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Colore aperto

A seguito dell’articolo di ieri sulle qualità del colore come viene amministrato dai nuovi iPad Pro, Fëarandil ha formulato un commento molto interessante che mi permetto di citare.

Guarda che è anche il motivo principale per cui GIMP e le altre soluzioni open source non possono sostituire Adobe.

Ho provato a capire meglio perché e sono arrivato a una pagina del supporto di Gimp che forse chiarisce di più la situazione rispetto all’open source.

La spiegazione è che Gimp e gli altri (Scribus, per dire) sono graditi ospiti di OS X, ma come tutti gli ospiti non hanno le chiavi della sala motori né la conoscenza della rete idraulica o elettrica del locale.

Sono programmi scritti in modo da funzionare ovunque – Linux, Unix, Windows, OS X eccetera – tramite una compilazione che sarà specifica per ogni piattaforma, ma deve presentare il minimo di complessità e fatica al programmatore. Sono pertanto assenti tutti gli agganci alle tecnologie interne di OS X che permettono la gestione del colore e, non presenti altrove, vengono ignorate al momento di scrivere il programma.

La pagina del supporto di Gimp spiega come si dovrebbe procedere: sostanzialmente trasformando Mac in un sistema Unix generico, tramite l’installazione dei modelli Unix di gestione del colore, che esistono e suppongo siano anche efficaci. Però Gimp da solo non ce la fa e si limita a risiedere sulle piattaforme, senza aprire la sala motori e infilare le mani tra gli ingranaggi.

Questo non pone alcun problema per chi ridimensiona una immagine per il proprio blog; in compenso, obbliga i professionisti della grafica a dipendere appunto da Adobe.

Se sbaglio, correggetemi.