segno che sono malfatte.

Ci sono intere economie a rischio che hanno bisogno disperato di poter funzionare online in questa situazione e la soluzione è tarpare le ali a Netflix, così che la gente chiusa in casa non abbia neanche uno streaming decente.

Quando la vita ricomincerà a scorrere ci vorrebbe un bel processo collettivo ai responsabili dell’infrastruttura di rete europea, da condannare a scavare loro l’ultimo miglio, con le unghie. Gente di statura politica infima e capacità nulla.

Simili, ma diversi

Che l’uso di un iPad possa implicare la presenza del cursore sullo schermo in certe situazioni, ci può stare. Usato con una tastiera, a mo’ di portatile, lo schermo touch non è ergonomico. È il motivo per cui finora non si è visto un Mac con schermo touch.

L’importante è che il cursore su iPad non lo trasformi in una sorta di Mac-simile.

Per fortuna la recensione di The Verge del nuovo iPad Pro e Magic Keyboard relativa porta buone notizie, ovvero la conferma che il supporto del cursore su iPad è studiato apposta per l’apparecchio, come mostrano le tre caratteristiche principali:

  • il cursore appare solo se serve;
  • è un circoletto, non una freccia;
  • cambia forma in funzione dell’oggetto su cui si trova.

La prima caratteristica è di gran lunga la più importante. La seconda spiega bene che l’apparecchio continua a essere basato fondamentalmente sul tocco. La terza è un miglioramento interessante e benvenuto dell’interfaccia umana. Che, volendo, si può anche spegnere se dà fastidio.

La presentazione del trackpad per iPad Pro da parte di Craig Federighi è rinfrancante per chi auspica che iPad rimanga iPad, con la sua leggendaria versatilità. E in più possa azionare un cursore quando faccia comodo.

Divertirsi con poco

Un attimo di distensione, anzi due: il primo per votare nella Mac Madness (scopo: fare avanzare sul tabellone il Mac o i Mac che si sono amati di più negli anni).

Il secondo per leggere la bella storia dei giochi roguelike appena apparsa su Ars Technica.

Ci vorrà più di un attimo, è lunga e articolata, eccellente per chi sia appassionato del tema (grafica Ascii, morte permanente, chi sbaglia ricomincia da capo anche se ha fatto un milione di turni per arrivare a un passo dall’obiettivo). Ma appunto, è divertirsi con poco, quando l’eroe che lotta per sopravvivere dentro un sotterraneo letale ha l’aspetto di una chiocciola.

Non sono ancora riuscito a finire Brogue intanto, ed è una frustrazione.

Come dicevano?

John Gruber è molto soddisfatto degli aggiornamenti di iPad Pro, MacBook Air e Mac mini e, modestamente, anch’io.

Come dicevano? Questa cosa della segretezza non si porta più, oramai si sa tutto prima. Infatti, tutti erano stati avvertiti della presentazione di oggi, sapevano che dentro iPad Pro c’è uno scanner LiDar (no, non serve per guidare la macchina con iPad; velocizza e rende più precise le applicazioni di realtà aumentata), sapevano che il cursore su iPad è una cosa completamente diversa dal cursore su Mac.

Come dicevano? Apple non innova più e non fa niente di nuovo. iPad, nel suo tentativo di diventare anche un portatile a mezzo servizio, copia da Surface, guarda per esempio la tastiera.

Già, guarda la nuova Magic Keyboard, che sembra tirata fuori da un film di fantascienza. Vedremo quella nuova di Surface, quando arriverà, come sarà fatta e chi ci sarà arrivato per primo.

Come dicevano? Con quel dorso arrotondato rischia di dondolare, diceva Paolo Attivissimo di iPad dopo averne visto la presentazione in streaming.

Se adesso guarda il video promozionale, con quella mano che porta via l’apparecchio come se fosse semplicemente appoggiato al sostegno, gli viene uno stranguglione.

Ne resterà almeno uno?

npm, package manager strategico per chi sviluppa in JavaScript, è stato acquisito da GitHub.

