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Gli asparagi e l’immortalità del cloud

Supporti, formati, dati in generale. Ahimé, niente è per sempre. Tocca occuparsene regolarmente, con cura e dedizione. Vedo gente lavare l’auto tutti i sabati che sembra uscita da una sala operatoria. Poi si siede davanti alla tastiera e niente, lì deve vigere l’autoconservazione: creo un bit, adesso fatti vostri e guai al mondo se sparisce.

Spiegato perché si tratti di una pia illusione, giusto una curiosità finale: oggi 20 febbraio 2017, il sistema più garantista sulla conservazione dei dati è il cloud. Sì, quella nuvola virtuale di cui non abbiamo il controllo, dotata di vita propria, cui possiamo accedere per leggere e scrivere dati, e nulla più (il sarcastico dice: per questo i dati sono così affidabili…). Neanche sappiamo dove veramente stanno, in che server, sotto che software, niente di niente (se lo sappiamo, il giorno dopo può essere cambiato tutto).

Scherzi a parte, il servizio S3 di Amazon offre, al meglio delle sue possibilità, il 99,999999999 percento di durata dei dati sull’anno e il 99,99 percento di reperibilità del dato.

per esempio, se archivi diecimila oggetti su Amazon S3, puoi aspettarti in media di perdere un oggetto ogni dieci milioni di anni.

La questione dei decimali non è uno scherzetto: Backblaze, per dire, ne offre tre in meno. Vuol dire che, a circostanze identiche, perderebbe un oggetto ogni “soli” diecimila anni.

La cosa curiosa è che la gran parte di quelli ossessionati dall’immortalità dei dati non lo usano. Perché ha un costo a canone. L’immortalità dei dati dovrebbe essere gratis.

In realtà si può spendere meno, selezionando i dati meno importanti, che è possibile scegliere di fare custodire in maniera meno sicura: le informazioni più sacrificabili. Si può spendere ancora meno impegnandosi con Amazon ad archiviare i dati a volontà, ma andandoli a riprendere con la minore frequenza possibile: è il principio di Glacier.

Un bel paradosso: il sistema migliore per conservare i dati a lungo è usare sistemi di cui non abbiamo il controllo e, per giunta, composti da hardware di qualità assolutamente discutibile per ogni pezzo singolo. Nel cloud i dischi sono come il filo interdentale in bagno: usi, si spezza, lo getti, ne prendi un altro senza remore.

I sistemi più fragili e di minore qualità, organizzati con sapienza, creano le soluzioni di archiviazione più robuste (ti parleranno di Blu-ray: col cavolo che arrivi ai nove decimali, e parliamo di costi).

Da rifletterci. E pensare che c’è ancora gente in giro che ti consiglia, che so, Hitachi, perché ne ha comprato uno al cugggino e si è trovato bene.