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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Le piace vincere facile

Sempre fautore dell’intelligenza artificiale e sognatore di quella forte, magari invecchio, ma la piega che ha preso lo sviluppo software nel campo continua a piacermi poco.

Dopo scacchi e Go, adesso gli algoritmi – AlphaZero di Google davanti a tutti – si sono affacciati sui giochi multiplayer online, stracciando i campioni umani in discipline come StarCraft II. Solo che sembrano barare; cliccherebbero molto più velocemente di quello che sia fisicamente possibile a un umano e vedrebbero tutto il terreno di gioco anziché solo la parte libera dal fog of war, la foschia che limita la visuale dell’umano.

La prestazione è chiaramente fuori discussione. AlphaZero clicca velocissimo, disumano. No problem, è un computer, può consultare tutte le partite di scacchi giocate nella storia prima di muovere un pedone. È fatto per quello.

È che manca il passo in avanti. Forza bruta, velocità, ricerca infinita le abbiamo già viste. L’intelligenza, naturale e artificiale, sta più in là. Difatti, messo a cliccare come un umano con una visuale di gioco limitata allo stesso modo, AlphaZero avrebbe perso.

Non voglio fare il brontolone e dire che avrei voluto AlphaZero mettere il broncio dopo la sconfitta, o dichiararsi emozionato nel prendere posto al tavolo del campione mondiale; è chiaro che i nostri ricercatori non hanno nemmeno l’idea di come dare la coscienza a una macchina e ci vorranno decenni.

Però qualcuno dovrebbe lavorare su quello, anche se i fondi piovono sulle iniziative da ricerca bruta (anche se raffinata, rimane bruta). All’umanità serve un assistente, non un tuttofare. Qualcosa che sappia anche perdere, se è vera intelligenza.