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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Trentotto usi orari

Rob Griffiths, ex Macworld, ha meritoriamente compilato un foglio di calcolo con tutte le varianti possibili di Watch.

La cosa straordinaria di tutta questa varietà – trentotto modi di indossare watch – è che contrasta clamorosamente con tutto il resto del catalogo Apple. I modelli nuovi di iPhone sono una manciata, come quelli di iPad. Al netto della personalizzazione prevendita, i Mac sono pochi; di Apple TV ce n’è una sola, come c’è un solo iOS e un solo OS X (Server è una app).

La maggior parte degli occhi è puntata su quanto costano i modelli dorati o sulle chiacchiere a proposito dell’autonomia. Pochi si rendono conto del movimento in controtendenza di Apple: una Samsung (e qualsiasi altra azienda nel settore) pubblica vagonate di smartphone diversi e pochissime varianti di orologi.

Chiedersi il perché. La risposta: come iPhone ha inaugurato l’epoca post-PC, watch inaugura quella dell’informatica postindustriale. C’è una sottile differenza tra saturare il mercato di prodotti per intercettare più domanda possibile e offrire ampia varietà di personalizzazione al singolo, primo passo verso il traguardo di costruire per ciascuno il suo prodotto, dalla completa individualizzazione.

Se watch viene eseguito bene e riesce, il tavolo delle regole del mercato verrà nuovamente ribaltato, come era già accaduto con iPhone. Ah, questa Apple che ha smesso di innovare.