Cioè è stato acquisito da Microsoft, che due anni fa ha acquisito GitHub.

Microsoft è la stessa che produce TypeScript, un superinsieme di JavaScript che lo estende. (JavaScript sarebbe uno standard, nel frattempo).

Estendere tecnologie molto usate era la strategia della vecchia Microsoft per farle fuori. Embrace, Extend, Extinguish. Nel caso in esame, tutto il codice JavaScript funziona tranquillamente in TypeScript, mentre il contrario non è vero; una volta che un numero sufficiente di sviluppatori avrà adottato TypeScript, JavaScript sarà svuotato di senso e Microsoft avrà il pieno controllo della tecnologia. Certo, parliamo di open source, chiunque può creare un fork, una branca differente dello stesso codice, e ripartire liberamente. Ma l’indomani Microsoft mette, che so, cento sviluppatori a lavorare con l’obiettivo di rendere inutile o superato il fork. E puoi avere tutto l’open source che credi, diventi irrisorio lo stesso.

In questo contesto, Microsoft ora ha il controllo del package manager più usato dagli sviluppatori.

Nel frattempo, sempre Microsoft annuncia la seconda versione del suo Windows Subsystem for Linux (in sintesi: per non correre il rischio che tu voglia installare Linux al posto di Windows per il tuo lavoro di sviluppatore, ti facciamo trovare un Linux già pronto così puoi continuare a usare Windows).

Tra le novità: il kernel Linux non farà parte dell’immagine di installazione, ma verrà distribuito tramite Windows Update. Ovvero, uno potrà scegliere la versione di Linux che desidera, ma il kernel (il nucleo del sistema) sarà sotto stretto controllo di Microsoft.

Ancora, la nuova versione del sottosistema Linux può essere fatta funzionare dentro una macchina virtuale, grazie all’utilizzo dell’architettura Hyper-V di Microsoft.

Casualmente questo causa problemi nell’utilizzo di macchine virtuali concorrenti, per esempio VMware, i cui ingegneri dovranno spendere tempo e risorse per risolvere il problema invece di fare progredire VMware. Una volta risolto il problema, rimarranno impiccati al capriccio di Microsoft, che potrà introdurre quando vuole le incompatibilità che vuole fino a quando a nessuno verrà in mente la malsana idea di usare VMware per virtualizzare il sottosistema Linux di Windows.

Insomma, la nuova Microsoft non è come quella vecchia, che voleva distruggere l’open source. Al contrario, lo ama. Al punto da volerlo tutto per sé, in modo possessivo.

Resterà almeno un pacchetto software open source di qualche rilevanza, che potrà chiamarsi ancora free software, nel senso di freedom e non in quello di free beer?

Il nodo è tratto

Per non farci mancare niente, ho iniziato quello che sarà facilmente un percorso accidentato verso la migrazione di tutti i miei affari web su Linode.

Sarà un’occasione di imparare molto e anche di combinare disastri mai pensati prima. Potrebbe verificarsi una momentanea interruzione delle pubblicazioni di questo blog o qualche problema con la posta diretta a lux chiocciola loox punto net.

Farò del mio meglio per mantenere acceso tutto e quanto nelle mie possibilità, comunque, per mantenere inalterato il ritmo di produzione di un post al giorno, come da impegno contratto a inizio anno.

E racconterò come è andata. Per oggi ho semplicemente acceso un account.

Dimmi con chi lavori

In questi giorni leggo frequenti confronti tra sistemi sanitari di nazioni differenti. Penso che siano metriche di valutazione superate.

Dipende con chi lavori e per chi lavori, più che dal passaporto.

Per esempio, questo capoverso è compreso nella risposta di Apple alla pandemia:

Tutti i lavoratori pagati a ore continueranno a essere pagati come in una situazione di normalità. Abbiamo allargato le nostre politiche di permesso pagato in modo che comprendano le circostanze personali o familiari create da Covid-19, compresa la convalescenza, l’assistenza a un congiunto, la quarantena obbligatoria o le problematiche con i figli causate dalla chiusura delle scuole.

