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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Very Good, Very Bad

Il titolo della canzone di Elio e le Storie Tese (qui in versione americana) è perfetto per rappresentare la mia ambivalenza verso Wikipedia, idea straordinaria e realizzazione vergognosa. A grande richiesta (qualitativa) provo a spiegare il problema della realizzazione; che l’idea dell’enciclopedia universale sia fantastica dovrebbe essere di comprensione immediata e ha meno bisogno di divulgazione.

La prima cosa, la più importante e la più grave: le scuole devono usare Wikipedia per scriverla, non per leggerla. Wikipedia non è un libro di testo, ma l’equivalente di una ricerca scolastica. Infatti è una fonte secondaria: niente può stare sulle sue pagine se manca di una pezza d’appoggio altrove. Come si fanno le ricerche a scuola? Consultando le fonti, accumulando materiale, creando una nuova sintesi dei materiali raccolti. È precisamente quello che si fa su Wikipedia. Morale? Su Wikipedia lo studente trova già fatto il lavoro che dovrebbe imparare a svolgere a scuola. La ricerca, l’analisi, la comprensione, vengono sostituite dal copia e incolla. È la fine della didattica, se a scuola si legge Wikipedia.

Tutt’altra cosa è invece scriverla, Wikipedia a scuola, dal momento che va realizzata secondo metodologie – appunto – enciclopediche. Bisogna trovare le fonti, confrontarle, analizzarle, sintetizzarle, organizzare e ordinare i risultati, che vanno scritti in buon italiano e rimangono in pubblicazione solo se superano certi filtri qualitativi e di forma. Scrivere Wikipedia è un esercizio perfetto per lo studente.

Che Wikipedia sia una fonte secondaria è la base principale dei suoi problemi. In una qualsiasi altra enciclopedia può accadere che, per dire, a scrivere una voce sulla simmetria delle superfici curve in matematica sia Maryam Mirzakhani, prima donna al mondo a ricevere la Medaglia Fields (equivalente a un Nobel per la matematica) e massima esperta del ramo. Su Wikipedia è impossibile: deve scriverla un qualunque che magari citi il lavoro di Maryam Mirzakhani. Quanti siano effettivamente in grado di valutare il risultato dell’operazione non si sa. Soprattutto, il parere di Mirzakhani in merito conta come quello del mio criceto.

Caso concreto cui ho assistito: supponiamo di essere collezionisti di una rivista di rilievo culturale, che ha cessato le pubblicazioni da molti anni e di cui su Internet ci siano solo informazioni frammentarie. Potrebbe venire l’idea di scrivere una voce di Wikipedia dedicata. Sbagliato! Se nessun altro ha – per dire – pubblicato le copertine digitalizzate, o ha già parlato da qualche altra parte della rivista e quindi può essere citato, questo sapere non potrà mai arrivare su Wikipedia. Bisogna inventarsi dei trucchi: per esempio creare un sito farlocco, a nome di qualcun altro, dove mettere le informazioni, così poi le si potranno citare. Succede in montagne di situazioni, sovente per migliorare l’immagine di qualche personaggio pubblico che paga per farlo.

Se l’informazione è falsa? Nessun problema. Fai conto che un importante quotidiano italiano abbia iniziato una campagna di calunnie contro un personaggio politico, raccontando balle di ogni tipo. Si fa una bella pagina di Wikipedia con dentro tutte le balle, certificate dalla pubblicazione sul quotidiano. È pressoché intoccabile. Conosci la verità, solo che non è scritta da nessuna parte? È inutile. Parlando di quotidiani, non dimentichiamo il perverso meccanismo del giornalista che legge una cosa su Wikipedia e la ripubblica sul proprio giornale, dopo di che quella pubblicazione viene usata come pezza d’appoggio per giustificare la pagina Wikipedia. Che di fatto si convalida da sola. Si può fare peggio: il giornalista scrive una cosa qualunque su un quotidiano. Poi la aggiunge anonimamente su Wikipedia, citando come fonte il proprio articolo (anche se nessuno lo sa).

Non è che essere fonte secondaria sia in sé un difetto: risolve una lunga serie di problematiche, a cominciare da quelli che si vogliono autopubblicizzare. Tuttavia nuoce gravemente al risultato quando il principio diventa dogma ed esclude la trasmissione diretta del sapere da parte di chi lo detiene, chiunque sia e a qualunque livello. Se domani David Copperfield volesse svelare i propri trucchi, quelli che conosce solo lui, non potrebbe farlo su Wikipedia.

Altro problema di Wikipedia: non è l’enciclopedia del sapere ma quella della maggioranza. Il pensiero dominante nella società, amplificato dai media più dei pensieri alternativi, diventa il pensiero dominante su Wikipedia, non importa se abbia ragione o meno. Se domani un regime totalitario riscriverà i nostri libri di storia, come accadeva in Unione Sovietica o accade in Cina o in Iran, Wikipedia seguirà la riscrittura riferimento dopo riferimento, citazione dopo citazione.