Farei il conto delle aziende che fanno questo, fanno di più o fanno di meno, più che pensare a dove si trovino. Anche perché un dipendente Apple può trovarsi circa dovunque nel mondo e lo stesso vale per decine, centinaia di aziende multinazionali.

Ricchi, grandi ricchi e statistiche

La notizia che Bill Gates esce dal consiglio di amministrazione di Microsoft per dedicarsi maggiormente alle sue attività di filantropo ha suscitato comprensibilmente grande clamore.

Meno comprensibilmente, ho visto varie espressioni di ammirazione per la parabola dell’uomo Gates, che più o meno prima si disapprovava o si disprezzava per quello che aveva fatto in e con Microsoft mentre adesso, invece, fa il filantropo.

Una notizia: Gates esce dal consiglio di amministrazione. Non esce da Microsoft, dove continuerà a operare come Technology Advisor per l’amministratore delegato e altri dirigenti.

Sembra anche, a leggere commenti qua e là, che Gates si stia dedicando a spendere il proprio denaro in attività benefiche.

In un certo senso è vero; in termini assoluti, tuttavia, Gates è più ricco di prima che facesse il filantropo.

Ho chiesto aiuto a Wolfram Alpha, che prende i dati da Forbes e quindi non è tacciabile di inesattezze: il patrimonio personale di Bill Gates era appena superiore a quaranta miliardi di dollari nel 2002. Eccettuata la parentesi del 2008 dovuta alla crisi finanziaria globale, la cifra è salita pressoché costantemente. Oggi, diciotto anni dopo, Gates possiede centosei miliardi di dollari.

Interessa poco sapere se Gates usi l’attività filantropica per fare soldi o se accorti investimenti gli permettano di spendere e contemporaneamente mantenere, anzi, aumentare la propria ricchezza; di fatto è evidente che fare il filantropo, da un punto di vista di portafogli, gli conviene.

Gates è un membro di The Giving Pledge, l’impegno degli individui e delle famiglie più facoltose del mondo a dedicare la maggior parte delle loro ricchezze al giving back, al ripagare la comunità delle fortune che hanno avuto modo di raccogliere.

Dal 1994 a oggi, lui e la moglie hanno donato alla Bill & Melinda Gates Foundation un totale di oltre trentasei miliardi di dollari, più di 1,3 miliardi l’anno.

Meno di Warren Buffett, che dal 2006 si è impegnato a contribuire alla fondazione e solo una volta, nel 2009, ha versato quella cifra. Altrimenti, ha fatto regolarmente di più.

Il quadro ritrae un grande ricco che allestisce una fondazione che gli offre vantaggi fiscali e un grande ritorno di immagine, in un contesto che lo rende ancora più ricco. Se questo meriti ammirazione, più di quanto la meritino tutti gli altri ricchi che fanno beneficenza e tutti quanti si dedicano a combattere la malaria o il cambiamento climatico, comprese aziende farmaceutiche e aziende petrolifere, non lo so.

Aggiungi un milione di posti a tavola

Ho avuto modo di assistere a qualche keynote Apple dal vivo ma non ho mai partecipato a una edizione di Wwdc.

Neanche quest’anno la vedrò dal vivo, ma invece di attendere la fine della manifestazione per vedere i materiali, potrò seguire in diretta o quasi tutto quello che l’agenda mi renderà possibile. Assieme ovviamente a qualche altro milione di interessati.

Se vale per me vale per moltissimi altri e significa che il 2020/2021 potrebbe portare a una fioritura eccezionale dello sviluppo software indipendente per Mac e iOS.

Considerazione a latere: passato l’allarme attuale, credo che dall’anno prossimo torneremo a vedere una Wwdc in luogo fisico e così per molti altri grandi eventi di risonanza planetaria.

Mi chiedo però per quanti altri si scoprirà che mantenerli online o farli diventare online sia la cosa più giusta.