Bisogna dire che nella versione inglese Wikipedia funziona meglio di quella italiana, dove i contenuti sono scarsi e malnutriti. È comune a tutte le versioni però l’enorme disparità di considerazione tra discipline e specialmente tra quelle scientifiche e quelle umanistiche. La copertura di astronomia o fisica delle particelle è mediamente buona; quella sull’arte figurativa o sulla filosofia fa venire gli incubi di notte. Questo perché i letterati e i filosofi, per le ragioni sopra descritte, non hanno possibilità di pronunciarsi in modo significativo e ovviamente andare per citazioni per spiegare l’opera di un Piero Manzoni non funziona come può funzionare, che so, per il teorema di Pitagora o per le eclissi di sole. Si veda la pagina dedicata a Manzoni, mica per niente priva o carente di riferimenti bibliografici puntuali.

C’è infine un problema specifico di Wikipedia italiana: è in mano a un nucleo ristretto di autoconvocati che se la canta e se la suona. Essere autoconvocati, in una enciclopedia volontaria, è normalissimo. Purtroppo c’è una percentuale consistente di frustrati. Ho frequentato l’ambiente arbitrale del basket: una piccola minoranza di arbitri è gente che non riusciva come giocatore e allora ha cercato un’altra strada, oppure gode nell’esercitare un piccolo potere, oppure ha un amore smodato per le normative e l’indifferenza verso i soggetti cui vengono applicate, per cui vive per applicare ciecamente e stolidamente le normative.

Nella cerchia degli italiani che amministrano Wikipedia, la gente del tipo descritto rappresenta una quota percepibile. Godono nel censurare a capriccio, avvitarsi per mesi su cavilli, imporsi per il gusto di imporsi, sentirsi importanti probabilmente nell’unico posto dove riescono a esserlo. De André ha tratteggiato mirabilmente queste figure nella canzone del giudice nano.

Wikipedia glielo consente perché ha un regolamento straordinariamente relativista: rigidissimo nel punire gli eccessi dei compilatori occasionali, elastico e giustificatorio al massimo grado quando si tratta di coprire un censore. Se una norma ti dà ragione contro un censore, esiste sicuramente una norma che afferma più o meno l’opposto e il censore, alla fine dei conti, fa quello che gli pare.

Perché non ti impegni a migliorare le cose, allora? Il grande alibi. Perché ho una vita. La cerchia degli amministratori è un sistema chiuso e autolegittimato, dove entrare richiede una quantità ingente di tempo e attenzione e dove è difficilissimo introdursi se non sei simpatico a quelli della cerchia. In pratica Wikipedia deve diventare l’occupazione prevalente della tua vita. Ovvero è uno spazio riservato a persone che non hanno vero bisogno di lavorare. Basti pensare a come vengono risolte le controversie: un simulacro di votazione online dove casualmente vincono sempre quelli che stanno tutto il giorno su Wikipedia. Le votazioni per eleggere nuovi amministratori sono seguite per lo più solo dai vecchi amministratori, con esiti prevedibili. I collaboratori assidui a Wikipedia sono principalmente uomini, perché la cultura interna è ostile alla partecipazione dall’esterno e le donne, che hanno senso pratico, si stufano presto di lottare contro i mulini a vento. È stata proposta provocatoriamente una nuova definizione di Wikipedia:

L’enciclopedia che chiunque sia riuscito a comprenderne le norme, socializzare al suo interno, schivare il muro impersonale di rifiuti semiautomatici e alla quale abbia ancora voglia di partecipare volontariamente può modificare.

Nessuno mette in dubbio che sia una grande idea e uno strumento utile per chi sa usarlo. Contemporaneamente, ammette abusi e lacune che nessuno si preoccupa minimamente di rimediare per un motivo semplice: la ragione di vita di Wikipedia è preservare se stessa, mica la cultura. Ogni tanto vengono annunciate purghe ad alto livello, di superamministratori che prendono mazzette per scrivere pagine a scopo pubblicitario ovviamente intoccabili, o abusano in altro modo della loro posizione. È solo una spia di quello che succede dove entra il denaro: Wikipedia è una macchina per fare soldi e fino a che li fa, niente cambierà.

I soldi sono anche l’argomento principale con cui ti zittisce il censore, lui che sta su Wikipedia gratis, dando il proprio tempo per la comunità. Mai una volta che il censore riconosca sì di lavorare gratis, ma con responsabilità zero. Può commettere qualsiasi errore, enunciare qualunque castronata, agire al proprio peggio e mai pagare, proprio perché non è pagato. In una enciclopedia convenzionale hai responsabilità. Se agisci al tuo peggio, ti mettono alla porta e devi trovare un altro stipendio, perché il tuo sparisce.

Ho cominciato spiegando perché le scuole dovrebbero scrivere Wikipedia invece che leggerla. C’è un doppio motivo: se centinaia, migliaia, decine di migliaia di studenti iniziassero a lavorare a tappeto su Wikipedia, improvvisamente il piccolo club degli autolegittimati perderebbe tutto il proprio piccolo potere e l’idea potrebbe realizzarsi nel suo pieno potenziale. Così com’è, è per metà una cosa bellissima e per metà uno squallore.